1 - Nessuna "rinuncia" in caso di coercizione è valida; non è un'espressione di libero arbitrio ed è viziato dalla nullità, legalmente e materialmente. Le dimissioni non sono valide quanto l'atto che le forza è illegale.
2 - Se un Presidente è costretto a lasciare il potere da forze militari o paramilitari, è un colpo di stato.
3 - I dittatori si sono sempre autoproclamati, non hanno voti o sostegno popolare, anche se cercano sempre di mascherarsi come legittimi.
4 - Evo non ha lasciato il suo paese, è stato protetto da un governo progressista che ha concesso asilo al primo Presidente indigeno d'America, salvandolo da una persecuzione razzista e fascista in cui hanno persino distrutto la sua casa e in cui hanno offerto migliaia di dollari per la sua cattura, con l'ovvio scopo di ucciderlo. Il colpo di stato fascista ha fallito nel suo obiettivo di porre fine alla vita del leader popolare e del legittimo presidente della Bolivia, Evo Morales.
5 - L'OSA è un'organizzazione multilaterale e non sovranazionale. Almagro è solo il segretario dell'Agenzia, non ha il potere di interferire negli affari interni di un paese sovrano. Non è coperto da alcun potere superiore a quello dei presidenti e dei popoli d'America. Ma è stato il principale esecutore di molteplici azioni interventiste a favore dell'imposizione di dittature e governi fantoccio a favore degli interessi degli Stati Uniti. È un funzionario, che deve rispondere delle sue azioni, avendo commesso gli abusi di potere più aberranti nell'arena internazionale, fingendo di essere una specie di "Ministro delle Colonie". Invece di promuovere la pace e la democrazia, promuove guerre e dittature contrarie agli scopi e ai principi del diritto internazionale, nonché alla stessa Carta OSA che ne regola le azioni. Allo stesso tempo, giustifica, protegge e rende invisibile l'imposizione delle ricette neoliberiste del FMI, accompagnate dalla repressione e dalla massiccia violazione dei diritti umani da parte di governi fascisti come quello di Piñera e di Lenin Moreno; o l'assassinio sistematico di leader sociali in Colombia, Honduras e Haiti; così come l'uso dell'apparato giudiziario per generare una nuova forma di guerra (Lawfare) che perseguita e priva i diritti politici ai leader dell'indipendenza di oggi in America Latina, come Lula, Correa, Zelaya e Cristina K., tra gli altri. Senza dimenticare la promozione del blocco criminale contro il Venezuela e i suoi sforzi per riattivare il TIAR per favorire gli interventi militari.
6- L'osservazione elettorale internazionale non può in nessun caso assumere il ruolo di arbitro o giudice elettorale. Le relazioni tecniche di osservazione elettorale non determinano responsabilità legali o penali in un processo elettorale. La pubblicazione di un "rapporto preliminare", cioè incompiuto, si è dato nel pieno sviluppo delle azioni fasciste; subito dopo che il presidente Evo Morales ha dichiarato pubblicamente di "rassegnare" le dimissioni per evitare lo spargimento di sangue tra i fratelli e l'incendio di case ai leader MAS perseguitati, ha chiarito l'intenzione del team OSA di favorire il colpo di stato fascista e razzista. Dovrebbe essere promossa un'indagine sul team tecnico e sulla relazione, sulla quale vi sono già serie domande da importanti esperti del settore. Il segretario generale dell'OSA deve spiegare al mondo la decisione di renderlo pubblico nelle circostanze descritte.
7- Si sta sviluppando una massiccia violazione della libertà di espressione. Tutti i media boliviani sono stati censurati e sono perseguitati i comunicatori nazionali e stranieri che hanno diffuso trasgressioni ai diritti umani e denunciato il regime di fatto. In nessun altro colpo di Stato di questo secolo esisteva la censura di oggi.
8- Quello che succede in Bolivia è più di un colpo di Stato, è un bestiale assalto colonialista, razzista e fascista, che non ha vergogna nel riutilizzare la Bibbia per sfidare, rifiutare, demonizzare e promuovere la continuità di un etnocidio di più 500 anni
9.- L'uso della Bibbia per generare persecuzioni e crimini dovrebbe generare il più profondo rifiuto degli umanisti che professano religioni legate a questo manoscritto e dovrebbe vedere la chiamata alla tolleranza religiosa da parte di tutti i rappresentanti di chiese e pastori, in modo che non sarà mai usata come al tempo della Santa Inquisizione o nell'invasione etnocida dell'America. È necessario chiedere una dichiarazione del Vaticano e di altre Chiese che promuovono la diffusione e lo studio della Bibbia. È tua responsabilità con la storia e con i popoli.
10 - L'incendio e la distruzione delle case dell'attuale leadership indigena della Bolivia, ricorda l'incendio delle capanne delle popolazioni indigene e delle comunità d'America in epoca coloniale. È un atto profondamente coloniale e fascista che fa rivivere un tipo di crimine che sembrava superato dall'umanità. Siamo alla luce della rinascita di una forma di crimine contro l'umanità, che deve essere indagata e sanzionata dal Sistema internazionale per la protezione dei diritti umani. È un modo di violazione e distruzione della storia familiare, di tutti i ricordi di antenati e antenati, dei ricordi dei bambini che la abitano; un crimine con implicazioni razziste, colonialiste e fasciste nella storia dell'America.
11 - In Bolivia c'è un popolo che resiste con tutta la sua dignità, opponendo il petto contro i proiettili per difendere il legittimo governo con più successi sociali, economici, politici e culturali nella sua storia, che ha promosso l'esercizio del potere costituente, in cui i diritti della madre terra e la costruzione dello stato plurinazionale hanno iniziato a prosperare in una società partecipativa che solleva il Whipala e la bandiera della Bolivia, salvando la storia della resistenza originaria e del movimento di indipendenza bolivariana.
I popoli dell'America e del mondo, insieme, devono evitare che un fascismo così grottesco come quello di Mussolini, Hitler o i massacri etnocidi dell'invasione coloniale d'America venga ristampato, senza il più travolgente oltraggio e reazione dell'umanità per invertire questo colpo perverso alla dignità umana e ai popoli di questo continente.


*Avvocato internazionalista, ricercatore e professore universitario

L’accordo sul nord-est della Siria raggiunto martedì a Sochi da Erdogan e Putin potrebbe avere creato, per la prima volta in oltre otto anni di guerra, le condizioni per una risoluzione definitiva del conflitto nel paese mediorientale. A mettere il sigillo sui nuovi scenari che si stanno delineando è stato lo stesso presidente della Turchia, i cui interessi, come ha ben compreso il suo omologo russo, sono stati decisivi per creare un equilibrio sostanzialmente favorevole anche a Mosca e Damasco. Erdogan, cioè, ha salutato dal Mar Nero l’ingresso in una “nuova fase”, pianificata per portare finalmente la pace in tutta la Siria.

In un delicato gioco diplomatico, i leader di Russia e Turchia sono riusciti a far quadrare il cerchio nonostante le posizioni teoricamente opposte sullo scacchiere siriano. Con l’approssimarsi dello scadere del cessate il fuoco, ufficialmente negoziato settimana scorsa dal vice-presidente USA Pence ad Ankara, Erdogan e Putin hanno concordato una serie di punti attorno ai quali si deciderà probabilmente la sorte del conflitto.

La Turchia otterrà alla fine la sua “zona di sicurezza” in territorio siriano per tenere lontana la minaccia del separatismo curdo. L’area-cuscinetto non sarà ampia come inizialmente auspicato da Erdogan, ma la presenza oltre questa porzione di territorio delle forze governative siriane, assieme alle garanzie di Mosca, saranno sufficienti a soddisfare le esigenze turche.

La polizia militare russa e le guardie di frontiera siriane dovranno rimuovere entro sei giorni la presenza delle milizie curde dell’YPG dall’area di confine sotto il controllo turco, profonda 32 km e lunga 120. In seguito, le forze russe e turche condurranno pattugliamenti congiunti per assicurare il rispetto delle condizioni stabilite a Sochi. In seguito all’accordo, nella giornata di mercoledì, i vertici delle forze armate turche hanno annunciato la sospensione delle operazioni militari in Siria nord-orientale.

Per Erdogan, dunque, l’intesa con Putin rappresenta un sostanziale successo, soprattutto se si considerano le circostanze che si erano venute a creare dopo anni di politiche siriane oggettivamente irresponsabili. La rinuncia al cambio di regime a Damasco e la condivisione con la Russia, oltre che con gli Stati Uniti, del ruolo di potenza in grado di influenzare gli equilibri mediorientali sono in definitiva un prezzo accettabile per la leadership turca. In cambio, Ankara si ritrova con una partnership strategica, militare ed economica con Mosca in fase di consolidamento e fondamentale nel quadro dell’impulso all’integrazione euro-asiatica al centro dell’attenzione di Erdogan.

Dal punto di vista russo, il risultato più importante dell’accordo stipulato a Sochi consiste appunto nell’avere ottenuto il rispetto turco per “l’integrità territoriale” e “l’unità politica” della Siria, nonché il riconoscimento del processo di pacificazione per mezzo del “Comitato Costituzionale Siriano”, i cui lavori dovrebbero partire nei prossimi giorni a Ginevra.

L’impegno diplomatico di Mosca si è basato in buona parte sul cosiddetto accordo di Adana, siglato nel 1998 tra Siria e Turchia e tuttora in vigore, che stabiliva le modalità della collaborazione tra i due paesi e le facoltà assegnate ad Ankara nell’intervenire oltre i propri confini meridionali per gestire eventuali emergenze legate alle operazioni del PKK curdo.

Su questo presupposto si fondano anche e soprattutto gli auspici russi per un prossimo riavvicinamento tra Erdogan e Assad, a sua volta impossibile senza un accordo per limitare l’intervento militare turco in territorio siriano. L’altra faccia della medaglia è la questione delle milizie curde. Il ritiro del contingente militare americano ha lasciato ai curdi come unica opzione la ricerca di un accordo con Damasco, sempre con la mediazione di Putin, e l’accettazione dei termini fissati da Assad per fermare l’offensiva turca e dei gruppi armati appoggiati da Ankara. La durata dell’occupazione turca del nord della Siria è invece una questione che dovrà essere risolta in futuro, anche se Mosca e Damasco hanno già fatto intendere che nessuna forza straniera dovrà alla fine restare sul territorio siriano senza l’autorizzazione del governo.

L’incognita principale che pesa sulla sistemazione concordata a Sochi della Siria nord-orientale è rappresentata dalle decisioni del governo di Washington. Gli ambienti politici e militari americani contrari al disimpegno dalla Siria hanno già convinto Trump a mantenere 200 uomini delle forze speciali nel paese. La permanenza di questo contingente, oltre a essere illegale, crea tuttavia problemi logistici non indifferenti, visti i nuovi scenari, e soprattutto potrebbe avere sempre meno senso dal punto di vista dell’utilità strategica.

L’intenzione della Casa Bianca sarebbe quella di chiudere l’avventura bellica in Siria, sia in previsione della campagna elettorale del 2020 sia per concentrare l’attenzione della macchina da guerra USA sulla minaccia cinese. D’altro canto, non è da sottovalutare la frustrazione dei sostenitori delle mire imperialistiche americane in Medio Oriente per le dinamiche in atto in Siria che comportano vantaggi su tutti i fronti per Russia, Iran e la stessa Cina. Questi ambienti di potere negli USA eserciteranno pressioni enormi nelle prossime settimane per convincere la Casa Bianca a riconfermare il proprio impegno in Siria, soprattutto dopo che mercoledì Trump ha definito “permanente” il cessate il fuoco e deciso la cancellazione delle sanzioni imposte alla Turchia.

In termini più ampi, dall’accordo Erdogan-Putin e dall’eventuale stabilizzazione del teatro siriano, in definitiva senza il contributo americano, deriva una potenziale marginalizzazione dell’Occidente e l’emergere di un equilibrio che fa in primo luogo della Russia la potenza più influente nella regione mediorientale. Come stanno già evidenziando svariati commentatori sui media ufficiali in Europa e negli Stati Uniti, un’evoluzione strategica di questo genere rischia di avere conseguenze al di là del Medio Oriente.

In questo quadro vanno inserite le minacce dei giorni scorsi di un intervento militare decisamente massiccio provenienti da Washington e Berlino. Il segretario di Stato americano Pompeo non ha addirittura escluso, se ci fosse la necessità, di un’operazione USA contro la Turchia, cioè un alleato NATO. Il ministro della Difesa tedesca, Annegret Kramp-Karrenbauer, ha invece ipotizzato una forza di “stabilizzazione” NATO nel nord-est della Siria. Se anche quest’ultima ipotesi prevedrebbe una qualche collaborazione con Russia e Turchia, le reali motivazioni dell’operazione appaiono tutt’altro che pacifiche, poiché hanno a che fare con il tentativo di promuovere e difendere gli interessi europei in Medio Oriente.

Ad ogni modo, per il momento è l’asse Mosca-Ankara a offrire la migliore soluzione al disastro siriano. Se l’intesa tra Erdogan e Putin dovesse dare i propri frutti, sono in molti a vedere una più o meno imminente iniziativa congiunta per affrontare anche l’ultimo nodo irrisolto del conflitto, vale a dire la liberazione della provincia di Idlib dal controllo delle forze fondamentaliste anti-Assad, fino ad ora in grado di resistere anche grazie all’appoggio garantito a molte di esse proprio dalla Turchia di Erdogan.

A poche settimane dalle elezioni federali in Canada, il primo ministro Justin Trudeau, a lungo considerato il volto vincente del progressismo occidentale, è stato trascinato in un nuovo scandalo, o presunto tale, che minaccia di complicare il suo percorso verso la rielezione. Se è innegabile che il leader dei liberali canadesi abbia fatto soprattutto dell’ipocrisia e della finzione la cifra delle sue politiche solo in apparenza di sinistra, è altrettanto vero che il fuoco incrociato a cui è esposto da mesi risponde a una precisa campagna, orchestrata da determinate sezioni dei poteri forti canadesi, per spostare ancora più a destra il baricentro politico del paese nordamericano.

Nella serata di mercoledì, Trudeau si è dovuto presentare alla stampa per scusarsi pubblicamente di un comportamento ritenuto inaccettabile in occasione di un evento risalente all’anno 2001. A provocare un autentico polverone sui media canadesi e americani è stata cioè la pubblicazione sulla rivista Time di un’immagine che ritrae il premier travestito da Aladino con la faccia e le mani dipinte di nero.

La fotografia era stata scattata in occasione di una festa dal tema “Notti Arabe” nella scuola dove il 29enne Trudeau insegnava in quel periodo, la West Point Grey Academy di Vancouver, nello stato canadese del British Columbia. Lo scatto è contenuto nell’annuario dell’istituto privato relativo all’anno scolastico 2000/2001 ed è stato consegnato al Time da un imprenditore di Vancouver che aveva riconosciuto il primo ministro lo scorso mese di luglio.

Poco più tardi, è circolata un’altra immagine di Trudeau con il viso dipinto di nero, questa volta  risalente agli anni da studente. Giovedì, infine, è stata la volta di un video dello stesso tenore, diffuso dal network canadese Global News. Tutto il materiale è stato definito autentico da un portavoce del Partito Liberale.

L’apparizione di fotografie o video, spesso datati, di personaggi politici in veste di “blackface” in Canada e negli Stati Uniti è piuttosto frequente e serve in genere ad affondare la carriera di coloro che vengono ritratti, subito bollati come razzisti inveterati. Nel caso di Trudeau, l’attacco è apparso particolarmente efficace, vista l’ostentata attenzione ai diritti delle minoranze razziali nel corso di tutta la sua carriera.

Come da copione, Trudeau ha subito cercato di limitare i danni per evitare ulteriori problemi in vista del voto di ottobre. Frustrato e abbattuto, l’ex astro nascente del Partito Liberale canadese si è scusato con chiunque si sia sentito offeso dal travestimento, riconoscendo che il suo atteggiamento era di natura “razzista”, pur non avendolo considerato tale all’epoca. Prevedibilmente, l’opposizione e i giornali vicini a essa hanno annusato l’odore del sangue per passare all’attacco. Il leader del Partito Conservatore, Andrew Scheer, è stato tra i più duri nei confronti di Trudeau, definito addirittura “totalmente privo di giudizio e integrità” e, perciò, “inadatto a governare questo paese”.

Della gravità dello “scandalo” in cui è caduto Justin Trudeau è possibile quanto meno discutere. Ciò che conta è però piuttosto il tentativo di screditarlo utilizzando una linea d’attacco che si ricollega a questioni identitarie e razziali che, a ben vedere, non rappresentano il lato più spregevole delle inclinazioni politiche del primo ministro né, tantomeno, risultano essere in cima ai pensieri di lavoratori, giovani e disoccupati, in Canada come altrove.

L’obiettivo dei promotori di questa campagna è in gran parte di provocare l’indignazione della media e alta borghesia “liberal”, che costituisce ormai il riferimento principale del partito di Trudeau, assimilabile al Partito Democratico americano, e convincerla a optare per i conservatori, le cui politiche economiche ultra-liberiste non si discostano di troppo da quelle dei rivali di “sinistra”.

A confermare questa tesi c’è anche il contesto dell’altra vicenda che ha scosso il Partito Liberale canadese e il premier Trudeau negli ultimi mesi. Il caso è quello della compagnia di costruzioni SNC-Lavalin e dell’ex ministro della Giustizia, Jody Wilson-Raybould. A febbraio era emerso come Trudeau e i suoi più stretti collaboratori avessero fatto pressioni su quest’ultima per convincerla a fermare un procedimento penale contro la compagnia con sede a Ottawa, coinvolta in un caso di tangenti pagate alla Libia in cambio di appalti.

L’ufficio del primo ministro intendeva favorire un accordo tra la giustizia canadese e SNC-Lavalin secondo una legge, approvata appositamente per salvare la compagnia, che le avrebbe permesso di evitare l’incriminazione in cambio di una sanzione e della promessa di rispettare la legge per il futuro. La Wilson-Raybould si era però opposta ed era stata alla fine spostata a un altro ministero, prima di dimettersi dal gabinetto e denunciare Trudeau, sia pure in maniera non troppo dura. Questo scandalo aveva scatenato un’intensa campagna mediatica contro Trudeau, giustamente accusato di essere un politico come gli altri, asservito ai grandi interessi economici e finanziari, nonostante la facciata progressista e l’ostentata attenzione ai bisogni della gente comune.

A distanza di mesi dall’esplosione del caso SNC-Lavalin, in concomitanza con l’inizio della campagna elettorale, settimana scorsa gli oppositori politici e sulla stampa di Trudeau sono tornati alla carica sulla vicenda. Il Partito Conservatore e l’organo principale dei poteri forti canadesi, il quotidiano Globe and Mail, hanno in particolare sollecitato un’indagine a tutto campo della polizia canadese, nonostante non siano emersi nuovi elementi, con l’evidente obiettivo di influenzare la campagna e trasformarla in una sorta di crociata contro la corruzione presumibilmente radicata nel Partito Liberale.

L’aspetto più significativo, in relazione allo scandalo “blackface” di questa settimana, è che la questione SNC-Lavalin è stata frequentemente presentata anch’essa come un problema di trattamento delle minoranze razziali e delle donne da parte di Trudeau, dal momento che il ministro Wilson-Raybould, oltre a essere di sesso femminile, ha origini indigene.

Gli ambienti ufficiali anti-Trudeau sono invece molto meno interessati a discutere della natura delle politiche implementate in questi quattro anni di governo che hanno mostrato il vero volto del primo ministro e dei liberali canadesi. Trudeau aveva vinto le elezioni con la promessa di invertire le politiche distruttive dei conservatori, guidati per un decennio da Stephen Harper. In realtà, a fronte di modeste iniziative vagamente progressiste, Trudeau si è mosso spesso in direzione opposta. Il suo governo è stato ad esempio tra i più fedeli dell’amministrazione Trump, partecipando a praticamente tutte le campagne di Washington, dal Venezuela alla Russia all’Iran.

Lo stesso dicasi anche per il fronte interno. Trudeau ha promosso privatizzazioni e tagli alla spesa sanitaria, mentre non ha esitato a prendere di mira il diritto di sciopero dei lavoratori del settore pubblico e a garantire maggiori poteri alle agenzie di intelligence canadesi. Recentemente, poi, è esplosa un’altra polemica da collegare alle sue presunte inclinazioni ambientaliste. Trudeau ha cioè dato il via libera all’espansione di un oleodotto sulla costa del Pacifico che rappresenterebbe una seria minaccia ambientale, in particolare per le popolazioni indigene che vivono lungo il suo percorso.

Nonostante il curriculum del governo uscente appaia dunque tutt’altro che progressista, se la campagna contro Trudeau dovesse riuscire, ciò che attende la “working-class” canadese sembra essere decisamente peggiore. In un frangente storico segnato da rivalità e tensioni crescenti, nei rapporti tra stati e nel settore del business, anche la classe dirigente canadese intende favorire la creazione di un esecutivo forte in grado di promuovere in maniera ancora più decisa e senza ambiguità i propri interessi sia sul fronte domestico sia su quello internazionale.

Mentre gioca al deejay in spiaggia mortificando l’inno di Mameli, Matteo Salvini ha una decisione importante da prendere: far cadere il governo subito o restare intrappolato ancora per molti mesi? Pensava di avere più tempo per scegliere. Nella sua ignoranza delle dinamiche istituzionali, il ministro dell’Interno s’illudeva che - scongiurata l’ipotesi di un’alleanza M5S-Pd -qualunque momento fosse buono per tornare alle elezioni. Invece non è così.

 

Il Quirinale ha fatto capire ai due alleati di governo che c’è una data da segnare in rosso sul calendario: l’8 settembre. E non per memoria storica, ma perché quel giorno la Camera voterà il progetto di riforma costituzionale presentato dai grillini per tagliare il numero dei parlamentari da 945 a 600 (400 deputati e 200 senatori). Si tratta della quarta lettura, perciò in caso di esito positivo la legge sarà approvata in via definitiva.

A quel punto, il Colle non accetterebbe mai di sciogliere le Camere prima dell’entrata in vigore della riforma, perché significherebbe eludere una decisione del Parlamento. In altri termini, la modifica della Carta obbligherebbe le istituzioni a fare in modo che alle prossime politiche gli italiani siano chiamati a eleggere 600 parlamentari, non 945.

 

Questo significa che le Camere attuali non si potrebbero sciogliere per diversi mesi. Il motivo? Semplice: Costituzione alla mano (articolo 138), se la legge non è stata approvata in seconda votazione dalle due Aule con una maggioranza di almeno due terzi (come in questo caso), può essere sottoposta a referendum. Hanno diritto a chiederlo “un quinto dei membri di una Camera o cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali” entro tre mesi dalla pubblicazione della legge costituzionale. A quel punto bisogna fissare una data per la consultazione nei 90 giorni successivi, dopo di che – in caso di vittoria dei Sì – prima di arrivare all’effettiva riduzione dei seggi passeranno altri due mesi, come previsto dall’articolo 4 della stessa riforma. Alla fine, quindi, il Parlamento rischia di rimanere cristallizzato per circa otto mesi, cioè da settembre di quest’anno ad aprile del 2020.

Una vera camicia di forza per Salvini, che continua ad agitare lo spauracchio della crisi con cadenza pressoché quotidiana. Se vuole evitare tutto questo e al contempo rimanere in sella – impedendo la nascita di maggioranze creative o di governi tecnici – il leader della Lega potrebbe scegliere di far cadere il governo prima dell’8 settembre. Le occasioni non gli mancano, soprattutto questa settimana.

 

Oggi il Senato vota la fiducia sul decreto Sicurezza Bis. Il via libera non è in discussione, ma sembra che una decina di grillini potrebbero uscire dall’Aula. A quel punto il testo passerebbe solo grazie all’astensione di FI e FdI, che senza la fiducia avrebbero addirittura votato a favore. Si aprirebbe quindi un caso politico: la maggioranza non sarebbe compatta né autonoma su un provvedimento considerato centrale dalla Lega. Il che basterebbe a Salvini per aprire la crisi gridando al tradimento (o all’inettitudine) del M5S.

 

In alternativa, un nuovo pretesto per la crisi si presenterà mercoledì, quando, sempre a Palazzo Madama, si voterà la mozione presentata dal Movimento per impegnare il governo a fermare la Tav Torino-Lione. Com’è ovvio, la Lega voterà contro, insieme a Forza Italia e Pd. Se sarà anche il de profundis di questo governo, spetterà al ministro dell’Interno deciderlo. O forse lo ha già deciso, assorto nei suoi pensieri, fra un mojito e una cubista.

Anche se dai protagonisti della crisi iraniana continuano ad arrivare segnali contradditori, le forze che si stanno muovendo attorno alla vicenda sembrano provocare un costante deterioramento del clima generale, fino a prospettare una pericolosa escalation del confronto tra Teheran da una parte e i governi occidentali e i loro alleati nel mondo arabo dall’altra. Questa tendenza verso il precipitare degli eventi è chiaramente visibile nella decisione della Casa Bianca di imporre sanzioni contro il ministro degli Esteri iraniano, Mohammad Javad Zarif, ma anche nella possibile creazione di una o più pattuglie navali per garantire la sicurezza delle petroliere in transito nelle acque del Golfo Persico.

Le misure punitive decise mercoledì contro Zarif segnano uno dei punti più bassi e imbarazzanti di quella che a stento può essere definita la politica estera dell’amministrazione Trump. Tra lo sbalordimento di diplomatici e osservatori, le sanzioni ai danni del capo della diplomazia di Teheran erano state ipotizzate già a fine giugno, in concomitanza con un altro colpo di genio della strategia iraniana di Washington, cioè le sanzioni contro la guida suprema della Repubblica Islamica, ayatollah Ali Khamenei.

Il dipartimento del Tesoro USA in quell’occasione aveva sostenuto di volere rimandare una decisione in merito allo status di Zarif per non chiudere del tutto la porta a un più che improbabile dialogo con l’Iran. Questo impegno per la pace o presunto tale era giunto dopo che l’amministrazione Trump aveva fatto di tutto per distruggere i modesti passi verso la distensione suggellati nel 2015 con l’accordo sul nucleare di Vienna (JCPOA).

Se un qualche motivo razionale può essere individuato per le sanzioni contro Zarif, esso è da ricercare forse nel fastidio provato dai falchi guerrafondai della Casa Bianca per un diplomatico capace di formulare una politica estera coerente con gli interessi del proprio paese e, soprattutto, di comunicare pacatamente ed efficacemente con il pubblico occidentale.

Sul piano pratico, né le sanzioni contro Khamenei né quelle contro Zarif avranno alcun effetto, visto che entrambi non sembrano avere interessi economici all’estero, ma la mossa ha comunque un chiaro significato politico. A meno di credere alle ridicole pretese di Trump e del suo staff, secondo i quali la politica della “massima pressione” convincerà i leader iraniani a correre al tavolo delle trattative, oltretutto alle condizioni di Washington, questa strategia non può che avere l’obiettivo di far precipitare la situazione e giustificare un intervento armato contro la Repubblica Islamica.

Tralasciando le assurdità che hanno pervaso le dichiarazioni del Tesoro e del dipartimento di Stato USA riguardo alla decisione su Zarif, resta il fatto che dentro l’amministrazione Trump permangono forti perplessità e divisioni quanto meno sui tempi e le modalità di una strategia che rischia di diventare estremamente pericolosa. Da questo conflitto interno derivano con ogni probabilità i segnali parzialmente in controtendenza che si registrano di quando in quando, ma che, però, non cambiano di molto la sostanza dello scontro. Uno di questi è arrivato proprio nei giorni scorsi, quando fonti governative prima e una dichiarazione ufficiale del consigliere per la Sicurezza Nazionale John Bolton poi, hanno confermato come gli Stati Uniti intendano prorogare le esenzioni dalle sanzioni a favore di cinque paesi che stanno collaborando allo sviluppo del programma nucleare civile iraniano.

Cina, Russia, Francia, Gran Bretagna e Germania potranno cioè continuare a lavorare in alcuni impianti della Repubblica Islamica, come previsto dall’accordo di Vienna, ma i “permessi” americani dureranno soltanto 90 giorni e, a questa scadenza, potrebbero non essere più rinnovati. Il rinvio è dovuto quasi certamente ai problemi di carattere pratico e politico che sarebbero sorti, dal momento che gli USA avrebbero dovuto affrontare frontalmente, forse anche con ulteriori sanzioni, sia gli alleati europei sia le altre due potenze rivali.

Anche l’esilissima speranza di dialogo che ha continuato a pervadere la crisi iraniana in questi mesi potrebbe dunque essersi spezzata con le sanzioni imposte al ministro degli Esteri Zarif. Per il ruolo che ricopre e per le sue caratteristiche personali e professionali, quest’ultimo era evidentemente il tramite ideale e, probabilmente, unico tra il governo americano e i veri centri di potere iraniani. Zarif ha infatti più volte visitato gli Stati Uniti per partecipare a eventi presso le Nazioni Unite, tra cui l’ultima volta pochi giorni fa, ed è spesso intervenuto su televisioni e giornali americani. Nell’ultima recentissima trasferta in America, nonostante i suoi movimenti fossero stati ristretti severamente, aveva anche incontrato il senatore repubblicano Rand Paul, probabilmente incaricato di sondare il terreno dallo stesso presidente Trump.

L’altro fronte più caldo dello scontro tra Stati Uniti e Iran è al momento quello delle pattuglie navali per presidiare il Golfo Persico e, in particolare, il tratto di mare dello Stretto di Hormuz che separa la Repubblica Islamica dalla penisola Arabica. Dopo gli incidenti delle ultime settimane – dagli attacchi contro alcune petroliere all’abbattimento di droni, fino al recente sequestro della nave battente bandiera britannica “Stena Impero” da parte di Teheran in risposta al blocco dell’iraniana “Grace I” a Gibilterra – il governo americano vorrebbe creare una task force navale per scortare il traffico commerciale in una delle vie d’acqua più congestionate e pericolose del pianeta.

Teoricamente, l’iniziativa avrebbe il compito di impedire incidenti o scontri causati dalle forze iraniane, ma, al contrario, essa rischia di aggravare ancora di più le tensioni, mettendo oltretutto a disposizione della Repubblica Islamica una serie di nuovi obiettivi militari in caso di conflitto armato. Gli sviluppi più interessanti della questione riguardano comunque la differenza di vedute tra gli USA e l’Europa. L’amministrazione Trump ha chiesto agli alleati del vecchio continente di partecipare alla missione nel Golfo Persico, ma la risposta è stata generalmente piuttosto fredda.

Con la Germania, in particolare, è scoppiata una polemica nella giornata di mercoledì, quando il ministro degli Esteri, il socialdemocratico Heiko Maas, nel corso di una visita in Polonia ha respinto ufficialmente l’invito a partecipare all’operazione navale proposta da Washington. I giornali occidentali hanno dato ampio rilievo al rifiuto del governo di Berlino e alle parole con cui il ministro tedesco ha bocciato la strategia americana della “massima pressione”, affermando di preferire a essa la strada della diplomazia.

Lo sfoggio di un finto atteggiamento pacifista da parte di Maas serve in realtà a mascherare manovre già in atto, in Germania come negli altri paesi europei, per far fronte al probabile imminente tracollo dell’accordo di Vienna del 2015 sul nucleare iraniano. Il governo della cancelliera Merkel, proprio tramite il suo ministro degli Esteri, se da un lato respinge l’idea di una coalizione navale a guida americana, conferma dall’altro la disponibilità a partecipare a un’iniziativa identica ma promossa dall’Europa.

Quest’ultima era stata lanciata dall’ormai defunto governo britannico di Theresa May e gli sforzi per distinguere il progetto da quello americano servivano sostanzialmente ad ammorbidire la posizione dell’Iran, tenuto conto che l’Europa starebbe ancora cercando di salvare l’accordo sul nucleare nonostante il boicottaggio di Washington. L’Iran, tuttavia, ha letto perfettamente il senso di entrambe le manovre in fase di studio e le valuta ugualmente una minaccia a ciò che resta della pace in Medio Oriente.

Dietro alle posizioni espresse dal ministro degli Esteri di Berlino si stanno d’altronde già agitando i media ufficiali e gli ambienti del business tedesco, i quali trattengono a malapena l’eccitazione alla prospettiva di garantire la presenza della Germania in un’area del pianeta cruciale per gli approvvigionamenti energetici e, più in generale, di vedere il loro paese tornare a svolgere a tutti gli effetti un ruolo da grande potenza dopo oltre sette decenni dal crollo del regime nazista.

In definitiva, dietro le apparenze di una “missione di pace” e in parziale contrasto con l’alleato americano, la Germania e gli altri principali governi europei stanno preparando anch’essi un intervento militare nel Golfo Persico per non essere esclusi dalla corsa al controllo delle riserve di petrolio, nonché della principale via di transito, nel momento in cui dovesse esplodere un conflitto armato con la Repubblica Islamica.

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