Con il via alle amichevoli estive, il calciomercato accelera. Ne sa qualcosa l’Inter, costretta a partire per Singapore senza nemmeno un attaccante di ruolo, visto che è Lautaro è in vacanza e Icardi resta fuori rosa. “Rispetto ai piani concordati con la società siamo in ritardo sia nelle uscite sia nelle entrate – ha ammesso Conte in conferenza stampa – Abbiamo la necessità di snellire e creare un gruppo: con il Club abbiamo la stessa visione, mi aspettavo fossimo più avanti ma sono fiducioso”.

Traduzione: l’allenatore nerazzurro vuole al più presto Lukaku e/o Dzeko. Secondo indiscrezioni dall’Inghilterra, Marotta e Ausilio hanno stretto per il belga, arrivando a sfiorare gli 83 milioni chiesti dal Manchester United: il Times scrive che i nerazzurri hanno messo sul tavolo 67 milioni più 15 di bonus.

A sorpresa, l’affare più complicato si rivelerà quello per Dzeko. E la ragione è che nella partita rientra anche la Juve, visto che la Roma, prima di vendere il bosniaco, intende assicurarsi Higuain. L’intesa fra i due club è stata raggiunta da tempo (prestito oneroso di 9 milioni con riscatto fissato a 27), il problema è che il Pipita non sembra affatto convinto di lasciare la corte di Sarri per approdare nella Capitale. Se alla fine cambierà idea, sbloccherà anche il trasferimento di Dzeko all’Inter.

 

Quanto al Napoli, dopo la bella partenza con l’acquisto di Manolas gli azzurri si sono impantanati sull’affare James Rodriguez, che alla fine molto probabilmente finirà all’Atletico Madrid. Le alternative per Ancelotti sono Pepé e Malcom: per il primo De Laurentiis è pronto a offrire Ounas più soldi, per il secondo invece si tenterà la carta del prestito oneroso con diritto di riscatto. Intanto è stato formalizzato l’acquisto di Meriah, difensore tunisino in arrivo dall’Olympiacos per quattro milioni.

 

Ancora più complicata la situazione in casa Milan, dove lo stallo sul mercato inizia a preoccupare i tifosi. “È normale che all’inizio i prezzi siano molto alti e che più avanti si abbassino – ha detto Maldini – L’idea è quella di far felice il mister, i tifosi, noi dirigenti e la proprietà, ma dobbiamo fare le cose sbagliando il meno possibile. Cerchiamo profili giovani e forti e profili di esperienza che li facciano crescere: uno come Modric sarebbe perfetto, ma non lo abbiamo mai trattato. Le ironie su di noi? Lasciamole pure…”.

In realtà, per iniziare gli acquisti il Milan dovrebbe prima riuscire a vendere diversi giocatori. Jorge Mendes sta lavorando a un’operazione che porterebbe Cutrone al Wolverhampton e Andre Silva al Monaco per 55 milioni, soldi che poi i rossoneri girerebbero all’Atletico Madrid per Correa, trequartista argentino che piace molto a Giampaolo.

A quel punto potrebbe partire anche Suso, richiesto ancora con insistenza dalla Roma, la quale però non intende pagare la clausola rescissoria dello spagnolo (38 milioni), ma inserire nell’affare uno tra Defrel e Pastore. Offerta che non piace a Maldini.

Con un decreto palesemente illegale entrato in vigore martedì, il presidente americano Trump ha di fatto abolito il diritto all’asilo per la gran parte degli immigrati che cercano di fuggire da condizioni di vita disperate per trovare rifugio negli Stati Uniti. La nuova norma, che finirà ben presto nelle aule dei tribunali americani, è solo l’ultimo attacco contro i diritti democratici dei migranti e consolida cupamente la deriva neo-fascista dell’amministrazione repubblicana.

 

Il presidente Trump, sotto dettatura dei consiglieri di estrema destra come il fidato Stephen Miller, ha stilato un “ordine” esecutivo che calpesta sia il diritto internazionale sia le stesse leggi degli Stati Uniti. Nel concreto, le autorità di frontiera dovranno respingere sommariamente le domande di asilo, presentate presso i regolari valichi al confine con il Messico, di coloro che hanno mancato di farne richiesta nel primo paese attraversato sulla rotta verso gli Stati Uniti.

 

Ad esempio, i migranti provenienti da El Salvador e Honduras dovranno chiedere asilo in Guatemala, mentre i cittadini di quest’ultimo paese si dovranno rivolgere al governo messicano. Le domande di asilo verranno prese in considerazione dagli USA solo in tre casi: se le richieste saranno respinte da altri paesi; se il primo paese di transito non sia firmatario dei trattati internazionali contro torture e persecuzioni; in presenza di vittime di traffico di esseri umani. Per il momento, le protezioni teoriche finora in vigore resteranno tali per i cittadini messicani e per coloro che arriveranno negli Stati Uniti sud-occidentali via mare.

 

Oltre a essere un elemento fondamentale previsto e riconosciuto dal diritto internazionale, l’asilo per i migranti in fuga da situazioni di pericolo è codificato anche dalla legislazione americana. Il cosiddetto “Immigration and Nationality Act” del 1965 consente appunto agli stranieri di presentare richiesta di asilo senza restrizioni se esiste il timore di una qualche persecuzione nei loro paesi di origine.

 

Grazie al “Refugee Act” del 1980, inoltre, il governo americano può deportare gli immigrati in quello che viene definito come un “paese terzo sicuro” solo se vi è un trattato bilaterale, come quello stipulato col Canada, che riconosca tale status. Questa norma era stata assorbita tardivamente dal Congresso di Washington per ovviare a un altro episodio vergognoso nella storia della “patria della democrazia”, cioè la mancata accoglienza durante il nazismo di molti rifugiati ebrei, spesso mandati a morire nei campi di sterminio tedeschi.

 

Il decreto annunciato lunedì e applicato il giorno successivo dall’amministrazione Trump è probabilmente scaturito dalla frustrazione per non avere ottenuto da Messico e Guatemala un accordo che dichiarasse entrambi come “paesi terzi sicuri” e, quindi, per poter procedere con espulsioni di massa in maniera immediata e nel rispetto formale della legge. Il governo di Città del Messico ha ribadito ancora lunedì di non avere alcuna intenzione di acconsentire alle richieste della Casa Bianca, nonostante una clausola oscura che poteva far pensare a un’eventuale intesa in questo senso contenuta nel recente accordo che costringe i migranti ad attendere in Messico l’esito delle loro domande di asilo presentate negli USA.

 

Nel caso del Guatemala, le pressioni di Trump hanno quasi prodotto una crisi diplomatica con Washington e un caso politico sul fronte interno. Lunedì, il presidente guatemalteco, Jimmy Morales, doveva incontrare Trump alla Casa Bianca, secondo indiscrezioni proprio per siglare un accordo di questo genere. Il suo staff ha però annullato la visita all’ultimo momento, con ogni probabilità in seguito a un’ingiunzione di un alto tribunale del Guatemala, secondo il quale dovrebbe essere il parlamento ad approvare un accordo che ratifichi la condizione di “paese terzo sicuro”.

 

La sola idea di definire in questo modo il Messico e, soprattutto, il Guatemala è ad ogni modo risibile. Le condizioni riservate ai migranti centro-americani dal Messico continuano a essere drammatiche, così come sono innumerevoli gli atti di violenza, spesso raccapriccianti, commessi nei loro confronti. Ancora peggio è la situazione del Guatemala, totalmente impreparato ad accogliere una massa di disperati e, oltretutto, con tassi di violenza addirittura superiori a quelli registrati in paesi come Iraq o Afghanistan.

 

Semplicemente assurde sono anche le motivazioni offerte dal governo americano per l’abrogazione di fatto del diritto all’asilo. I dipartimenti della Sicurezza Interna e della Giustizia, che hanno dato notizia del decreto, hanno sostenuto che il provvedimento si è reso necessario a causa del numero fuori controllo di immigrati in arrivo negli Stati Uniti. Questa situazione determinerebbe un eccesso di richieste di asilo, tanto da provocare un dispendio smisurato di risorse governative.

 

Una delle vere ragioni alla base del decreto di Trump è piuttosto l’effetto deterrente che la soppressione del diritto all’asilo dovrebbe avere sui migranti latinoamericani intenzionati a recarsi negli Stati Uniti. Questo obiettivo continua a essere perseguito attraverso la negazione dei diritti umani e con l’applicazione di metodi violenti e inumani. Lo stesso scopo di scoraggiare gli ingressi hanno anche altri elementi della guerra ai migranti in atto, come la separazione delle famiglie giunte in America e la detenzione in condizioni crudeli di adulti e minori “clandestini” in veri e propri lager di frontiera.

 

Il provvedimento sull’asilo, che spinge ancora più a destra le politiche migratorie americane, è motivato però soprattutto da ragioni politiche e ideologiche. Inoltre, l’offensiva anti-migranti della Casa Bianca non trova alcun consenso di massa negli Stati Uniti. Anzi, le manifestazioni contro i campi di concentramento istituiti dal governo e contro i recenti raid in varie città americane per arrestare e deportare immigrati “illegali” dimostrano una diffusa ostilità nei confronti di un presidente esplicitamente xenofobo e razzista.

 

Le iniziative per dividere le classi più disagiate, di americani o stranieri, alimentando i sentimenti più retrogradi nella popolazione, servono a mobilitare la base di estrema destra e fascista che sostiene questa amministrazione, in previsione di un intensificarsi dello scontro sociale e in preparazione di forme di governo sempre più autoritarie.

 

Emblematico del comportamento per molti versi senza precedenti del presidente americano è stata l’accesissima polemica di questi giorni che ha portato alla luce ancora una volta tendenze anti-democratiche, razziste e fascistoidi. Trump si è scagliato cioè in più di un’occasione contro alcune deputate democratiche appartenenti a minoranze razziali e considerate come le esponenti più carismatiche della sinistra del loro partito.

 

Ilhan Omar (deputata di origine somala del Minnesota), Ayanna Pressley (di colore del Massachusetts), Alexandria Ocasio-Cortez (portoricana di New York) e Rashida Tlaib (palestinese del Michigan) sono state invitate dal presidente a lasciare gli Stati Uniti e a tornarsene nei loro paesi di provenienza, pur essendo tre su quattro nate negli Stati Uniti, se “scontente” della realtà americana. In maniera significativa, Trump ha sottolineato più volte la presunta appartenenza delle quattro deputate alla “sinistra radicale” o il loro essere “socialiste” o “comuniste”, anche se nessuna di loro merita in effetti anche una sola di queste definizioni.

 

Nel sollecitare odio e, non è da escludere, atti di violenza contro quanti si oppongo alle politiche della Casa Bianca, il presidente americano continua dunque a mostrare tutta l’intenzione di isolare e criminalizzare i propri rivali politici, così come le fasce più deboli della società, liquidando apertamente anche il rispetto formale delle norme democratiche che ha da sempre contraddistinto il comportamento esteriore delle classi dirigenti degli Stati Uniti.

Il progressivo svuotamento dell’accordo sul nucleare iraniano (JCPOA) è proseguito in questi giorni con la certificazione ufficiale del superamento dei limiti di uranio arricchito che, secondo lo stesso trattato del 2015, la Repubblica islamica avrebbe facoltà di immagazzinare sul proprio territorio. Se questi ultimi sviluppi rischiano di aggravare ancora di più il clima attuale, la responsabilità non è di Teheran, bensì, in primo luogo, dell’amministrazione Trump, uscita unilateralmente dall’accordo di Vienna oltre un anno fa, ma anche dell’Europa, incapace di sostenere coi fatti l’appoggio espresso alle posizioni dell’Iran e agli scenari venutisi a creare dopo la firma del JCPOA.

 

A metà giugno, il governo di Teheran aveva avvertito che il limite di 300 kg. di uranio arricchito prodotto entro i propri confini sarebbe stato superato il giorno 27 dello stesso mese. La soglia è stata alla fine sfondata solo qualche giorno più tardi, come hanno fatto sapere lunedì la stampa iraniana e una dichiarazione ufficiale dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica. Apparentemente, l’Iran è ora dunque in violazione del trattato sul nucleare o, per lo meno, così sembra suggerire la maggior parte dei titoli dei giornali occidentali.

 

Da questa inosservanza potrebbero scaturire svariati provvedimenti punitivi, incluso il ripristino delle sanzioni anche da parte dell’Europa. Gli Stati Uniti, soprattutto, potrebbero intensificare le pressioni sulla Repubblica Islamica, fino addirittura a decidere bombardamenti mirati o azioni di “cyber-sabotaggio” contro gli impianti che ospitano le centrifughe necessarie all’arricchimento dell’uranio. Quest’ultima ipotesi è stata avanzata martedì da un’analisi del New York Times, debitamente corredata di dettagli e del riferimento a un’operazione simile autorizzata dall’amministrazione Obama un decennio fa contro la struttura di Natanz.

 

In realtà, il superamento dei limiti dell’uranio arricchito prodotto e conservato dall’Iran è la diretta e inevitabile conseguenza delle decisioni prese dalla Casa Bianca sul JCPOA, prima fra tutte quella di abbandonare l’accordo nel maggio del 2018. In definitiva, la Repubblica Islamica non può essere accusata di avere trasgredito a un trattato che gli Stati Uniti hanno violato per primi, provocando la situazione odierna.

 

La condotta di Teheran è anzi perfettamente conforme alla lettera del JCPOA. L’articolo 26 dell’accordo di Vienna prevede che il governo americano debba “astenersi dal reintrodurre le sanzioni… che sono state sospese dal JCPOA”. Venendo meno a questa condizione, come ha fatto senza una ragione legittima l’amministrazione Trump, l’Iran ha piena facoltà di sottrarsi al rispetto degli impegni assunti nel 2015 con i cosiddetti P5+1 (USA, Russia, Cina, Francia, Gran Bretagna e Germania).

 

Ancora più nello specifico, Washington a inizio maggio di quest’anno ha non solo ritirato le autorizzazioni concesse a una manciata di paesi per continuare ad acquistare greggio iraniano nonostante le sanzioni, ma ha anche bloccato di fatto le esportazioni di uranio a basso arricchimento prodotto da Teheran e che, sempre secondo il JCPOA, veniva scambiato con uranio naturale proveniente dalla Russia. In questo modo l’Iran si vedeva riconosciuto il diritto inalienabile di produrre uranio arricchito per scopi civili, in quanto firmatario del Trattato di Non Proliferazione Nucleare, e allo stesso tempo veniva soddisfatta la richiesta degli altri paesi firmatari di impedire l’accumulo di materia prima teoricamente utilizzabile per la costruzione di ordigni atomici.

 

Escludendo comprensibilmente l’ipotesi di uno stop totale al processo di arricchimento, è evidente che, alla luce delle iniziative americane, l’Iran non aveva alternativa al superamento dei limiti di uranio arricchito previsti dall’accordo di Vienna. Anche in questo caso, la mossa iraniana è autorizzata dal JCPOA e, di conseguenza, non comporta una violazione di quest’ultimo.

 

Un’altra ragione alla base delle considerazioni di Teheran è da collegare all’inerzia di Francia, Gran Bretagna, Germania e Unione Europea. Il ministro degli Esteri iraniano, Mohammad Javad Zarif, ha spiegato lunedì che il paragrafo 36 del JCPOA prevede l’istituzione di un “meccanismo di risoluzione delle dispute” in caso di presunta violazione dell’accordo. Alla luce della situazione creatasi dopo il boicottaggio dell’intesa da parte degli USA, nel luglio dello scorso anno una speciale commissione si era perciò riunita a Vienna e i firmatari europei si erano impegnati a garantire i diritti dell’Iran perché ancora nel pieno rispetto del JCPOA.

 

Questi impegni non si sono però mai concretizzati, malgrado le promesse e i piani per il lancio di un nuovo strumento finanziario per aggirare le sanzioni americane e far proseguire gli scambi commerciali e di petrolio. La mancata risoluzione della disputa legittima così nuovamente la Repubblica Islamica a venir meno ad alcuni degli obblighi imposti dall’accordo.

 

Per certi versi, le decisioni dell’Iran possono essere considerate simboliche o, comunque, destinate a convincere i paesi europei ad accelerare sulle misure che dovrebbero salvare il JCPOA. Il ministro Zarif ha infatti ricordato che le misure adottate sarebbero facilmente reversibili nel caso l’Europa dovesse finalmente andare nella direzione promessa. Fermo restando che Teheran non ha intenzione di dotarsi di armi atomiche, la quantità di uranio arricchito teoricamente necessaria a produrre una sola testata nucleare è di gran lunga superiore ai 300 kg. Inoltre, il livello di arricchimento utilizzabile a scopi militari è di circa il 90%, mentre solo dai prossimi giorni le autorità iraniane prevedono di superare il 3,67% fissato dall’accordo.

 

Le reazioni dell’Europa sono state per il momento piuttosto caute o, in molti casi, del tutto assenti. Il dilemma europeo nell’affrontare la questione iraniana rimane quello di bilanciare le questioni di autonomia strategica dagli USA e la salvaguardia di interessi economici ed energetici importanti a fronte delle minacce e della conservazione dell’alleanza con Washington. Segnali di cedimento sono comunque già evidenti, quanto meno a Londra. Il ministro degli Esteri britannico, Jeremy Hunt, ha infatti invitato l’Iran a rispettare il JCPOA per evitare una possibile reintroduzione delle sanzioni anche da parte del Regno Unito.

 

Negli Stati Uniti, le recenti decisioni di Teheran provocheranno invece di certo un’accelerazione dell’offensiva anti-iraniana. Il presidente Trump ha già dichiarato che la Repubblica Islamica “sta giocando con il fuoco”, mentre il segretario di Stato, Mike Pompeo, è come suo solito ricorso alle menzogne per attaccare l’Iran. L’ex direttore della CIA e il suo “inviato speciale” per l’Iran, Brian Hook, hanno affermato che questo paese non avrebbe alcun diritto di produrre uranio a nessun livello di arricchimento.

 

Questa posizione non ha alcun fondamento legale ed è una richiesta unilaterale americana. Come ha spiegato Daryl Kimball, direttore esecutivo dell’Associazione per il Controllo delle Armi, “non esiste uno standard internazionale che proibisca all’Iran di arricchire uranio”. Infatti, “le sei risoluzioni del Consiglio di Sicurezza ONU a cui Pompeo si riferisce” e che, a suo dire, stabilirebbero questo divieto, “sono state superate dalla risoluzione 2231 del 2015 che ha ratificato l’accordo sul nucleare [JCPOA] e consentito all’Iran di produrre uranio arricchito con le restrizioni da esso previste”.

 

Nel perseguire i propri obiettivi, vale a dire piegare la Repubblica Islamica estorcendo un nuovo accordo o scatenare una guerra contro questo paese, gli Stati Uniti non intendono ad ogni modo fermarsi di fronte alla logica o al diritto internazionale. A conferma di ciò, la nuova numero uno dell’Ufficio Stampa della Casa Bianca, Stephanie Grisham, questa settimana ha rilasciato una dichiarazione relativa all’Iran, nella quale si legge, incredibilmente, come, “non vi sia dubbio” che questo paese, “ancora prima dell’esistenza dell’accordo [di Vienna], ne avesse violato i termini”.

 

La dichiarazione è stata accolta quasi universalmente con scherno, soprattutto dalle autorità iraniane, ma ribadisce il disinteresse dell’amministrazione Trump ad agire in maniera razionale e l’assenza di qualsiasi scrupolo nel contraddire sia le istituzioni internazionali, come l’ONU e le sue agenzie, sia la stessa comunità di intelligence USA, tutti concordi in questi anni nel certificare il rispetto del JCPOA da parte iraniana.

Con 108 voti a favore su 192 aventi diritto, Qu Dongyu, il candidato della Cina alla poltrona di Direttore Generale della FAO, ha sconfitto la francese Catherine Geslain-Lanéelle (71 voti), che era il candidato non solo della Francia ma di tutta l’Unione Europea ed era sostenuta dagli Stati Uniti e dai paesi satelliti. L'outsider georgiano, Davit Kirvalidze, ha invece ottenuto 12 voti mentre uno è risultato una astensione.

 

A poco è servito l’intenso lavoro diplomatico di Parigi per compattare l’Occidente e l’Africa sulla sua candidata. Anzi, proprio dall’Africa i segnali arrivati al palazzone razionalista di Roma sono stati inequivocabili ed hanno rappresentato uno smacco per la consolidata influenza che la Francia esercita sul continente nero.

 

Di contro, il voto a favore della Cina testimonia come la sua opera di penetrazione economico-finanziaria in Africa, sia riconosciuta. Del resto il gigante asiatico ha assoluto bisogno di alimenti ed energia per sostenere il suo sviluppo industriale e grazie ai massicci investimenti ed alla realizzazione di importanti opere infrastrutturali destinati al miglioramento delle condizioni di abitabilità e di sviluppo di interi paesi, Pechino viene riconosciuta oggi come un partner credibile per un continente in cerca di politiche favorevoli alla sua crescita e non alla sua spoliazione. Interventi che verranno ulteriormente ampliati e valorizzati proprio dall’iniziativa intercontinentale di Pechino che va sotto il nome di Nuova Via della Seta (Belt and Road) e che troverà nelle politiche della FAO destinate alla crescita ed alla lotta contro la fame e la povertà un ulteriore sostegno.

 

Decisamente diversa dall’idea occidentale di depredazione coloniale o di elemosina destinata a ridurre i danni, la politica di Pechino in Africa e in America Latina punta proprio sullo sviluppo delle infrastrutture dei paesi per sconfiggere il sottosviluppo, del quale la fame, l’assenza di reti viarie e ferroviarie, la difficoltà dell’accesso all’acqua e le malattie endemiche, sono solo alcuni degli aspetti peggiori.

 

Qu Dongyu, biologo di 55 anni e Viceministro cinese dell’Agricoltura, s’insedierà tra pochi giorni e resterà in carica fino al 2023. Nel suo saluto seguito alla proclamazione della vittoria ha espresso “gratitudine per la madrepatria" e ha rassicurato circa la fedeltà alla mission della Fao da parte della Cina che ne segue "le regole".

 

Il nuovo Direttore Generale ha tutte le ragioni per dirsi soddisfatto. Aldilà della retorica scontata, il risultato di ieri alla FAO è di straordinaria importanza geopolitica. Intanto perché è la prima volta nella storia della Repubblica Popolare Cinese che un suo candidato ad un ruolo di primaria importanza sulla scena internazionale ottiene un successo. Quello alla FAO è insomma un voto che da un lato, nelle proporzioni assolute, rappresenta il declino politico europeo nelle assisi multilaterali e, dall’altro, conferma l’ormai apparentemente inarrestabile crescita di Pechino nello scenario della governance globale.

 

Il voto segreto impedisce una ricostruzione dettagliata dello spoglio delle schede ma, stando alle dichiarazioni di voto diffuse nei giorni che hanno preceduto l’assise, oltre che Iran e Russia, Sudafrica e India, a sostegno del candidato di Pechino si sono schierati compatti Cuba, Nicaragua, Bolivia e Venezuela. Persino Argentina e Brasile, pur legati mani e piedi a Washington, hanno votato per il candidato cinese, viste le profonde ed estese reti di cooperazione e di import/export con Pechino.

 

Per gli stessi Stati Uniti è la seconda sconfitta in sede ONU nel giro di una settimana, dopo l’ingresso del Nicaragua nel Consiglio economico delle Nazioni Unite, avvenuto nonostante le pressioni contrarie da parte di Washington. E per rimanere in ambito ONU, la sconfitta della candidata francese segna uno smacco anche per l'Europa.

 

Prima donna in corsa per la carica, Deslain-Lanéelle aveva dato la disponibilità a controverse aperture nei confronti degli Stati Uniti su dossier sensibili come quello degli Ogm. E per quanto si voglia ora responsabilizzare della sconfitta la candidata, ad una analisi attenta non può sfuggire come la debacle sia in primo luogo la misura della perdita d’influenza francese e l’ennesimo rovescio patito dal governo Macron, ormai indigesto in patria e fuori. La grandeur s’è fatta piccola come il suo Presidente.

Dopo l’attacco di settimana scorsa contro due petroliere nel Golfo dell’Oman, le tensioni tra Iran e Stati Uniti sono arrivate molto vicine al punto di rottura. Un’eventuale nuova provocazione rischia di scatenare uno scontro militare dalle conseguenze potenzialmente rovinose, soprattutto in considerazione che nessuna delle due parti sembra avere opzioni percorribili per fare un passo indietro senza dover pagare un prezzo politico altissimo.

 

Su uno scenario già incandescente, è arrivata lunedì anche la notizia che la Repubblica Islamica si appresta inevitabilmente a violare una delle condizioni stabilite di comune accordo con la comunità internazione in merito al proprio programma nucleare. Tra una decina di giorni, la quantità di uranio arricchito prodotta in Iran supererà cioè i limiti previsti dall’accordo di Vienna del 2015 (JCPOA), indebolito in maniera letale dall’uscita degli Stati Uniti decisa nel maggio dello scorso anno dall’amministrazione Trump.

 

L’annuncio delle autorità iraniane è la diretta conseguenza della legittima decisione annunciata qualche settimana fa di venir meno ad alcune prescrizioni del trattato a causa delle restrizioni reimposte dagli Stati Uniti. In assenza di improbabili iniziative diplomatiche, attese in maniera vana dall’Europa, la violazione tecnica dell’accordo di Vienna aggiungerà così ulteriori frizioni tra Washington e Teheran.

 

Per quanto riguarda invece l’episodio di giovedì scorso, gli USA com’è noto hanno puntato immediatamente il dito contro l’Iran e a supporto di questa tesi hanno prodotto un filmato poco chiaro che documenterebbe la rimozione, da parte dell’equipaggio di un’imbarcazione iraniana, di una mina magnetica non esplosa dal fianco di una delle navi colpite.

 

La versione dei fatti proposta dall’amministrazione Trump ha però poco o nulla di verosimile. A smentirla basterebbe il fatto che, durante l’attacco alle due petroliere, di cui una di proprietà giapponese, proprio il capo del governo di Tokyo, Shinzo Abe, era in visita a Teheran per una missione che era stata presentata come un estremo tentativo di esplorare un percorso diplomatico con gli Stati Uniti. Un’operazione simile e con questo tempismo non avrebbe avuto dunque alcun senso da parte della Repubblica Islamica.

 

Ugualmente, come suggerisce la logica e il commento di più di un osservatore, in riferimento al filmato distribuito dagli USA che proverebbe la responsabilità iraniana, appare anche difficile che un ordigno non esploso venga rimosso così facilmente e velocemente senza alcuna precauzione, sia pure da personale esperto.

 

La vera domanda da porsi, come sempre in presenza di eventi che odorano di “false flag”, è chi potrebbe trarre vantaggio da un simile attacco. Viste le pressioni crescenti sull’Iran, è evidente che siano solo gli avversari di questo paese ad avere interesse nel rendere ancora più complicata la posizione internazionale di questo paese . Molti attori nella regione hanno d’altra parte le capacità per condurre un’operazione di questo genere, dal Mossad israeliano a forze legate ad Arabia Saudita o Emirati Arabi o, ancora, gruppi iraniani anche si oppongono all’attuale regime di Teheran, per non parlare della CIA.

 

La storia più o meno recente offre d’altra parte numerosi esempi di provocazioni condotte o istigate dagli Stati Uniti per presentare all’opinione pubblica la giustificazione necessaria a scatenare una guerra. In questa direzione sembra infatti andare la retorica bellicosa di esponenti di spicco dell’amministrazione Trump, a cominciare dal segretario di Stato, Mike Pompeo.

 

L’ex direttore della CIA nel fine settimana ha agitato apertamente l’opzione bellica, respingendo le obiezioni di quanti mettono in discussione la versione americana degli eventi di giovedì scorso nel Golfo dell’Oman. Tra gli interventi più clamorosi che hanno contraddetto la ricostruzione dei fatti offerta da Washington vanno ricordato quelli del ministro degli Esteri tedesco, Heiko Maas, e ancora di più del proprietario giapponese di una delle due imbarcazioni attaccate e dello stesso Abe. Una fonte vicina al premier nipponico ha affermato che le “prove” presentare dagli USA non sono schiaccianti e anche l’argomentazione che fa derivare la responsabilità del blitz dal livello di sofisticazione di esso non convince, perché, se così fosse, ad averlo portato a termine “potrebbero essere stati anche Stati Uniti e Israele”.

 

Nonostante in molti a Washington sembrano spingere il presidente Trump verso una guerra contro l’Iran, è altrettanto evidente che ci siano fortissimi timori di scatenare un conflitto che avrebbe non solo conseguenze devastanti per la regione mediorientale ma che, soprattutto, sarebbe controproducente per gli interessi della Casa Bianca e degli Stati Uniti in generale.

 

Alcuni commentatori svincolati dai media ufficiali hanno ancora una volta offerto svariate analisi interessanti della situazione attuale. Il reporter belga, veterano del Medio Oriente, Elijah Magnier, ha ad esempio sostenuto che, se Trump avesse avuto intenzione di attaccare l’Iran, i pretesti per farlo non sarebbero mancati negli ultimi tempi. L’obiettivo sarebbe piuttosto quello di creare un clima di estrema pressione su Teheran, sia per convincere la leadership di questo paese a sedersi al tavolo delle trattative facendo ampie concessioni a Washington sia per trascinare dalla propria parte gli alleati americani che continuano a manifestare forti resistenze alla linea dura dettata dagli USA.

 

Trump, in definitiva, non vorrebbe una guerra con l’Iran, ma “allo stesso tempo, ha fallito nel leggere le reazioni di Teheran alle sue sanzioni e alle continue minacce”. Il governo americano non si aspettava cioè una reazione così ferma da parte iraniana e, dopo avere boicottato l’accordo sul nucleare di Vienna e reimposto le sanzioni, ha finito per mettersi all’angolo con le proprie mani. Un allentamento della presa sarebbe letto come un segno di debolezza sul fronte domestico, mentre intensificare la linea dura potrebbe portare a una guerra aperta.

 

I vertici della Repubblica Islamica, da parte loro, non nutrono evidentemente nessuna fiducia nelle aperture arrivate in maniera indiretta da Washington e hanno anzi dimostrato di essere pronti a infiammare il Medio Oriente per impedire, come ha minacciato recentemente il presidente Rouhani, il transito di tutto il petrolio dal Golfo Persico se le esportazioni di greggio dell’Iran saranno forzatamente ridotte a zero.

 

Le due parti si trovano dunque in una situazione senza apparenti vie d’uscita. Per il blog MoonOfAlabama, entrambi i paesi vogliono alzare il livello dello scontro nella regione, sia pure fermandosi a un passo dalla guerra aperta. Gli Stati Uniti intendono mettere in ginocchio l’Iran per spingerlo a trattare alle proprie condizioni, mentre Teheran punta a mostrare a Washington tutti i rischi delle proprie decisioni, tanto da convincere Trump che, in vista della campagna per la sua rielezione, lo scivolamento in un conflitto avrebbe effetti politici devastanti.

 

In questo quadro, le probabilità di nuovi episodi come quello della scorsa settimana nel Golfo dell’Oman restano altissime e, al di là delle reali intenzioni delle parti coinvolte, rischiano facilmente di degenerare e sfuggire di mano. La determinazione dei “falchi” guerrafondai all’interno dell’amministrazione Trump e la già ricordata notizia di lunedì dell’intenzione iraniana di raggiungere a breve livelli di uranio arricchito proibiti dal JCPOA, sia pure per il solo uso civile, prospettano così un nuovo imminente e sempre più pericoloso peggioramento dei rapporti con Washington.

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