Dopo mesi di pose elettorali, nel governo inizia la battaglia sul reddito di cittadinanza. La settimana scorsa il Consiglio dei ministri ha approvato un decreto omnibus che, tra i vari provvedimenti, prevede il rifinanziamento del sussidio. Nel corso della riunione, il ministro leghista dello Sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti, ha protestato contro la misura per via delle coperture: i 200 milioni stanziati (comunque meno dei 260 contenuti nella prima bozza) arrivano dai soldi iscritti a bilancio e poi non spesi per altri interventi sociali, ossia l’Anticipo pensionistico per i lavoratori precoci e le occupazioni gravose, il Reddito d’emergenza e i congedi parentali.

“Beffardo usare i soldi di chi ha lavorato duramente per una misura che mi auguro esca dal testo finale”, ha detto Giorgetti, che in Consiglio ha incassato l’appoggio del forzista Renato Brunetta, ministro della Funzione pubblica, e della titolare della Famiglia, Elena Bonetti, di Italia Viva. A sostegno del reddito di cittadinanza si sono schierati invece il pentastellato Stefano Patuanelli, ministro dell’Agricoltura, e il dem Andrea Orlando, titolare del Lavoro, ricordando quanto il sussidio sia stato importante durante la pandemia.

Negli ultimi anni, in effetti, il reddito di cittadinanza è cresciuto di pari passo con la povertà assoluta e con il disagio economico, al punto che oggi il sussidio costa allo Stato il 67% in più di quando è nato, nel 2019. In tre anni l’esborso è passato da 433 a 722 milioni di euro al mese, mentre le famiglie beneficiarie di almeno una mensilità sono lievitate da poco più di un milione a un milione e 674mila.

Questi numeri spiegano per quale ragione quest’anno è stato necessario rifinanziare la misura tre volte, aggiungendo 1,4 miliardi ai 7,2 del costo base. I primi 196 milioni erano stati stanziati dal governo Conte 2 subito prima di cadere, mentre l’esecutivo Draghi ha aggiunto un miliardo con il decreto Sostegni di marzo e altri 200 milioni con il provvedimento della settimana scorsa. Ma questi soldi servono solo ad arrivare alla fine del 2021: per il prossimo anno ne occorrono almeno altri 800, se non si vuole tagliare l’assegno mensile alle famiglie che lo incassano.

La vera battaglia sul reddito di cittadinanza, quindi, deve ancora iniziare: si combatterà al tavolo della legge di bilancio, in cui finiranno non solo i soldi per finanziare la misura nel 2022, ma anche i correttivi per farla funzionare meglio. E sarà proprio questa la mediazione più complessa, perché Draghi ha in mente una riforma profonda del reddito, per raggiungere un compromesso tra la furia del centrodestra, che chiede l’abolizione tout-court del sussidio, e l’indulgenza di M5S e Pd, che vorrebbero intervenire solo sul lato più debole della misura, quello delle politiche attive per il lavoro. 

Dati Inps alla mano, non c’è dubbio che il reddito di cittadinanza abbia fallito come strumento per aumentare l’occupazione. La rifondazione dei centri per l’impiego è quindi fondamentale, ma si tratta di un’impresa colossale - vagheggiata da più legislature - e comunque insufficiente a risolvere tutti i problemi che affliggono la misura bandiera dei 5 Stelle.

L’altro grande obiettivo è ridurre il numero di persone che ricevono l’assegno abusivamente perché lavorano in nero. Si punta quindi a migliorare i controlli, che oggi avvengono ex post, a campione, e sono affidati completamente all’Inps.

C’è poi l’idea d’introdurre una forma di “décalage”, ossia di far scendere l’importo dell’assegno dopo un determinato lasso di tempo, in modo da incentivare le persone ad accettare anche quei lavori che oggi rifiutano.

Ma bisogna anche tenere conto di alcune difficoltà su cui non si ragiona nei dibattiti politici. Secondo il Rapporto annuale dell’Inps, ad esempio, “due terzi dei percettori del reddito non sono occupabili”: su 3 milioni di persone, infatti, 153mila sono pensionati, 1 milione e 350 mila sono minorenni e 450mila disabili. La Caritas aggiunge che, come titolo di studio, il 72% ha al massimo la terza media.

Purtroppo, questi argomenti passeranno come sempre in secondo piano di fronte alle esigenze dei partiti. Da una parte c’è la Lega, che – sconfitta su Quota 100, sul green pass e alle amministrative – ha bisogno di un nuovo diversivo da agitare sotto il naso degli elettori. Dall’altra il Movimento 5 Stelle, che è a un passo dall’andare in pezzi e non può permettersi cedimenti di sostanza sulla sua misura-simbolo. La spaccatura è talmente profonda che gli equilibri della maggioranza rischiano di vacillare. Ma, per fortuna di Draghi, al momento leghisti e pentastellati sono troppo deboli per fare minacce credibili.

La riconferma della saldissima alleanza con gli Stati Uniti e i benefici teorici derivanti dall’organizzazione delle prossime Olimpiadi estive a Tokyo non sono bastati al primo ministro giapponese, Yoshihide Suga, a evitare nel fine settimana una vera e propria umiliazione elettorale. Nelle tre elezioni speciali tenute per altrettanti seggi vacanti in parlamento (“Dieta”), il Partito Liberal Democratico (LDP) di governo non ha infatti raccolto nulla, pagando caramente gli scandali giudiziari che hanno coinvolto svariati suoi membri e la gestione insoddisfacente della pandemia in atto. Per il premier conservatore si prospettano ora mesi complicati, con la sua leadership in serio dubbio alla vigilia sia delle elezioni generali sia della scadenza del mandato alla guida del più importante partito nipponico.

Il recente appuntamento con le urne era particolarmente atteso perché era il primo dall’insediamento di Suga, succeduto lo scorso settembre al più longevo primo ministro della storia del Giappone, Shinzo Abe, ufficialmente costretto a lasciare per ragioni di salute. Sull’adeguatezza di Suga a ricoprire l’incarico di capo del governo c’erano state subito accese discussioni. L’ex consigliere di Abe è la quintessenza dell’insider, privo di talento per la comunicazione e per la gestione della propria immagine. Le sue origini relativamente umili, in un paese dove i membri che contano della classe politica appartengono a dinastie politiche illustri, non hanno inoltre aiutato il consolidamento della sua posizione. La competizione interna al LDP per rimpiazzare Suga, già esplosa mesi fa all’indomani della notizia del ritiro di Abe, tornerà così a infuriare dopo la pessima prestazione elettorale del partito al potere.

La sconfitta più pesante è stata senza dubbio quella per un seggio della camera alta del parlamento in rappresentanza della città di Hiroshima. Quest’ultima è considerata una roccaforte dei conservatori e nelle elezioni del 2017 il LDP si era aggiudicato sei seggi su sette. Qui, il voto si era reso necessario in seguito alla condanna per compravendita di voti della senatrice Anri Kawai, moglie dell’ex ministro della Giustizia del LDP, Katsuyuki Kawai. Il candidato governativo, un ex funzionario del ministero del Commercio, ha lasciato strada all’ex presentatore Haruko Miyaguchi, appoggiato dal principale partito di opposizione, il Partito Costituzionale Democratico di centro-sinistra, e da altre formazioni minori.

Gli altri due seggi in palio erano rispettivamente a Nagano e a Hokkaido, il primo sempre per la camera alta (“Camera dei Consiglieri”) e il secondo per la camera bassa (“Camera dei Rappresentanti”). In entrambi a prevalere sono stati i candidati del Partito Costituzionale Democratico. Mentre a Nagano il seggio vacante era appartenuto a un “consigliere” morto per COVID lo scorso dicembre, a Hokkaido si doveva scegliere il successore di un altro parlamentare del LDP finito nei guai con la legge, l’ex ministro dell’Agricoltura Takamori Yoshikawa, dimessosi dopo essere stato accusato di avere ricevuto tangenti da un imprenditore agricolo. A Hokkaido, il LDP non aveva nemmeno presentato un proprio candidato per l’elezione speciale.

Per il premier Suga forse l’unica notizia positiva arrivata dal voto nel fine settimana è che la sconfitta di Hiroshima rappresenta uno schiaffo anche per uno dei suoi più agguerriti rivali interni al partito, l’ex ministro degli Esteri Fumio Kishida. Uno dei più influenti leader del LDP, Kishida è il numero uno dei liberaldemocratici a Hiroshima e la batosta incassata domenica nel suo feudo potrebbe quanto meno rallentare la sua corsa alla successione all’attuale primo ministro.

I problemi del LDP e la tripla affermazione dei democratici indicano evidentemente una tendenza sfavorevole al partito che ha quasi monopolizzato la politica giapponese dal dopoguerra a oggi. Sono in pochi tuttavia a credere in una sconfitta dei conservatori nelle elezioni generali, che dovrebbero tenersi non oltre il 21 ottobre prossimo. L’opposizione di centro-sinistra in Giappone continua a essere divisa e screditata, non essendosi più ripresa dalla catastrofica esperienza al governo tra il 2009 e il 2012.

Lo stato di salute dei liberaldemocratici sarà messo alla prova nuovamente il prossimo 4 luglio dall’importante voto per il rinnovo dell’assemblea metropolitana della capitale. In ogni caso, come già spiegato, in dubbio non c’è la continuità al governo del LDP, quanto la leadership di Yoshihide Suga e le possibile scosse che una guerra interna al partito potrebbe produrre per la terza economia del pianeta. Soprattutto in un contesto fatto di gravi tensioni sul fronte domestico, per via degli effetti della pandemia, e con l’intensificarsi del conflitto tra Stati Uniti e Cina, che si svolge in larga misura in Estremo Oriente.

Un articolo del sito web della Nikkei Asian Review ha spiegato lunedì come la sconfitta del LDP nelle tre elezioni suppletive del fine settimana non prometta nulla di buono per l’amministrazione Biden, “fattasi in quattro per sostenere politicamente il premier giapponese sul fronte interno”. Suga era stato un paio di settimane fa il primo leader straniero a essere ricevuto alla Casa Bianca da Joe Biden, in un segnale del carattere cruciale dell’alleanza con Tokyo per gli Stati Uniti. Un portavoce del presidente aveva in quell’occasione insistito sull’importanza del fattore “continuità” nelle relazioni bilaterali, in modo da garantire, dopo quasi un decennio di governi guidati da Shinzo Abe, un ambiente politico stabile e senza conflitti.

È evidente che una classe politica intenta a competere per la leadership del partito di governo non può che compromettere quell’allineamento ai propri interessi strategici che Washington chiede agli alleati per contrastare l’avanzata della Cina. Mentre gli Stati Uniti stanno intensificando le pressioni su Pechino, insomma, l’ultima cosa che l’amministrazione Biden auspica per il Giappone è una competizione interna al LDP che si protragga virtualmente fino al prossimo autunno.

A parte il caso di Shinzo Abe e pochi altri, la storia del Giappone è ricca di esempi di capi di governo durati pochi mesi. Suga è ai minimi in termini di gradimento da quando ha assunto la carica di primo ministro e sta pagando in particolare la nuova impennata di contagi nel paese, nonché e forse ancora di più il faticosissimo lancio della campagna vaccinale. Proprio nei giorni scorsi, il governo ha dovuto imporre nuove misure restrittive in alcune prefetture che, complessivamente, ospitano circa un quarto della popolazione giapponese. Per quanto riguarda i vaccini, invece, il Giappone ha finora somministrato dosi ad appena l’1% della popolazione.

La decisione di adottare lo stato di emergenza in alcune parti del paese a causa del Coronavirus rappresenta un motivo di imbarazzo per Suga, il quale aveva promesso ai giapponesi che non avrebbero più dovuto sopportare altre restrizioni. Ancora peggio per le sue prospettive politiche, il premier è oggetto di critiche da parte del mondo del business, nuovamente penalizzato dalle chiusure entrate in vigore nel fine settimana. Anche l’organizzazione delle Olimpiadi, rinviate lo scorso anno sempre a causa della pandemia, rischia di trasformarsi in un flop, visto che le speranze di ricavare dai giochi un impulso all’economia sembrano ormai svanite. Infatti, le competizioni si terranno senza pubblico proveniente dall’estero, togliendo così una fonte cruciale di entrate al settore turistico e non solo.

La palla resta ad ogni modo in mano a Suga che avrà facoltà di sciogliere anticipatamente il parlamento se lo riterrà necessario per rinsaldare la sua posizione. Nelle sue intenzioni vi era probabilmente un voto in tempi brevi, ma le tre sconfitte del fine settimana suggeriranno quasi di certo un rinvio nel tentativo di stabilizzare la situazione interna e veder risalire i propri consensi nel paese.

A complicare le cose c’è anche la scadenza a settembre del mandato di Suga alla guida del LDP. La pessima figura rimediata domenica potrebbe fare aumentare i malumori di molti nel partito, preoccupati alla prospettiva di andare a elezioni con un leader che potrebbe portare a una riduzione della maggioranza parlamentare dei liberaldemocratici. Le azioni dei rivali di Suga sembrano perciò in rapida ascesa, soprattutto di quelli che vantano un’immagine più dinamica e un maggiore appeal tra gli elettori, come i due recenti ex ministri degli Esteri, il già ricordato Kishida e Taro Kono, o Shinjiro Koizumi, ministro dell’Ambiente in carica e figlio dello storico leader liberaldemocratico ed ex primo ministro Junichiro Koizumi.

Le prime due elezioni a livello statale di un anno ricco di appuntamenti con le urne, e che prevede anche il rinnovo del Parlamento federale di Berlino, hanno inviato segnali di allarme ai cristiano-democratici (CDU) della cancelliera Merkel a pochi mesi dal suo addio definitivo alla scena politica tedesca. Oltre a sollevare qualche dubbio sul futuro del principale partito della Germania e sulla leadership del fronte conservatore, il voto di domenica nel Baden-Württemberg e nella Renania-Palatinato ha confermato l’ascesa e la trasformazione dei Verdi in un movimento moderato in grado di garantire la stabilità di un sistema tendente sempre più alla frammentazione e al declino dei partiti di riferimento del capitalismo tedesco.

In entrambi gli stati, la CDU ha dovuto incassare la peggiore prestazione della propria storia. Nella Renania-Palatinato, il partito della Merkel ha perso più di quattro punti percentuali, scendendo al 27,7%, mentre nel Baden-Württemberg la flessione è stata quasi del 3% (24,1%) rispetto al voto del 2016. Soprattutto in quest’ultimo stato della Germania meridionale, ha spiegato un’analisi del voto pubblicata da sito web della rete pubblica Deutsche Welle, l’arretramento della CDU appare preoccupante. Qui hanno infatti sede alcune delle più prestigiose grandi aziende tedesche e lo stato è considerato un bastione conservatore. Il successo per la terza volta consecutiva dei Verdi e del premier statale, Winfried Kretschmann, testimonia dunque del ruolo di questo partito agli occhi delle élites economiche tedesche, tradizionalmente sostenitrici della CDU, con ovvie implicazioni anche a livello federale.

Proprio nel Baden-Württemberg, la conferma dei Verdi, in avanzamento di oltre due punti e ormai sopra il 32% dei consensi, ha aperto la discussione sulla natura della prossima coalizione di governo. Il partito di Kretschmann ha guidato lo stato assieme alla CDU negli ultimi cinque anni, ma già si parla di una possibile alternativa che vedrebbe i Verdi assieme al partito Social Democratico (SPD) e a quello Liberale Democratico (FDP). Questo modello, definito “semaforo” per via dei colori dei tre partiti coinvolti, ha qualche possibilità di essere ripetuto a livello federale se le tendenze evidenziate dal voto di domenica dovessero proseguire fino alle elezioni federali di settembre.

I segnali del potenziale riallineamento politico in Germania sono arrivati alla chiusura delle urne anche dalle dichiarazioni del candidato alla cancelleria per la SPD, il ministro delle Finanze Olaf Scholz. Quest’ultimo, che fa parte della “Grosse Koalition” al governo a Berlino, ha salutato quello del voto nei due stati come “un buon giorno”, poiché “ha mostrato che è possibile creare un esecutivo in Germania senza la CDU”. Anche la co-leader del Verdi, Annalena Baerbock, ha agitato l’ipotesi di composizioni alternative alla CDU per il prossimo governo federale.

La SPD si è confermata nella Renania-Palatinato con la vittoria della premier uscente Malu Dreyer, ma ha tutt’al più evitato di perdere ulteriore terreno e a livello nazionale continua a far segnare un gradimento attorno a un modesto 15%-16%. Molti commentatori tedeschi hanno giudicato perciò l’uscita di Scholz e l’entusiasmo delle sue apparizioni pubbliche come una strategia elettorale. La SPD sta cercando di puntare soprattutto sulla scelta precoce del candidato alla guida del governo, al contrario della CDU che lo farà invece solo nelle settimane successive alla Pasqua.

A essere maggiormente sotto pressione è comunque il neo-leader cristiano-democratico, Armin Laschet, nominato successore della Merkel lo scorso mese di gennaio. In tempi normali, il numero uno del primo partito tedesco sarebbe automaticamente il logico candidato alla cancelleria, ma le scosse degli ultimi anni, confermate dal voto del fine settimana, sollevano più di un dubbio. La CDU ha pagato l’irritazione diffusa per alcuni casi di corruzione che hanno interessato tre deputati conservatori, costretti alle dimissioni perché coinvolti in un scandalo legato alla fornitura di mascherine. Anche il non esaltante lancio della campagna vaccinale contro il COVID-19 ha indubbiamente favorito l’erosione dalla CDU.

Più in generale, sono gli equilibri del panorama politico della Germania a essere messi in discussione, con i Verdi che appaiono i principali beneficiari della crescente freddezza mostrata dagli elettori prima per la SPD e da qualche tempo anche per la CDU. La questione della scelta del candidato alla carica di cancelliere per il fronte conservatore sarà dunque particolarmente delicata quest’anno. Laschet resta il favorito ma sembra suscitare ben pochi entusiasmi, tanto che continua a circolare il nome di Markus Söder, leader del partito-gemello della CDU, i cristiano-sociali (CSU) bavaresi. Söder è l’attuale premier della Baviera ed è uno dei politici con il maggiore indice di gradimento su scala nazionale.

Per il momento, è molto probabile che la CDU resterà il fulcro anche del prossimo governo federale. Le manovre e le dichiarazioni sibilline dei leader dei Verdi e della SPD appaiono come il tentativo di posizionarsi nel migliore dei modi in vista del voto di settembre e delle trattative che seguiranno per la formazione del primo gabinetto del dopo-Merkel. Soprattutto i Verdi hanno approfittato della convincente performance elettorale per accreditarsi come forza responsabile di governo che ha abbandonato ormai del tutto l’attitudine “radicale” del passato, peraltro mai riscontrata nella realtà dei fatti. Uno dei due leader del partito, Robert Habeck, domenica sera ha spiegato in un’intervista alla rete ARD che i principi ispiratori sono “lungimiranza e pragmatismo”, validi sia a livello statale sia a quello federale.

La strategia verde è in definitiva quella di intercettare i voti moderati in fuga dalla CDU quasi orfana della Merkel dopo anni al governo in varie coalizioni statali, nonché per due mandati a livello federale, trascorsi nel rassicurare i grandi interessi economico-finanziari-industriali tedeschi dell’intenzione di allinearsi fedelmente alle loro priorità. I Verdi, infatti, condividono in pieno gli obiettivi del capitalismo tedesco nel quadro della realtà internazionale odierna, a cominciare da quello di promuovere un’ambiziosa politica da grande potenza, in primo luogo attraverso l’impulso alla militarizzazione.

Il rimescolamento in atto degli equilibri politici in Germania potrebbe risultare più chiaro nei prossimi mesi che condurranno al voto federale del 26 settembre. L’obiettivo principale della classe dirigente tedesca sarà quello di garantire, pur nella frammentazione del sistema, il predominio di forze moderate e affidabili, in modo da contenere al minimo le forze centrifughe.

Una prima indicazione in questo senso è arrivata sempre dalle recenti elezioni in Baden-Württemberg e Renania-Palatinato. In entrambi gli stati le frange estreme dello schieramento politico hanno ottenuto risultati deludenti. A destra, l’Alternativa per la Germania (AfD) ha perso complessivamente circa un terzo dei consensi rispetto a cinque anni fa, sia pure mantenendosi attorno al 10%. La sinistra di “Die Linke” non ha invece nemmeno superato la soglia di sbarramento per ottenere deputati nei due parlamenti statali.

Per l’AfD può avere pesato la recente decisione dei servizi segreti federali di mettere il partito sotto sorveglianza perché considerato una minaccia al sistema democratico, ma soprattutto vanno considerati i limiti fisiologici di un movimento che si richiama più o meno apertamente ai principi del nazismo. “Die Linke”, invece, continua ad arrancare al di fuori dei “Länder” orientali e, ancora di più, ha dimostrato nuovamente di non essere in grado di offrire un’alternativa di sinistra a un quadro generale caratterizzato, anche in Germania, da un evidente fermento politico e sociale.

L’accordo sugli investimenti raggiunto il penultimo giorno dell’anno tra Cina e Unione Europea ha rappresentato una sorpresa particolarmente sgradita per il governo americano e, in particolare, per l’amministrazione entrante del presidente-eletto Joe Biden. L’intesa, che sembrava in pieno stallo appena un paio di mesi fa, potrebbe infatti aggravare le tensioni tra le due sponde dell’Atlantico proprio mentre l’uscita di scena di Trump prospettava a Washington la possibilità di costruire un fronte comune con gli alleati per contenere la minaccia cinese.

I negoziati erano in corso da parecchi anni, ma le differenze che apparivano quasi insormontabili sono state superate nell’arco di poche settimane soprattutto, secondo quanto riportato dai media, grazie all’impegno diretto del presidente cinese, Xi Jinping, e della cancelliera tedesca Merkel, con il pieno appoggio di Macron e della numero uno della Commissione Europea, Ursula von der Leyen.

L’accordo dovrà essere ratificato dai singoli parlamenti dei paesi UE prima di entrare in vigore e, in tal caso, rafforzerà i legami economici tra Bruxelles e Pechino, spianando la strada a quello che sarà probabilmente il passo successivo, vale a dire un trattato di libero scambio. A dare la spinta decisiva sono stati due fattori. Il primo è il voto per le presidenziali USA dello scorso novembre e il successivo periodo di transizione tra le due amministrazioni, mentre l’altro è l’avvicinarsi della fine del semestre tedesco alla presidenza dell’Unione.

Quest’ultimo elemento ha messo in chiaro quale sia la posta in gioco per il governo di Berlino, ben deciso a far valere la propria autonomia strategica dagli Stati Uniti, in particolare riguardo alla promozione degli interessi del capitalismo tedesco, orientato sempre più verso il mercato cinese. L’autorità ulteriore garantita dalla leadership provvisoria dell’UE, assieme alla finestra temporale tra la sconfitta di Trump e l’insediamento di Biden, hanno dato, come spiegava qualche giorno fa un commento del francese Le Monde, una “opportunità unica” a una Germania convinta dalla pandemia della necessità “urgente di rafforzare la sovranità europea… nel pieno dello scontro tra Washington e Pechino”.

Proprio la concomitanza dell’accordo con la vittoria di Biden e l’impegno dell’ex vice-presidente democratico per rinsaldare le alleanze in Occidente, al fine di contrastare le spinte centrifughe e multipolari, testimonia della presenza di forze formidabili dentro la classe dirigente europea che spingono per l’implementazione di politiche “indipendenti” e potenzialmente in conflitto con gli Stati Uniti, al di là degli orientamenti dell’inquilino della Casa Bianca.

Queste dinamiche rispondono d’altra parte a fattori oggettivi e non dipendono solo dalle tendenze personali di Trump. Da Parigi a Berlino, i leader delle principali potenze economiche europee ritengono evidentemente che negli USA la strada del nazionalismo spinto difficilmente verrà abbandonata del tutto. La minaccia alla coesione della NATO, la guerra commerciale anche contro gli alleati e l’arma delle sanzioni economiche dirette verso paesi con cui Bruxelles non intende rompere (Cina, Russia, Iran) rischiano di restare a lungo in cima all’agenda di qualsiasi governo USA perché sono in definitiva una reazione alla declinante posizione internazionale di Washington.

L’accordo sugli investimenti è dunque in primo luogo una decisione politica da parte dell’Europa, il cui business intende però sfruttare le occasioni di profitto offerte dalla Cina, praticamente l’unica potenza economica mondiale in grado di far segnare tassi di crescita positivi per l’anno 2020. Secondo i termini concordati, le compagnie europee di svariati settori avranno accesso senza precedenti al mercato cinese, ad esempio senza l’obbligo di operare in regime di “joint venture” o di condividere tecnologie e proprietà intellettuale. Ancora, a livello teorico il governo di Pechino non potrà fare discriminazioni tra le aziende europee e quelle statali domestiche nell’assegnazione di appalti.

La Cina si impegna inoltre a rispettare i termini dell’accordo sul clima di Parigi e a ratificare le convenzioni internazionali contro il lavoro forzato. Questa promessa, già denunciata come improbabile dagli oppositori dell’intesa con l’UE, serve a limitare la valanga di accuse, in larga misura strumentali, relative alla presunta esistenza di campi di lavoro nella regione a maggioranza musulmana dello Xinjiang.

Da parte sua, la Cina otterrà più ampie possibilità di investimento in Europa, dal settore manifatturiero a quello energetico. Anche in questo caso, tuttavia, i benefici saranno soprattutto politici. È quasi unanime il giudizio degli osservatori sui vantaggi di natura geopolitica che deriveranno per Pechino. L’accordo del 30 dicembre e, ancora di più, un eventuale trattato di libero scambio con l’Europa implicano la rottura dell’isolamento in cui gli Stati Uniti intendono forzare la Cina, sia attraverso la guerra commerciale unilaterale di Trump sia, in prospettiva, con il compattamento del fronte occidentale auspicato da Biden.

Ampiamente citato dai media internazionali è stato nei giorni scorsi il commento all’accordo dell’analista Noah Barkin. Quest’ultimo lo ha definito uno “schiaffo” all’amministrazione democratica entrante, intenzionata a “riparare i legami transatlantici e a lavorare in sintonia con l’Europa per far fronte alle sfide strategiche” proposte da Pechino. La rapidità con cui l’accordo sugli investimenti è stato finalizzato nelle ultime settimane dell’anno indica precisamente il desiderio dei leader europei di mettere Biden davanti al fatto compiuto, anticipando le iniziative comuni che la sua amministrazione avrebbe adottato in funzione anti-cinese.

I tempi dell’accordo e la determinazione da parte europea sono ancora più sorprendenti, nonché altamente significativi, se si pensa che i futuri membri del gabinetto Biden avevano orchestrato una vera e propria campagna per impedire la stipula dell’accordo, puntando con ogni probabilità sugli ambienti più filo-americani da questa parte dell’Atlantico.

Il prossimo consigliere per la Sicurezza Nazionale USA, Jake Sullivan, era stato il più esplicito in questo senso. Il 22 dicembre aveva scritto su Twitter che “l’amministrazione Biden-Harris gradirebbe consultarsi precocemente con i propri partner europei in merito alle preoccupazioni comuni derivanti dalle pratiche economiche cinesi”. Sempre Sullivan, in una più recente intervista alla CNN, aveva inoltre espresso la volontà di superare le incomprensioni con gli alleati sorte durante la presidenza Trump, allo scopo di “creare un’agenda comune” sulle questioni legate ai problemi sollevati dalla minaccia di Pechino.

Manifestando tutta l’apprensione degli ambienti USA vicini al Partito Democratico, l’editorialista del Washington Post, Ishaan Tharoor, ha spiegato che l’annuncio dell’accordo sugli investimenti tra Cina e UE ha invece mostrato una “realtà differente”. La Merkel e Macron hanno cioè optato per una “’autonomia strategica” dell’Europa, con l’obiettivo addirittura di liberarsi dalla “protezione, durata oltre mezzo secolo, della Pax Americana”.

Il rimescolamento in atto, che potrebbe spiazzare da subito il nuovo governo americano, è sottolineato anche dal fatto che la Commissione Europea solo nel 2019 in un documento ufficiale aveva bollato la Cina come un “rivale strategico”. Non solo, quanto meno a livello potenziale, l’integrazione euro-asiatica, a cui strizza l’occhio il recente accordo tra Pechino e Bruxelles, potrebbe produrre effetti benefici anche per la Russia. Quest’ultimo paese è infatti sempre più uno snodo imprescindibile di queste dinamiche, soprattutto per via della partnership strategica costruita con la Cina.

La posizione dell’Europa non è ad ogni modo univoca sull’approccio alla Cina. Voci fermamente contrarie all’accordo si sono fatte sentire già a partire dalle ultime ore dell’anno. Le riserve più diffuse riguardano appunto l’opportunità di inviare un messaggio così ostile a Washington alla vigilia di un cambio della guardia alla Casa Bianca che dovrebbe favorire il ripristino di relazioni più distese tra USA e UE. L’argomento preferito per denunciare l’accordo con Pechino è stato poi quello della “democrazia” e dei “diritti umani”, in merito ai quali la Cina dovrebbe presumibilmente fare molto di più prima che l’Europa acconsenta a un accordo come quello appena sottoscritto.

Una delle speranze ostentate dalla stampa ufficiale cinese nei giorni scorsi è che l’accordo sugli investimenti con Bruxelles e un futuro trattato di libero scambio possano non solo evitare l’isolamento di Pechino, ma anche stabilizzare in qualche modo il capitalismo internazionale e consolidare le fondamenta della globalizzazione.

Le divisioni in Europa e la quasi certa risposta degli Stati Uniti a questi sviluppi fanno pensare piuttosto a un inasprimento delle tensioni internazionali, già alimentate dall’impatto della pandemia in corso. La questione più esplosiva e difficilmente risolvibile nel quadro attuale resta in definitiva l’integrazione pacifica di una Cina dal peso economico sempre maggiore in un sistema dominato da un’America in profonda crisi e non più in grado di conservare la propria posizione se non attraverso la forza e la minaccia militare.

Lo scontro politico e commerciale fra Usa e Cina arriva a coinvolgere TicTok, uno dei social media più diffusi fra gli adolescenti di tutto il mondo. Donald Trump ha annunciato venerdì l’intenzione di mettere al bando l’app per ragioni di sicurezza nazionale, ma c’è da scommettere che la partita non si risolverà facilmente: le implicazioni economiche sono troppe e riguardano anche uno dei colossi della Silicon Valley. Ma partiamo dall’inizio.

Domanda numero uno: cos’è TicTok? Nata nel 2016 dall'idea dell'imprenditore e informatico Zhang Yiming, l’applicazione è oggi di proprietà di Bytedance, multinazionale cinese che – secondo Reuters – è stata valutata 50 miliardi di dollari. In sostanza, TicTok è una piattaforma per la condivisione di video che si possono sincronizzare con brani musicali e arricchire di effetti (adesivi, dissolvenze, scritte). Disponibile in 75 lingue, è diffusa in 155 Paesi e il 41% dei suoi utenti ha fra i 16 e i 24 anni. In tutto, è stata scaricata oltre due miliardi di volte e conta circa 800 milioni di profili attivi, di cui decine di milioni negli Stati Uniti.

Domanda numero due: perché Trump vuole chiudere TicTok? Come per il 5G targato Huawei, gli Usa temono che la tecnologia cinese possa funzionare da cavallo di Troia per rubare dati, portare avanti attività di spionaggio e manipolare l’opinione pubblica. Non si tratta di preoccupazioni infondate: essendo di proprietà cinese, l’applicazione è soggetta alle leggi di Pechino che – in caso di necessità – impongono alle aziende private di collaborare con le agenzie d’intelligence del governo. Per la stessa ragione, il 30 giugno TicTock è stato bandito dall’India, uno dei Paesi dove la sua diffusione era più capillare.

Dal punto di vista politico, però, un’eventuale chiusura dell’applicazione negli Usa rischia di portare a Trump più danni che benefici. I problemi sarebbero due: da un lato la reazione degli utenti, che però in gran parte sono minorenni e quindi non votano; dall’altro l’impatto economico negativo (negli ultimi tempi TicTok ha assunto personale americano tra New York, Los Angeles e Washington) in una fase già drammatica a causa del Covid (nel secondo trimestre il Pil americano è sprofondato del 32,9%, il crollo peggiore dal 1947).

La Casa Bianca potrebbe risolvere la situazione con l’aiuto di Microsoft, che deve rafforzarsi nel settore dei social network (in cui è presente solo con Linkedin) e da tempo tratta con i cinesi per acquistare una quota dell’app. Pur di evitare la messa al bando, ByteDance si è detta pronta a vendere anche il 100% delle attività di TikTok negli Stati Uniti. Se passasse nelle mani di un gruppo americano, infatti, l’applicazione non risponderebbe più alle leggi cinesi, cancellando – almeno in teoria – il rischio spionaggio. Peccato che Trump detesti Bill Gates e si sia già detto “fermamente contrario” all’acquisto dell’app da parte di Microsoft. A questo punto, rimane da capire se il Presidente americano abbia davvero il potere d’impedire un’operazione di mercato così importante, che peraltro consentirebbe di tutelare la sicurezza nazionale senza mettere a rischio posti di lavoro.


Altrenotizie.org - testata giornalistica registrata presso il Tribunale civile di Roma. Autorizzazione n.476 del 13/12/2006.
Direttore responsabile: Fabrizio Casari - f.casari@altrenotizie.org
Web Master Alessandro Iacuelli
Progetto e realizzazione testata Sergio Carravetta - chef@lagrille.net
Tutti gli articoli sono sotto licenza Creative Commons, pertanto posso essere riportati a condizione di citare l'autore e la fonte.
Privacy Policy | Cookie Policy