La crisi politica che sta attraversando Israele da oltre un anno si è avvicinata sorprendentemente a una possibile soluzione martedì con l’emergere improvvisa dell’ipotesi di un governo di “unità nazionale” formato dai due principali partiti del paese. A sbloccare lo stallo è stata l’elezione a presidente del parlamento (“Knesset”) del leader dell’opposizione, Benny Gantz, con una mossa che ha di fatto rilanciato la posizione del primo ministro, Benjamin Netanyahu, e frantumato in maniera clamorosa l’alleanza di “centro-sinistra”, ovvero la coalizione “Blu e Bianca” guidata dallo stesso ex capo di Stato Maggiore israeliano.

Il voto del 2 marzo scorso aveva decretato un altro sostanziale pareggio tra il Likud di Netanyahu e il raggruppamento politico guidato da Gantz. Quest’ultimo era sembrato però a un certo punto essere vicino a mettere assieme i 61 seggi necessari a creare un nuovo governo, grazie a un accordo sia con il partito laico di estrema destra Yisrael Beiteinu dell’ex ministro degli Esteri, Avigdor Lieberman, sia con la “Lista Congiunta” arabo-israeliana.

La fragilissima intesa aveva spinto il presidente dello Stato ebraico, Reuven Rivlin, ad assegnare un mandato esplorativo a Gantz, ma la complicata ipotesi di governo non si è mai materializzata. Tre deputati della coalizione “Blu e Bianca” di Gantz si erano infatti subito dichiarati indisponibili ad appoggiare un esecutivo che avrebbe dovuto contare sui voti di parlamentari arabi. Più in generale, la tenuta di un gabinetto basato su uno spettro politico che avrebbe incluso la destra estrema di Lieberman e la sinistra araba appariva da subito pressoché impossibile da garantire.

Su uno scenario che minacciava di precipitare verso la quarta elezione anticipata consecutiva in poco più di un anno si è alla fine abbattuta la crisi del Coronavirus. Negli ultimi giorni, le vicende politiche in Israele sono diventate frenetiche. Tra le iniziative del governo Netanyahu di istituire un regime ultra-autoritario con la scusa di combattere il diffondersi dell’epidemia e le manovre apparentemente contraddittorie all’interno della Knesset, il risultato è stato un probabile governo formato dalle due formazioni rivali confrontatesi negli ultimi tre appuntamenti con le urne.

Nei giorni scorsi, l’ormai ex “speaker” dell’unica camera del parlamento di Israele, Yuli Edelstein, si era rifiutato di aprire la Knesset e tenere un voto sulla scelta del suo successore perché a suo dire ciò non era permesso dalle norme sanitarie implementate dal governo contro il Coronavirus. La Corte Costituzionale israeliana aveva allora ordinato l’apertura della Knesset e, per tutta risposta, Edelstein, tra i più fedeli alleati di Netanyahu, si era dimesso.

I media avevano raccontato di un Gantz intenzionato a riconvocare il parlamento per cercare di mandare in porto alcune misure che, grazie alla tenue maggioranza appena assemblata, avrebbero decretato la fine della carriera politica di un Netanyahu atteso da un umiliante processo per corruzione e abuso di potere. Al centro della campagna elettorale di Gantz c’era sempre stato d’altra parte l’obiettivo di mettere da parte Netanyahu e la promessa di non partecipare a un governo col Likud se non ci fosse stato un avvicendamento nella leadership di questo partito.

Giovedì, il parlamento è dunque tornato a riunirsi ma, a sorpresa, l’aula ha eletto Benny Gantz a presidente della Knesset, garantendo di riflesso a Netanyahu la permanenza nel proprio incarico. Dietro alla decisione di Gantz di prendersi la carica di “speaker” c’è un accordo con il Likud e lo stesso primo ministro per un governo di “unità nazionale” che, secondo i media israeliani, potrebbe contare su circa 78 dei 120 seggi totali.

Netanyahu resterebbe alla guida dell’esecutivo per i prossimi 18 mesi, al termine dei quali cederebbe la mano a Gantz. A conferma che l’elezione a presidente della Knesset di giovedì potrebbe essere una manovra tattica e provvisoria, Gantz viene indicato come prossimo ministro degli Esteri, mentre il suo alleato, Gabi Ashkenazi, dovrebbe assumere la carica di ministro della Difesa. La rotazione tra i due leader alla guida del governo è da tempo un elemento centrale della proposta di quanti auspicavano una soluzione negoziata tra le due principali forze politiche di Israele. Che Netanyahu mantenga il proprio impegno è però quanto meno dubbio, visto che la mossa di questa settimana ha in sostanza distrutto l’alleanza di Gantz.

L’ex capo di Stato Maggiore porterà in dote solo una quindicina di seggi, poiché alcuni dei partiti che fanno parte della coalizione “Blu e Bianca” hanno criticato fortemente la sua decisione e annunciato che lasceranno l’alleanza. Con un “alleato” così indebolito e un’opposizione spaccata, è altamente probabile che Netanyahu finirà per consolidare la propria posizione e, non è da escludere, potrà decidere nei prossimi mesi di indire un altro voto anticipato per liquidare Gantz e ricostruire una coalizione di estrema destra.

In molti hanno caratterizzato il comportamento di Benny Gantz come un vero e proprio tradimento del mandato elettorale, in base al quale avrebbe dovuto essere del tutto esclusa l’ipotesi di una collaborazione con Netanyahu. Il “centro-sinistra” israeliano ha poi commesso l’ennesimo suicidio, come conferma l’annuncio del Partito Laburista di voler partecipare al nuovo esecutivo, offrendo alla destra la certezza di restare anche per il prossimo futuro la principale forza politica del paese.

A sbloccare la situazione è stata ad ogni modo una telefonata tra Gantz e Netanyahu nella serata di mercoledì. Gantz si è accordato con il primo ministro nonostante la ferma contrarietà degli altri due  leader di maggiore spicco della sua coalizione, l’ex ministro delle Finanze Yair Lapid, numero uno del partito Yesh Atid, e l’ex generale Moshe Ya’alon di Telem. Entrambi hanno infatti denunciato Gantz e confermato il loro addio alla coalizione “Blu e Bianca”, proponendosi come alternativa di opposizione al nascente esecutivo.

Gantz, da parte sua, ha giustificato la propria decisione con la nuova realtà emersa in seguito all’esplosione dell’epidemia di Coronavirus, la quale avrebbe costretto i leader politici israeliani a mettere da parte le divisioni. Così facendo, tuttavia, l’ex macellaio di Gaza ha distrutto l’unica alternativa realistica, almeno in questo momento, alla destra in Israele, legando oltretutto il proprio incerto futuro politico a quello di un Netanyahu passato in pochi giorni dalla disperazione ad essere sempre più il padrone del panorama politico dello Stato ebraico.

Il rischio di un precocissimo fallimento dell’accordo di pace per l’Afghanistan, firmato meno di una settimana fa a Doha tra gli Stati Uniti e i Talebani, ha subito innescato un acceso dibattito su quale delle due parti sia da ritenere responsabile per i recenti episodi di violenza che hanno messo in crisi il fragile processo diplomatico. Poco sorprendentemente, la stampa ufficiale e il governo di Washington hanno puntato il dito contro gli “studenti del Corano” per avere violato la sorta di tregua appena negoziata. Ad uno sguardo più attento, tuttavia, appare evidente come ci si trovi di fronte a un nuovo mancato rispetto degli impegni da parte americana, col pericolo di riaccendere il conflitto proprio mentre all’orizzonte cominciava a intravedersi il miraggio di una soluzione pacifica.

Mercoledì, le forze di occupazione USA in Afghanistan hanno bombardato un’unità dei Talebani in risposta a un’impennata degli attacchi che questi ultimi avevano condotto nei due giorni precedenti contro postazioni delle forze di sicurezza di Kabul in varie parti del paese. Il blitz ha seguito di un giorno la storica conversazione telefonica tra il presidente Trump e il capo della delegazione talebana a Doha, Abdul Ghani Baradar, durante la quale sarebbe stata ribadita la volontà di rispettare i termini dell’intesa.

Le operazioni talebane hanno fatto decine di vittime e sono state a loro volta una ritorsione contro il rifiuto del governo del presidente Ashraf Ghani di approvare uno scambio di prigionieri negoziato dagli Stati Uniti in Qatar. I vertici militari americani in Afghanistan hanno così riaffermato l’intenzione di sostenere militarmente le forze armate “regolari”, finché i Talebani non garantiranno quella “riduzione dei livelli di violenza” per la quale si sarebbero impegnati con l’accordo di Doha di sabato scorso.

L’accusa americana di avere violato i termini dell’intesa è infondata e fuorviante. I Talebani hanno infatti accettato di “ridurre la violenza” soltanto nei confronti delle truppe di occupazione USA e degli altri paesi della coalizione guidata dalla NATO. Una tregua con le forze del governo-fantoccio di Kabul non è mai stata sottoscritta dalla delegazione talebana in Qatar. Ai negoziati non hanno d’altra parte partecipato esponenti del governo Ghani e i Talebani hanno accettato di entrare in trattativa con Kabul se si fossero verificate alcune condizioni, come appunto il già ricordato scambio di prigionieri congelato dal presidente afgano.

Un altro elemento va inoltre considerato. Lo stesso giorno in cui il segretario di Stato USA, Mike Pompeo, firmava l’intesa con i Talebani, a Kabul andava in scena una cerimonia parallela per la ratifica di una “dichiarazione congiunta” tra l’amministrazione Trump e quella del presidente Ghani, in modo da completare quanto deciso a Doha e gettare le basi per il coinvolgimento del governo afgano nel complicato processo di pace.

In questa dichiarazione non vi è però menzione esplicita dell’assistenza militare americana in operazioni contro i Talebani. Se questo compito è evidentemente previsto dagli accordi che hanno regolato finora i rapporti tra USA e Afghanistan, c’è motivo di credere che i Talebani ritenessero superate le intese precedenti.

Quanto meno, l’atteggiamento americano può essere considerato ingannevole, visto che nella dichiarazione di sabato scorso viene indicato chiaramente che l’intervento militare USA è previsto per combattere individui o gruppi di “terroristi internazionali”, come al-Qaeda o lo Stato Islamico (ISIS). I Talebani non sono invece citati e, inoltre, nel testo si afferma come Washington “si asterrà dall’uso della forza” per dirimere questioni legate agli “affari domestici” del paese centro-asiatico.

Al di là di ogni considerazione sui metodi impiegati dai Talebani per combattere le forze di occupazione, è innegabile che gli Stati Uniti abbiano rimescolato le carte in tavola dopo pochissimi giorni da un accordo presentato in pompa magna per celebrare l’imminente fine della lunghissima guerra in Afghanistan.

Questo atteggiamento è tipico della doppiezza con cui gli USA conducono i propri affari internazionali. Gli esempi di accordi e impegni non mantenuti, con conseguenti accuse rivoltate contro i propri interlocutori, sono molteplici, tra cui, più recentemente, quello del trattato di Vienna sul nucleare iraniano.

Anche in merito alla disputa sullo scambio di prigionieri tra Kabul e i Talebani, è stato ancora il comportamento americano a mettere in pericolo il nascente processo di pace. Nel testo di Doha era scritto che “fino a 5 mila prigionieri talebani e fino a mille prigionieri” nelle mani di questi ultimi “saranno rilasciati entro il 10 marzo 2020”. In quello firmato contestualmente tra la Casa Bianca e il governo Ghani, invece, i termini appaiono cambiati. Le due parti, in questo caso, si impegnerebbero a “partecipare a un negoziato” per adottare una serie di misure volte a “creare un clima di fiducia”, inclusa la “possibilità di rilasciare un numero significativo di prigionieri” nelle mani di entrambi.

In questa seconda versione, il riferimento allo scambio di detenuti è piuttosto vago, mentre nell’accordo sottoscritto con i Talebani sembra un impegno categorico e preliminare per spianare la strada ai colloqui tra gli “studenti del Corano” e il governo di Kabul. Così stando le cose, è comprensibile l’irritazione del presidente Ghani e il rifiuto a rinunciare a un elemento cruciale da utilizzare nelle trattative con i Talebani, come appunto la sorte di migliaia di prigionieri talebani.

Come con l’Iran o la Corea del Nord, è dunque il governo americano a costituire la principale minaccia alla risoluzione diplomatica delle crisi internazionali, anche quando in gioco ci sono accordi, impegni e trattati approvati proprio da Washington. Nel caso dell’Afghanistan, la confusione delle posizioni americane dipende principalmente dall’emergere di opinioni contrastanti all’interno dell’amministrazione Trump, dei vertici delle forze armate e dell’intelligence in merito all’approccio da tenere nei confronti dei Talebani.

Questo dilemma rispecchia inquietudini di portata più ampia, da collegare all’opportunità di un eventuale disimpegno – totale o parziale, reale o apparente – da un paese la cui occupazione ha richiesto uno spreco enorme di risorse e che continua a rappresentare una priorità strategica assoluta nel quadro dell’inasprirsi della competizione per rotte commerciali e risorse energetiche in un area cruciale del continente asiatico e dell’intero pianeta.

È stato sufficiente l’appuntamento inaugurale delle primarie del 2020 per sollevare fortissimi dubbi sull’integrità del processo di selezione del prossimo candidato alla Casa Bianca per il Partito Democratico americano. Se, infatti, le manovre per favorire Hillary Clinton su Bernie Sanders nel 2016 erano emerse solo a competizione inoltrata, quest’anno i famigerati “caucuses” dello stato dell’Iowa, che aprono tradizionalmente la lunga stagione delle primarie, sono subito finiti nell’occhio del ciclone. Per le difficoltà, ufficialmente di natura tecnica che hanno ritardato la diffusione dei risultati, gli eventi della serata di lunedì hanno innescato un’accesissima polemica sul possibile precoce intervento dell’establishment del partito per penalizzare proprio il 78enne senatore del Vermont, dato come probabile favorito alla vigilia del voto.

I primi risultati parziali sono stati resi noti solo nella tarda serata di martedì. Con il 62% dei seggi (“precincts”) che hanno fornito i loro dati, in testa ci sarebbe l’ex sindaco della cittadina di South Bend, nell’Indiana, Pete Buttigieg, con il 27% dei delegati in palio conquistati. Appena dietro, con il 25%, si trova al momento Sanders, il cui staff aveva in precedenza anticipato una comoda vittoria. Più staccati appaiono la senatrice del Massachusetts, Elizabeth Warren, con il 18%, l’ex vice-presidente Joe Biden (16%) e la senatrice del Minnesota, Amy Klobuchar (13%).

Mentre alcune regole dei “caucuses” appaiono relativamente oscure, la rilevazione dei risultati e un afflusso di solito contenuto di partecipanti dovrebbero rendere non troppo complicato il conteggio definitivo. Per tutta la nottata di lunedì, invece, i vertici del Partito Democratico nello stato del Midwest avevano bloccato la diffusione dei dati, citando problemi tecnici di natura non del tutto chiara che avrebbero interessato l’applicazione fornita agli oltre 1.600 seggi per facilitare la raccolta dei risultati. Questa “app” era stata a un certo punto abbandonata da quasi tutti i responsabili dei seggi, costretti a ricorrere ai telefoni per comunicare i risultati alla sede centrale del partito nello stato, provocando un intasamento del traffico e inevitabili rallentamenti nel trasferimento dei dati.

Un “caucus” non è tecnicamente un’elezione. Durante il suo svolgimento, i partecipanti non compilano una scheda, ma si schierano fisicamente dalla parte del candidato preferito. Dopo questa scelta, si procede a un primo conteggio e solo gli aspiranti alla Casa Bianca che hanno ottenuto un certo numero di sostenitori – da quest’anno almeno il 15% dei presenti – sono dichiarati “viable” e possono accedere alla seconda fase delle operazioni. Questi ultimi o, meglio, i loro rappresentati nei singoli seggi devono cercare di convincere a schierarsi dalla loro parte coloro che avevano optato per i candidati eliminati. Al termine viene effettuato un conteggio finale, seguito poi dall’assegnazione dei delegati che, alla chiusura delle primarie e dopo altri passaggi intermedi, parteciperanno alla “convention” nazionale del partito e voteranno per il candidato alla presidenza in accordo con i risultati del loro stato.

“Discordanze” nei risultati e la necessità di effettuare “controlli qualitativi” adeguati hanno gettato nel caos l’intero procedimento e messo in dubbio fin da ora la credibilità delle primarie democratiche. L’imbarazzante situazione venutasi a creare in Iowa si inserisce in un quadro che nei giorni precedenti era apparso sempre più favorevole alla campagna di Bernie Sanders. Numerosi sondaggi davano il senatore “democratico-socialista” in testa sia in Iowa sia a livello nazionale, dopo essersi almeno momentaneamente scrollato di dosso gli altri principali contendenti alla nomination.

L’impennata degli indici di gradimento di Sanders, come già accaduto alcuni mesi fa, aveva gettato nel panico l’establishment democratico e gli stessi candidati “moderati” alla nomination. Prima del voto in Iowa, inoltre, svariati giornali vicini al Partito Democratico avevano pubblicato una raffica di editoriali e commenti che mettevano in guardia da un eventuale successo di Sanders nelle primarie, per via delle sue posizioni ritenute troppo estreme e perciò facilmente attaccabili da Trump in un’eventuale sfida nelle presidenziali di novembre.

Visti anche i precedenti del 2016, quando l’apparato di potere democratico era pesantemente intervenuto a favore di Hillary Clinton, non sembrava difficile prevedere possibili nuove manovre per far deragliare la candidatura di Sanders. I fatti di lunedì in iowa, al di là dell’esito finale, sembrano appunto confermarlo. Già un paio di giorni prima dei “caucuses”, erano peraltro emersi forti sospetti in questo senso.

Il principale giornale dello stato, il Des Moines Register, aveva cancellato la pubblicazione del tradizionale ultimo sondaggio precedente l’inizio delle primarie per una ragione quanto meno dubbia. Buttigieg, un altro dei candidati di prima fascia e ufficialmente in vantaggio nei “caucuses”, si era cioè lamentato perché almeno uno degli intervistatori non aveva incluso il suo nome tra quelli dei candidati proposti ai potenziali elettori oggetto dell’indagine telefonica. Secondo indiscrezioni, il sondaggio indicava Sanders in vantaggio, come avevano mostrato quasi tutte le altre rilevazioni più recenti.

Quella messa in atto contro Sanders è una campagna chiaramente coordinata tra i quadri del Partito Democratico e una parte della stampa ufficiale. In maniera poco sorprendente, questi sforzi sono sembrati dare finora il risultato opposto a quello desiderato, poiché i numeri dell’anziano senatore sono decollati proprio nelle fasi che hanno preceduto i “caucuses” dell’Iowa.

Ancora prima della diffusione dei risultati nella giornata di martedì, era evidente la tendenza a favorire la proposta “progressista” da parte degli elettori democratici dello stato, quindi in netta controtendenza rispetto agli orientamenti dei vertici del partito. Le notizie provenienti lunedì dai seggi dell’Iowa avevano descritto ad esempio situazioni nelle quali i sostenitori di Biden, vale a dire il candidato maggiormente identificato con l’establishment di Washington, erano in netta minoranza e spesso nemmeno sufficienti a garantire all’ex vice di Obama l’accesso alla seconda fase dei “caucuses”.

Allo stesso modo, le rilevazioni di opinione degli elettori all’ingresso dei seggi avevano evidenziato come il 57% di essi si fosse detto favorevole a una delle proposte centrali del programma di Sanders, così come di Elizabeth Warren, ovvero la creazione di un piano di assistenza sanitaria pubblico e universale.

La confusione generata dai fatti di lunedì in Iowa potrebbe dunque ridimensionare la prestazione di Sanders, togliendogli forse la vittoria o, se i risultati parziali fossero invece ribaltati a suo favore, almeno la possibilità di capitalizzare l’affermazione in uno stato che, storicamente, rappresenta una tappa cruciale sulla strada verso la nomination. Già lunedì era sembrato essere in preparazione un colpo di mano destinato a favorire il candidato Pete Buttigieg. Quest’ultimo, aveva a un certo punto rilasciato una dichiarazione che appariva in sostanza il tentativo di auto-dichiararsi vincitore della competizione in Iowa, nonostante il black-out dei risultati deciso dal partito.

Poco più tardi, su molti siti di informazione alternativa era iniziata a circolare la notizia che la società sviluppatrice dell’applicazione utilizzata nei “caucuses” - “Shadow Inc.” – è stata fondata dal finanziere miliardario Seth Klarman, noto sostenitore di Israele e donatore della campagna dello stesso Buttigieg, e gestita da numerosi ex membri degli staff di Hillary Clinton e Barack Obama.

Il flop dei primi “caucuses” del 2020 sarà sfruttato in ogni caso dai detrattori di Sanders per sviare l’attenzione degli elettori dalla performance e dalla proposta politica del senatore del Vermont nei giorni che mancano al secondo appuntamento in calendario, il voto nel piccolo stato del New Hampshire di martedì prossimo.

Se quanto accaduto in Iowa rappresenta un’anticipazione di ciò che il Partito Democratico ha in serbo per influenzare il corso delle primarie, le prossime settimane si prospettano allora ricche di altri “imprevisti” e intrighi vari. Dopo il fallimento dell’impeachment, un eventuale nuovo tentativo di fermare la nomination di Sanders a beneficio di un candidato più gradito all’establishment rappresenterebbe l’ennesima mossa suicida dei democratici e garantirebbe con ogni probabilità la rielezione a novembre del presidente Trump.

Il presidente turco Erdogan ha annunciato l’inizio del dispiegamento di truppe del proprio paese in Libia a sostegno del Governo di Accordo Nazionale (GNA) di Tripoli riconosciuto dalle Nazioni Unite. La decisione, com’è noto, arriva in seguito alla stipula di un’intesa tra lo stesso Erdogan e il primo ministro libico, Fayez al-Sarraj, e rischia di infiammare ancora di più un quadro diplomatico e militare già caldissimo in cui si confrontano le principali potenze regionali e non solo.

Gli scenari che si stanno delineando nel paese nord-africano evidenziano il chiaro fallimento degli sforzi diplomatici, in particolare dell’Unione Europea, e il rapido precipitare della situazione verso un conflitto di vasta portata. L’intervento della Turchia ha a sua volta avuto un’accelerazione in parallelo al rilancio dell’offensiva contro Tripoli delle forze del cosiddetto Esercito Nazionale Libico (LNA), guidato dal generale Khalifa Haftar.

Il 12 dicembre scorso, Haftar aveva annunciato la “battaglia decisiva” per la sorte della Libia, provocando la risposta del governo di Ankara e il già citato accordo tra Erdogan e il GNA di Tripoli. Ad alimentare le tensioni è stato poi il bombardamento attribuito all’LNA nella giornata di sabato di un’accademia militare alla periferia meridionale della capitale che ha provocato la morte di una trentina di persone. Lunedì, le forze di Haftar hanno anche assunto il controllo della città costiera di Sirte, strappandola al GNA che l’aveva a sua volta sottratta ai militanti dello Stato Islamico (ISIS) nel 2016.

Il movimento verso Tripoli di Haftar e dei suoi uomini è visto da molti nella comunità internazionale come l’unico sbocco alla crisi libica che possa riportare un minimo di stabilità in un paese cruciale dal punto di vista strategico ed energetico. Dietro all’ex generale di Gheddafi, nonché ex “asset” della CIA, ci sono paesi come Egitto, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, ma anche Russia e Francia.

La ragione immediata dell’appoggio di svariati regimi arabi a Haftar è rappresentata dall’obiettivo di impedire a un governo, come quello di Sarraj, tenuto in piedi da formazioni islamiste in parte riconducibili ai Fratelli Musulmani, di estendere il proprio controllo su tutto il territorio libico. Sui motivi della presa di posizione di Russia e Francia pesano invece soprattutto questioni legate all’influenza e al controllo delle risorse energetiche del paese, in particolare nell’ambito della rivalità con alcuni dei governi-sponsor di Sarraj, a cominciare dall’Italia.

La posizione della Turchia si inserisce ugualmente in questo contesto. La sponda opposta del teatro libico include infatti i più accesi oppositori di Ankara, così come del Qatar, e della galassia della Fratellanza Musulmana. Ciò non esaurisce tuttavia le necessità strategiche di Erdogan nel sostegno a Tripoli. In gioco, per la Turchia, c’è anche e soprattutto la partita energetica nel mar Mediterraneo orientale dalla quale, con Haftar eventualmente al potere in una Libia unificata, rischierebbe di rimanere esclusa.

Uno dei capitoli più significativi dell’accordo tra Ankara e Tripoli, oltre alle questioni militari, prevede appunto la creazione di una “zona economica esclusiva” che va dalla costa meridionale turca sul Mediterraneo a quella settentrionale della Libia, all’interno della quale i due paesi si auto-garantirebbero i diritti di esplorazione dei giacimenti di gas naturale in essa presenti, nonché la possibilità di costruire eventuali gasdotti.

Questa iniziativa aveva scosso pesantemente la regione, già in subbuglio per l’intreccio di nuovi interessi energetici e questioni territoriali esplosive come quella di Cipro. Il governo greco, dopo l’intesa Ankara-Tripoli, aveva ad esempio espulso l’ambasciatore libico e presentato un esposto alle Nazioni Unite, mentre a inizio anno la stessa Grecia, assieme a Israele e al governo di Cipro riconosciuto internazionalmente, ha promosso la stipula di un accordo per la costruzione di un gasdotto alternativo diretto verso l’Europa occidentale.

Simili dinamiche confermano come la Libia sia un terreno di scontro tra paesi alleati, primi fra tutti quelli appartenenti alla NATO. La situazione è ovviamente conseguenza della finta rivoluzione contro Gheddafi orchestrata nel 2011 da Parigi, Londra e Washington, seguita dalla dissoluzione delle strutture statali del paese più avanzato dell’intero continente africano. Il relativo disimpegno degli Stati Uniti, forzato dagli eventi che portarono all’assalto al consolato americano di Bengasi nel 2012 e all’uccisione dell’allora ambasciatore Christopher Stevens, ha inoltre favorito la disintegrazione della società libica e le forze centrifughe oggi all’opera.

Il ruolo della Turchia, ancora una volta, inserisce un ulteriore elemento destabilizzante poiché determina un ribaltamento degli equilibri consolidati da qualche tempo in Medio Oriente e, per la precisione, in Siria, dove un barlume di speranza per una risoluzione del conflitto si è intravisto grazie alla collaborazione tra Ankara e Mosca. Proprio la presunta presenza di “mercenari” russi al fianco delle forze di Haftar o, comunque, l’appoggio a quest’ultimo del Cremlino è stato determinante nell’ingresso di Erdogan in Libia.

I riflessi di questo divergere di interessi libici tra Erdogan e Putin saranno tutti da verificare, anche se, con l’arrivo delle prime truppe turche a Tripoli, appare concreto il rischio di uno scontro diretto tra Russia e Turchia. Ciò che sembra inequivocabile, come si accennava all’inizio, è piuttosto la marginalizzazione della diplomazia e degli stessi governi europei.

A questo proposito, lunedì il ministero degli Esteri del governo Sarraj ha deciso il rinvio della missione europea in Libia, in programma per il giorno successivo e a cui avrebbero dovuto partecipare il nuovo responsabile della politica estera UE, Josep Borrell, e i ministri degli Esteri di Francia, Germania, Gran Bretagna e Italia. Sul tavolo, oltre alle questioni più urgenti emerse dagli sviluppi sul campo, avrebbero dovuto esserci anche le prospettive della conferenza di pace per la Libia da tenersi a Berlino, al momento però sempre più improbabile.

A livello formale, il rinvio della visita a Tripoli è stato spiegato con il sovrapporsi di situazioni di crisi nell’area Medio Oriente-Africa settentrionale, ma, “più probabilmente”, come ha spiegato il sito Analisi Difesa citando “fonti libiche solitamente ben informate”, perché “nessuno in Libia ha più interesse a dialogare con gli europei, la cui missione peraltro non aveva proposte concrete da avanzare”.

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