Trump e l'enigma dello “shutdown”

di Mario Lombardo

Allo scoccare del 32esimo giorno di chiusura forzata di una parte degli uffici federali americani, le prospettive per la risoluzione della crisi politica in atto negli Stati Uniti attorno al cosiddetto “shutdown” continuano a scontrarsi con le posizioni ancora inconciliabili della Casa Bianca e della leadership democratica al Congresso.   Malgrado i toni dello scontro, è fondamentale...
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Nicaragua, la coda del terrore

di Fabrizio Casari

Un agguato criminale a colpi di kalashnikov è costato la vita a quattro agenti della Polizia Nazionale del Nicaragua, che mentre viaggiavano bordo di un pick-up sono stati crivellati di colpi. Gli autori del massacro appartengono alla banda denominata “El Jobo”, criminali nicaraguensi e narcos che operano dal territorio della...
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di Alessandro Iacuelli

"Dirty Energy" è il nome di un'operazione, durata un anno e mezzo, condotta dal Corpo forestale di Milano, che ha individuato una pericolosa produzione illecita di energia, ottenuta bruciando materiali pericolosi per l'ambiente. E a finire nelle maglie dell'indagine sono ancora una volta dei nomi eccellenti, nel panorama industriale ed economico italiano. Infatti, agli arresti domiciliari è finito Giorgio Radice, presidente del consiglio di amministrazione della Riso Scotti Energia, una delle società della galassia del gruppo Riso Scotti. Per lui l'accusa è di traffico illecito di rifiuti e produzione illegale di energia da rifiuti.

Al momento ci sono 12 indagati: sette le persone destinatarie di una ordinanza di custodia cautelare ai domiciliari. "Non ci sono atti d’indagine sugli impianti di produzione del riso", precisano comunque i vertici del Corpo forestale lombardo.

Il Corpo forestale ha eseguito 60 perquisizioni, sequestrando un impianto di coincenerimento e 46 automezzi; il giro d'affari stimato è di quasi 30 milioni di euro nel solo periodo 2007-2009. Oltre all'arresto di Radice è stato disposto il sequestro preventivo dell'impianto di coincenerimento della Scotti Energia a Pavia, situato in via Angelo Scotti, e la misura cautelare degli arresti domiciliari nei confronti del direttore tecnico dell'impianto, di impiegati e dirigenti, del direttore del laboratorio di analisi chimiche Analytica srl di Genzone (Pavia) e anche di un intermediario nella compravendita di rifiuti speciali.

L'impianto di coincenerimento era nato per bruciare la cosiddetta lolla, gli scarti biologici della lavorazione del riso, ma in realtà utilizzava nella produzione di energia elettrica e termica, secondo gli inquirenti, oltre alle biomasse vegetali, rifiuti di varia natura. Non solo legno, plastiche, imballaggi, ma anche materiali non proprio salubri in caso di combustione, come fanghi di depurazione di acque reflue urbane ed industriali e altri materiali misti, che per le loro caratteristiche chimico-fisiche superano i limiti massimi di concentrazione dei metalli pesanti. Metalli pericolosi come cadmio, cromo, mercurio, nichel, piombo, ed altri pericolosi per ingestione ed inalazione, che naturalmente non bruciano, ma vengono emessi dal camino dell'impianto per poi spargersi e ricadere sul territorio circostante.

Dalle indagini svolte, che hanno impegnato oltre 250 guardie forestali su tutto il territorio nazionale, è stato possibile accertare il coinvolgimento di diversi impianti di trattamento dei rifiuti provenienti dal circuito della raccolta urbana, dall'industria e da altre attività commerciali in Piemonte, Lombardia, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna, Toscana e Puglia. Da nord a sud, tutti uniti nel disfarsi dei scarti velenosi della produzione industriale pesante: con buona pace di chi predica il secessionismo, si può affermare che sullo smaltimento illecito dei rifiuti industriali si sta finalmente realizzando la vera unità d'Italia.

L'ingresso delle circa 40.000 tonnellate di rifiuti gestiti illecitamente dalla Riso Scotti Energia S.p.A. veniva reso possibile, ed apparentemente regolare, attraverso due vecchie tecniche di orgine camorristica, oramai acquisite culturalmente in tutta Italia: la falsificazione dei certificati d'analisi, ottenuti grazie a laboratori compiacenti e con la miscelazione con rifiuti prodotti nell'impianto, così da celare e alterare le reali caratteristiche dei combustibili destinati ad alimentare la centrale.

Oltre al traffico illecito di rifiuti e alla redazione di certificati di analisi falsi, s’ipotizza una frode in pubbliche forniture e una truffa ai danni dello Stato, visto che tali rifiuti non potevano essere utilizzati in un impianto destinato alla produzione di energia da "fonti rinnovabili" che ha goduto di sovvenzioni pubbliche.

Tra i materiali combustibili impiegati c'era sì la lolla di riso, proveniente dall’adiacente riseria, ma veniva miscelata con polveri provenienti dall'abbattimento dei fumi, fanghi, terre dello spazzamento strade ed altri rifiuti conferiti da ditte esterne. A seguito della miscelazione, la lolla perdeva le caratteristiche di sottoprodotto e diventava un rifiuto speciale, anche pericoloso, che non poteva più essere destinato alla produzione di energia pulita, ma avrebbe dovuto essere smaltito presso impianti esterni autorizzati.

Gli accertamenti eseguiti hanno permesso di accertare che ingenti quantitativi di lolla di riso, anche di quella miscelata con i rifiuti, sono stati venduti illecitamente ad altri impianti di termovalorizzazione, ad industrie di fabbricazione di pannelli in legno e ad aziende agricole ed allevamenti zootecnici (pollame e suini) dislocati in Lombardia, Piemonte e Veneto.

In questo modo, sono stati tratti, dal gruppo industriale, vantaggi e guadagni lontani dal lecito sia dalla vendita della lolla di riso come sottoprodotto, sia dal risparmio sui costi di smaltimento dei rifiuti prodotti dall'impianto, che periodicamente venivano miscelati alla lolla di riso, sia dalla vendita di energia allo Stato a prezzo vantaggioso.

Naturalmente, quanto avvenuto a Pavia pone seri interrogativi sul probabile superamento dei limiti imposti per quanto riguarda le emissioni in atmosfera, e di conseguenza sulla qualità dell’aria. Ci aspettiamo che nei prossimi giorni le strutture competenti per la protezione dell'Ambiente diano avvio ad una doverosa campagna di rilievi ed analisi dell'aria e dei terreni circostanti.

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Sono morte in mare 117 persone che avremmo potuto salvare. È solo questo il punto, il resto non conta. Ammettiamo pure che l’Italia non avesse l’obbligo di legge d’intervenire (e ce l’aveva). Ammettiamo che esistesse una Guardia Costiera libica in grado di operare al posto nostro (e non c’era). Ammettiamo che tutte...
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