Le udienze in corso al Congresso di Washington per fare luce sull’attacco dei sostenitori di Trump stanno delineando un quadro preoccupante dei fatti straordinari accaduti il 6 gennaio scorso. Gli interventi più interessanti sono stati finora quelli degli ultimi giorni che hanno visto testimoniare davanti ad alcune commissioni del Senato esponenti di primo piano delle Forze Armate, del dipartimento per la Sicurezza Interna e dell’FBI. Lo scenario ricostruito ha evidenziato falle ed errori clamorosi, ma soprattutto l’atteggiamento sospetto di molti ai vertici delle agenzie responsabili della sicurezza nella capitale americana.

L’intervento di mercoledì del comandante della divisione di Washington della Guardia Nazionale, generale William Walker, ha fatto emergere le decisioni sconcertanti del numero uno del Pentagono al momento dei fatti, Christopher Miller, e dell’allora segretario dell’Esercito, Ryan McCarthy. Walker ha parlato di “restrizioni insolite” e “ritardi” inspiegabili nel dispiegamento di uomini a “Capitol Hill”, nonostante i segnali di pericolo circolati alla vigilia e la gravità della situazione nelle prime ore del pomeriggio del 6 gennaio.

Alle 13.49 di quel giorno, il comandante del corpo di polizia del Congresso, Steven Sund, aveva chiesto disperatamente l’intervento della Guardia Nazionale al generale Walker. Quest’ultimo si era allora rivolto a due generali, ma entrambi avevano respinto la richiesta proveniente dal Congresso. La giustificazione ufficiale era il problema di immagine che l’intervento di militari in un luogo così sensibile avrebbe generato. Lo stesso Walker, in risposta alla domanda di un senatore, ha però confermato come simili scrupoli non erano mai emersi durante le proteste contro le violenze della polizia la scorsa estate, quando l’impiego della Guardia Nazionale era stato tempestivo e diffuso.

Il generale Walker ha poi spiegato come fosse stato “insolitamente” privato della sua normale autorità di ordinare unilateralmente il dispiegamento degli uomini sotto il suo comando nella giornata del 4 gennaio. L’ordine era arrivato dai segretari Miller e McCarthy e imponeva la richiesta di autorizzazione addirittura anche per eventuali azioni di auto-difesa. Circa 155 uomini comandati da Walker avrebbero potuto essere operativi già dopo 20 minuti dalla richiesta della polizia del Congresso. Invece, il via libera sarebbe arrivato solo alle 17.08, cioè con un ritardo di tre ore e 19 minuti che lasciarono il generale Walker “sconvolto e frustrato”.

In questo periodo di tempo, durante il quale i rivoltosi avevano cercato di prendere il controllo del Congresso per fermare la certificazione della vittoria di Joe Biden, erano andate in scena con ogni probabilità accese discussioni tra la Casa Bianca e i vertici delle forze armate per decidere il da farsi. Il contenuto di esse e le responsabilità dei protagonisti restano però sconosciuti e, al momento, appare improbabile che i senatori democratici, per non parlare di quelli repubblicani, decidano di chiamare a testimoniare gli ex membri del gabinetto Trump.

Le ricostruzioni del comandante della Guardia Nazionale di Washington e degli altri testimoni confermano dunque i sospetti soprattutto su alcune personalità nominate da Trump, spesso nei giorni successivi alla sua sconfitta elettorale. In particolare sull’ultimo segretario alla Difesa dell’amministrazione repubblicana, Christopher Miller, piazzato al vertice del Pentagono nel quadro di una maxi purga che aveva coinvolto anche il suo predecessore, Mark Esper, finito sulla lista nera di Trump qualche mese prima per avere espresso parere negativo all’invio dell’esercito per reprimere le proteste contro la brutalità della polizia.

Trump, in altre parole, aveva cercato di installare fedelissimi in varie posizioni di governo, pronti ad assecondare le sue trame eversive per ribaltare con la forza l’esito delle elezioni presidenziali. Uno dei due generali che negarono inizialmente la richiesta di aiuti della polizia del Congresso era inoltre Charles Flynn, fratello dell’ex consigliere per la Sicurezza Nazionale di Trump, Michael Flynn, che poco prima dei fatti del 6 gennaio aveva invocato la legge marziale e la ripetizione del voto sotto il controllo dell’esercito negli stati vinti di misura da Biden.

Le dichiarazioni di Walker hanno confermato quanto avevano affermato settimana scorsa sia il già citato Steven Sund, ex comandante della polizia del Congresso, sia il numero uno della polizia della città di Washington, Robert Contee. Entrambi si erano detti “sbalorditi” dalla passività del Pentagono di fronte alla richiesta di rinforzi da inviare a “Capitol Hill”, anche davanti a una situazione sul punto di degenerare.

I fatti descritti vanno collegati alle dichiarazioni di martedì, sempre al Senato, del direttore dell’FBI, Christopher Wray, soprattutto perché smentiscono ancora una volta e, attraverso una voce più che autorevole, la versione della “sorpresa” e della “imprevedibilità” dell’attacco del 6 gennaio seguito a un infuocato comizio di Trump. Wray ha definito l’episodio un attacco “coordinato e pianificato” da parte di “milizie estremiste”. Lo stesso direttore della polizia federale USA ha poi smentito le teorie, proposte da svariati politici repubblicani e dagli ambienti di estrema destra, che il blitz al Congresso sia stato una provocazione di gruppi di sinistra, come “Antifa”, per farne ricadere la colpa di Trump.

L’FBI aveva inoltre distribuito prima del 6 gennaio alla polizia del Congresso e a quella di Washington rapporti di intelligence sul pericolo di azioni violente, anche se lo stesso “Bureau” non aveva tuttavia emesso un’allerta formale circa la minaccia che incombeva in concomitanza con la certificazione dell’esito del voto del 3 novembre 2020. Quest’ultima “mancanza” rappresenta uno degli aspetti più oscuri e inquietanti della vicenda e non è stato chiarito dalla testimonianza di Wray. Come già per gli ambienti delle forze armate, restano quindi molti dubbi sulle eventuali complicità con i piani di Trump anche all’interno dell’FBI.

La questione è ancora più rilevante se si pensa che la polizia federale ha senza dubbio una rete di informatori o infiltrati nelle varie milizie di estrema destra americane, alcune delle quali protagoniste dirette dell’assalto del 6 gennaio. A questo particolare è stato fatto un riferimento piuttosto chiaro durante l’audizione di Wray, quando la senatrice democratica Amy Klobuchar si è rammaricata per la presunta assenza di infiltrati nelle milizie fasciste filo-trumpiane, che avrebbero potuto contribuire a sventare l’attacco. In realtà, nelle scorse settimane la stampa USA aveva rivelato come il leader di uno di questi di gruppi (“Proud Boys”) fosse stato almeno nel recente passato un informatore dell’FBI.

La minaccia dell’estrema destra è in ogni caso ancora reale e crescente in parallelo al persistere del controllo sul Partito Repubblicano di Donald Trump e delle forze ultra-reazionarie. Lo stesso Christopher Wray ha avvertito che il “terrorismo domestico”, cioè di matrice neo-fascista, sta dilagando in tutto il paese. Infatti, mentre erano in corso le ultime udienze al Senato, l’FBI e il dipartimento per la Sicurezza Interna hanno diffuso un comunicato su un possibile nuovo attacco di formazioni estremiste contro il Congresso per la giornata di giovedì.

Il leader di maggioranza alla Camera dei Rappresentanti, Steny Hoyer, ha di conseguenza deciso lo stop dei lavori per questa settimana. Il solo fatto che il Congresso abbia dovuto chiudere e cancellare le proprie sedute, nonostante gli oltre cinquemila uomini della Guardia Nazionale tuttora dispiegati a Washington, la dice lunga sulla profondità della crisi e sulla concretezza della minaccia che continua a incombere sulle istituzioni americane dopo gli eventi senza precedenti del 6 gennaio scorso.

Le aspettative che si erano create alla vigilia della pubblicazione da parte dell’amministrazione Biden di un rapporto della CIA sul brutale assassinio del giornalista saudita, Jamal Khashoggi, sono andate in larga misura deluse. Il responsabile ultimo dell’uccisione e dello smembramento del cadavere del giornalista “dissidente”, sparito dentro l’ambasciata saudita di Istanbul nell’ottobre del 2018, è stato indicato anche dall’intelligence americana nell’erede al trono, Mohammed bin Salman (MBS). Tuttavia, i provvedimenti già presi e che verranno valutati in futuro da Washington non prefigurano un rimescolamento sostanziale delle relazioni tra i due alleati, bensì, al massimo, un riassestamento di natura tattica, in grado comunque di creare qualche sussulto in Medio Oriente e all’interno della casa regnante a Riyadh.

La decisione di declassificare il rapporto su Khashoggi, tenuto segreto da Trump, si è accompagnata all’imposizione di sanzioni nei confronti di alcune personalità del regno coinvolte nella vicenda e, più in generale, facenti parte di uno speciale team, alle dirette dipendenze del principe MBS, con l’incarico di perseguire i dissidenti sauditi riparati all’estero. La Casa Bianca ha poi avvisato che una nuova dichiarazione sul caso Khashoggi sarebbe stata emessa lunedì, ma ha allo stesso tempo escluso ulteriori iniziative di un qualche rilievo oltre a quelle già adottate nel fine settimana. La promessa fatta da Biden circa la possibilità di “cambiamenti sostanziali” nell’approccio USA all’Arabia Saudita è rimasta quindi prevedibilmente disattesa.

La retorica della nuova amministrazione americana è stata in ogni caso piuttosto accesa, tanto da far pensare a un messaggio inequivocabile rivolto a Riyadh circa l’insofferenza per il comportamento degli alleati sauditi. Che il fermento stia andando in scena anche lontano dai riflettori è stato confermato dalla portavoce della Casa Bianca, Jen Psaki, che in un’intervista a FoxNews ha rivelato che “dietro le quinte sono in corso molteplici conversazioni diplomatiche”.

Se è facilmente scartabile l’ipotesi di un qualche interesse genuino di Biden per la sorte di Khashoggi o per i metodi raccapriccianti attuati dal regime di Riyadh contro i propri oppositori, la domanda fondamentale da porre riguarda i veri motivi della mossa decisa a Washington per mettere sotto pressione i vertici sauditi. L’insistenza sulla necessità di “ricalibrare” i rapporti bilaterali riassume forse le intenzioni americane, ma la sostanza resta tutta da definire.

Settimana scorsa era circolata la notizia del proposito del presidente USA di dialogare solo con il sovrano saudita, Salman, lasciando intendere la possibile emarginazione di MBS. A livello teorico, una presa di posizione di questo genere avrebbe implicazioni non indifferenti. Tuttavia, la percorribilità dell’opzione avanzata dalla Casa Bianca è quanto meno dubbia. L’85enne re saudita è già oggi in condizioni di salute estremamente precarie e, oltre ad avere egli stesso molti problemi a sostenere impegni politici e diplomatici, ha da tempo delegato buona parte di poteri e responsabilità al figlio Mohammed bin Salman.

Il portafoglio gestito da quest’ultimo è cioè talmente ampio da rendere problematico l’impegno americano di bypassarlo e discutere esclusivamente con il sovrano. Sempre le condizioni di re Salman rendono anche molto probabile un avvicendamento a favore di MBS sul trono in tempi brevi, con la conseguente definitiva impraticabilità del proposito di Biden. Tutto ciò a meno di clamorosi sviluppi, come lo stravolgimento della linea di successione al trono, forse desiderata da una parte dell’apparato di potere USA. Quando MBS venne scelto come principe ereditario dal padre nel 2017, in molti a Washington accolsero la notizia con irritazione, soprattutto negli ambienti dell’intelligence, dove il cavallo preferito era il principe Mohammed bin Nayef, ex ministro degli Interni e considerato molto vicino alla CIA.

Questa ipotesi non è comunque di facile attuazione, visto il consolidamento del potere da parte di MBS in questi anni, né è detto che rappresenti l’obiettivo dell’amministrazione Biden, nonostante le preferenze di Langley. Resta il fatto che le stanze reali a Riyadh sono pervase da un certo nervosismo fin dalla sconfitta elettorale di Trump, con il quale i leader sauditi avevano goduto di un trattamento decisamente privilegiato.

In risposta ai segnali lanciati da Biden ancora in campagna elettorale, Riyadh ha fatto recentemente alcuni passi per creare le condizioni di un dialogo più disteso con l’amministrazione americana entrante. Anche se nessuna di queste iniziative ha cambiato significativamente la natura delle politiche regionali saudite, tantomeno quelle domestiche, è apparso evidente il tentativo di mostrare una qualche flessibilità a Washington. I leader sauditi hanno così ad esempio attenuato la ferma opposizione al ritorno degli USA nell’accordo sul nucleare iraniano (JCPOA), mentre si sono detti disponibili a studiare una soluzione diplomatica al conflitto nello Yemen e si sono mossi per risolvere la crisi con il Qatar. Sul fronte interno, invece, qualche timidissima misura è stata implementata per creare un sistema giudiziario civile da affiancare alla legge islamica.

È probabile però che da Riyadh ci si aspettasse un passo indietro di Biden sulla pubblicazione del rapporto relativo alla morte di Khashoggi. Infatti, una volta apparso chiaro che la Casa Bianca intendeva comunque procedere in questa direzione, sono iniziati a circolare commenti dai toni non esattamente concilianti sui media controllati dal regime. Il messaggio generale è difficile da equivocare, avendo quasi sempre a che fare con l’ipotesi di una diversificazione della politica estera saudita in caso di irrigidimento di Washington.

L’avvertimento recapitato al governo americano va al cuore del dilemma in cui si trova l’amministrazione Biden. Gli stenografi della casa regnante hanno infatti ricordato i rapporti coltivati in questi anni da Riyadh e, in particolare, da Mohammed bin Salman con Russia e Cina in vari ambiti, da quello delle forniture militari a quello energetico. Relazioni e partnership che minacciano di essere approfondite a discapito degli Stati Uniti se dovesse persistere l’ostilità evidenziata, per il momento solo a livello retorico, in questa fase iniziale del mandato di Biden.

Il presidente democratico è dunque costretto a muoversi con prudenza. Da un lato, la freddezza nei confronti di MBS è dovuta principalmente alla sua intraprendenza nell’implementazione di una politica estera relativamente indipendente e, dall’altro, all’oggettivo ostacolo rappresentato da Riyadh ad alcuni obiettivi della nuova amministrazione in Medio Oriente, dal rientro nel JCPOA alla conclusione della guerra nello Yemen fino alla proiezione di un’immagine di potenza rispettosa dei diritti civili e democratici. Allo stesso tempo, l’Arabia Saudita resta un cardine della politica mediorientale di Washington e gli intrecci strategici, militari e petroliferi sono ormai consolidati.

Le frecce all’arco di Biden restano quindi limitate e non sembrano essere in molti a credere in un atteggiamento inflessibile del presidente o a una rottura con Riyadh. Emblematico, a questo proposito, è quanto accaduto una settimana fa dopo che la Casa Bianca aveva annunciato la sospensione alle vendite più “rilevanti”di armi al regime del Golfo, ufficialmente a causa dei ripetuti massacri avvenuti nel campo di battaglia dello Yemen. Pochi giorni più tardi, il colosso dell’industria bellica USA, Lockheed Martin, aveva siglato un accordo con le forze armate del regno per la creazione di una joint venture destinata a sviluppare le capacità produttive e difensive saudite.

L’accordo sugli investimenti raggiunto il penultimo giorno dell’anno tra Cina e Unione Europea ha rappresentato una sorpresa particolarmente sgradita per il governo americano e, in particolare, per l’amministrazione entrante del presidente-eletto Joe Biden. L’intesa, che sembrava in pieno stallo appena un paio di mesi fa, potrebbe infatti aggravare le tensioni tra le due sponde dell’Atlantico proprio mentre l’uscita di scena di Trump prospettava a Washington la possibilità di costruire un fronte comune con gli alleati per contenere la minaccia cinese.

I negoziati erano in corso da parecchi anni, ma le differenze che apparivano quasi insormontabili sono state superate nell’arco di poche settimane soprattutto, secondo quanto riportato dai media, grazie all’impegno diretto del presidente cinese, Xi Jinping, e della cancelliera tedesca Merkel, con il pieno appoggio di Macron e della numero uno della Commissione Europea, Ursula von der Leyen.

L’accordo dovrà essere ratificato dai singoli parlamenti dei paesi UE prima di entrare in vigore e, in tal caso, rafforzerà i legami economici tra Bruxelles e Pechino, spianando la strada a quello che sarà probabilmente il passo successivo, vale a dire un trattato di libero scambio. A dare la spinta decisiva sono stati due fattori. Il primo è il voto per le presidenziali USA dello scorso novembre e il successivo periodo di transizione tra le due amministrazioni, mentre l’altro è l’avvicinarsi della fine del semestre tedesco alla presidenza dell’Unione.

Quest’ultimo elemento ha messo in chiaro quale sia la posta in gioco per il governo di Berlino, ben deciso a far valere la propria autonomia strategica dagli Stati Uniti, in particolare riguardo alla promozione degli interessi del capitalismo tedesco, orientato sempre più verso il mercato cinese. L’autorità ulteriore garantita dalla leadership provvisoria dell’UE, assieme alla finestra temporale tra la sconfitta di Trump e l’insediamento di Biden, hanno dato, come spiegava qualche giorno fa un commento del francese Le Monde, una “opportunità unica” a una Germania convinta dalla pandemia della necessità “urgente di rafforzare la sovranità europea… nel pieno dello scontro tra Washington e Pechino”.

Proprio la concomitanza dell’accordo con la vittoria di Biden e l’impegno dell’ex vice-presidente democratico per rinsaldare le alleanze in Occidente, al fine di contrastare le spinte centrifughe e multipolari, testimonia della presenza di forze formidabili dentro la classe dirigente europea che spingono per l’implementazione di politiche “indipendenti” e potenzialmente in conflitto con gli Stati Uniti, al di là degli orientamenti dell’inquilino della Casa Bianca.

Queste dinamiche rispondono d’altra parte a fattori oggettivi e non dipendono solo dalle tendenze personali di Trump. Da Parigi a Berlino, i leader delle principali potenze economiche europee ritengono evidentemente che negli USA la strada del nazionalismo spinto difficilmente verrà abbandonata del tutto. La minaccia alla coesione della NATO, la guerra commerciale anche contro gli alleati e l’arma delle sanzioni economiche dirette verso paesi con cui Bruxelles non intende rompere (Cina, Russia, Iran) rischiano di restare a lungo in cima all’agenda di qualsiasi governo USA perché sono in definitiva una reazione alla declinante posizione internazionale di Washington.

L’accordo sugli investimenti è dunque in primo luogo una decisione politica da parte dell’Europa, il cui business intende però sfruttare le occasioni di profitto offerte dalla Cina, praticamente l’unica potenza economica mondiale in grado di far segnare tassi di crescita positivi per l’anno 2020. Secondo i termini concordati, le compagnie europee di svariati settori avranno accesso senza precedenti al mercato cinese, ad esempio senza l’obbligo di operare in regime di “joint venture” o di condividere tecnologie e proprietà intellettuale. Ancora, a livello teorico il governo di Pechino non potrà fare discriminazioni tra le aziende europee e quelle statali domestiche nell’assegnazione di appalti.

La Cina si impegna inoltre a rispettare i termini dell’accordo sul clima di Parigi e a ratificare le convenzioni internazionali contro il lavoro forzato. Questa promessa, già denunciata come improbabile dagli oppositori dell’intesa con l’UE, serve a limitare la valanga di accuse, in larga misura strumentali, relative alla presunta esistenza di campi di lavoro nella regione a maggioranza musulmana dello Xinjiang.

Da parte sua, la Cina otterrà più ampie possibilità di investimento in Europa, dal settore manifatturiero a quello energetico. Anche in questo caso, tuttavia, i benefici saranno soprattutto politici. È quasi unanime il giudizio degli osservatori sui vantaggi di natura geopolitica che deriveranno per Pechino. L’accordo del 30 dicembre e, ancora di più, un eventuale trattato di libero scambio con l’Europa implicano la rottura dell’isolamento in cui gli Stati Uniti intendono forzare la Cina, sia attraverso la guerra commerciale unilaterale di Trump sia, in prospettiva, con il compattamento del fronte occidentale auspicato da Biden.

Ampiamente citato dai media internazionali è stato nei giorni scorsi il commento all’accordo dell’analista Noah Barkin. Quest’ultimo lo ha definito uno “schiaffo” all’amministrazione democratica entrante, intenzionata a “riparare i legami transatlantici e a lavorare in sintonia con l’Europa per far fronte alle sfide strategiche” proposte da Pechino. La rapidità con cui l’accordo sugli investimenti è stato finalizzato nelle ultime settimane dell’anno indica precisamente il desiderio dei leader europei di mettere Biden davanti al fatto compiuto, anticipando le iniziative comuni che la sua amministrazione avrebbe adottato in funzione anti-cinese.

I tempi dell’accordo e la determinazione da parte europea sono ancora più sorprendenti, nonché altamente significativi, se si pensa che i futuri membri del gabinetto Biden avevano orchestrato una vera e propria campagna per impedire la stipula dell’accordo, puntando con ogni probabilità sugli ambienti più filo-americani da questa parte dell’Atlantico.

Il prossimo consigliere per la Sicurezza Nazionale USA, Jake Sullivan, era stato il più esplicito in questo senso. Il 22 dicembre aveva scritto su Twitter che “l’amministrazione Biden-Harris gradirebbe consultarsi precocemente con i propri partner europei in merito alle preoccupazioni comuni derivanti dalle pratiche economiche cinesi”. Sempre Sullivan, in una più recente intervista alla CNN, aveva inoltre espresso la volontà di superare le incomprensioni con gli alleati sorte durante la presidenza Trump, allo scopo di “creare un’agenda comune” sulle questioni legate ai problemi sollevati dalla minaccia di Pechino.

Manifestando tutta l’apprensione degli ambienti USA vicini al Partito Democratico, l’editorialista del Washington Post, Ishaan Tharoor, ha spiegato che l’annuncio dell’accordo sugli investimenti tra Cina e UE ha invece mostrato una “realtà differente”. La Merkel e Macron hanno cioè optato per una “’autonomia strategica” dell’Europa, con l’obiettivo addirittura di liberarsi dalla “protezione, durata oltre mezzo secolo, della Pax Americana”.

Il rimescolamento in atto, che potrebbe spiazzare da subito il nuovo governo americano, è sottolineato anche dal fatto che la Commissione Europea solo nel 2019 in un documento ufficiale aveva bollato la Cina come un “rivale strategico”. Non solo, quanto meno a livello potenziale, l’integrazione euro-asiatica, a cui strizza l’occhio il recente accordo tra Pechino e Bruxelles, potrebbe produrre effetti benefici anche per la Russia. Quest’ultimo paese è infatti sempre più uno snodo imprescindibile di queste dinamiche, soprattutto per via della partnership strategica costruita con la Cina.

La posizione dell’Europa non è ad ogni modo univoca sull’approccio alla Cina. Voci fermamente contrarie all’accordo si sono fatte sentire già a partire dalle ultime ore dell’anno. Le riserve più diffuse riguardano appunto l’opportunità di inviare un messaggio così ostile a Washington alla vigilia di un cambio della guardia alla Casa Bianca che dovrebbe favorire il ripristino di relazioni più distese tra USA e UE. L’argomento preferito per denunciare l’accordo con Pechino è stato poi quello della “democrazia” e dei “diritti umani”, in merito ai quali la Cina dovrebbe presumibilmente fare molto di più prima che l’Europa acconsenta a un accordo come quello appena sottoscritto.

Una delle speranze ostentate dalla stampa ufficiale cinese nei giorni scorsi è che l’accordo sugli investimenti con Bruxelles e un futuro trattato di libero scambio possano non solo evitare l’isolamento di Pechino, ma anche stabilizzare in qualche modo il capitalismo internazionale e consolidare le fondamenta della globalizzazione.

Le divisioni in Europa e la quasi certa risposta degli Stati Uniti a questi sviluppi fanno pensare piuttosto a un inasprimento delle tensioni internazionali, già alimentate dall’impatto della pandemia in corso. La questione più esplosiva e difficilmente risolvibile nel quadro attuale resta in definitiva l’integrazione pacifica di una Cina dal peso economico sempre maggiore in un sistema dominato da un’America in profonda crisi e non più in grado di conservare la propria posizione se non attraverso la forza e la minaccia militare.

Lo scontro politico e commerciale fra Usa e Cina arriva a coinvolgere TicTok, uno dei social media più diffusi fra gli adolescenti di tutto il mondo. Donald Trump ha annunciato venerdì l’intenzione di mettere al bando l’app per ragioni di sicurezza nazionale, ma c’è da scommettere che la partita non si risolverà facilmente: le implicazioni economiche sono troppe e riguardano anche uno dei colossi della Silicon Valley. Ma partiamo dall’inizio.

Domanda numero uno: cos’è TicTok? Nata nel 2016 dall'idea dell'imprenditore e informatico Zhang Yiming, l’applicazione è oggi di proprietà di Bytedance, multinazionale cinese che – secondo Reuters – è stata valutata 50 miliardi di dollari. In sostanza, TicTok è una piattaforma per la condivisione di video che si possono sincronizzare con brani musicali e arricchire di effetti (adesivi, dissolvenze, scritte). Disponibile in 75 lingue, è diffusa in 155 Paesi e il 41% dei suoi utenti ha fra i 16 e i 24 anni. In tutto, è stata scaricata oltre due miliardi di volte e conta circa 800 milioni di profili attivi, di cui decine di milioni negli Stati Uniti.

Domanda numero due: perché Trump vuole chiudere TicTok? Come per il 5G targato Huawei, gli Usa temono che la tecnologia cinese possa funzionare da cavallo di Troia per rubare dati, portare avanti attività di spionaggio e manipolare l’opinione pubblica. Non si tratta di preoccupazioni infondate: essendo di proprietà cinese, l’applicazione è soggetta alle leggi di Pechino che – in caso di necessità – impongono alle aziende private di collaborare con le agenzie d’intelligence del governo. Per la stessa ragione, il 30 giugno TicTock è stato bandito dall’India, uno dei Paesi dove la sua diffusione era più capillare.

Dal punto di vista politico, però, un’eventuale chiusura dell’applicazione negli Usa rischia di portare a Trump più danni che benefici. I problemi sarebbero due: da un lato la reazione degli utenti, che però in gran parte sono minorenni e quindi non votano; dall’altro l’impatto economico negativo (negli ultimi tempi TicTok ha assunto personale americano tra New York, Los Angeles e Washington) in una fase già drammatica a causa del Covid (nel secondo trimestre il Pil americano è sprofondato del 32,9%, il crollo peggiore dal 1947).

La Casa Bianca potrebbe risolvere la situazione con l’aiuto di Microsoft, che deve rafforzarsi nel settore dei social network (in cui è presente solo con Linkedin) e da tempo tratta con i cinesi per acquistare una quota dell’app. Pur di evitare la messa al bando, ByteDance si è detta pronta a vendere anche il 100% delle attività di TikTok negli Stati Uniti. Se passasse nelle mani di un gruppo americano, infatti, l’applicazione non risponderebbe più alle leggi cinesi, cancellando – almeno in teoria – il rischio spionaggio. Peccato che Trump detesti Bill Gates e si sia già detto “fermamente contrario” all’acquisto dell’app da parte di Microsoft. A questo punto, rimane da capire se il Presidente americano abbia davvero il potere d’impedire un’operazione di mercato così importante, che peraltro consentirebbe di tutelare la sicurezza nazionale senza mettere a rischio posti di lavoro.

Un thriller all'italiana quello proposto da Milena Cocozza in Letto N. 6. La dottoressa Bianca Valentino (Carolina Crescentini) viene assunta in un ospedale pediatrico per coprire i turni di notte in reparto. Bianca si ritrova immersa in un ambiente che dietro la sua immagine rassicurante nasconde un terrificante segreto legato al suo passato di manicomio infantile. Il fantasma di un bambino si aggira tra i corridoi tormentandola e trasformando le sue notti in clinica in un incubo senza fine che giorno dopo giorno sta per diventare realtà.

“Letto N. 6 – afferma l'esordiente regista - nasce da un soggetto dei Manetti bros. in cui mi sono immediatamente calata grazie al fascino che suscitano in me le storie di fantasmi e più in generale quelle avvolte da misteriose energie. Il mio approccio, personale e registico, è stato quindi quello di raccontare una storia sovraumana collocandola in un contesto realistico e credibile. La Roma dei nostri giorni, personaggi con una forte connotazione naturalistica, il tema della maternità e degli ostacoli lavorativi che una donna deve affrontare se non vuole rinunciare non solo al lavoro stesso, ma anche alla carriera. Ma anche la debolezza umana e i danni, talvolta irreparabili, che questa debolezza porta con sé. Tutto questo inserito nel 'genere' che pur avendo degli stilemi riconosciuti, rappresenta una scommessa interessantissima per interpretare gli stereotipi all’interno dei quali si muove il racconto”.

Un film che avrebbe avuto anche delle buone potenzialità per centrate l'obiettivo, ma che risulta troppo lungo e con una sceneggiatura per nulla snella e piuttosto ripetitiva.

Buono l'uso delle musiche, firmate da Motta, che aiutando a creare quella giusta tensione, tipica di questo genere.

Letto N. 6 (Italia 2020)

Regia: Milena Cocozza

Soggetto: Manetti bros. Michelangelo La Neve

Sceneggiatura: Michelangelo La Neve con la collaborazione di Cristiano Brignola

Musiche: Motta

Prodotto da: Carlo Macchitella, Manetti bros.


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