A poche settimane dalle elezioni federali in Canada, il primo ministro Justin Trudeau, a lungo considerato il volto vincente del progressismo occidentale, è stato trascinato in un nuovo scandalo, o presunto tale, che minaccia di complicare il suo percorso verso la rielezione. Se è innegabile che il leader dei liberali canadesi abbia fatto soprattutto dell’ipocrisia e della finzione la cifra delle sue politiche solo in apparenza di sinistra, è altrettanto vero che il fuoco incrociato a cui è esposto da mesi risponde a una precisa campagna, orchestrata da determinate sezioni dei poteri forti canadesi, per spostare ancora più a destra il baricentro politico del paese nordamericano.

Nella serata di mercoledì, Trudeau si è dovuto presentare alla stampa per scusarsi pubblicamente di un comportamento ritenuto inaccettabile in occasione di un evento risalente all’anno 2001. A provocare un autentico polverone sui media canadesi e americani è stata cioè la pubblicazione sulla rivista Time di un’immagine che ritrae il premier travestito da Aladino con la faccia e le mani dipinte di nero.

La fotografia era stata scattata in occasione di una festa dal tema “Notti Arabe” nella scuola dove il 29enne Trudeau insegnava in quel periodo, la West Point Grey Academy di Vancouver, nello stato canadese del British Columbia. Lo scatto è contenuto nell’annuario dell’istituto privato relativo all’anno scolastico 2000/2001 ed è stato consegnato al Time da un imprenditore di Vancouver che aveva riconosciuto il primo ministro lo scorso mese di luglio.

Poco più tardi, è circolata un’altra immagine di Trudeau con il viso dipinto di nero, questa volta  risalente agli anni da studente. Giovedì, infine, è stata la volta di un video dello stesso tenore, diffuso dal network canadese Global News. Tutto il materiale è stato definito autentico da un portavoce del Partito Liberale.

L’apparizione di fotografie o video, spesso datati, di personaggi politici in veste di “blackface” in Canada e negli Stati Uniti è piuttosto frequente e serve in genere ad affondare la carriera di coloro che vengono ritratti, subito bollati come razzisti inveterati. Nel caso di Trudeau, l’attacco è apparso particolarmente efficace, vista l’ostentata attenzione ai diritti delle minoranze razziali nel corso di tutta la sua carriera.

Come da copione, Trudeau ha subito cercato di limitare i danni per evitare ulteriori problemi in vista del voto di ottobre. Frustrato e abbattuto, l’ex astro nascente del Partito Liberale canadese si è scusato con chiunque si sia sentito offeso dal travestimento, riconoscendo che il suo atteggiamento era di natura “razzista”, pur non avendolo considerato tale all’epoca. Prevedibilmente, l’opposizione e i giornali vicini a essa hanno annusato l’odore del sangue per passare all’attacco. Il leader del Partito Conservatore, Andrew Scheer, è stato tra i più duri nei confronti di Trudeau, definito addirittura “totalmente privo di giudizio e integrità” e, perciò, “inadatto a governare questo paese”.

Della gravità dello “scandalo” in cui è caduto Justin Trudeau è possibile quanto meno discutere. Ciò che conta è però piuttosto il tentativo di screditarlo utilizzando una linea d’attacco che si ricollega a questioni identitarie e razziali che, a ben vedere, non rappresentano il lato più spregevole delle inclinazioni politiche del primo ministro né, tantomeno, risultano essere in cima ai pensieri di lavoratori, giovani e disoccupati, in Canada come altrove.

L’obiettivo dei promotori di questa campagna è in gran parte di provocare l’indignazione della media e alta borghesia “liberal”, che costituisce ormai il riferimento principale del partito di Trudeau, assimilabile al Partito Democratico americano, e convincerla a optare per i conservatori, le cui politiche economiche ultra-liberiste non si discostano di troppo da quelle dei rivali di “sinistra”.

A confermare questa tesi c’è anche il contesto dell’altra vicenda che ha scosso il Partito Liberale canadese e il premier Trudeau negli ultimi mesi. Il caso è quello della compagnia di costruzioni SNC-Lavalin e dell’ex ministro della Giustizia, Jody Wilson-Raybould. A febbraio era emerso come Trudeau e i suoi più stretti collaboratori avessero fatto pressioni su quest’ultima per convincerla a fermare un procedimento penale contro la compagnia con sede a Ottawa, coinvolta in un caso di tangenti pagate alla Libia in cambio di appalti.

L’ufficio del primo ministro intendeva favorire un accordo tra la giustizia canadese e SNC-Lavalin secondo una legge, approvata appositamente per salvare la compagnia, che le avrebbe permesso di evitare l’incriminazione in cambio di una sanzione e della promessa di rispettare la legge per il futuro. La Wilson-Raybould si era però opposta ed era stata alla fine spostata a un altro ministero, prima di dimettersi dal gabinetto e denunciare Trudeau, sia pure in maniera non troppo dura. Questo scandalo aveva scatenato un’intensa campagna mediatica contro Trudeau, giustamente accusato di essere un politico come gli altri, asservito ai grandi interessi economici e finanziari, nonostante la facciata progressista e l’ostentata attenzione ai bisogni della gente comune.

A distanza di mesi dall’esplosione del caso SNC-Lavalin, in concomitanza con l’inizio della campagna elettorale, settimana scorsa gli oppositori politici e sulla stampa di Trudeau sono tornati alla carica sulla vicenda. Il Partito Conservatore e l’organo principale dei poteri forti canadesi, il quotidiano Globe and Mail, hanno in particolare sollecitato un’indagine a tutto campo della polizia canadese, nonostante non siano emersi nuovi elementi, con l’evidente obiettivo di influenzare la campagna e trasformarla in una sorta di crociata contro la corruzione presumibilmente radicata nel Partito Liberale.

L’aspetto più significativo, in relazione allo scandalo “blackface” di questa settimana, è che la questione SNC-Lavalin è stata frequentemente presentata anch’essa come un problema di trattamento delle minoranze razziali e delle donne da parte di Trudeau, dal momento che il ministro Wilson-Raybould, oltre a essere di sesso femminile, ha origini indigene.

Gli ambienti ufficiali anti-Trudeau sono invece molto meno interessati a discutere della natura delle politiche implementate in questi quattro anni di governo che hanno mostrato il vero volto del primo ministro e dei liberali canadesi. Trudeau aveva vinto le elezioni con la promessa di invertire le politiche distruttive dei conservatori, guidati per un decennio da Stephen Harper. In realtà, a fronte di modeste iniziative vagamente progressiste, Trudeau si è mosso spesso in direzione opposta. Il suo governo è stato ad esempio tra i più fedeli dell’amministrazione Trump, partecipando a praticamente tutte le campagne di Washington, dal Venezuela alla Russia all’Iran.

Lo stesso dicasi anche per il fronte interno. Trudeau ha promosso privatizzazioni e tagli alla spesa sanitaria, mentre non ha esitato a prendere di mira il diritto di sciopero dei lavoratori del settore pubblico e a garantire maggiori poteri alle agenzie di intelligence canadesi. Recentemente, poi, è esplosa un’altra polemica da collegare alle sue presunte inclinazioni ambientaliste. Trudeau ha cioè dato il via libera all’espansione di un oleodotto sulla costa del Pacifico che rappresenterebbe una seria minaccia ambientale, in particolare per le popolazioni indigene che vivono lungo il suo percorso.

Nonostante il curriculum del governo uscente appaia dunque tutt’altro che progressista, se la campagna contro Trudeau dovesse riuscire, ciò che attende la “working-class” canadese sembra essere decisamente peggiore. In un frangente storico segnato da rivalità e tensioni crescenti, nei rapporti tra stati e nel settore del business, anche la classe dirigente canadese intende favorire la creazione di un esecutivo forte in grado di promuovere in maniera ancora più decisa e senza ambiguità i propri interessi sia sul fronte domestico sia su quello internazionale.

Mentre gioca al deejay in spiaggia mortificando l’inno di Mameli, Matteo Salvini ha una decisione importante da prendere: far cadere il governo subito o restare intrappolato ancora per molti mesi? Pensava di avere più tempo per scegliere. Nella sua ignoranza delle dinamiche istituzionali, il ministro dell’Interno s’illudeva che - scongiurata l’ipotesi di un’alleanza M5S-Pd -qualunque momento fosse buono per tornare alle elezioni. Invece non è così.

 

Il Quirinale ha fatto capire ai due alleati di governo che c’è una data da segnare in rosso sul calendario: l’8 settembre. E non per memoria storica, ma perché quel giorno la Camera voterà il progetto di riforma costituzionale presentato dai grillini per tagliare il numero dei parlamentari da 945 a 600 (400 deputati e 200 senatori). Si tratta della quarta lettura, perciò in caso di esito positivo la legge sarà approvata in via definitiva.

A quel punto, il Colle non accetterebbe mai di sciogliere le Camere prima dell’entrata in vigore della riforma, perché significherebbe eludere una decisione del Parlamento. In altri termini, la modifica della Carta obbligherebbe le istituzioni a fare in modo che alle prossime politiche gli italiani siano chiamati a eleggere 600 parlamentari, non 945.

 

Questo significa che le Camere attuali non si potrebbero sciogliere per diversi mesi. Il motivo? Semplice: Costituzione alla mano (articolo 138), se la legge non è stata approvata in seconda votazione dalle due Aule con una maggioranza di almeno due terzi (come in questo caso), può essere sottoposta a referendum. Hanno diritto a chiederlo “un quinto dei membri di una Camera o cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali” entro tre mesi dalla pubblicazione della legge costituzionale. A quel punto bisogna fissare una data per la consultazione nei 90 giorni successivi, dopo di che – in caso di vittoria dei Sì – prima di arrivare all’effettiva riduzione dei seggi passeranno altri due mesi, come previsto dall’articolo 4 della stessa riforma. Alla fine, quindi, il Parlamento rischia di rimanere cristallizzato per circa otto mesi, cioè da settembre di quest’anno ad aprile del 2020.

Una vera camicia di forza per Salvini, che continua ad agitare lo spauracchio della crisi con cadenza pressoché quotidiana. Se vuole evitare tutto questo e al contempo rimanere in sella – impedendo la nascita di maggioranze creative o di governi tecnici – il leader della Lega potrebbe scegliere di far cadere il governo prima dell’8 settembre. Le occasioni non gli mancano, soprattutto questa settimana.

 

Oggi il Senato vota la fiducia sul decreto Sicurezza Bis. Il via libera non è in discussione, ma sembra che una decina di grillini potrebbero uscire dall’Aula. A quel punto il testo passerebbe solo grazie all’astensione di FI e FdI, che senza la fiducia avrebbero addirittura votato a favore. Si aprirebbe quindi un caso politico: la maggioranza non sarebbe compatta né autonoma su un provvedimento considerato centrale dalla Lega. Il che basterebbe a Salvini per aprire la crisi gridando al tradimento (o all’inettitudine) del M5S.

 

In alternativa, un nuovo pretesto per la crisi si presenterà mercoledì, quando, sempre a Palazzo Madama, si voterà la mozione presentata dal Movimento per impegnare il governo a fermare la Tav Torino-Lione. Com’è ovvio, la Lega voterà contro, insieme a Forza Italia e Pd. Se sarà anche il de profundis di questo governo, spetterà al ministro dell’Interno deciderlo. O forse lo ha già deciso, assorto nei suoi pensieri, fra un mojito e una cubista.

Anche se dai protagonisti della crisi iraniana continuano ad arrivare segnali contradditori, le forze che si stanno muovendo attorno alla vicenda sembrano provocare un costante deterioramento del clima generale, fino a prospettare una pericolosa escalation del confronto tra Teheran da una parte e i governi occidentali e i loro alleati nel mondo arabo dall’altra. Questa tendenza verso il precipitare degli eventi è chiaramente visibile nella decisione della Casa Bianca di imporre sanzioni contro il ministro degli Esteri iraniano, Mohammad Javad Zarif, ma anche nella possibile creazione di una o più pattuglie navali per garantire la sicurezza delle petroliere in transito nelle acque del Golfo Persico.

Le misure punitive decise mercoledì contro Zarif segnano uno dei punti più bassi e imbarazzanti di quella che a stento può essere definita la politica estera dell’amministrazione Trump. Tra lo sbalordimento di diplomatici e osservatori, le sanzioni ai danni del capo della diplomazia di Teheran erano state ipotizzate già a fine giugno, in concomitanza con un altro colpo di genio della strategia iraniana di Washington, cioè le sanzioni contro la guida suprema della Repubblica Islamica, ayatollah Ali Khamenei.

Il dipartimento del Tesoro USA in quell’occasione aveva sostenuto di volere rimandare una decisione in merito allo status di Zarif per non chiudere del tutto la porta a un più che improbabile dialogo con l’Iran. Questo impegno per la pace o presunto tale era giunto dopo che l’amministrazione Trump aveva fatto di tutto per distruggere i modesti passi verso la distensione suggellati nel 2015 con l’accordo sul nucleare di Vienna (JCPOA).

Se un qualche motivo razionale può essere individuato per le sanzioni contro Zarif, esso è da ricercare forse nel fastidio provato dai falchi guerrafondai della Casa Bianca per un diplomatico capace di formulare una politica estera coerente con gli interessi del proprio paese e, soprattutto, di comunicare pacatamente ed efficacemente con il pubblico occidentale.

Sul piano pratico, né le sanzioni contro Khamenei né quelle contro Zarif avranno alcun effetto, visto che entrambi non sembrano avere interessi economici all’estero, ma la mossa ha comunque un chiaro significato politico. A meno di credere alle ridicole pretese di Trump e del suo staff, secondo i quali la politica della “massima pressione” convincerà i leader iraniani a correre al tavolo delle trattative, oltretutto alle condizioni di Washington, questa strategia non può che avere l’obiettivo di far precipitare la situazione e giustificare un intervento armato contro la Repubblica Islamica.

Tralasciando le assurdità che hanno pervaso le dichiarazioni del Tesoro e del dipartimento di Stato USA riguardo alla decisione su Zarif, resta il fatto che dentro l’amministrazione Trump permangono forti perplessità e divisioni quanto meno sui tempi e le modalità di una strategia che rischia di diventare estremamente pericolosa. Da questo conflitto interno derivano con ogni probabilità i segnali parzialmente in controtendenza che si registrano di quando in quando, ma che, però, non cambiano di molto la sostanza dello scontro. Uno di questi è arrivato proprio nei giorni scorsi, quando fonti governative prima e una dichiarazione ufficiale del consigliere per la Sicurezza Nazionale John Bolton poi, hanno confermato come gli Stati Uniti intendano prorogare le esenzioni dalle sanzioni a favore di cinque paesi che stanno collaborando allo sviluppo del programma nucleare civile iraniano.

Cina, Russia, Francia, Gran Bretagna e Germania potranno cioè continuare a lavorare in alcuni impianti della Repubblica Islamica, come previsto dall’accordo di Vienna, ma i “permessi” americani dureranno soltanto 90 giorni e, a questa scadenza, potrebbero non essere più rinnovati. Il rinvio è dovuto quasi certamente ai problemi di carattere pratico e politico che sarebbero sorti, dal momento che gli USA avrebbero dovuto affrontare frontalmente, forse anche con ulteriori sanzioni, sia gli alleati europei sia le altre due potenze rivali.

Anche l’esilissima speranza di dialogo che ha continuato a pervadere la crisi iraniana in questi mesi potrebbe dunque essersi spezzata con le sanzioni imposte al ministro degli Esteri Zarif. Per il ruolo che ricopre e per le sue caratteristiche personali e professionali, quest’ultimo era evidentemente il tramite ideale e, probabilmente, unico tra il governo americano e i veri centri di potere iraniani. Zarif ha infatti più volte visitato gli Stati Uniti per partecipare a eventi presso le Nazioni Unite, tra cui l’ultima volta pochi giorni fa, ed è spesso intervenuto su televisioni e giornali americani. Nell’ultima recentissima trasferta in America, nonostante i suoi movimenti fossero stati ristretti severamente, aveva anche incontrato il senatore repubblicano Rand Paul, probabilmente incaricato di sondare il terreno dallo stesso presidente Trump.

L’altro fronte più caldo dello scontro tra Stati Uniti e Iran è al momento quello delle pattuglie navali per presidiare il Golfo Persico e, in particolare, il tratto di mare dello Stretto di Hormuz che separa la Repubblica Islamica dalla penisola Arabica. Dopo gli incidenti delle ultime settimane – dagli attacchi contro alcune petroliere all’abbattimento di droni, fino al recente sequestro della nave battente bandiera britannica “Stena Impero” da parte di Teheran in risposta al blocco dell’iraniana “Grace I” a Gibilterra – il governo americano vorrebbe creare una task force navale per scortare il traffico commerciale in una delle vie d’acqua più congestionate e pericolose del pianeta.

Teoricamente, l’iniziativa avrebbe il compito di impedire incidenti o scontri causati dalle forze iraniane, ma, al contrario, essa rischia di aggravare ancora di più le tensioni, mettendo oltretutto a disposizione della Repubblica Islamica una serie di nuovi obiettivi militari in caso di conflitto armato. Gli sviluppi più interessanti della questione riguardano comunque la differenza di vedute tra gli USA e l’Europa. L’amministrazione Trump ha chiesto agli alleati del vecchio continente di partecipare alla missione nel Golfo Persico, ma la risposta è stata generalmente piuttosto fredda.

Con la Germania, in particolare, è scoppiata una polemica nella giornata di mercoledì, quando il ministro degli Esteri, il socialdemocratico Heiko Maas, nel corso di una visita in Polonia ha respinto ufficialmente l’invito a partecipare all’operazione navale proposta da Washington. I giornali occidentali hanno dato ampio rilievo al rifiuto del governo di Berlino e alle parole con cui il ministro tedesco ha bocciato la strategia americana della “massima pressione”, affermando di preferire a essa la strada della diplomazia.

Lo sfoggio di un finto atteggiamento pacifista da parte di Maas serve in realtà a mascherare manovre già in atto, in Germania come negli altri paesi europei, per far fronte al probabile imminente tracollo dell’accordo di Vienna del 2015 sul nucleare iraniano. Il governo della cancelliera Merkel, proprio tramite il suo ministro degli Esteri, se da un lato respinge l’idea di una coalizione navale a guida americana, conferma dall’altro la disponibilità a partecipare a un’iniziativa identica ma promossa dall’Europa.

Quest’ultima era stata lanciata dall’ormai defunto governo britannico di Theresa May e gli sforzi per distinguere il progetto da quello americano servivano sostanzialmente ad ammorbidire la posizione dell’Iran, tenuto conto che l’Europa starebbe ancora cercando di salvare l’accordo sul nucleare nonostante il boicottaggio di Washington. L’Iran, tuttavia, ha letto perfettamente il senso di entrambe le manovre in fase di studio e le valuta ugualmente una minaccia a ciò che resta della pace in Medio Oriente.

Dietro alle posizioni espresse dal ministro degli Esteri di Berlino si stanno d’altronde già agitando i media ufficiali e gli ambienti del business tedesco, i quali trattengono a malapena l’eccitazione alla prospettiva di garantire la presenza della Germania in un’area del pianeta cruciale per gli approvvigionamenti energetici e, più in generale, di vedere il loro paese tornare a svolgere a tutti gli effetti un ruolo da grande potenza dopo oltre sette decenni dal crollo del regime nazista.

In definitiva, dietro le apparenze di una “missione di pace” e in parziale contrasto con l’alleato americano, la Germania e gli altri principali governi europei stanno preparando anch’essi un intervento militare nel Golfo Persico per non essere esclusi dalla corsa al controllo delle riserve di petrolio, nonché della principale via di transito, nel momento in cui dovesse esplodere un conflitto armato con la Repubblica Islamica.

Se a Washington esistesse una vera opposizione politica contro la deriva neo-fascista dell’amministrazione Trump, i fatti che stanno accadendo in questi giorni a Portorico potrebbero facilmente ispirare una mobilitazione di massa contro un presidente profondamente impopolare e che agisce sempre più spesso in violazione dei principi costituzionali americani. Nell’isola caraibica, ufficialmente un “territorio non incorporato” degli Stati Uniti, un’ondata di manifestazioni di protesta ha infatti costretto qualche giorno fa alle dimissioni il governatore, Ricardo Rosselló, gettando l’intera classe politica in una crisi senza precedenti.

Per comprendere anche solo superficialmente i fatti, è necessario ricordare che le condizioni di vita a Portorico hanno raggiunto da tempo livelli insopportabili per ben oltre la metà di una popolazione di 3,2 milioni di abitanti. La situazione era iniziata a precipitare con il collasso della situazione finanziaria dell’isola e la successiva creazione, da parte dell’amministrazione Obama, di un vero e proprio organo dittatoriale.

Il predecessore di Trump aveva firmato una legge ad hoc nel giugno del 2016 (“Puerto Rico Oversight, Management and Economic Stability Act” o “PROMESA”) che istituiva una speciale commissione di sette membri (“Financial Oversight and Management Board”) con poteri assoluti sulle questioni di bilancio e sulle trattative per la ristrutturazione del debito dell’isola.

Questo organo, di fatto alle dirette dipendenze di Wall Street, aveva così iniziato un’operazione di drastica riduzione della spesa pubblica e una campagna di privatizzazioni per ridurre un debito complessivo superiore ai 70 miliardi di dollari, in gran parte detenuto da banche e “fondi avvoltoi”. Parallelamente, le manovre per il risanamento finanziario di Portorico sono state lanciate con appelli alla necessità di tornare a vivere “secondo i propri mezzi”, obbligando cioè la “working-class” a enormi sacrifici, mentre politici e uomini d’affari sguazzavano in un oceano di corruzione.

Su una realtà piagata da disoccupazione e povertà dilaganti si sono poi abbattuti i cicloni Irma e Maria nel 2017, facendo, secondo le stime più credibili, almeno 5 mila morti e provocando una nuova ondata di devastazione sociale, sfruttata ancora una volta per accelerare austerity e svendita di beni pubblici, anche a discapito della ricostruzione. L’insofferenza per la classe dirigente locale e per quella di Washington è poi aumentata in seguito alla gestione disastrosa dell’emergenza, assieme ai tentativi di minimizzare le vittime dei disastri naturali e alla visita a Portorico di un presidente Trump capace soltanto di ostentare indifferenza, se non aperto disprezzo, nei confronti degli abitanti dell’isola.

In questo scenario, una serie di inchieste e di arresti per episodi di corruzione e la recente pubblicazione di scambi di messaggi imbarazzanti tra esponenti di spicco del governo di Portorico hanno acceso definitivamente le polveri e scatenato una rivolta di massa che ha messo alle strette il governatore Rosselló. Quest’ultimo si era inizialmente rifiutato di farsi da parte, ma il persistere delle proteste lo ha convinto a desistere e a fissare al prossimo due agosto la data delle proprie dimissioni.

Nelle chat in questione si parlava di affari mandati in porto in maniera illegale approfittando sia della supervisione finanziaria esercitata sull’isola sia dei fondi stanziati per i lavori seguiti agli uragani. Ad accentuare la collera della popolazione portoricana sono stati anche messaggi gravemente offensivi rivolti alle vittime dei disastri del 2017. Ad esempio, un membro del governo locale aveva macabramente scherzato sui cadaveri ammassati negli obitori dell’isola, proponendo di “darli in pasto ai corvi”.

Alla fine e per la prima volta nella storia degli Stati Uniti, un governatore in carica di uno stato o di un territorio “non incorporato”, vale a dire gestito da Washington in maniera semi-coloniale, è stato costretto alle dimissioni da una mobilitazione popolare di protesta.

Nonostante la deposizione di Ricardo Rosselló, le manifestazioni non sono cessate. Anzi, colei che secondo la legge avrebbe dovuto succedere al governatore è stata anch’essa oggetto di proteste, perché già coinvolta in un procedimento di indagine e in quanto membro a tutti gli effetti del corrotto apparato di potere portoricano.

La segretaria alla Giustizia, Wanda Vázquez, si è dunque rifiutata di prendere il posto del governatore dimissionario. L’immediato successore di Rosselló avrebbe dovuto essere in realtà il segretario di Stato di Portorico, ma il titolare di questa posizione si era già dimesso in seguito al coinvolgimento in un caso di corruzione.

La vicenda è sfociata allora in una crisi istituzionale, visto che la terza e la quarta carica in linea di successione non hanno potute essere considerate per ragioni diverse. Il segretario al Tesoro, Francisco Parés, non raggiunge infatti i 35 anni di età previsti dalla costituzione dell’isola per diventare governatore, mentre il segretario all’Educazione ad interim, Eligio Hernández, ha dichiarato di voler restare al proprio posto.

Rosselló dovrà ora decidere in fretta la nomina del suo successore e, secondo i media americani, potrebbe scegliere un segretario di Stato ad interim che finirà per assumere automaticamente la guida del governo di Portorico. Tra i più probabili candidati sembrano esserci il presidente del Senato dell’isola, Thomas Rivera Schatz, e la rappresentante di Portorico al Congresso di Washington senza diritto di voto (“Resident Commissioner”), Jenniffer González, entrambi affiliati al Nuovo Partito Progressista (PNP) del governatore uscente, così come al Partito Repubblicano americano.

L’importanza dei fatti di questi giorni a Portorico è che essi stanno avendo un’eco che va al di là dell’isola caraibica. Per cominciare, le proteste non si sono limitate al territorio controllato da Washington, ma hanno visto protagonisti anche migliaia di portoricani in svariate città americane, motivati sia dalla situazione nella loro terra di origine sia da quella che vivono quotidianamente negli Stati Uniti.

Soprattutto, poi, la classe dirigente di Washington, inclusi i vertici del Partito Democratico, di quello Repubblicano e la Casa Bianca, assistono nervosamente alla rivolta contro i loro omologhi di Portorico. In un clima di tensioni per certi versi non dissimili da quelle dell’isola e alimentato da disuguaglianze sociali e di reddito ugualmente gigantesche, ma anche dall’opposizione provocata dalle politiche ultrareazionarie dell’amministrazione Trump, in molti temono che la rimozione di Rosselló possa diventare un esempio e la rivolta senza precedenti contagiare in qualche modo gli Stati Uniti continentali.

A frenare una possibile mobilitazione contro Trump è in primo luogo però lo stesso Partito Democratico, i cui leader temono maggiormente un’eventualità di questo genere che il consolidamento in senso autoritario del potere del presidente. L’unica strategia che il partito di opposizione a Washington intende perseguire per combattere Trump è essa stessa reazionaria e consiste nell'alimentare una caccia alle streghe in relazione alle presunte interferenze della Russia nei processi “democratici” americani.

Sempre riguardo a Portorico, gli ambienti di Wall Street che stanno beneficiando della bancarotta del governo dell’isola e della dittatura finanziaria ad essa imposta temono anche che il persistere e il radicalizzarsi della mobilitazione in corso ostacolino la “ristrutturazione” del bilancio e finiscano per penalizzare gli avvoltoi detentori del debito. Dalle pagine di giornali come il Wall Street Journal si stanno per questo moltiplicando gli appelli allarmati a fermare le spinte destabilizzanti con tutti i mezzi possibili, inclusa la repressione.

Per lo stesso organo dell’industria finanziaria americana, i problemi di Portorico sarebbero assurdamente da collegare al “socialismo democratico”, secondo i cui principi avrebbe governato Ricardo Rosselló. Con accenti da vera e propria guerra di classe, il Journal ha attaccato di recente i lavoratori dell’isola, perché avrebbero finora goduto di privilegi intollerabili, come una certa protezione dai licenziamenti, una manciata di giorni di ferie retribuite ogni anno e modesti benefit economici.

Questi toni dimostrano che, senza una prospettiva politica efficace, la popolazione di Portorico rischia di ritrovarsi con un semplice avvicendamento ai vertici del governo dell’isola, consentendo come al solito alla classe dirigente di ricompattarsi e di stabilizzare la situazione sull’isola dopo le pericolose scosse registrate in questi ultimi giorni.

I nostri media hanno fatto finta di ignorare il perché Ursula von der Leyen - una delle più ferventi sostenitrici della Nato - è stata eletta presidente della Commissione europea.

In politica Ursula von der Leyen è stata prima ministro della Famiglia, poi del Lavoro e infine della Difesa. Già candidata per la presidenza della Nato, van der Leyen è di sicura osservanza atlantica e ha rivendicato un ruolo più attivo a livello internazionale per le Forze Armate tedesche.

Da quando nel 2013 è diventata ministro della difesa tedesca, il budget del suo ministero è aumentato del 36 per cento. La Germania è il secondo più grande contributore di truppe alla Nato e guida la Very High Readiness, una task force congiunta capace di essere schierata in qualsiasi parte del mondo entro due giorni.

In un momento in cui la Cina si prepara a diventare la prima potenza economica del mondo, in cui la demografia occidentale è in calo mentre la popolazione africana è in fortissimo aumento, in cui la tecnologia non è più solo occidentale e l’esercito cinese aumenta la sua potenza a un ritmo sfrenato, un personaggio come Ursula von der Leyan è vista con molto buon occhio da Donald Trump.

 

Dopo la caduta del Muro di Berlino e gli stravolgimenti geopolitici che ne sono seguiti, il Patto atlantico, pur non abbandonando la sua originaria missione di alleanza militare difensiva si è assunto il ruolo di «poliziotto del mondo». Un compito non da tutti condiviso tra i 26 Stati membri e i 17 membri associati che ne fanno parte. Infatti, Trump lamenta i costi elevati di cui gli Stati Uniti continuano in gran parte a farsi carico, nonostante le continue pressioni di Washington, affinché gli alleati europei contribuiscano maggiormente alle spese di difesa. Al momento, soltanto quattro paesi raggiungono la soglia del 2 per cento del PIL prevista per le spese militari: Grecia, Regno Unito, Estonia e Lettonia (gli Stati Uniti arrivano fino al 3,5 per cento), mentre la Germania ha promesso di avvicinarvisi entro il 2030. Tuttavia lo scorso gennaio il Congresso americano ha comunque confermato il sostegno alla NATO, segno dell’interesse statunitense a rimanere all’interno dell’Alleanza che gli consente di dirigere ogni azione del «poliziotto del mondo».

 

Una conferma recente giunge dal Foreign Affairs, la principale rivista di politica estera degli Stati Uniti, dove si parla del ritorno della "questione tedesca".

Sin dalla fondazione del Reich tedesco nel 1871, infatti, la Germania è sempre stata una potenza troppo grande e troppo popolosa nel cuore d'Europa; ciò all'epoca aveva distrutto l'equilibrio dei poteri interno all'Europa e prodotto "due guerre mondiali", ha scritto il Foreign Affairs. Pertanto il processo di integrazione europea sotto l'egemonia statunitense sarebbe "l'unica soluzione convincente al problema delle relazioni tedesche con l'Europa".

Un'Europa che si integra, che mette al bando i nazionalismi, deve essere in primo luogo un'Europa che mette al bando il "nazionalismo tedesco", perché questo notoriamente ha avuto un importante "ruolo distruttivo nel sanguinoso passato europeo".

Sicuramente non a caso la signora von der Leyen, agli inizi di quest’anno, ha pubblicato sul New York Times un elogio sperticato al Patto atlantico: «La Nato non è un'organizzazione transatlantica solo di nome. Rappresenta un legame speciale, anche emotivo tra i continenti americano ed europeo. Se i membri dell'Unione Europea riusciranno ad armonizzare la loro pianificazione della difesa e gli appalti militari, e intrecciando le loro forze armate, tutto ciò aggiungerà forza alla Nato. E una Nato più forte servirà gli interessi di sicurezza di tutti i membri, ma soprattutto di  quelli degli USA. Inoltre, manderà un chiaro segnale a coloro che si oppongono all'ordine internazionale basato sulle regole: noi alleati transatlantici siamo pronti e disposti a difendere la nostra terra, il nostro popolo e la nostra libertà».

 

Comunque fa riflettere che, nonostante gli attacchi degli ultimi mesi che hanno colpito la ministra della Difesa tedesca, ella sia riuscita a farsi eleggere, benché con una maggioranza risicata, alla presidenza europea. Infatti era finita nel mirino del Bundestag per appalti illeciti. E c'è chi pensa, come scrive Die Welt, che il suo invio a Bruxelles sia “una liberazione per Berlino”. A conferma c’è un sondaggio in cui il 56 per cento dei tedeschi spiega di essere contrario al ministro “che lascia il viale del tramonto in Germania per una strada lastricata di gloria a Bruxelles”.

 

Ursula von der Leyen è stata eletta ma con soli 383 voti a favore a fronte della maggioranza necessaria prevista di 374. soprattutto grazie ai 13 voti degli ungheresi di Fidesz e i 26 di Pis, il partito sovranista che dal 2015 governa la Polonia. «Von der Leyen è stata ministra della difesa. Comprende il problema della sicurezza nella nostra parte d’Europa. Speriamo che come capo della Commissione europea, cooperi e rafforzi la Nato. È fondamentale recuperare il rapporto con gli Stati Uniti», ha spiegato Witold Waszczykowski, eurodeputato di Ecr ed ex ministro degli Esteri polacco dal 2015 al 2018. Pertanto inquieta che i grandi giornali non si siano soffermati con scrupolosa attenzione sul curriculum e sulle "doti" della signora Von der Lyen.

 

Ci vuol poco a capire che la sua zelante fedeltà alla Nato e il suo atteggiamento duro verso la Russia piacciano all'Amministrazione americana, che le interpreta come uno strumento indispensabile per rinsaldare l' Alleanza atlantica in funzione anti russa. Il presidente Trump non può che gioirne. Prepariamoci ad essere coinvolti in nuove sanguinose avventure.

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