Nei giorni scorsi, la Turchia ha ricevuto i primi componenti del sistema difensivo anti-aereo russo S-400, fortemente osteggiato dagli Stati Uniti e dagli alleati della NATO. L’arrivo del sofisticato equipaggiamento bellico da Mosca segna un momento forse cruciale nel processo di riorientamento strategico in corso ad Ankara e prospetta nell’immediato futuro un ulteriore passo verso il deteriorarsi dei rapporti tra il governo di Erdogan e l’Occidente.

 

L’amministrazione Trump aveva cercato in tutti i modi di dissuadere la Turchia dall’installare l’S-400 sul proprio territorio. Con l’aumentare delle pressioni, tuttavia, Erdogan si è ritrovato in una posizione tale che, qualsiasi passo indietro, avrebbe finito per indebolirlo politicamente in un momento già delicato sia sul fronte domestico sia su quello internazionale.

 

La reazione americana alla decisione turca di non rescindere il contratto d’acquisto del sistema missilistico russo non dovrebbe farsi attendere a lungo. I giornali americani hanno parlato di una Casa Bianca pronta ad applicare sanzioni contro Ankara, dopo che già nelle scorse settimane erano stati presi provvedimenti per escludere l’alleato NATO dal progetto collettivo per la produzione dei costosissimi aerei da guerra F-35.

 

L’addestramento di decine di piloti turchi era stato sospeso, mentre molto probabile resta l’ipotesi di cancellare la vendita di un centinato di F-35 destinati ad Ankara, così come lo stop alla produzione in Turchia di alcune parti di questi stessi aerei. L’uscita forzata della Turchia dal progetto F-35 sarebbe un colpo molto pesante per il paese euroasiatico, alla luce degli ingenti investimenti fatti, ma avrebbe anche ripercussioni sugli scenari regionali che coinvolgono gli Stati Uniti, come ad esempio la crisi siriana.

 

L’amministrazione Trump avrebbe comunque già individuato un pacchetto di sanzioni da adottare contro la Turchia. L’imposizione di misure punitive per i paesi che acquistano armi e tecnologia militare dalla Russia è d’altra parte un obbligo previsto da una legge del Congresso di Washington del 2017 (CAATSA o “Countering America’s Adversaries Through Sanctions Act”). Il presidente ha facoltà di sospenderne l’implementazione ad alcune condizioni, ma la sola ipotesi ha già incontrato l’opposizione bipartisan della maggioranza di deputati e senatori americani.

 

Il dipartimento di Stato, quello della Difesa e il Consiglio per la Sicurezza Nazionale avrebbero comunque stabilito quali sanzioni devono essere prese contro la Turchia, anche se al momento non se ne conoscono i particolari. La legge CAATSA prescrive l’imposizione di almeno cinque sanzioni su un ventaglio di dodici che includono, tra l’altro, restrizioni alla vendita di armamenti americani e revoca di visti per esponenti politici o militari.

 

Sulla decisione avrà l’ultima parola il presidente Trump. Ciò lascia spazio a una certa incertezza, vista l’imprevedibilità della Casa Bianca. Durante il recente G-20 di Osaka, infatti, Trump aveva espresso una certa solidarietà a Erdogan, la cui decisione di ricorrere all’S-400 era stata caratterizzata come un’azione obbligata dopo i ripetuti rifiuti di Obama di fornire alla Turchia i Patriot americani. Per molti osservatori, così come per lo stesso Erdogan, queste dichiarazioni lasciavano intendere una possibile decisione del presidente USA contro eventuali sanzioni.

 

Più che la volubilità di Trump, a risultare determinante sulle reazioni di Washington dovrebbe essere ad ogni modo il timore che sanzioni troppo pesanti finiscano per spingere ancora di più Erdogan nelle braccia della Russia. La chiusura parziale o totale dei canali di forniture militari alla Turchia, ad esempio, aprirebbe la strada a nuovi accordi militari tra Ankara e Mosca. La prima nuova opportunità per la Russia sarebbe probabilmente la vendita dei propri jet da guerra Sukhoi Su-57, con tutte le conseguenze del caso in termini economici ma anche e soprattutto di “fiducia” nei confronti dei paesi NATO e, in primo luogo, degli Stati Uniti.

 

Per quanto riguarda l’S-400, i vertici del Patto Atlantico e dei singoli paesi membri nutrono forti preoccupazioni circa la capacità di questo sistema di raccogliere informazioni sensibili sui propri potenziali bersagli. Gli F-35 e, più in generale, la tecnologia “stealth”, rischiano nel prossimo futuro di non avere più segreti per la Russia, erodendo così il teorico vantaggio militare che gli USA ritengono di conservare sui propri rivali.

 

Le sanzioni che la Casa Bianca dovrebbe imporre alla Turchia saranno rinviate di almeno qualche giorno. A conferma di rapporti bilaterali ai minimi storici, l’amministrazione Trump intende evitare di far coincidere l’annuncio di misure punitive con l’anniversario dello sventato colpo di stato contro Erdogan del 15 luglio 2016, proprio perché dietro a esso ci furono probabilmente e in qualche modo gli Stati Uniti. Oltretutto, secondo alcune ricostruzioni, fu il Cremlino ad allertare Erdogan del tentato golpe, dando al presidente turco il tempo e la possibilità di neutralizzare il piano.

 

La ricorrenza contribuisce poi a ricordare i motivi che hanno allontanato in questi anni la Turchia dagli Stati Uniti. Il progetto della tentata rimozione di Erdogan fu attribuito dal governo di Ankara ai seguaci del predicatore turco in esilio negli USA, Fethullah Gulen, ritenuto da molti un uomo della CIA. Dall’estate del 2016, Erdogan ne chiede l’estradizione, ma il governo americano si è sempre rifiutato di acconsentire.

 

L’altro fattore determinante nel far precipitare le relazioni bilaterali è collegato alla decisione strategica di Washington di puntare sulle milizie curde siriane come forza principale da utilizzare nel paese mediorientale in guerra, ufficialmente per combattere ciò che resta dello Stato Islamico (ISIS) ma in realtà per tenere in vita le speranze di rovesciare il regime di Assad a Damasco. Per la Turchia, i militanti curdi siriani sono tutt’uno con i guerriglieri del PKK che operano sul proprio territorio, ovvero entrambi i gruppi vengono considerati terroristi e quindi una minaccia alla stessa integrità del paese. Per questa ragione, qualsiasi strategia che legittimi o dia speranze di autonomia ai curdi siriani è automaticamente per Ankara un elemento destabilizzante da combattere a tutti i costi.

 

Dietro le quinte, ci sono in ogni caso animate discussioni tra USA e Turchia per trovare un complicato punto di equilibrio in grado di conciliare la necessità da parte americana di mandare un segnale a Erdogan e l’interesse reciproco di salvaguardare l’alleanza nel quadro della NATO. In questo scenario, la guerra di parole è in pieno svolgimento. Il presidente turco ha sostenuto domenica che Trump preferirebbe non imporre sanzioni contro il suo paese, anche se, a suo dire, altri nell’amministrazione repubblicana spingono per punire la Turchia.

 

Sempre nel fine settimana, invece, il segretario alla Difesa ad interim, Mark Esper, ha ribadito che le posizioni americane non sono cambiate e che la Turchia “non può dotarsi contemporaneamente del sistema russo S-400 e degli F-35”. Esper ha comunque lasciato aperto uno spiraglio, ricordando un suo colloquio telefonico con il ministro della Difesa turco, Hulusi Akar, e un’imminente visita ad Ankara di una delegazione americana per discutere della crisi. Gli Stati Uniti starebbero inoltre ancora trattando con Ankara la vendita di un sistema missilistico difensivo Patriot, anche se le condizioni economiche sembrano non soddisfare Erdogan e, ancor più, è improbabile che un eventuale accordo in questo ambito possa fare molto per fermare l’installazione dell’S-400 russo.

 

Questo sistema, realizzato da un governo ostile e, anzi, ritenuto assieme a quello cinese la principale minaccia alla sicurezza occidentale, sarà dunque operativo per la prima volta sul territorio di un paese NATO. La portata dell’evento non può che indicare un rimodellamento delle priorità strategiche della Turchia, peraltro osservabili da tempo. Esso va inquadrato in primo luogo nella collaborazione multidimensionale tra Ankara e Mosca, che include il tentativo di risolvere la crisi in Siria nonostante le differenze, ma anche, su un piano più ampio, nel progressivo coinvolgimento della Turchia nei progetti di integrazione economica e infrastrutturale cinesi noti col nome di “Nuova Via della Seta” o, più precisamente, “Belt and Road Initiative” (BRI).

 

A suggellare questa tendenza è stata, tra l’altro, una recente visita di Erdogan a Pechino, dove le questioni collegate alle tendenze multipolari in atto a livello globale sono state al centro delle discussioni. Significativamente, in quell’occasione Erdogan aveva anche di fatto sposato la versione cinese in merito al trattamento della minoranza musulmana nella regione occidentale di Xinjiang, smentendo sia le posizioni precedenti del suo stesso governo sia quelle tradizionalmente sostenute dai paesi occidentali.

 

Le dinamiche a cui si sta assistendo con al centro la Turchia implicano dunque cambiamenti epocali nei rapporti interni alla NATO e negli equilibri strategici che riguardano la competizione per il controllo dell’area euro-asiatica. Per gli Stati Uniti, l’arrivo dei primi elementi dell’S-400 russo ad Ankara prospetta infatti, nella peggiore delle ipotesi, la perdita di un alleato determinante su più fronti ritenuti cruciali per le proprie ambizioni egemoniche: dall’offensiva  contro l’Iran e, potenzialmente, la Siria agli sforzi per il contenimento e alla sempre più probabile futura guerra contro potenze come Russia e Cina.

Quaranta anni fa, con l’entrata dei muchachos a Managua, il Nicaragua smise di essere una scena del crimine e divenne una nazione. Il dittatore, Anastasio Somoza, fuggiva con il suo denaro, unico autentico amore della sua vita, mentre la sua vittima preferita, la popolazione, s’innamorava di un paese diverso. Persino la luce era diversa. Di colpo il caldo non soffocava, abbracciava. Il sole, del resto, prese atto subito che, se voleva illuminare tutta la terra, non poteva che cominciare da li.

Povero, poverissimo, dimenticato dal sistema mediatico eppure scenario di una Rivoluzione destinata a cambiare la storia e i suoi paradigmi, il Nicaragua mise l’abito buono, quello che usa per i grandi eventi. Quindi, con eleganza e tatto, ma con decisione, procedette verso la sovversione. Assunsero similitudine il destino e la fortuna, l’osare si fece attitudine. S’invertirono i canoni, si sradicò il malcostume che vedeva i cattivi comandare e i buoni soccombere. I rovesci si fecero Diritto, la tenerezza impose i suoi diktat, primo fra tutti quello che ordinava la fine della paura.

Venne abolita la ferocia, ridotta all’indispensabile la vendetta, la giustizia divenne legge. Dichiarato illegale il rancore, si edificò il primo codice d’onore tante volte riaffermato: implacabili nel combattimento, generosi nella vittoria.

Davanti a tanto ardire persino i vulcani decisero di fumare con discrezione e c’è chi giura di aver visto i laghi ballare. L’ordine nuovo venne dichiarato sentinella dell’allegria del popolo e subito il popolo divenne sentinella invalicabile del nuovo ordine rivoluzionario. Il sorriso divenne un’espressione nazionale e chi era abituato a tacere iniziò a parlare.

L’ignoranza fu la prima vittima della Revoluciòn: chi non sapeva scrivere poté sognare di diventare poeta e chi non sapeva leggere poté immaginarsi declamatore. Il crepitare di ieri si trasformò in sintassi. L’impensabile divenne il nuovo, qui e ora. Persino i verbi si fecero tutti transitivi. Organizzare il quasi nulla rimasto, sanare, aiutare, edificare e ricostruire si fecero dita di una mano che non tremava, capace con un solo gesto e nello stesso tempo di aprirsi come un libro e chiudersi come un pugno.

Contro quella nuova architettura l’impero a stelle e strisce, vicino tra i più molesti, decise di scatenare il suo potere. Un blocco economico terribile ed ingiusto contro un paese che si apriva al mondo rendeva la difficoltà del vivere il primo dei problemi. Ma il Nicaragua avvertì tutti che dialogare con lei era auspicabile, torcergli il braccio inutile. Imparò a resistere e resistendo insegnò dignità. I giovani divennero fiere e gli adulti si fecero giovani. Con sfacciataggine impunita ci si rivolse al nemico per avvertirlo che nessuno si sarebbe arreso o venduto. Non un metro di sovranità venne ceduto, non un sogno venne impedito, la nuova identità di un popolo dovette essere scritta sulle targhe, sui documenti, sui monti, persino nel cielo. Non poterono nulla i suoi nemici.

Il drammaturgo tedesco Bertold Brecht diceva che sono fortunati i popoli che non hanno bisogno di eroi. Il Nicaragua, purtroppo, di questa fortuna non è stato omaggiato. Ogni suo passo verso la libertà, per conquistarla prima e per difenderla poi, è costato sangue e dolori, lacrime e rabbia. Più di centomila nicaraguensi si sono trasformati in donatori volontari del proprio sangue allo scopo di tenere in vita la propria patria. Una cifra spaventosa se rapportata alle dimensioni del paese ma sintomatica di come l’eroismo di un popolo cambi le inerzie, rovesci ogni tavolo, stravolga ogni previsione, superi i limiti prestabiliti, rompa frontiere, voli più alto di ogni predatore.

Quella di divenire esempio di eroismo non fu una scelta, piuttosto un obbligo. Il Nicaragua, che aveva appena imparato a ridere, avrebbe volentieri fatto a meno di altro sangue, avrebbe con piacere scambiato feste con lutti. Ma la ferocia assassina di chi parla di giardino di casa omettendo che lo riempie di tombe, non diede nessuna possibilità di scansare il dolore. Dal 1980 al 2018 l’orrore si è presentato in momenti diversi ma ha usato le solite vesti: identici i suoi ispiratori, i suoi complici, le sue pedine consapevoli e inconsapevoli. Simili le modalità con le quali si è espresso, altrettanto identica la resistenza che lo ha sconfitto.

L’ultima puntata della serie criminale è appunto andata in onda nel 2018, quando dal 18 aprile fino alla seconda metà di giugno, il Nicaragua vide i nuovi contras all’assalto del paese. Protagonisti lupi con le vesti di agnelli, presunti uomini di fede con le tonache gonfie di odio, avanzi di latifondo con aurea di imprenditori, figli viziati di una oligarchia putrefatta improvvisatisi guerriglieri, militanti del privilegio, delinquenti trasformati in dissidenti, aguzzini spacciati per avanguardie.

Per tre mesi hanno ricordato i metodi somozisti: per odio, persino per puro piacere personale, hanno distrutto e minacciato, sequestrato e ucciso, bloccato e bruciato un intero popolo, che di volta in volta assumeva le sembianze di case, ospedali, ambulanze, municipi, strade. Come Somoza, hanno ricevuto quotidianamente appoggi ed ordini dalla locale ambasciata degli Stati Uniti; come Somoza hanno assassinato innocenti e fatto ricadere la colpa sui loro nemici e, così come gli sgherri di Somoza, hanno catturato, violentato, torturato, ucciso e fatto scomparire i resti delle loro vittime. Insomma, come Somoza, hanno scatenato la ferocia di chi si sente padrone di tutto. Ma non potevano vincere ed hanno perso.

A salvare il Nicaragua arrivarono i suoi figli migliori. Contro quella ferocia somozista, per ridurre al nulla l’orrore di questa esibizione malsana di recontras, intervennero coloro che già 30 anni prima avevano garantito l’invulnerabilità della patria. Perché l’onore non va in pensione, ingaggia battaglia e lancia al cielo il suo grido di combattimento: dove l’antisandinismo assume il volto dell’orrore, il sandinismo sistema i conti nel modo in cui sa e deve. Contro la polizia volontaria e i militanti di sempre del FSLN, i profeti dell’orrore scapparono in modo disordinato, scomposto. Tutta la furia omicida del golpismo, esibita contro le famiglie indifese, in un attimo divenne una fuga rocambolesca: il terrore che avevano diffuso era nulla rispetto a quello che hanno dei cachorros di Sandino.

Oggi alcuni di loro viaggiano liberi, amnistiati dal sandinismo, perché la pace esige anch’essa martiri. Come a Esquipulas, come a Sapoà, il bastone del perdono si è levato sulle teste del terrore. Impuniti per ora ma innocenti mai. Il popolo sandinista sa perdonare ma è incapace di dimenticare, sa superare ma non riesce a non guardare. Quando si sceglie a denti stretti si tengono gli occhi aperti.

In quaranta anni il sandinismo ha peccato reiteratamente. Ha governato dovendo sempre ereditare un paese distrutto: nel 1979 dal terremoto e dal somozismo, nel 2006 da 16 anni di regime chamorrista , la versione del somozismo senza Somoza che dal 1990 al 2006 aveva reso il Nicaragua un flagello per gli ultimi e un paradiso per i primi.

In entrambe le circostanze, il Frente Sandinista ha remato controcorrente, ha soffiato controvento, ha camminato su salite ripide per poter ricostruire, migliorare, cambiare, redistribuire. Governo, opposizione, di nuovo governo: sono stati 40 anni di guerra in trincee diverse ma senza interruzione alcuna. Il nemico giurato era ed è la povertà, il suo complice più pericoloso era ed è l’annessionismo. Cambiare un paese significa in primo luogo liberarlo da chi lo opprime e non è un caso se i titolari del privilegio siano complici dei conquistatori; dunque, non è nemmeno un caso se chi lotta contro la povertà vede nel privilegio e nello straniero dai denti aguzzi e dalle mani lunghe due volti dello stesso nemico.

La seconda tappa della Rivoluzione, cominciata nel 2007, ha cambiato in profondità il paese. Il Nicaragua non somiglia in nulla e per nulla a quella che si dimenava per i morsi della fame durante il somozismo e il neoliberismo, parenti stretti che fanno finta di non conoscersi mentre si frequentano da sempre. I fatti hanno la testa dura.

La modernizzazione del paese ha offerto luce, strade, case, cibo, acqua e trasporti, internet ed energia. I poveri entrano nelle banche e i ricchi fanno la fila.

Posso testimoniare di bambini felici e nutriti e di tenerezza epidemica, di sorrisi contagiosi ed allegria mista a fierezza. Nessuno deve più togliersi il cappello di fronte ai potenti. La povertà permane, non si è ancora arresa ma è circondata. Dove c’era polvere ora c’è pavimento, dove c’erano candele adesso c’è luce, l’acqua corrente non è più un lusso. La modernità è per tutti.

Nuovi amici e nuovi mercati impegnano il futuro e la strategia dell’abbraccio solidale si è fatta politica. La guerra alla povertà corre in parallelo con quella per la sovranità.

La lezione del sandinismo è stata compresa. Ha sbaraccato l’ordine delle probabilità e umiliato la legge dei grandi numeri, abbattendo le logiche e sovvertendo le menti. L’essenza di una Rivoluzione.

Anche se mancano ancora sette mesi all’inizio delle primarie per la presidenza degli Stati Uniti, la campagna elettorale sta già entrando nel vivo con l’attenzione dei media concentrata sull’affollatissima competizione per la nomination del Partito Democratico. In quello che si prospetta come un lungo processo di selezione, a stabilire le sorti dei candidati saranno in grandissima parte i poteri forti dentro e fuori l’apparato di governo, mentre già si preannuncia l’abbattimento di tutti i record relativi ai finanziamenti elettorali raccolti dagli aspiranti alla Casa Bianca.

 

Alla vigilia della scadenza imposta dalla Commissione Elettorale Federale, nei giorni scorsi sono stati presentati i dati ufficiali della situazione finanziaria dei candidati alla presidenza. Tra i democratici ha fatto notizia più di altri la senatrice del Massachusetts, Elizabeth Warren, in grado quasi di triplicare il denaro incassato per la propria campagna tra il primo e il secondo trimestre del 2019.

 

Warren ha superato quota 19 milioni tra aprile e giugno, secondo molti osservatori grazie all’adozione di una strategia che punta a intercettare il consenso dei potenziali elettori di sinistra del Partito Democratico. Oltre ad avere una squadra di collaboratori pagati di gran lunga più numerosa dei suoi rivali interni, la 70enne senatrice ha scelto di rifiutare le donazioni dei grandi finanziatori democratici e di evitare le tradizionali raccolte fondi di ricchi sostenitori che, quasi sempre a porte chiuse, garantiscono ai candidati che vi partecipano decine o centinaia di migliaia di dollari in poche ore.

 

Negli ultimi tre mesi, Warren ha così ricevuto 384 mila singole donazioni dell’importo medio di meno di 30 dollari ciascuna. Questo risultato la mette davanti all’altro candidato di “sinistra” del Partito Democratico, il senatore del Vermont Bernie Sanders. Per lui i numeri hanno disegnato una situazione stabile, con circa 18 milioni raccolti sia nel primo che nel secondo trimestre dell’anno.

 

L’entità della donazione media è stata per Sanders ancora più ridotta rispetto a quella registrata da Elizabeth Warren, ma l’ascesa della collega senatrice indica un possibile calo dell’interesse nei suoi confronti come potenziale agente di cambiamento in senso progressista. Senza dubbio, l’entusiasmo a tratti clamoroso che aveva caratterizzato le primarie del 2016 di Sanders si è raffreddato almeno in parte a causa della docilità con cui aveva accettato la vera e propria truffa organizzata dai vertici democratici per favorire la nomination di Hillary Clinton, nonché dalla sua decisione di appoggiare incondizionatamente l’ex segretario di Stato di Obama nella sfida a Donald Trump.

 

Le cifre importanti raccolte quasi interamente on-line da Warren e Sanders confermano comunque l’esistenza di un ampio bacino elettorale interessato a politiche progressiste, se non addirittura socialiste anche negli Stati Uniti. Sull’altro fronte, buona parte dei candidati alla nomination democratica predilige invece un appello più moderato, in grado di intercettare anche elettori repubblicani centristi e indipendenti. Di conseguenza, questi candidati ricavano una fetta determinante dei propri finanziamenti dal circuito dei donatori milionari e miliardari vicini al Partito Democratico.

 

I due pretendenti con le performance migliori nel secondo trimestre dell’anno rientrano infatti in quest’ultima categoria e sono l’ex vice-presidente, Joe Biden, con 21,5 milioni, e, sorprendentemente, il semi-sconosciuto sindaco della cittadina di South Bend, nello stato dell’Indiana, Pete Buttigieg, con quasi 25 milioni di dollari. Se Biden è considerato una scelta sicura dall’establishment in ansia per l’imprevedibilità di Trump, il caso di Buttigieg è un esempio eclatante della creazione a tavolino di un fenomeno politico lanciato da determinati ambienti mediatici e di potere nonostante un vuoto quasi totale di idee ed esperienze.

 

Giovane, di aspetto piacente, dichiaramente gay e con un passato nelle forze armate americane, Buttigieg rappresenta per molti versi il candidato più adatto a dissimulare politiche di destra dietro una finta immagine “liberal”. Il suo indice di gradimento è però in evidente calo nelle ultime settimane, a causa di una figura non esattamente brillante nel primo dibattito democratico, andato in scena un paio di settimane fa a Miami, e di un’accesa polemica scoppiata dopo l’assassinio di un cittadino di colore nella sua città per mano di un agente di polizia.

 

Parabola opposta a quella di Buttigieg sta seguendo invece la senatrice della California, Kamala Harris. Il fatto di essere donna e di colore costituisce il punto di forza principale di quest’ultima, non a caso promossa tra le principali favorite per la nomination da media e commentatori “liberal” fissati con le questioni di razza e di genere. Harris ha un passato da procuratore generale con fama da “law-and-order” e nelle sue prime uscite pubbliche ha tenuto un approccio decisamente cauto a questioni come la copertura sanitaria pubblica universale o l’accesso gratuito all’istruzione universitaria.

 

Più ancora di Kamala Harris, a questo punto della competizione sembra essere ad ogni modo Elizabeth Warren a risultare la candidata preferita dai media che gravitano attorno al Partito Democratico. Secondo la logica di questi ambienti, in quanto donna dovrebbe essere automaticamente portatrice di ideali progressisti. Soprattutto, però, in un frangente segnato da crescenti tensioni sociali e disuguaglianze di reddito esplosive, la qualità principale della senatrice del Massachusetts è quella di essersi costruita un’immagine di fustigatrice degli eccessi di Wall Street e di paladina della classe media americana.

 

Questa fama, la Warren se l’è costruita in larga misura grazie alla decisione di Obama di sceglierla per creare un’agenzia federale che, dopo la crisi finanziaria del 2008, avrebbe dovuto proteggere gli americani dalle manipolazioni e dagli abusi dell’industria finanziaria. Nella migliore delle ipotesi, la candidata alla Casa Bianca per i democratici, feroce sostenitrice del Partito Repubblicano e del libero mercato fino alla metà degli anni Novanta, è portatrice di proposte di legge che cambierebbero di poco o nulla la struttura del capitalismo americano.

 

Questa attitudine non sarà comunque di ostacolo alla sua possibile ulteriore ascesa nei prossimi mesi. Anzi, il mix di retorica radicale e di proposte relativamente moderate è utile a neutralizzare le spinte popolari per un reale cambiamento in senso progressista del sistema politico e sociale americano, così da incanalarle come sempre nel vicolo cieco del Partito Democratico. Inoltre, per quanto si sia per il momento avventurata in modo limitato nelle questioni di politica estera, Elizabeth Warren sembra avere le idee già ben chiare sulle posizioni da tenere per legittimare la sua candidatura agli occhi del “deep state” americano. Come ha già fatto più volte lo stesso Sanders, Warren ha individuato nella rivalità con Russia e Cina le priorità dell’imperialismo USA, mentre non vi è né vi sarà traccia nei suoi discorsi pubblici di appelli al sentimento antimilitarista della potenziale base elettorale del suo partito.

 

L’inaugurazione della stagione delle primarie con i tradizionali “caucuses” dell’Iowa resta in ogni caso ancora molto lontana e, da qui al prossimo mese di febbraio, potranno esserci cambiamenti anche sostanziali degli equilibri in casa democratica. Prima ancora che gli elettori possano esprimersi, a orientare le loro scelte saranno soprattutto manovre politiche, raffiche di sondaggi, finanziamenti milionari, dibattiti ipocriti e manipolati, coerentemente con la natura di un partito che ha come punto di riferimento una parte del mondo degli affari americano e l’apparato militare e dell’intelligence preoccupato per l’irrazionalità e la sconsideratezza delle politiche dell’amministrazione Trump.

 

Quel che è certo fin da ora è che la campagna elettorale del 2020 per tutti gli uffici a livello federale e statale sarà la più dispendiosa nella storia degli Stati Uniti e, di conseguenza, di qualsiasi altro paese. Secondo alcune stime, la cifra complessiva che verrà spesa entro il novembre del prossimo anno potrebbe superare i dieci miliardi di dollari, con un aumento di quasi il 60% rispetto alla tornata elettorale del 2016.

 

Per quanto riguarda le presidenziali, al denaro già raccolto e che raccoglieranno i candidati democratici, andrà sommato quello a disposizione di Donald Trump per la sua rielezione. Nel secondo trimestre, il presidente repubblicano ha incassato ben 105 milioni di dollari e, di questo passo, potrebbe arrivare a un totale superiore ai due miliardi, superando di almeno tre o quattro volte la cifra complessiva ottenuta nel 2016. Anche se impopolare nel paese, Trump è passato da outsider a beneficiario di ingenti finanziamenti delle élites economiche e finanziarie, ben disposte a ricompensare un presidente che, a partire dalla sua elezione, ha favorito l’impennata dei profitti e il taglio alle tasse per gli americani più ricchi sulle spalle di lavoratori e classe media.

Dopo anni di durissime politiche economiche imposte a lavoratori, giovani e pensionati, le elezioni di domenica scorsa in Grecia hanno registrato un nuovo cambiamento di maggioranza che riporterà al governo la destra del partito Nuova Democrazia (ND) del neo-premier Kyriakos Mitsotakis. Il voto anticipato era stato indetto dopo il recente flop alle europee dal primo ministro uscente, Alexis Tsipras, il cui esecutivo – al di là dei limiti entro i quali ha potuto muoversi – agli occhi di milioni di elettori non è stato in grado di migliorare le condizioni di vita disastrose in cui era precipitato il paese in seguito al “salvataggio” dell’Unione Europea e del Fondo Monetario Internazionale (FMI).

 

La riabilitazione del principale partito conservatore greco, dopo essere stato a lungo il partner preferito dagli ambienti finanziari internazionali e avere perciò pagato un prezzo molto alto nelle precedenti elezioni, arriva in un momento in cui Atene sembra ancora una volta dover fallire gli obiettivi di bilancio ordinati dai suoi finanziatori.

 

Anche se l’economia della Grecia sta facendo segnare una modesta crescita, il livello del debito rimane al di sopra di quello previsto, così che il governo entrante sarà con ogni probabilità chiamato a provvedere con un’altra dose di austerity. La presentazione del primo bilancio del nuovo gabinetto dopo l’estate darà un’idea del futuro che attende ancora una volta la popolazione greca, troncando quasi certamente una luna di miele con gli elettori che si annuncia di molto breve durata. Intanto, nel pomeriggio di lunedì Mitsotakis ha nominato i membri del suo governo, scegliendo per i dicasteri più importanti fidati esecutori di politiche pro-business e fautori delle privatizzazioni, come il neo-ministro delle Finanze Christos Staikouras, o membri affiliati alla destra del partito, come quello dell’Economia e degli Investimenti Adonis Georgiades.

 

Se ND ha conquistato domenica quasi il 40% dei consensi, il successo di questo partito non riflette uno spostamento a destra dell’elettorato greco. Piuttosto, i risultati testimoniano di un diffusissimo senso di sfiducia nei confronti dell’intero sistema politico e, per quanto riguarda la bocciatura del governo di SYRIZA (“Coalizione della Sinistra Radicale”), di un tentativo disperato di invertire la rotta attraverso un cambiamento di qualsiasi genere.

 

L’astensione, superiore al 42%, è stata d’altra parte la più alta da quando la Grecia è tornata alla democrazia dalla metà degli anni Settanta del secolo scorso. Inoltre, se si leggono i risultati delle varie formazioni nominalmente di sinistra o centro sinistra, emerge un quadro tutt’altro che sbilanciato a destra. Aggiungendo al 31% di SYRIZA l’8% del Movimento per il Cambiamento (KINAL), che ha preso il posto dei socialdemocratici del PASOK, il 5,3% del Partito Comunista Greco (KKE) e il circa 3,5% del partito MeRA25 dell’ex ministro delle Finanze Yanis Varoufakis, gli elettori che hanno espresso una scelta più o meno progressista sfiorano il 50%.

 

A ciò va aggiunto il fallimento dell’estrema destra di Alba Dorata, nemmeno in grado di raggiungere la soglia di sbarramento del 3% dopo che nel voto del 2015 era diventata il terzo partito col 6,3% e 18 seggi in parlamento. Nuova Democrazia potrà ad ogni modo contare su una maggioranza assoluta – 158 seggi su 300 – grazie all’antidemocratico premio di maggioranza previsto dalla legge elettorale greca per il partito con il numero più alto di voti.

 

L’ascesa di SYRIZA nel 2015 da partito di sinistra relativamente marginale a forza di governo era stata possibile grazie alla promessa di mettere fine alle politiche di rigore che, almeno dal 2010, avevano decimato la “working-class” greca sull’onda di una rovinosa crisi finanziaria. Tsipras si era trovato però di fronte a una situazione a dir poco disastrosa e, con la pistola puntata alla tempia da Bruxelles, aveva messo da parte in fretta gli impegni della campagna elettorale per sottoscrivere un nuovo pacchetto di “salvataggio” necessario a garantire i debitori del paese e a dare ossigeno alle finanze di Atene.

 

Sul ruolo di Tsirpas e del governo di SYRIZA si è discusso a lungo in tutta Europa, soprattutto sul fatto che ci fossero alternative alla medicina imposta dall’UE e dal FMI, in primo luogo tramite la mobilitazione delle forze anti-austerity in tutto il continente e delle popolazioni penalizzate pesantemente dalla crisi. In ultima analisi, ad Atene come altrove è prevalsa la volontà di stabilizzare il sistema, anche se le conseguenze sono state durissime per ampi strati della popolazione greca.

 

Allo stesso modo, il primo ministro uscente ha rivendicato almeno una qualche attenzione all’aspetto sociale nell’implementare le ricette imposte dall’esterno in cambio dei fondi di “salvataggio”, mettendo in guardia da un’intensificazione di queste politiche in caso di ritorno al governo della destra. In definitiva, però, la realtà della Grecia di oggi racconta di un paese con livelli di povertà e disoccupazione elevatissimi, anche se in lieve calo rispetto agli anni precedenti, una spesa sociale ridotta ai minimi termini, salari e pensioni da fame e una totale devastazione nell’ambito dei diritti del lavoro.

 

Le responsabilità non possono essere attribuite interamente a SYRIZA, ma sono anzi in larga misura anche dei governi precedenti di ND e PASOK, così come ovviamente dei burocrati di Bruxelles e dei centri di potere finanziario a cui questi ultimi fanno riferimento. Tuttavia, gli elettori greci hanno finito per punire un governo che, complessivamente, non ha saputo o potuto migliorare in maniera significativa le condizioni di vita nel paese.

 

Con l’installazione del prossimo governo guidato da Mitsotakis ciò che attende in ogni caso la maggior parte dei greci è un nuovo peggioramento della situazione. La retorica pre- e post-elettorale del premier in pectore ha ipotizzato tagli alle tasse, ondate di investimenti, crescita economica e posti di lavoro stabili e ben retribuiti. Nella realtà, l’esecutivo di ND intende adottare misure favorevoli al business domestico e internazionale, a cui sarà messa a disposizione la manodopera greca ultra-sfruttata e con diritti ormai ridotti all’osso.

 

A dare l’idea del percorso che intraprenderà il nuovo governo di Atene sono state le congratulazioni a Mitsotakis espresse dal presidente uscente della Commissione Europea, Jean-Claude Juncker. In modo inquietante, viste le precedenti dosi di austerity somministrate in quasi un decennio, Juncker ha ricordato come la Grecia “abbia fatto molto” finora, ma che, tuttavia, “moltissimo rimane ancora da fare”.

 

I provvedimenti di carattere economico in linea con i diktat d Bruxelles saranno accompagnati, a detta di Mitsotakis e del suo partito, da un aumento della spesa destinata a combattere quello che viene definito come un preoccupante aumento dei livelli di criminalità. Secondo un’analisi del voto della Reuters, l’attenzione del nuovo governo sarebbe rivolta al “forte movimento anti-establishment” presente soprattutto in alcuni quartieri della capitale e che, ad esempio, ha visto alcuni attivisti prendere d’assalto un seggio elettorale nella giornata di domenica.

 

In altre parole, l’esecutivo nascente affiancherà ulteriori misure classiste e anti-sociali a un incremento della spesa per le forze di sicurezza, non tanto per contrastare la criminalità, quanto per reprimere manifestazioni di opposizione e resistenza che, già esplose negli ultimi anni con scioperi e proteste di piazza, si moltiplicheranno inevitabilmente contro le nuove politiche di rigore che già si intravedono all’orizzonte.

La recente visita a Pechino del presidente turco Erdogan ha segnato probabilmente un’altra tappa nell’evoluzione delle strategie geopolitiche del paese euroasiatico membro della NATO. L’incontro con il presidente cinese, Xi Jinping, subito dopo il G20 di Osaka è stato caratterizzato da toni particolarmente cordiali, accentuati ancora di più dalla concomitanza con la finalizzazione dell’acquisto del sistema difensivo anti-aereo russo S-400 e dal rapido evaporare dell’illusoria distensione con gli Stati Uniti registrata nella metropoli giapponese.

 

A dare il senso dei calcoli di Erdogan sono state in particolare le sue parole sulle condizioni dei musulmani dello Xinjiang cinese, discusse durante la presentazione dei risultati di un viaggio compiuto in questa regione dal ministro per gli Affari Religiosi malese, Mujahid Yusof Rawa. Significativamente, Erdogan ha affermato che “tutti i gruppi etnici dello Xinjiang vivono felicemente in condizioni di sviluppo e prosperità” garantite dalla Cina.

 

Questa dichiarazione contraddice completamente la versione ufficiale diffusa in Occidente che dipinge senza sfumature uno scenario di dura repressione nei confronti degli Uighuri musulmani nella regione dello Xinjiang. La presa di posizione di Erdogan è anche l’esatto opposto di quanto, solo qualche mese fa, aveva sostenuto il ministero degli Esteri di Ankara, per il quale la situazione dei musulmani dello Xinjiang cinese rappresentava “un enorme motivo d’imbarazzo per tutta l’umanità”.

 

Secondo l’accademico cinese esperto in studi sulla Turchia, Li Bingzhong, il cambiamento di rotta in questo ambito di Erdogan sarebbe innanzitutto “il risultato dei pazienti sforzi diplomatici di Pechino”. Allo stesso tempo, la difficile situazione interna del presidente turco lo ha spinto a “cercare una via d’uscita” guardando alla Cina. L’evoluzione delle posizioni turche è tanto più di rilievo se si pensa che la vicenda degli Uighuri continua a essere agitata principalmente da Washington per fare pressioni su Pechino e, secondo alcuni, la stessa dichiarazione di condanna del ministero degli Esteri di Ankara ricordata in precedenza era stata probabilmente dettata proprio dal governo USA.

 

In altre parole, quanto affermato da Erdogan durante la sua visita a Pechino suggerisce che “la Turchia non permetterà a nessuno di creare divisioni nei rapporti tra Ankara e Pechino”. Per l’analista russo Stanislav Tarasov, in ballo ci sarebbe precisamente “l’inizio di una grande scommessa geopolitica” da parte di Erdogan, caratterizzata dall’ingresso “simultaneo in un’alleanza con Russia e Cina”, in un segnale inequivocabile di insoddisfazione per il modo in cui gli Stati Uniti stanno trattando la Turchia.

 

La convergenza di interessi tra Ankara, Pechino e Mosca è stata sottolineata sempre questa settimana da un’altra occasione diplomaticamente di un certo rilievo. Il ricevimento delle credenziali del nuovo ambasciatore turco a Mosca da parte di Putin ha consentito al presidente russo e ai suoi ospiti di ricordare la solidità della partnership tra i due paesi, nonostante le divergenze sulla crisi siriana.

 

Putin ha parlato di un rapporto che ha ormai “raggiunto un livello strategico”, per poi citare i progetti bilaterali che a esso stanno dando impulso, a cominciare da quelli energetici come la costruzione della centrale nucleare di Akkuyu e il gasdotto TurkStream. Il presidente del parlamento turco, Mustafa Sentop, ha a sua volta auspicato una prossima cancellazione della necessità dei visti per coloro che viaggiano tra i due paesi, mentre ha ribadito l’obiettivo di raggiungere i 100 miliardi di dollari in scambi commerciali bilaterali.

 

L’elemento di gran lunga più importante e portatore di sconvolgimenti a livello strategico resta comunque il sistema difensivo russo S-400 che Erdogan ha ancora recentemente assicurato arriverà in Turchia a breve. L’S-400 costituisce una delle principali ragioni del raffreddamento delle relazioni tra Washington e Ankara. Gli Stati Uniti hanno più volte minacciato sanzioni contro la Turchia se l’acquisto del sistema anti-missile russo dovesse andare in porto.

 

Proprio al G20 di Osaka, il presidente americano Trump aveva però prospettato un ammorbidimento sulla questione S-400. Trump aveva in sostanza dipinto Erdogan come una vittima della rigidità di Obama, la cui amministrazione si era sempre rifiutata di vendere i missili americani alla Turchia, finché il governo di Ankara è stato costretto a rivolgersi al Cremlino per le proprie necessità di difesa e di sicurezza nazionale. Erdogan aveva subito intercettato il segnale di distensione e, il giorno successivo alle parole di Trump, si era spinto ad annunciare l’arrivo imminente del sistema S-400, confidando che gli Stati Uniti si sarebbero astenuti dall’imporre sanzioni punitive contro la Turchia.

 

La questione è però lontana dall’essere risolta in questo modo. Fonti del Pentagono e del dipartimento di Stato si sono rivolte quasi subito alla stampa americana per spiegare che, malgrado le parole di Trump a Osaka, nulla è cambiato riguardo l’opinione USA sulla fornitura dell’S-400 alla Turchia. Un anonimo diplomatico americano aveva ad esempio spiegato alla Reuters che Ankara rischia “la sospensione dal programma degli [aerei da guerra] F-35 e l’applicazione di sanzioni secondo il CAATSA” (“Countering America’s Adversaries through Sanctions Act”), cioè la legge che prevede appunto misure punitive contro quei paesi che ricevono equipaggiamenti militari dalla Russia.

 

L’immediato raffreddamento americano verso la Turchia potrebbe dunque avere contribuito al chiarissimo cambio di tono di Erdogan sul trattamento della minoranza musulmana in Cina e a gettare le basi per un rafforzamento della partnership con Pechino. Non solo, qualche segnale circola da tempo anche su una potenziale riconsiderazione delle politiche turche riguardo il teatro di guerra siriano. L’aggravarsi della situazione nella regione settentrionale di Idlib e le pressioni di Mosca potrebbero, secondo alcuni, fare intravedere all’orizzonte una sorta di riconciliazione con il regime di Assad o, quanto meno, l’accettazione della permanenza al potere del presidente siriano dopo oltre otto anni di guerra.

 

Se la vendita dell’S-400 dovesse essere finalizzata, come sembra molto probabile, non è in realtà chiaro quale sarà la reazione della Casa Bianca. La Turchia resta un alleato cruciale per Washington e per la NATO, così che eventuali sanzioni economiche o militari rischiano di far precipitare la crisi tra i due paesi e di spingere Ankara ancor più nell’orbita di Mosca e Pechino. Trump, in ogni caso, potrebbe sospendere l’introduzione delle sanzioni, utilizzando la facoltà assegnatagli dal CAATSA di individuare eccezioni all’applicazione di provvedimenti punitivi, anche se ciò innescherebbe quasi certamente una risposta negativa da parte del Congresso.

 

Alcune misure ritorsive contro la Turchia per l’acquisto dell’S-400 sono state peraltro già decise. Il dipartimento della Difesa americano da qualche settimana ha infatti sospeso l’addestramento di piloti turchi sugli F-35. Il programma di realizzazione di questi costosissimi velivoli militari è assegnato a un consorzio di cui fanno parte svariati paesi NATO. Uno di questi è la Turchia che nel programma ha investito miliardi di dollari e si occupa oggi della costruzione di alcuni componenti degli F-35.

 

Il motivo principale per cui Washington considera incompatibile l’installazione del sistema russo di difesa anti-aereo S-400 in un paese NATO è collegato ai timori che Mosca possa raccogliere informazioni sensibili di carattere militare e indebolire il potenziale bellico degli Stati Uniti e dei loro alleati.

 

L’analista indipendente Federico Pieraccini ha spiegato recentemente come le implicazioni della vendita alla Turchia e, più in generale, della diffusione su scala globale di un sistema difensivo sofisticato come quello russo rappresenti un incubo per il governo e i vertici militari USA. Un sistema “in grado di abbattere aerei di quinta generazione avrebbe effetti devastanti sull’appetibilità e le vendite di materiale bellico americano, mentre, in parallelo, favorirebbe la popolarità e le vendite di quello di produzione russa”.

 

Nello specifico, lo stesso analista sostiene che l’S-400 è visto con estrema inquietudine a Washington perché, tramite i radar di cui è dotato, può ottenere dati riservati sui velivoli militari intercettati. Per il Pentagono, l’impiego di questo sistema difensivo in Turchia darebbe la possibilità di conoscere i dettagli proprio degli F-35, ritenuti potenzialmente determinanti in caso di conflitto con una paese come la Russia.

 

Un altro aspetto preoccupante per gli Stati Uniti riguarda ancora la capacità dell’S-400 di raccogliere informazioni, questa volta riguardo gli aspetti della tecnologia “stealth” applicata all’aeronautica militare americana, quella cioè che permette ai propri velivoli di non essere identificati dai sistemi di difesa nemici. Secondo Pieraccini, “la tecnologia stealth è teoricamente l’ultimo vantaggio che gli USA mantengono sui loro rivali” e il fatto che i segreti di essa possano finire in mani russe tramite l’S-400 è un motivo sufficiente a spiegare l’insistenza su Erdogan per convincerlo a rescindere il contratto di acquisto stipulato con Mosca.

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