Pericolosi venti di guerra continuano a soffiare insistentemente sull’Iran a causa delle macchinazioni e delle ripetute provocazioni messe in atto dall’amministrazione Trump. In contemporanea con l’improvvisa visita a Bruxelles del segretario di Stato USA, Mike Pompeo, gli alleati americani nel Golfo Persico hanno sondato il terreno per la creazione di un casus belli utile a una possibile aggressione contro la Repubblica Islamica. A Washington, invece, sembrano fervere i preparativi per una possibile nuova guerra rovinosa in Medio Oriente.

 

Martedì, il New York Times ha riportato la notizia di una riunione segreta, avvenuta settimana scorsa, durante la quale il segretario alla Difesa, Patrick Shanahan, avrebbe presentato un piano bellico che prevede il dispiegamento fino a 120 mila uomini da parte degli Stati Uniti in caso di scontro con l’Iran. Ufficialmente, questa opzione si riferirebbe a uno scenario nel quale Teheran dovesse attaccare gli interessi americani in Medio Oriente, anche se in realtà il piano non ha nulla di difensivo.

 

A chiedere al Pentagono i piani di guerra è stato il “super-falco” John Bolton, consigliere per la Sicurezza Nazionale di Trump, e, secondo le stesse fonti del Times, non è da escludere che l’iniziativa sia esclusivamente di quest’ultimo o che lo stesso presidente sia stato tenuto all’oscuro dei dettagli delle operazioni allo studio.

 

All’interno del governo americano persistono profonde divisioni su una possibile avventura bellica a dir poco folle. Svariati esperti militari informati del piano dal New York Times hanno espresso sbalordimento a proposito del contingente militare che potrebbe essere impiegato. Il numero di soldati in questione si avvicinerebbe infatti a quello utilizzato per l’invasione dell’Iraq nel 2003 e implica un dispiegamento di forze e mezzi tali da prefigurare il coinvolgimento in un conflitto cruento e di lunga durata.

 

Sui media ufficiali e nelle stanze del potere USA si è intensificata da qualche tempo la campagna di aperta propaganda contro l’Iran. Questo paese deve cioè essere dipinto come una minaccia e sul punto di aggredire gli Stati Uniti o i loro alleati, in modo da preparare il terreno tra l’opinione pubblica americana per una prossima aggressione militare, esattamente come avvenne alla vigilia della guerra contro Saddam Hussein.

 

L’unica reale minaccia a ciò che resta della pace in Medio Oriente è rappresentata però proprio dagli Stati Uniti. Tutte le finte notizie, gli avvertimenti e le intimidazioni provenienti da Washington servono esclusivamente a fabbricare una qualsiasi provocazione che spinga gli USA e l’Iran verso la guerra.

 

L’esempio più recente di questa strategia è il polverone suscitato dagli attacchi che avrebbero subito questa settimana alcune petroliere appartenenti all’Arabia Saudita e agli Emirati Arabi nelle acque del Golfo Persico. La notizia ha presentato da subito aspetti poco chiari, come ad esempio la relativa modestia dei danni provocati alle imbarcazioni, e ha tutta l’aria di essere una “false flag” da sfruttare per far salire le pressioni sull’Iran, se non per giustificare un attacco militare. D’altra parte, l’operazione è avvenuta guarda caso pochi giorni dopo che i vertici militari USA avevano avvertito di possibili attacchi da parte iraniana contro navi commerciali nell’area del Golfo.

 

I governi teoricamente vittime di questo “attentato”, incluso quello degli Stati Uniti verso cui era diretto il greggio che avrebbero dovuto imbarcare le petroliere, non hanno incolpato esplicitamente Teheran, ma hanno lasciato intendere che l’indiziato numero uno è proprio la Repubblica Islamica. Indagini sarebbero in corso per fare chiarezza sull’accaduto e tutto fa pensare che le “prove” definitive potrebbero essere presentate nel momento in cui i preparativi saranno ultimati per attaccare l’Iran o, quanto meno, per passare alla fase successiva della campagna contro questo paese.

 

L’episodio delle petroliere avrebbe dovuto servire anche al segretario di Stato Pompeo per convincere i governi europei ad allinearsi alle posizioni americane sull’Iran. A Bruxelles, invece, l’ex direttore della CIA ha trovato a dir poco freddezza tra gli alleati. L’irrigidimento della Casa Bianca nei confronti dell’Iran non sembra infatti avere fatto cambiare idea all’Europa, da dove ufficialmente si cerca di tenere in vita l’accordo di Vienna sul nucleare (JCPOA), da cui Trump è uscito unilateralmente nel maggio 2018, e si chiede un abbassamento delle tensioni sull’asse Washington-Teheran.

 

Dal lato pratico, Parigi, Londra, Berlino e Bruxelles hanno però poche armi per resistere all’offensiva anti-iraniana dell’amministrazione Trump. Lo stesso strumento finanziario (INSTEX) messo in piedi per aggirare le sanzioni USA e continuare a fare limitati affari con Teheran stenta a diventare operativo, mentre l’ultimatum lanciato settimana scorsa dal presidente Rouhani, con lo scopo di invitare l’Europa ad adoperarsi per salvare l’accordo di Vienna, rischia seriamente di cadere nel vuoto.

 

Ciononostante, le dichiarazioni pubbliche dei leader europei dopo l’incontro con Pompeo hanno mostrato poca o nessuna simpatia per la linea USA. La responsabile della politica estera EU, Federica Mogherini, ha ad esempio invitato alla “massima moderazione” e a “evitare qualsiasi escalation militare”. L’Europa, ha aggiunto la Mogherini, “continua ad appoggiare totalmente l’accordo” di Vienna e si impegna a implementare “nelle prossime settimane” il già ricordato INSTEX per permettere la prosecuzione degli scambi commerciali tra l’Iran e il vecchio continente.

 

I piani di guerra appena rivelati dalla stampa americana si sommano comunque alle iniziative prese da Washington la scorsa settimana, volte ufficialmente a far fronte a minacce di attacchi provenienti da Teheran. Su questo punto aveva insistito il governo USA, amplificato dai media “mainstream”, utilizzando inverosimili informazioni di intelligence raccolte in Iran e che, secondo alcuni, arriverebbero diritte dai servizi segreti israeliani.

 

Tutto ciò era servito a giustificare il posizionamento di nuove forze militari in Medio Oriente, tra cui la portaerei USS Lincoln nel Mar Rosso e un bombardiere B-52s presso la base americana di Al Udeid, in Qatar. L’urgenza ostentata dal governo USA nell’annunciare queste misure era anch’essa diretta ad alimentare il senso di imminenza di un attacco contro l’Iran, com’è accaduto con la stessa visita improvvisata di Pompeo in Europa, avvenuta subito dopo la cancellazione di un già programmato viaggio a Mosca del segretario di Stato americano.

 

Gli Stati Uniti sembrano essere dunque sul punto di scatenare un’altra guerra criminale in Medio Oriente, dopo che il ritorno della galassia “neo-con” alla Casa Bianca con il presidente Trump ha riportato al centro della politica estera americana la questione del cambio di regime a Teheran. Anche se presentata come una risposta alle attività maligne della Repubblica Islamica in Medio Oriente, oppure talvolta alla volontà persistente di questo paese di ottenere armi nucleari, le ragioni dell’aggressione di Washington risiedono sempre in questioni di natura strategica e di controllo delle risorse energetiche della regione.

 

La determinazione con cui una parte della classe dirigente USA, quella con le tendenze più marcatamente criminali, continua a perseguire il miraggio della distruzione del regime di Teheran è anche aumentata con il progredire dei processi multipolari in atto su scala globale e il conseguente emergere di potenze rivali e progetti di integrazione economico-commerciali che minacciano la posizione internazionale americana.

 

In primo luogo, l’Iran ha rappresentato per quattro decenni il fulcro della resistenza anti-americana nella regione mediorientale ed euro-asiatica. Inoltre, questo paese è sempre più anche lo snodo cruciale degli ambiziosi piani infrastrutturali cinesi sulla rotta Asia-Europa. La Repubblica Islamica è infine il principale partner di Mosca in Medio Oriente, garantendo un appoggio determinante per gli interessi russi in termini di influenza sugli equilibri strategici e sulle politiche energetiche, con particolare riferimento, per quest’ultimo aspetto, alla crescente tendenza a rinunciare al dollaro nelle transazioni petrolifere.

 

Le prospettive catastrofiche di un conflitto aperto tra Stati Uniti e Iran non consentono di minimizzare il comportamento del governo americano, nonostante anche al suo interno continuino a esserci forti resistenze a un’escalation del confronto e a una soluzione militare. A fare da freno e assieme a costituire un pericolo ancora più grave in caso di guerra è la realtà di un paese come l’Iran che, a ben vedere, appare molto diversa da quella dell’Iraq di Saddam Hussein nel 2003.

 

La Repubblica Islamica è un paese di oltre 80 milioni di abitanti con una solida struttura industriale e militare e, malgrado la propaganda ufficiale in Occidente, non è oggi isolato, ma si posiziona al centro di una rete di alleanze di fatto o tendenzialmente ostili oppure poco gradite agli Stati Uniti. Oltre al tradizionale asse con Damasco e Beirut (fronte Hezbollah), l’Iran ha consolidato i propri rapporti politici, militari ed economici con Baghdad, così come mantiene corsie preferenziali con Turchia e addirittura Qatar.

 

Pakistan, Afghanistan e India sono altri paesi che per varie ragioni, e talvolta a fasi alterne, hanno relazioni cordiali con Teheran, ma, soprattutto e come ricordato in precedenza, è la partnership di natura strategica ed energetica con Russia e Cina a fare dell’Iran un attore tutt’altro che emarginato dalle vicende internazionali e che contribuisce perciò a rendere particolarmente rischiosa la nuova assurda scommessa bellica del governo di Washington.

A un passo da quello che avrebbe dovuto essere il momento chiave della trattativa tra Stati Uniti e Cina per mettere fine alla “guerra commerciale” in atto tra le due potenze, i nodi di un delicatissimo negoziato in corso da mesi sembrano essere venuti finalmente al pettine. Tutto è iniziato con una serie di “tweet” del presidente americano Trump tra domenica e lunedì, nei quali annunciava l’intenzione di procedere con l’innalzamento delle tariffe doganali sulle importazioni dalla Cina, come minacciato già lo scorso anno prima dell’inizio delle trattative con Pechino.

 

In seguito, il responsabile delle politiche commerciali USA, il falco anti-cinese Robert Lighthizer, ha confermato il probabile aumento dei dazi dal 10% al 25% su 200 miliardi di dollari di merci provenienti dalla Cina a partire dalla mezzanotte di venerdì prossimo. Per Trump, addirittura, la tariffa del 25% sulle importazioni dalla Cina potrebbe essere poi applicata anche ad altri 325 miliardi di beni, coprendo di fatto tutto l’export di Pechino diretto verso l’America.

 

Questa mossa della Casa Bianca è considerata da molti osservatori come una tattica per aumentare le pressioni sulla Cina e consentire a Trump di scansare le critiche provenienti dall’interno e dirette contro la sua amministrazione, accusata in maniera trasversale di essere sul punto di accettare un accordo debole con Pechino, senza affrontare concretamente i problemi “strutturali” del sistema economico e industriale cinese.

 

Con la delegazione di questo paese impegnata nelle trattative attesa nei prossimi giorni negli USA, l’uscita di Trump e del suo staff rischia di avere un effetto devastante sui colloqui. Tanto più, considerando il consueto irrigidimento cinese di fronte ad atteggiamenti intimidatori dei propri interlocutori. Al momento, il governo di Pechino sembra comunque intenzionato a confermare la presenza del proprio team a Washington, ma lunedì era circolata la notizia di un possibile rinvio del prossimo round di negoziati, assieme a quella dell’assenza del numero uno della delegazione cinese, il vice-premier Liu He.

 

Secondo le ricostruzioni ufficiali degli ultimi sviluppi della questione, offerta da governo e media americani, Trump avrebbe deciso di rischiare la rottura con la Cina dopo avere ascoltato il resoconto del viaggio di settimana scorsa a Pechino del segretario al Tesoro, Steven Mnuchin, e del già ricordato Lighthizer. A detta di entrambi, il governo cinese avrebbe fatto un passo indietro in merito ad alcuni impegni presi nelle fasi precedenti del negoziato per venire incontro alle richieste americane. L’esatta natura della contesa non è stata confermata, anche se fonti non ufficiali hanno parlato di un rifiuto da parte cinese di codificare nel proprio sistema legale le condizioni stabilite nell’accordo con Washington.

 

Nuove leggi in proposito erano già state approvate qualche settimana fa dall’assemblea legislativa cinese, come quella che dovrebbe mettere fine al presunto trasferimento forzato di “know-how” tecnologico dalle aziende americane che operano in Cina a quelle indigene o al governo. Per Washington, ciò non sarebbe però sufficiente, ma Pechino vorrebbe evitare nuovi interventi di legge. La Cina preferirebbe gestire i cambiamenti concordati con gli USA attraverso direttive e regolamentazioni, cosa che la Casa Bianca respinge perché ritiene che in questo modo sia più facile aggirarne l’implementazione.

 

Al di là del merito delle accuse di “furto” di tecnologia ai danni delle compagnie USA, l’improvviso ostacolo nelle trattative è in parte da collegare all’atteggiamento dell’amministrazione Trump di fronte alle più che comprensibili attese da parte della Cina di discutere su un piano paritario e di procedere con l’adozione di misure reciproche. L’obiettivo di Washington è infatti di dettare a Pechino le proprie condizioni, non solo mantenendo i dazi fino a quando non saranno state prese le iniziative concordate, ma riservandosi il diritto di riapplicare o aumentare le tariffe doganali se ciò non accadrà e chiedendo oltretutto alla Cina di non attuare alcuna ritorsione.

 

Inutile dire che la leadership cinese ritiene imprescindibile la cancellazione dei dazi a seguito di un eventuale accordo. Il comportamento di Trump mette perciò il governo della seconda economia del pianeta in una situazione da cui non è facile districarsi. Mentre fino a pochi giorni fa si apprestava a entrare nella fase finale dei negoziati con l’aspettativa di vedere sparire i dazi, Pechino oggi si ritrova a dover trattare con la minaccia di sanzioni ancora più pesanti.

 

In questo quadro, qualsiasi mossa cinese diventa estremamente complicata. Se il negoziato dovesse naufragare, l’economia cinese potrebbe risentire in modo più o meno pesante dell’aumento delle nuove tariffe doganali e dell’inasprirsi del clima internazionale. Se, al contrario, il governo di Pechino finisse per accettare le condizioni americane, i riflessi politici interni sarebbero immediati e il cedimento ai diktat della Casa Bianca difficile da giustificare.

 

Ad ogni modo, anche la scommessa di Trump appare rischiosa, visto che fa aumentare seriamente le possibilità di un ritiro cinese dal negoziato. Il persistere o l’intensificarsi della guerra commerciale che ne deriverebbe non promette infatti nulla di buono per la stessa economia americana. Al di là dell’ostentazione da parte della Casa Bianca dei successi e degli effetti benefici del conflitto con Pechino, in questi mesi la bilancia commerciale tra i due paesi non si è ridotta significativamente, mentre i prezzi delle merci di importazione hanno fatto segnare sensibili aumenti.

 

A fare le spese di un riassetto della catena degli approvvigionamenti a livello globale, inoltre, sarebbero in primo luogo i produttori agricoli e gli operai americani, due categorie cioè decisive per il successo elettorale di Trump nel 2016. A ciò va aggiunta l’opposizione delle aziende americane penalizzate dalle politiche commerciali dell’amministrazione Repubblicana e che trovano voce nelle ripetute critiche rivolte alla Casa Bianca dalla Camera di Commercio USA. I mercati, poi, pur mostrando una certa tenuta nel clima di tensioni attuale, hanno già mostrato più volte di temere un mancato accordo e, anzi, la permanenza in territorio positivo è spesso coincisa con l’emergere di segnali confortanti dal negoziato con la Cina. Martedì, infatti, con l’addensarsi delle nubi gli indici americani hanno fatto segnare forti ribassi e, secondo quanto riportato dal network CNBC, le più importanti banche di Wall Street avrebbero invitato i propri clienti a prepararsi allo “scenario peggiore” nel quadro dello scontro tra Cina e Stati Uniti.

 

D’altro canto, l’intervento di Trump è dettato da altre necessità politiche. Il presidente americano è continuamente assediato da quei settori dei media, della politica e del governo in genere che insistono nell’imporre una linea dura alla Cina sul fronte commerciale. Non solo da destra, ma anche dal Partito Democratico e, ad esempio, dai vertici di molti sindacati, prevalgono le posizioni protezioniste e ultra-nazionaliste, essendo insistenti le voci che chiedono un accordo che pieghi le resistenze cinesi. Trump rischia pertanto di pagare un prezzo molto alto in termini elettorali se dovesse siglare un accordo al ribasso con Pechino.

 

In gioco non ci sono tanto gli squilibri commerciali tra USA e Cina, come dimostra il fatto che quest’ultimo paese già agli inizi dello scontro con Washington si era mostrato più che disponibile ad aumentare la quota di importazioni americane. Il nodo centrale resta piuttosto la crescita tecnologica e industriale cinese. Essa rappresenta una minaccia concretissima alla supremazia degli Stati Uniti a livello planetario e potrebbe avere effetti in ogni ambito, da quello strategico-militare a quello economico-finanziario, dal controllo delle risorse energetiche a quello delle principali vie di comunicazione.

 

Esattamente per questa ragione le concessioni chieste dagli USA si riferiscono ad aspetti cruciali, e perciò irrinunciabili, del sistema cinese, come il ridimensionamento delle grandi compagnie statali, la liberalizzazione del mercato interno, la protezione della proprietà intellettuale delle aziende americane che operano in Cina e, in particolare, l’abbandono del piano di sviluppo tecnologico noto come “Made in China 2025”.

 

Vista la portata delle questioni sul tavolo, quindi, a condurre i due paesi su strade divergenti durante i negoziati in atto non sembra essere tanto il disaccordo su questo o quell’impegno preso da Pechino o da Washington, quanto l’inconciliabilità sostanziale delle rispettive posizioni, così che la logica dello scontro non sembra avere molte altre soluzioni oltre a quella di una guerra potenzialmente rovinosa.

 

Per gli Stati Uniti, permettere a Pechino di perseguire il proprio modello di sviluppo, sul fronte domestico e internazionale, significherebbe accettare l’emergere di un rivale sempre più forte e, in prospettiva, di essere scavalcati come prima potenza mondiale. Per la Cina, invece, cedere ai ricatti americani comporterebbe la frustrazione delle proprie aspirazioni e, soprattutto, ostacolerebbe l’impulso alla crescita, fondamentale sia per mantenere la stabilità interna sia per garantire la legittimità del regime nel medio e lungo periodo.

Le terze elezioni generali in meno di quattro anni in Spagna sono state caratterizzate nuovamente da una marcata frammentazione politica e dal processo di disintegrazione del sistema bipolare che già aveva segnato le più recenti consultazioni del 2015 e del 2016. Il Partito Socialista (PSOE) del premier uscente, Pedro Sánchez, ha ottenuto comunque di gran lunga il maggior numero di seggi nella camera bassa del parlamento di Madrid, ma per far nascere un nuovo governo saranno necessarie complicate trattative con i possibili partner, mentre la presenza del partito neo-fascista Vox determinerà con ogni probabilità un ulteriore spostamento a destra del baricentro politico iberico.

 

I risultati quasi definitivi del voto di domenica hanno sostanzialmente rispettato le previsioni della vigilia. Il PSOE è diventato il primo partito spagnolo ma senza disporre della maggioranza necessaria a governare in autonomia. La soluzione più logica sembra essere quella di una coalizione che ricalchi quella uscente, con il movimento Unidos Podemos, in netto calo rispetto al 2016, e le formazioni regionali moderate – basche e catalane – ad appoggiare un gabinetto Sánchez.

 

Uno scenario di questo genere rischierebbe però di riproporre i problemi di stabilità di governo che avevano portato alla decisione di sciogliere anticipatamente il parlamento nel mese di febbraio. I nazionalisti catalani in quell’occasione negarono i loro voti alla legge di bilancio del governo di minoranza del PSOE in risposta ai processi-farsa in corso contro i leader indipendentisti coinvolti nelle vicende del referendum dell’ottobre 2017.

 

Proprio l’approccio di Sánchez alla questione della Catalogna potrebbe rappresentare uno dei principali ostacoli alla formazione di un nuovo gabinetto a guida PSOE. Il tentativo del primo ministro di risolvere con il dialogo la crisi esplosa in seguito al referendum e alla durissima repressione del governo dell’ex premier Rajoy era infatti finito nel nulla. Lo stesso Sánchez e il suo partito avevano inoltre approvato in buona parte il pugno di ferro del governo del Partito Popolare per piegare le spinte indipendentiste.

 

Un’altra soluzione teoricamente possibile è quella di un’intesa tra PSOE e il partito di centro-destra “Ciudadanos”. Il suo leader, Alberto Rivera, in campagna elettorale aveva però tenuto posizioni molto critiche nei confronti dei socialisti per la loro presunta linea morbida verso la Catalogna e nella serata di domenica ha ribadito pubblicamente la chiusura verso Sánchez.

 

La leadership di “Ciudadanos” aveva ostentato una retorica sempre più reazionaria nelle ultime settimane, con l’obiettivo di cavalcare l’ondata populista che gli ambienti della destra spagnola auspicavano poter favorire un governo tra il PP, il partito di Rivera e quello di estrema destra Vox, entrato domenica per la prima volta in parlamento. Questo modello era stato inaugurato lo scorso dicembre in Andalusia, dove le elezioni regionali avevano segnato una sconfitta clamorosa per il Partito Socialista.

 

Vox è un movimento sostanzialmente xenofobo e neo-fascista e il risultato che ha fatto segnare in questa tornata elettorale ha dato indicazioni contraddittorie. Da un lato, il 10% dei consensi e i 24 seggi conquistati sono un chiaro segnale d’allarme della crescita dell’estrema destra anche in Spagna più di quarant’anni dopo la caduta del franchismo.

 

Dall’altro, tuttavia, le previsioni di uno sfondamento da parte di Vox sono state smentite, così come non si è concretizzata la possibilità che questo partito diventasse l’ago della bilancia del nuovo quadro politico spagnolo, risultando decisivo per la formazione del prossimo governo. Alla fine, il risultato di Vox ha confermato come non esista ancora una base di sostegno di massa per l’estrema destra, in Spagna come altrove. Questo partito ha così capitalizzato in particolare le frustrazioni dell’elettorato più reazionario e disorientato del PP, il cui crollo ha assunto proporzioni storiche, ma ha pagato a caro prezzo la retorica anti-indipendentista nelle regioni con una forte identità locale.

 

Il contenimento della destra ha rappresentato senza dubbio il dato più confortante delle elezioni spagnole. A dare un contributo determinante è stata un’affluenza mai così alta dal 1982 – 76% – stimolata dagli appelli del PSOE e non solo a impedire l’arrivo al potere dell’estrema destra nel paese che ha vissuto l’incubo franchista.

 

Per quanto riguarda i numeri, il Partito Socialista ha toccato quota 123 seggi (29%), contro i 66 del PP di Pablo Casado (17%), i 57 di “Ciudadanos” (16%), i 42 di Unidos Podemos (14%) e, come già ricordato, i 24 di Vox. PSOE e Unidos Podemos sono lontani dai 176 seggi necessari per governare e, se l’ipotesi di un esecutivo di centro-sinistra dovesse diventare l’unica percorribile, saranno necessari anche i seggi – rispettivamente 6 e 15 – dei nazionalisti baschi (PNV) e dei catalani di “Esquerra Republicana”.

 

Alla luce delle tensioni esplose nei mesi scorsi, non è poi da escludere la nascita di un altro governo di minoranza, a cui è sembrata fare riferimento lunedì la numero due del PSOE Carmen Calvo, o uno stallo prolungato e possibili nuove elezioni anticipate di qui a qualche mese, come avvenne dopo il voto del 2015.

 

Il rifiuto della destra estrema in Spagna e il relativo successo del PSOE non implicano ad ogni modo né un cambiamento in senso progressista né tantomeno un contenimento nel medio e lungo periodo delle forze reazionarie. Proprio l’esempio delle recenti elezioni locali in Andalusia, tradizionale feudo del PSOE, aveva mostrato come proprio le politiche sempre più all’insegna del neo-liberismo dei socialisti avessero favorito la crescita dell’estrema destra.

 

Su base nazionale, nei pochi mesi del suo governo, Sánchez aveva mostrato ugualmente l’intenzione di rispettare l’impegno per il rigore finanziario richiesto da Bruxelles e che il suo predecessore Rajoy aveva implementato senza alcuno scrupolo. Anche nella campagna elettorale, da cui i temi economici sono rimasti in larga misura esclusi, l’insistenza del PSOE è stata sulla necessità di tenere la Spagna ancorata all’Unione Europea, lasciando intendere in maniera indiretta che non ci sarebbero state deviazioni significative dalle politiche restrittive degli ultimi anni.

 

Nel dibattito internazionale pre-elettorale, d’altra parte, erano stati in molti negli ambienti finanziari più influenti a esprimere la speranza di un successo convincente di Pedro Sánchez e del PSOE. I socialisti sono ritenuti evidentemente i più affidabili nel panorama politico spagnolo odierno per garantire la stabilità del paese a fronte di tensioni sociali sempre presenti, vista la persistente precarietà della situazione economica, e del rischio di scatenare forze centrifughe in seguito al successo dell’estrema destra populista.

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