Le elezioni generali di settimana scorsa in Sudafrica hanno prevedibilmente confermato il dominio dell’African National Congress (ANC) nel quadro politico post-apartheid. I risultati definitivi hanno però disegnato ancora una volta uno scenario di profonda crisi, con l’ANC ai minimi storici e un’affluenza alle urne in netto calo, coerentemente col sentimento di disillusione e sfiducia che pervade la grande maggioranza degli elettori sudafricani.

 

Per la prima volta dal 1994, l’ANC non è stato in grado di superare la soglia del 60% delle preferenze. Il quasi 58% che ha ottenuto è assieme l’espressione del malcontento per la deriva del partito che fu di Nelson Mandela e la conferma dell’assenza di una reale alternativa politica per milioni di poveri sudafricani. Il principale partito dell’opposizione, l’Alleanza Democratica (DA) ha infatti dovuto fare i conti con tutti i propri limiti, nonostante il tentativo di reinventarsi come movimento trasversale in grado di intercettare il voto della maggioranza di colore.

 

Tradizionalmente il partito delle élites bianche con una base di consenso nella provincia occidentale del Capo, negli ultimi anni l’Alleanza Democratica sudafricana aveva avuto un qualche successo tra la borghesia nera frustrata dall’ANC. Nelle elezioni locali del 2016 era riuscito a conquistare il controllo della principale città del paese, Johannesburg, e della capitale, Pretoria, ma la scorsa settimana ha fatto segnare una leggera flessione rispetto alla più recente consultazione.

 

Alla fine, oltre alla maggioranza assoluta nel parlamento nazionale, l’ANC si è assicurato otto delle nove province in cui è suddiviso il Sudafrica, lasciando appunto solo quella del Capo Occidentale all’Alleanza Democratica. L’erosione di consensi per il partito di potere ha beneficiato invece i cosiddetti Economic Freedom Fighters (EFF) dell’ex leader dell’ala giovanile dell’ANC, Julius Malema.

 

Questo partito propone una retorica di sinistra con accenti nazionalisti, evidenti nella campagna per la “espropriazione senza risarcimento” delle terre in mano ai bianchi, ma, ad esempio, aveva stipulato un’alleanza elettorale senza successo con la DA di centro-destra nella provincia più ricca del paese, quella nord-orientale di Gauteng. Gli Economic Freedom Fighters hanno migliorato la loro performance di oltre 4 punti percentuali rispetto al 2014, attestandosi attorno all’11%, senza però riuscire ad affermarsi come ago della bilancia del panorama politico sudafricano.

 

Secondo la gran parte dei commentatori, il voto di mercoledì scorso era una sorta di referendum sul presidente, Cyril Ramaphosa, e la sua stentata campagna per rilanciare l’economia del Sudafrica e per restituire credibilità a un’ANC screditato da clientelismo e corruzione dilaganti. Ramaphosa era stato eletto di misura alla guida del suo partito nel dicembre del 2017 e, nel febbraio successivo, il voto del parlamento di Città del Capo lo aveva installato alla presidenza del paese al posto di Jacob Zuma.

 

L’attuale presidente era riuscito a sfruttare l’impopolarità di Zuma, invischiato da tempo in una serie di vicende legali per corruzione. Dietro a Ramaphosa c’erano e ci sono i grandi interessi economici e finanziari sudafricani e internazionali che appoggiano un’agenda di “riforme” economiche teoricamente dirette a stimolare la crescita del paese, ma in realtà fatte di privatizzazioni e provvedimenti per ridurre la spesa pubblica e liberalizzare il mercato del lavoro.

 

In oltre un anno alla guida del Sudafrica, Ramaphosa ha incontrato fortissimi ostacoli all’implementazione del suo programma. Nelle strutture di vertice del partito è infatti ancora presente un’agguerrita minoranza fedele al suo predecessore, ma, soprattutto, tra la base elettorale dell’ANC c’è comprensibilmente poca simpatia per le sue politiche di stampo liberista. Anche per questo, Ramaphosa ha spesso occultato la sua agenda “riformista” dietro slogan progressisti, se non radicali, facendo talvolta propria la proposta di redistribuire le terre in mano alle élites bianche.

 

La comunità finanziaria internazionale auspicava dunque una convincente affermazione dell’ANC che potesse permettere a Ramaphosa di procedere con il proprio programma. Se il partito ha recuperato terreno rispetto alle elezioni amministrative di tre anni fa, il confronto con le politiche del 2014 indica invece un calo superiore al 4%. Malgrado l’ottimismo ostentato da molti giornali finanziari occidentali, il risultato del voto di settimana scorsa rischia così di perpetuare, o addirittura intensificare, il conflitto interno all’ANC.

 

Al di là del discredito di Jacob Zuma, la fazione che fa riferimento all’ex presidente, pur essendo essa stessa sostanzialmente dedita all’accaparramento di posizioni di potere per spartire i benefici che ne derivano tra la propria rete clientelare, conserva un certo seguito tra i poveri sudafricani, dipendenti dallo stato per contare su un’abitazione, qualche servizio pubblico o un qualche impiego che permetta loro di sopravvivere.

 

La parabola politica e personale di Ramaphosa incarna poi il degrado stesso dell’ANC agli occhi di milioni di neri sudafricani e il fallimento delle promesse che erano state fatte intravedere alla fine dell’apartheid. L’attuale presidente era stato uno dei protagonisti della lotta di liberazione dal potere bianco e, da leader del principale sindacato del settore minerario, tra le più influenti personalità del nuovo Sudafrica.

 

Proprio grazie alla rete di contatti e alla posizione che si era creato all’interno dell’ANC e del sindacato, Ramaphosa è diventato un imprenditore di successo, diventando in fretta uno degli uomini più ricchi del paese. In questa nuova posizione, nel 2012 il futuro presidente ebbe un ruolo cruciale nel massacro da parte delle forze di sicurezza di 34 lavoratori in sciopero nella miniera di Marikana. Ramaphosa deteneva una quota della compagnia che controllava la miniera e, nel pieno della protesta, aveva invitato pubblicamente la polizia a reprimere lo sciopero in corso.

 

Per quanto riguarda ancora il voto di settimana scorsa, l’affluenza scesa dal 73% del 2014 al 66% è un altro segnale della sfiducia crescente verso l’ANC, soprattutto considerando che l’astensione è stata di molto superiore tra gli elettori più giovani. Il Sudafrica odierno è d’altra parte il paese con le maggiori disuguaglianze sociali e di reddito del pianeta. Una decina di miliardari si spartisce una ricchezza di 30 miliardi di dollari USA, mentre l’1% più benestante controlla circa il 70% della ricchezza del paese, contro appena il 7% nelle mani del 60% più povero della popolazione. Quasi uno su due sudafricani vive poi al di sotto della soglia di povertà e il livello ufficiale di disoccupazione sfiora il 28%, ma è di fatto attorno al 50% per i più giovani.

 

A ciò vanno aggiunti i numerosi scandali di corruzione che hanno coinvolto i vertici dell’ANC e alcune grandi compagnie private sudafricane e internazionali. Il consenso personale raccolto dal presidente Ramaphosa dipende in larga misura proprio dalle modeste iniziative adottate negli ultimi mesi e destinate a fare pulizia nel partito e nel governo, come l’apertura di svariate indagini o il licenziamento di funzionari coinvolti in guai legali. Prima e dopo il voto, d’altra parte, Ramaphosa ha insistito più volte sulla necessità di mettere da parte i politici corrotti, così da ridare un’immagine credibile all’ANC.

 

Se queste misure possono garantire un certo successo nel breve periodo, la popolarità di Ramaphosa e del suo governo rischia di precipitare rapidamente, come ha evidenziato il voto di settimana scorsa, a causa sia del conflitto interno al partito che minaccia di riesplodere violentemente sia della realtà di un’agenda economica che, al di là della retorica, continuerà ad avere come obiettivo primario la ristrutturazione del sistema Sudafrica e la restituzione della necessaria “fiducia” in esso agli investitori domestici e internazionali.

Il durissimo scontro in atto negli Stati Uniti tra il Partito Democratico e il presidente Trump sta sfociando in una vera e propria crisi costituzionale dopo che la Casa Bianca e la Camera dei Rappresentanti del Congresso di Washington sono arrivati ai ferri corti su una serie di questioni scaturite dall’epilogo del cosiddetto “Russiagate”. La posta si è alzata notevolmente questa settimana con un voto straordinario della maggioranza democratica che ha accusato di oltraggio al Congresso il ministro della Giustizia USA (“Attorney General”), William Barr.

 

Quest’ultimo si è infatti rifiutato di fornire al Congresso una copia non censurata del rapporto preparato dal procuratore speciale, Robert Mueller, sulle presunte collusioni di Trump e del suo entourage con il governo russo per vincere le elezioni del 2016. Alla chiusura delle indagini, Barr aveva presentato una sintesi dell’indagine e messo a disposizione una copia censurata del rapporto di quasi 450 pagine, con la speranza di chiudere la caccia alle streghe che ha accompagnato l’amministrazione Trump fin dal suo insediamento.

 

Mueller concludeva che né Trump né membri del suo staff avevano in qualche modo collaborato con il Cremlino, ma il rapporto, al contrario di quanto sostenuto dal dipartimento di Giustizia, indicava varie circostanze che avrebbero potuto portare a un’accusa di “ostacolo alla giustizia” contro lo stesso presidente. In modo illegittimo, Trump si sarebbe cioè adoperato più volte per fermare l’indagine di Mueller. Proprio su questo aspetto i democratici al Congresso intendono fare chiarezza, attraverso la lettura integrale del rapporto sul “Russiagate” e la testimonianza di esponenti presenti o passati dell’amministrazione Trump.

 

L’inasprirsi della disputa a Washington è coincisa mercoledì con la conferma che Trump intende fare ricorso al cosiddetto “privilegio esecutivo” nell’opporsi alle richieste della Camera. Questo potere riconosce al presidente americano la possibilità di negare documenti e testimonianze ordinate dal Congresso, facendo appello alla necessità di tenere segrete determinate informazioni che competono alle funzioni dell’esecutivo. Trump ha usato appunto questa facoltà presidenziale per impedire al ministro della Giustizia Barr di consegnare una copia non censurata del rapporto Mueller al Congresso, ma anche per negare l’apparizione di fronte alla Camera dei Rappresentanti dell’ex consigliere legale della Casa Bianca, Donald McGahn, considerato un testimone chiave nell’indagine sul “Russiagate”.

 

Se l’accusa formale di oltraggio al Congresso contro un membro del gabinetto americano è estremamente rara, più frequente è invece l’utilizzo del “privilegio esecutivo”, anche se Trump lo ha inaugurato soltanto questa settimana. Quasi sempre, tuttavia, questa rivendicazione di segretezza si applica nel caso di richieste di informazioni che riguardano comunicazioni interne alla Casa Bianca o di documenti relativi alla sicurezza nazionale. Il caso attuale riguarda al contrario fatti accaduti prima dell’elezione presidenziale del 2016 e, in genere, informazioni e testimonianze da tempo uscite dalla Casa Bianca, come la testimonianza di McGahn davanti al procuratore speciale Mueller. Soprattutto, poi, Trump intende applicare il “privilegio esecutivo” a tutto campo, escludendo anche la pubblicazione delle sue passate dichiarazioni dei redditi, frustrando virtualmente ogni richiesta del Congresso nel quadro delle indagini in corso.

 

Visto il muro contro muro tra la Casa Bianca e i democratici al Congresso, è probabile che solo i tribunali americani decideranno fino a che punto il presidente dovrà sottostare al controllo del potere legislativo. In tal caso, i tempi si prolungheranno di mesi se non di anni, neutralizzando in buona parte la minaccia legale e politica che grava sull’amministrazione Trump.

 

In attesa degli sviluppi della vicenda, la questione è già esplosa in una contesa sui poteri costituzionali dell’esecutivo e del Congresso. In particolare, è il potere di controllo e supervisione dell’organo legislativo americano a essere messo in discussione dalla Casa Bianca, da dove continua a essere negata qualsiasi collaborazione con un Congresso che intende attuare in pieno le proprie prerogative.

 

La delicatezza della situazione si percepisce anche dalle dichiarazioni rilasciate nei giorni scorsi da molti deputati democratici. Il presidente della Commissione Giustizia, Jerrold Nadler, e altri suoi colleghi hanno parlato, ad esempio, di “rischio dittatura” e di “crisi democratica” nel condannare il comportamento del presidente. I democratici sostengono di volere difendere l’autorità e l’indipendenza del Congresso, mentre Trump e i repubblicani accusano i rivali di abuso di potere e di creare una crisi istituzionale per ragioni politiche.

 

La condotta di Trump è senza alcun dubbio un altro chiaro sintomo della deriva autoritaria della sua amministrazione. La tendenza a ignorare o a riconoscere i poteri di controllo del Congresso sul suo ufficio fa parte di una strategia deliberata e si somma ad altri provvedimenti illegali e anti-costituzionali presi negli ultimi due anni dalla Casa Bianca. Tra di essi spicca il dirottamento di fondi federali già approvati per un determinato scopo verso la costruzione del muro di confine col Messico, con una palese violazione del diritto costituzionale del Congresso ad autorizzarne la destinazione.

 

D’altro canto, è però altrettanto evidente la natura disonesta e ipocrita del Partito Democratico nello scatenare il putiferio sull’attacco in corso ai principi della Costituzione americana. In primo luogo, la campagna contro Trump ha come obiettivo di fondo quello di tenere in vita un’accusa, come quella delle collusioni con Mosca, che ha risvolti profondamente anti-democratici.

 

La questione del “Russiagate” e dintorni serve infatti, da un lato, a promuovere una politica estera più aggressiva contro i rivali strategici di Washington nel mondo e, dall’altro, a orientare in senso reazionario l’opposizione popolare contro Trump. Per non parlare del giro di vite contro la libertà giornalistica e di espressione, sotto attacco con la giustificazione di contrastare le fantomatiche minacce di Russia e altri paesi nemici alla democrazia americana.

 

Gli allarmi teoricamente più che giustificati dei democratici circa la minaccia di Trump al sistema democratico americano non si traducono poi in quella che dovrebbe essere l’azione più coerente, vale a dire un procedimento di impeachment contro il presidente. Un processo, quest’ultimo, su cui talvolta si discute apertamente ma che viene accuratamente evitato per questioni di opportunità politica, da collegare in primo luogo all’incapacità di mobilitare la popolazione americana in una campagna autenticamente democratica di opposizione alle tendenze fascistoidi dell’amministrazione Trump.

 

Lo zelo costituzionale odierno dei democratici contrasta inoltre clamorosamente con la passività mostrata da questo stesso partito durante gli anni della presidenza Obama. Dal lancio di guerre di aggressione senza il mandato costituzionale del Congresso, come in Libia, agli assassini mirati extra-giudiziari anche contro cittadini americani, il predecessore di Trump aveva anch’egli agito ripetutamente al di fuori della legalità, sempre con la sostanziale approvazione della leadership democratica.

 

Proprio la continuità tra le ultime tre amministrazioni americane nell’erosione dei principi costituzionali porta a considerare la crisi in atto oggi a Washington non tanto come un’aberrazione personificata nella figura del presidente Trump, quanto un altro segnale dell’avanzato stato di decomposizione del quadro istituzionale democratico degli Stati Uniti che ha consentito per decenni l’espansione e la stabilizzazione del capitalismo americano.

 

Le forze centrifughe che stanno determinando la crisi del sistema, di cui la presidenza Trump e la sua deriva autoritaria sono il sintomo più eclatante, sulla spinta del “Russiagate” sembrano essere così sul punto di scardinare in maniera sempre più grave anche il principio dell’equilibrio dei poteri negli Stati Uniti. Una tendenza peraltro non nuova ma che risale agli albori della “guerra al terrore” dell’amministrazione Bush jr. e che ha come logica conseguenza il consolidamento di un ufficio presidenziale virtualmente senza limiti e svincolato da qualsiasi controllo o supervisione da parte dei poteri legislativo e giudiziario.

In un rapporto informativo del Dipartimento di Stato, il governo degli USA riconosce di aver adottato 150 misure coercitive unilaterali contro il Venezuela a partire dal 2017. Tali misure comprendono gli ordini esecutivi (Executive Orders) e le segnalazioni della lista dell'Ufficio di controllo dei beni stranieri (Office of Foreign Assets Control, OFAC) che cercano di inasprire la sofferenza economica e sociale della popolazione, come un'arma efficace per il cambiamento del regime.

 

Mirano alle istituzioni dello Stato responsabili delle finanze del paese, alle attività commerciali internazionali e, con particolare durezza, al punto gravitazionale dell'economia venezuelana: la PDVSA, la compagnia Petróleos de Venezuela. La legge 113-278 ha un impatto sulla relazione del Venezuela con la banca privata, i mercati del debito e altre istituzioni finanziarie internazionali. Stabilisce "sanzioni" alla Banca centrale del Venezuela, la massima autorità in materia monetaria dello Stato e a Petróleos de Venezuela S. A.

L’ennesimo tentativo di golpe non riuscito dei giorni scorsi ha chiarito definitivamente sia in Venezuela che negli Stati Uniti che Juan Guaidò è il cavallo sbagliato per la corsa sbagliata. L’ultima figuraccia l’ha fatta poche ore orsono, quando ha convocato i venezuelani a recarsi fuori dalle caserme per chiedere il sostegno dei militari: nessuno ha seguito l’indicazione. Anzi, i suoi adepti si sono beccati la reazione gentile ma ferma dei militari. Figuraccia planetaria perché le tv erano corse con telecamere a documentare la rivolta e hanno dovuto registrare il fiasco.

 

Da presidente autonominato a fallimento nominato il passo è stato breve. Non è riuscito a far schierare i militari e gli altri settori strategici del paese contro il governo, con le sue boutade ha ridotto il seguito popolare verso l’opposizione ed ha acuito le divisioni tra i partiti che la compongono.

 

Guaidò non è stato ritenuto credibile in patria e all’estero non ha attirato consensi più di quelli direttamente procurati dagli USA. Persino la grande borghesia venezuelana, dai Cisneros in giù, non si è particolarmente ingaggiata nella battaglia per Guaidò, come ha rilevato lo stesso Vicepresidente USA, Mike Pence.

L’ennesimo tentativo di colpo di stato in Venezuela è fallito e non poteva essere altrimenti. Nella fervida fantasia della Casa Bianca doveva essere l’insurrezione finale contro l’usurpatore, la rivolta del popolo venezuelano contro il governo, il sollevamento delle forze armate contro la dittatura. E’ stato invece un fiasco ridicolo. Un'avventura da cartoni animati.

 

I militari che avevano partecipato all’azione di disobbedienza sono qualche decina, la maggior parte di essi ingannati da sottoufficiali che li avevano convocati, in armi, dicendogli che era in corso una rivolta in un carcere. I dubbi sono arrivati quando gli hanno ordinato di puntare le mitragliatrici pesanti verso la strada e, non appena si sono resi conto di cosa c’era in gioco, hanno abbandonato immediatamente la congrega golpista.

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