Dopo la sconfitta di proporzioni storiche di martedì sulla Brexit, il primo ministro britannico, Theresa May, è riuscita nella serata di mercoledì a sopravvivere in maniera relativamente agevole a una mozione di sfiducia presentata del Partito Laburista. Se il voto alla Camera dei Comuni ha permesso nuovamente alla May di conservare il suo incarico, nonostante la profondissima crisi in cui il suo governo si dibatte da tempo, il caos politico a Londra appare tutt’altro che risolto e le opzioni percorribili rimaste per l’uscita teorica del Regno Unito dall’Unione Europea ancora estremamente complicate.

A oltre due settimane da una consultazione elettorale attesa da tempo, la fragilissima stabilità della Repubblica Democratica del Congo continua a essere in serio pericolo a causa dei diffusi sospetti su possibili brogli e delle crescenti pressioni internazionali. Il presidente uscente, Joseph Kabila, era stato al centro di accuse e polemiche per un possibile intervento della macchina dello stato a favore del suo erede designato, Emmanuel Ramazani Shadary, ma alla fine l’esito del voto ha premiato uno dei due principali candidati dell’opposizione.

 

Le elezioni presidenziali e per il parlamento congolese si sono tenute il 30 dicembre scorso dopo un ultimo rinvio di alcuni giorni che era andato a sommarsi ai due anni di ritardo con cui Kabila aveva acconsentito a chiudere il suo secondo e ultimo mandato, come previsto dalla Costituzione del paese centro-africano. La pubblicazione dei risultati definitivi era stata allo stesso modo rimandata dalla Commissione Elettorale Nazionale Indipendente, ufficialmente per le difficoltà oggettive nel tenere un’elezione in un paese sconfinato e afflitto da problemi enormi. Per molti, soprattutto tra l’opposizione congolese e i governi e gli osservatori occidentali, i timori erano però che Kabila stesse manovrando per garantire il successo del suo protetto.

 

Il candidato dichiarato vincitore è stato invece Felix Tshisekedi, leader dell’Unione per la Democrazia e il Progresso Sociale (UDPS) e figlio del defunto leader dell’opposizione, Étienne, grazie a circa il 38,5% dei voti ottenuti. La legge elettorale del Congo non prevede ballottaggio in caso nessun candidato superi la soglia del 50%, così che l’altro aspirante alla presidenza, l’ex manager del gigante petrolifero ExxonMobil, Martin Fayulu, con il 34,7% è rimasto escluso dalla corsa alla successione a Kabila.

 

Se irregolarità, intimidazioni e violenze sono state segnalate in molti casi durante le operazioni di voto, per alcuni è altrettanto difficile pensare a una campagna messa in piedi dal governo Kabila per manipolare i risultati. Ciò contrasterebbe con la pessima prestazione attribuita al candidato del presidente uscente, fermatosi al di sotto del 24%.

 

La versione di Fayulu e dei partiti che lo sostengono, subito appoggiata da media e commentatori in Occidente, è che Kabila, di fronte alla vasta opposizione nel paese contro il suo regime e all’impopolarità di Shadary, abbia deciso di puntare su Tshisekedi non solo perché considerato come il male minore, ma anche perché con quest’ultimo avrebbe raggiunto un accordo.

 

Il neo-presidente ha alimentato egli stesso molti sospetti in proposito dopo che, in un evento pubblico seguito alla diffusione dei risultati ufficiali, ha definito Kabila “un importante partner politico”. Il candidato di Tshisekedi alla vice-presidenza, Vital Kamerhe, era inoltre un ex direttore della campagna elettorale di Kabila. Il possibile accordo, negato dal presidente uscente e dal suo successore in pectore, permetterebbe in sostanza a Kabila di conservare una certa influenza nel paese, se non le stesse leve del potere da dietro le quinte, per non parlare della garanzia di non essere perseguito penalmente in base ad accuse di corruzione e appropriazione di fondi pubblici.

 

La posizione di Kabila e della sua cerchia di potere sarà in ogni caso almeno in parte già garantita grazie al dominio del suo partito nel voto per il parlamento, dove ha ottenuto la maggioranza assoluta. Questo risultato consentirà al partito di Kabila di eleggere un proprio primo ministro e di ottenere ministeri cruciali per il controllo delle risorse economiche e per gli equilibri di potere nel paese.

 

Secondo la stampa locale e internazionale, Kabila era comunque intenzionato a impedire a tutti i costi una vittoria di Fayulu, visto che dietro alla sua candidatura c’erano alcune personalità irriducibilmente ostili al presidente. Uno di essi è il miliardario Moïse Katumbi, ex alleato di Kabila ora in auto-esilio in Sudafrica dopo avere rotto con quest’ultimo ed essere diventato, secondo quanto riportato martedì dal New York Times, un suo “nemico giurato”.

 

Fayulu nel fine settimana ha presentato un esposto alla Corte Costituzionale congolese per chiedere un riconteggio manuale delle schede, sia pure senza nutrire eccessive speranze, visti i paletti legali fissati per un ricorso e la presenza nel tribunale di giudici vicini a Kabila. Se l’istanza di Fayulu dovesse essere respinta, il candidato sconfitto ha chiesto ai suoi sostenitori di scendere nelle strade per manifestare contro i risultati ufficiali.

 

Martin Fayulu era di gran lunga il candidato più gradito dall’Occidente, quello che avrebbe dovuto cioè prendere il controllo di un paese cronicamente instabile ma con ingenti risorse naturali. La Repubblica Democratica del Congo è uno dei principali produttori di cobalto, impiegato nella produzione di batterie per auto elettriche e dispositivi elettronici, ma anche di rame, oro e diamanti per un valore complessivo stimato di svariate migliaia di miliardi di dollari.

 

Non solo, la corsa alle ricchezze del Congo si aggiunge e sovrappone alla competizione tra l’Occidente, a cominciare dagli Stati Uniti, e la Cina nel continente africano. Come svariati altri leader in Africa con tendenze più o meno autoritarie e bersagli di campagne orchestrate o sostenute dai governi occidentali, anche Kabila aveva visto peggiorare nel tempo i suoi rapporti con USA ed Europa, principalmente per i crescenti legami economici tra Kinshasa e Pechino.

 

I dubbi sulla legittimità della vittoria di Tshisekedi erano subito emersi anche dalle stime indipendenti dei risultati delle presidenziali circolate dopo il 30 dicembre. In particolare, le informazioni ottenute dalla Conferenza Episcopale del Congo hanno trovato amplissima eco sui media occidentali. I vertici della Chiesa cattolica congolese avevano dispiegato 41 mila osservatori nei seggi di tutto il paese e, prima del pronunciamento della Commissione Elettorale, avevano annunciato che i risultati nelle loro mani indicavano un chiaro vincitore. I vescovi del Congo si erano rifiutati di rivelare il nome del candidato in testa prima della diffusione dei dati ufficiali, ma fonti anonime avevano indicato Martin Fayulu come il sicuro vincitore. Quest’ultimo era dato anche in vantaggio nei sondaggi pre-elettorali, per quello che possono contare in un paese come il Congo.

 

Per dimostrare le irregolarità e il possibile complotto architettato da Kabila, i sostenitori di Fayulu hanno ricordato, tra l’altro, come il governo avesse privato del diritto di voto circa un milione di persone, cancellando le elezioni in due province congolesi, considerate roccaforti dell’opposizione, con la scusa della presenza del virus Ebola. Altri episodi sono stati poi denunciati, come l’espulsione da molti seggi di osservatori indipendenti o dei partiti di opposizione, mentre alla vigilia delle elezioni Kabila aveva ordinato la sospensione della rete internet per garantire “pace e sicurezza”.

 

I reporter dei giornali occidentali inviati in Congo in questi giorni hanno raccontato quasi sempre di una popolazione tutt’altro che ansiosa di partecipare a proteste che potrebbero sfociare in situazioni di violenza dopo la sanguinosa guerra civile e gli scontri che seguirono alle elezioni del 2006 e del 2011, vinte in maniera contestata da Kabila, nonché al rifiuto di quest’ultimo di lasciare il suo incarico una volta scaduto nel 2016. Paradossalmente anche se non troppo, potrebbero essere proprio le pressioni internazionali e, in larga misura, dell’Occidente a soffiare sul fuoco delle tensioni in questo paese africano. La Francia e il Belgio, ex potenzia coloniale, hanno esplicitamente condannato i risultati annunciati dalla Commissione Elettorale e chiesto in sostanza l’installazione di Fayulu alla presidenza.

 

In maniera minacciosa, il governo di Washington poco prima del voto del 30 dicembre aveva invece inviato 80 soldati nel vicino Gabon con la motivazione ufficiale di proteggere interessi e personale americano in caso di disordini derivanti da eventuali contestazioni delle elezioni in Congo. Se il successivo fallito golpe nello stesso Gabon ha fatto ipotizzare collegamenti tra la presenza militare USA e le vicende di questo piccolo paese, è evidente che il contingente inviato da Trump potrebbe intervenire, in caso di necessità, in una possibile situazione di caos a Kinshasa.

 

Più prudente sembra infine la posizione assunta finora dalla Comunità di Sviluppo dell’Africa Meridionale (SADC), di cui fa parte la stessa Repubblica Democratica del Congo. In questo organismo hanno un particolare peso le posizioni di paesi vicini a Kabila, come Sudafrica e Angola, i quali hanno finora cercato di mediare tra le pressioni occidentali su Kinshasa e l’esigenza di garantire la stabilità del Congo e dell’intera area dell’Africa centro-meridionale. La SADC aveva inizialmente giudicato positivamente lo svolgimento delle elezioni, ma ha in seguito chiesto un riconteggio dei voti espressi nelle presidenziali e la formazione di un governo di “unità nazionale” che includa i partiti di Kabila, Tshisekedi e Fayulu.

 

Oltre alla necessità di preservare la pace in Congo, sembra esserci tuttavia ancora poca chiarezza sulle iniziative concrete da intraprendere per risolvere una potenziale crisi post-elettorale nel paese. Lunedì, infatti, i governi di Sudafrica e Zambia hanno ammorbidito i toni nei confronti di Kinshasa, ritirando la richiesta alla Commissione Elettorale congolese di riconteggiare manualmente tutte le schede elettorali.

Lo stallo politico negli Stati Uniti sul bilancio federale e il finanziamento del muro anti-migranti rischia seriamente di trasformarsi in una crisi costituzionale ancora più grave, nel caso il presidente Trump dovesse dare seguito alla minaccia di dichiarare lo stato di emergenza nel paese per sbloccare i fondi da destinare alla costruzione di una barriera al confine con il Messico.

 

Questa opzione era stata confermata da Trump in un intervento televisivo in prima serata martedì e poi ribadita durante una visita in Texas mercoledì. L’ipotesi era circolata in precedenza nei corridoi della Casa Bianca e aveva incontrato comprensibilmente l’opposizione pressoché totale dei nemici del presidente, ma anche il profondo scetticismo di molti nello stesso Partito Repubblicano.

Di fronte a un movimento dei “gilet gialli” che non accenna a spegnersi, il governo francese del presidente, Emmanuel Macron, e del suo primo ministro, Édouard Philippe, sta sempre più ricorrendo a metodi repressivi attraverso la mobilitazione massiccia delle forze di sicurezza e la possibile approvazione di nuove leggi gravemente anti-democratiche.

 

Lo stesso premier ha minacciato in un’apparizione televisiva l’adozione di provvedimenti radicali per soffocare le manifestazioni che dallo scorso mese di novembre hanno scosso la Francia e si sono rapidamente trasformate in un’ondata di protesta contro le politiche neoliberiste dell’inquilino dell’Eliseo.

 

Nel mese di dicembre, un Macron sotto pressione aveva mostrato la disponibilità a fare qualche modesta concessione ai manifestanti, sospendendo in primo luogo la tassa sui carburanti all’origine della mobilitazione dei “gilet gialli”. In seguito, con il persistere delle dimostrazioni, il presidente e il governo sono tornati però a scegliere il pugno di ferro, di fatto inevitabile vista la volontà di continuare a ignorare le richieste espresse dalle proteste e di persistere nell’implementazione di un’agenda fatta di austerity e militarismo.

Una presa di posizione insolita, illegittima e politicamente sfacciata da parte di un gruppo di paesi vassalli dell’impero. In buona sostanza è questo il modo più rapido per definire il pronunciamento dell’autodenominatosi “Gruppo di Lima” nei confronti del Venezuela bolivariano. Il Gruppo di Lima, per la sua stessa genesi, composizione e identità ideologica, può ben essere definito come la quinta colonna degli Stati Uniti nel subcontinente latinoamericano.

 

E’ nato con il preciso obiettivo di aggregare il blocco filo-statunitense latinoamericano per contrastare l’ALBA, ovvero l’Associazione Bolivariana delle Americhe nata agli inizi del secolo su iniziativa proprio del Comandante Hugo Chavez. In pratica, il Gruppo di Lima è oggi il consorzio dell’ultradestra governante nel centro-sud America che si caratterizza per l’obbedienza assoluta verso gli USA, dei quali condivide il progetto imperiale di riconquista dell’America Latina.

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