“Fu lui a dettare l'intera lettera. Non l'ho scritta io”. Così il dottor Harold Bornstein, ex medico personale di Donald Trump, mentre spiegava alla Cnn che la lettera resa pubblica nel dicembre del 2015 sull'eccellente salute dell'allora candidato presidenziale repubblicano era uscita dalla bocca del 45esimo presidente. Lo si era già sospettato all'epoca considerando tutti i superlativi sulla condizione fisica di Trump che riflettevano lo stile reboante dell'attuale inquilino della Casa Bianca. Adesso sappiamo con certezza che si trattava di una falsità nonostante la firma del medico.

Lo spettacolo raccapricciante delle celebrazioni per il trasferimento dell’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme, mentre a un centinaio di chilometri andava in scena un nuovo massacro dei palestinesi di Gaza, ha mostrato a tutto il mondo il vero stato e la natura del regime israeliano, per qualcuno ancora oggi l’unica “democrazia” esistente in Medio Oriente.

 

Allo stesso tempo, i fatti di lunedì hanno chiarito in cosa consista la promozione dei principi “democratici”, della “pace” e dei “diritti umani” da parte di Washington, ovvero nel via libera a repressione, violenza e genocidio in nome della difesa degli interessi strategici degli Stati Uniti e dei loro alleati.

 

L’immagine forse più chiara di questo stato delle cose in Israele e in Palestina si è avuta con il discorso tenuto lunedì a Gerusalemme dal consigliere e genero di Trump, Jared Kushner. Il marito della primogenita del presidente americano ha ribadito il pieno appoggio degli USA a Israele, poiché entrambi i paesi “credono nei diritti umani e nella democrazia”. Per questa ragione, spostare la sede diplomatica americana, legittimando l’occupazione illegale israeliana e calpestando i diritti e le aspirazioni palestinesi, “è [stata] la cosa giusta da fare”.

 

Non solo, per Kushner, l’iniziativa della Casa Bianca potrebbe innescare un processo per il quale “tutti i popoli [israeliano e palestinese] vivano in pace e in sicurezza, liberi dalla paura e con la possibilità di inseguire i propri sogni”.  Una dichiarazione che ha fatto seguito alle assurde parole di Trump, intervenuto in collegamento video con Gerusalemme, il quale ha confermato l’impegno di Washington per un “accordo di pace duraturo”.

 

Per il governo americano, come ha spiegato ancora Kushner, i palestinesi sarebbero i responsabili dei massacri commessi da Israele ai loro danni. “Coloro che provocano la violenza”, infatti, “sono parte del problema e non della soluzione”. La posizione ufficiale della Casa Bianca sui fatti di Gaza di lunedì è d’altra parte che le responsabilità vadano cercate nelle azioni “ciniche” di Hamas.

 

La cerimonia di trasferimento dell’ambasciata USA a Gerusalemme è coincisa con il 70esimo anniversario della nascita dello stato ebraico di Israele ed è stata appunto la testimonianza più chiara del fallimento del progetto sionista, basato sull’esclusività razziale e religiosa e sull’espulsione di massa di un intero popolo dalle proprie terre.

 

Immagini come quelle provenienti lunedì da Gaza hanno fatto in modo che Israele sia visto come un regime illegittimo e criminale dall’opinione pubblica internazionale e questa realtà non può essere in nessun modo cambiata dal sostegno incondizionato garantito dal governo americano, a sua volta l’altro principale fattore di destabilizzazione e generatore di caos e violenza in Medio Oriente.

 

Le ultime gravissime deliberate violenze contro i manifestanti palestinesi sono state il culmine della repressione da parte israeliana della mobilitazione chiamata “Grande Marcia del Ritorno”, iniziata il 30 marzo scorso a Gaza. La giustificazione di Israele per le azioni delle proprie forze armate consiste nella minaccia che rappresenterebbero le proteste palestinesi, ma in queste settimane non si è ancora registrata una sola vittima israeliana.

 

Il comportamento criminale di Israele è perfettamente coerente con le tendenze ultra-reazionarie e semi-fasciste del suo governo e dei suoi sostenitori internazionali, inclusi quelli non dichiarati, come la monarchia saudita. Dimostrazione di ciò si è avuta sempre lunedì a Gerusalemme, dove, oltre ai rappresentanti dell’amministrazione Trump, hanno partecipato alle celebrazioni per il trasferimento dell’ambasciata USA svariati personaggi pubblici i cui precedenti la dicono lunga sulla deriva di estrema destra della galassia che compone i difensori di Israele.

 

Tra di essi, erano presenti a Gerusalemme il miliardario americano Sheldon Adelson, finanziatore della campagna elettorale di Trump e degli insediamenti illegali ebraici nei territori palestinesi occupati, e il “falco” Joseph Lieberman, ex candidato democratico alla vice-presidenza USA e uno dei principali promotori della legge del 1995 sul trasferimento dell’ambasciata a Gerusalemme. Inoltre, ospiti di riguardo erano anche il predicatore battista americano Robert Jeffress, già anti-semita e noto islamofobo, e il fondamentalista cristiano John Hagee, protagonista in passato di commenti positivi nei confronti dei crimini hitleriani.

 

Un regime, come quello di Israele, che arriva a commettere atti di violenza deliberata nei confronti di un popolo sostanzialmente indifeso e costretto a vivere da decenni in un vero e proprio lager a cielo aperto non può d’altra parte che basarsi su un’ideologia reazionaria e razzista.

 

Se i principali responsabili dei massacri di palestinesi sono da cercare a Washington e a Tel Aviv, gli altri governi occidentali e quelli arabi sono quanto meno facilitatori dei crimini israeliani. Le condanne per “l’uso eccessivo della forza”, arrivate lunedì dall’Europa, dalla Lega Araba e, ad esempio, del regime egiziano, sanno di ipocrisia e, soprattutto in Occidente, continuano a equiparare assurdamente le violenze israeliane a quelle palestinesi, come conferma il puntuale richiamo a limitare l’uso della forza da entrambe le parti.

 

Il carattere distruttivo dello stato di Israele appare evidente infine anche dalla concomitanza dei festeggiamenti per il 70esimo anno della sua fondazione e dell’ennesima strage di palestinesi con le manovre per far naufragare l’accordo sul nucleare iraniano e spingere la regione sull’orlo di un’altra guerra rovinosa.

A contribuire a questa drammatica escalation delle violenze delle forze di sicurezza israeliane e delle attività di destabilizzazione del Medio Oriente è anche il disperato tentativo da parte del governo Netanyahu di allentare le pressioni interne, dovute sia alle crescenti tensioni sociali sia ai guai giudiziari in cui è coinvolto lo stesso premier.

 

L’evolversi della situazione sulla spinta delle azioni di Washington e Tel Aviv sta ad ogni modo generando serie preoccupazioni tra la comunità internazionale. Il riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele da parte americana e la repressione cruenta dei palestinesi hanno ormai di fatto messo fine anche alla farsa del processo di pace basato sulla formula dei “due stati”.

 

L’irresponsabilità dell’amministrazione Trump e il ricorso sempre più esplicito a metodi criminali da parte del regime di Netanyahu rischiano infatti di generare una situazione fuori controllo e di compromettere irrimediabilmente l’immagine di apparente imparzialità nel conflitto israelo-palestinese dietro alla quale si sono finora nascosti i governi occidentali.

 

Parallelamente, questi nuovi scenari mediorientali mettono in crisi anche i regimi arabi, il cui asservimento agli interessi americani e la sostanziale arrendevolezza nei confronti di Israele erano sostenibili, a fronte della ferma opposizione popolare, soltanto con il mantenimento di una prospettiva di successo, sia pure illusoria o a lunga scadenza, delle legittime aspirazioni del popolo palestinese.

La Conferenza Episcopale del Nicaragua ha annunciato l’inizio del dialogo convocando una prima riunione il prossimo 16 maggio e questo rappresenta un concreto passo avanti nella direzione di una soluzione politica per la crisi che vive il Nicaragua. E’ anche un successo della strategia di conciliazione voluta dal governo di Daniel Ortega, che nelle scorse ore ha dato via libera alla Commissione Interamericana per i Diritti Umani affinché possa recarsi in Nicaragua e svolgere una sua inchiesta per determinare violazioni dei diritti umani ed eventuali responsabilità. Una scelta coraggiosa, che dimostra come il governo abbia poco e niente da temere sul piano delle responsabilità per il clima esistente.

 

Il quasi 93enne ex uomo forte della Malaysia, Mahathir Mohamad, mercoledì ha sconvolto in maniera clamorosa gli equilibri politici nel paese del sud-est asiatico, guidando verso un inaspettato trionfo elettorale una precaria alleanza di opposizione che ha messo fine a oltre sei decenni di dominio ininterrotto del partito etnico malese UMNO (“Organizzazione Nazionale dei Malesi Uniti”) del premier uscente Najib Razak.

Gina Haspel, la prescelta dal presidente americano Trump per sostituire alla guida della CIA il neo-segretario di Stato, Mike Pompeo, è apparsa per la prima volta mercoledì in un’udienza pubblica di fronte alla commissione Intelligence del Senato, incaricata di valutare la sua candidatura prima del voto finale di conferma in aula.

 

L’intervento della Haspel, ex agente operativa e attuale vice-direttrice dell’agenzia di Langley, era stato anticipato da un’accurata campagna della stessa CIA e di una parte della stampa ufficiale. L’obiettivo era quello di minimizzare il suo coinvolgimento nel programma di torture seguito all’11 settembre 2001, considerato tutto sommato una macchia trascurabile a fronte delle sue competenze in relazione alla rivalità con la Russia.

 

La scelta della Haspel resta comunque controversa anche all’interno dell’apparato di governo americano, tanto che la sua candidatura era sul punto di naufragare alla vigilia dell’esame del Senato. La settimana scorsa era infatti circolata la notizia che la nominata da Trump aveva manifestato l’intenzione di rinunciare alla carica se la Casa Bianca non le avesse manifestato pieno appoggio davanti alle critiche per i suoi precedenti nel programma di interrogatori della CIA.

 

Secondo la CNN, Trump aveva subito inviato alla sede dell’agenzia in Virginia alcuni membri del suo gabinetto per rassicurare la Haspel, mentre egli stesso avrebbe in seguito garantito tutto il sostegno dell’amministrazione all’ex torturatrice in uno dei consueti “tweet” presidenziali.

 

Gina Haspel ha trascorso 33 anni al servizio della CIA, gran parte dei quali come agente clandestino sul campo, e nel periodo seguito agli attentati del settembre 2001 era stata tra gli esponenti di vertice dell’agenzia più convinti della legittimità delle pratiche abusive ratificate dall’amministrazione Bush: dalle “rendition” alle torture di sospettati di terrorismo alle detenzioni indefinite.

 

Alla sua diretta supervisione era stata assegnata nel 2002 una prigione clandestina e illegale in Thailandia, dove venivano interrogati individui con sospetti legami al jihadismo rapiti in svariati paesi. Anche l’indagine del Senato americano sulle pratiche della CIA avrebbe espresso una durissima condanna del trattamento riservato ai prigionieri. Trattamento che, oltretutto, non aveva dato alcun risultato utile dal punto di visto dell’intelligence.

 

La Haspel è anche implicata nella distruzione di oltre 90 filmati degli stessi interrogatori con metodi di tortura. L’ordine di disfarsi di simili prove compromettenti era stato dato ufficialmente nel 2005 dal suo superiore dell’epoca, il numero uno del servizio clandestino, José Rodriguez, ma la Haspel aveva esercitato pressioni politiche e sui vertici della CIA per giungere a questo risultato.

 

Con un curriculum di questo genere, la candidatura di Gina Haspel era apparsa da subito traballante, soprattutto alla luce della maggioranza risicatissima dei repubblicani al Senato. La CIA, sotto la guida provvisoria della stessa Haspel, ha così deciso di promuovere una campagna a suo favore, mettendo a disposizione in maniera altamente selettiva documenti riservati che certificherebbero il servizio prestato al paese durante la sua intera carriera.

 

Alcuni senatori democratici nella commissione Intelligence hanno da parte loro espresso riserve non tanto sui precedenti della Haspel quanto sulle modalità con cui le informazioni relative al suo passato sono state messe a disposizione dalla CIA. Le resistenze dei democratici sono d’altra parte limitate dal fatto che gli stessi leader del partito che era all’opposizione dopo l’11 settembre erano a conoscenza delle pratiche della CIA e nessuno di loro aveva espresso critiche o riserve a livello pubblico.

 

Nell’audizione di mercoledì, la Haspel ha prevedibilmente assicurato che, sotto la sua direzione, la CIA non tornerà a impiegare metodi di tortura negli interrogatori. Alle domande dei senatori, si è però rifiutata di caratterizzare il programma di interrogatori come “immorale”, mentre ha affermato, contro ogni evidenza, che le torture sono servite a estrarre informazioni utili dai presunti membri di al-Qaeda detenuti dalla CIA.

 

Nel complesso, l’udienza ha fatto poco o nulla per approfondire le responsabilità della Haspel e le questioni sollevate sono rimaste entro limiti ben precisi, in larga misura già fissati dalla stessa agenzia di Langley. Sugli aspetti classificati, invece, i senatori hanno potuto porre domande alla candidata alla direzione della CIA in un incontro a porte chiuse programmato per il pomeriggio di mercoledì.

 

In un risvolto insolito del processo di conferma, martedì il presunto ideatore degli attentati dell’11 settembre, Khalid Shaikh Mohammed, aveva fatto sapere tramite il suo legale a Guantanamo, di volere sottoporre alla commissione Intelligence del Senato un documento, basato su sue dichiarazioni, contenente informazioni su Gina Haspel.

 

Come già ricordato, la scelta di Trump per la guida della CIA ha provocato reazioni negative anche dentro la classe dirigente americana, più che altro per l’ulteriore discredito che causerebbe al governo degli Stati Uniti la presenza di una torturatrice comprovata al vertice della principale agenzia di intelligence del paese.

 

Questi scrupoli sono emersi in una lettera senza precedenti indirizzata di recente da 109 ex alti ufficiali delle forze armate USA ai membri del Senato di Washington per invitarli a fermare la nomina di una candidata “profondamente coinvolta nelle torture”. I firmatari della lettera respingevano anche una possibile linea di difesa della Haspel e dei suoi sostenitori, affermando che non poteva rappresentare alcuna scusante la giustificazione, tipica dei criminali nazisti alla sbarra dopo la guerra, di “avere soltanto seguito gli ordini” dei propri superiori.

 

A dimostrazione che il sostanziale disinteresse per i crimini di cui è responsabile Gina Haspel è di natura bipartisan a Washington, non sono mancati i sostenitori di quest’ultima anche tra ex membri della precedente amministrazione democratica di Barack Obama. In particolare, gli ex direttori della CIA, John Brennan e Leon Panetta, hanno elogiato la Haspel e si sono adoperati con i senatori democratici per favorire la ratifica della sua nomina.

 

Per quanto riguarda la stampa “mainstream”, la propaganda a favore di quest’ultima procede principalmente lungo due binari. Il primo ha a che fare con la campagna pseudo-democratica dei diritti delle donne, utilizzata rigorosamente per precisi scopi politici, così che la sola presenza di una rappresentante del sesso femminile alla guida della CIA possa rappresentare un qualche progresso per la società.

 

L’altro, più importante, è da collegare invece alla caccia alle streghe in atto negli Stati Uniti contro la Russia. In definitiva, malgrado la gravità dei crimini che la Haspel ha commesso o tollerato, questi non devono in nessun modo ostacolarne la nomina, poiché la sua presenza al vertice della CIA garantirà le giuste competenze per l’intensificazione del confronto con Mosca che la classe dirigente americana auspica e sta preparando.

 

Questa tesi è stata al centro di svariati editoriali nei giorni scorsi, tra cui quello, particolarmente vergognoso, del “columnist” del Washington Post, David Ignatius, notoriamente legato agli ambienti dell’intelligence americana. Ignatius non nega il fatto che la Haspel sia compromessa con la tortura nei fatti seguiti all’11 settembre, ma ritiene ben più importante che la direttrice in pectore della CIA sia tra i veterani dei servizi segreti USA quella con “la  migliore comprensione della minaccia russa”.

 

A sostegno di questo argomento, il commentatore del Post cita gli incarichi ricoperti dalla Haspel che hanno comportato la gestione di questioni legate alla Russia. Uno di questi è quello più recente - tra il 2014 e il 2017 - come capo della “stazione” CIA di Londra. Qui, la Haspel ha costruito un “solido rapporto con l’MI6” britannico, collaborando tra l’altro nella farsa del presunto avvelenamento dell’ex agente dell’intelligence militare russa, Sergei Skripal, e della figlia.

 

Secondo Ignatius, la Haspel avrebbe consigliato lo stesso Trump sulla vicenda, giungendo a raccomandare l’espulsione di 60 diplomatici russi dagli Stati Uniti dopo che il governo britannico aveva attribuito senza alcuna prova la responsabilità dell’episodio al governo di Mosca.

 

La conferma dell’incarico a Gina Haspel rimane comunque problematica e, nonostante le pressioni a suo favore, non è del tutto da escludere che la candidatura dell’attuale vice-direttrice della CIA possa finire per naufragare come è già successo ad altre personalità scelte da Trump per differenti posizioni governative. Già mercoledì, però, almeno uno dei senatori democratici, Joe Manchin del West Virginia, ha annunciato pubblicamente il suo voto a favore della Haspel, facendo salire le chances di conferma di quest’ultima.

 

In attesa del voto finale del Senato USA, quel che è certo è che la scelta di una candidata con i precedenti della Haspel per guidare l’agenzia maggiormente compromessa con i crimini dell’apparato di potere americano indica in maniera inequivocabile, se mai fosse necessario, i preparativi in atto a Washington per intensificare le provocazioni e il confronto con i principali rivali strategici degli Stati Uniti, a cominciare, appunto, dalla Russia di Putin.

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