L’agenzia di stampa Reuters ha scritto questa settimana che l’amministrazione Biden starebbe preparando, per la prima volta dal 7 ottobre scorso, una risoluzione da sottoporre al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite in cui si chiede un cessate il fuoco a Gaza. Questa iniziativa, che arriva in contemporanea con l’ennesimo intervento americano per bloccare una tregua umanitaria nella striscia, è stata subito giudicata come una netta inversione di rotta da parte di Washington e il segnale della crescente impazienza nei confronti del regime di Netanyahu. Le motivazioni della Casa Bianca non sono probabilmente così nobili come possono apparire a prima vista e, comunque, gli unici provvedimenti che sarebbero realmente in grado di fermare il genocidio palestinese continuano a essere esclusi in maniera categorica.

Tra i governi occidentali e all’interno del regime di Zelensky, la notizia della liberazione ormai definitiva di Avdeevka è arrivata come un uragano, nonostante la sorte della cittadina nelle immediate vicinanze di Donetsk appariva ormai segnata da svariate settimane. Gli sponsor dell’Ucraina, riuniti nell’annuale Conferenza sulla Sicurezza di Monaco di Baviera, hanno cercato di limitare i danni quanto meno in termini di immagine, grazie anche al contemporaneo decesso ancora senza una causa ufficiale del “dissidente”, nonché “asset” della CIA, Alexei Navalny. L’importanza della perdita di Avdeevka per Kiev minaccia però di segnare un passaggio decisivo nella guerra per procura della NATO, con le forze russe che sembrano intenzionate a intensificare le pressioni lungo tutto il fronte di guerra.

Il dottor Volker Turk risulterà all’intera umanità un perfetto sconosciuto. Ma, in virtù del suo incarico presso le Nazioni Unite, dove esercita in maniera molto discutibile e discussa il ruolo di Alto Commissario dell’Ufficio per la difesa dei diritti umani, ha deciso di rendersi meno anonimo. Come? Attaccando frontalmente il Venezuela, in esecuzione alle indicazioni provenienti da Washinton. Un percorso non nuovo sul quale già la signora Bachelet si era dedicata con ardore, impugnando il Sacro Graal dei Diritti Umani in Venezuela mentre taceva che, nel suo stesso Paese, Pinera dava ordine ai Carabineros di sparare proiettili di gomma negli occhi degli studenti che manifestavano contro il suo governo.

Una interessante intervista, densa di cultura, è stata rilasciata da Putin al giornalista statunitense Tucker Carlson. L’intervista non ha trovato spazio adeguato sui media, evidentemente votati a proseguire la loro offensiva propagandistica in favore della guerra. Ne è emerso un Putin che dimostra di conoscere molto bene la storia del suo vasto Paese.

Il probabile vincitore delle elezioni presidenziali in Indonesia di questa settimana è un ex generale delle forze speciali durante la dittatura di Suharto, profondamente implicato in assassinii, rapimenti e svariati altri sanguinosi episodi di violenza. Prabowo Subianto avrebbe ricevuto poco meno del 60% dei consensi già al primo turno, anche se i dati sono per ora basati su proiezioni provvisorie, in attesa di quelli ufficiali che verranno annunciati solo dopo la metà di marzo. L’Indonesia è il quarto paese più popoloso al mondo e una delle principali potenze dell’Asia orientale. Per queste e altre ragioni è oggetto di un’accesa competizione internazionale e il cambio della guardia ai suoi vertici politici e istituzionali potrebbe avere conseguenze importanti negli equilibri strategici di tutto il continente asiatico.


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