A poco meno di due settimane dall’assassinio del generale iraniano Qasem Soleimani, la credibilità delle giustificazioni offerte dall’amministrazione Trump per l’operazione portata a termine in territorio iracheno sta rapidamente crollando. I tentativi di difendere la decisione da parte del presidente e dei suoi collaboratori più stretti sono infatti sommersi da contraddizioni e menzogne, al punto da mostrare l’episodio per quello che realmente rappresenta, vale a dire un crimine deliberato che minaccia di alterare in maniera drammatica la condotta degli affari internazionali.

L’ultimo tassello nella composizione del mosaico che compone la liquidazione del numero uno delle “forze Quds” dei Guardiani della Rivoluzione iraniani lo ha fornito questa settimana un resoconto degli eventi interni alla Casa Bianca di NBC News. La ricostruzione del network USA ha chiarito come il blitz contro Soleimani fosse stato pianificato da mesi. Per questa ragione, l’assassinio non è stato, come ripetuto più volte da Washington, una misura estrema e necessaria a fermare attacchi “imminenti” contro gli interessi americani, bensì una vendetta per ben altre operazioni di cui il defunto generale era considerato l’architetto.

L’assassinio del generale iraniano Soleimani autorizzato dal presidente Trump ha messo in moto una reazione a catena che si propaga al di là della regione mediorientale. Ciò era nelle intenzioni di chi ha deciso tale atto. Soleimani era da tempo nel mirino Usa, ma i presidenti Bush e Obama non avevano autorizzato la sua uccisione. Perché lo ha fatto il presidente Trump? Vi sono vari motivi, tra cui l’interesse personale del presidente di salvarsi dall’impeachment presentandosi quale strenuo difensore dell’America di fronte a un minaccioso nemico.

Il motivo fondamentale della decisione di assassinare Soleimani, presa nello Stato profondo prima che alla Casa Bianca, va però ricercato in un fattore che è divenuto critico per gli interessi statunitensi solo negli ultimi anni: la crescente presenza economica cinese in Iran.

L’Iran ha un ruolo di primaria importanza nella Nuova Via della Seta varata da Pechino nel 2013, in fase avanzata di realizzazione: essa consiste in una rete viaria e ferroviaria tra la Cina e l’Europa attraverso l’Asia Centrale, il Medio Oriente e la Russia, abbinata a una via marittima attraverso l’Oceano Indiano, il Mar Rosso e il Mediterraneo. Per le infrastrutture viarie, ferroviarie e portuali in oltre 60 paesi sono previsti investimenti per oltre 1.000 miliardi di dollari.

In tale quadro la Cina sta effettuando in Iran investimenti per circa 400 miliardi di dollari: 280 nell’industria petrolifera, gasiera e petrolchimica; 120 nelle infrastrutture dei trasporti, compresi oleodotti e gasdotti. Si prevede che tali investimenti, effettuati in un periodo quinquennale, saranno successivamente rinnovati.

Nel settore energetico la China National Petroleum Corporation, società di proprietà statale, ha ricevuto dal governo iraniano un contratto per lo sviluppo del giacimento offshore di South Pars nel Golfo Persico, la maggiore riserva di gas naturale del mondo. Inoltre, insieme a un’altra società cinese, la Sinopec (per i tre quarti di proprietà statale), è impegnata a sviluppare la produzione dei campi petroliferi di West Karoun.

Sfidando l’embargo Usa, la Cina sta aumentando le importazioni di petrolio iraniano. Ancora più grave per gli Usa è che, in questi e altri accordi commerciali tra Cina e Iran, si prevede un crescente uso del renminbi cinese e di altre valute, escludendo sempre più il dollaro.

Nel settore dei trasporti la Cina ha firmato un contratto per l’elettrificazione di 900 km di linee ferroviarie iraniane, nel quadro di un progetto che prevede l’elettrificazione dell’intera rete entro il 2025, e probabilmente ne firmerà anche uno per una linea ad alta velocità di oltre 400 km. Quelle iraniane sono collegate alla linea ferroviaria di 2.300 km che, già in funzione tra Cina e Iran, riduce i tempi di trasporto delle merci a 15 giorni rispetto ai 45 del trasporto marittimo.

Attraverso Tabriz, grande città industriale dell’Iran nord-occidentale – da cui parte un gasdotto di 2.500 km che arriva ad Ankara in Turchia – le infrastrutture dei trasporti della Nuova Via della Seta potranno raggiungere l’Europa.

Gli accordi tra Cina e Iran non prevedono componenti militari ma, secondo una fonte iraniana, per salvaguardare gli impianti occorreranno fino a 5.000 guardie cinesi, assunte dalle società costruttrici per i servizi di sicurezza. Significativo è anche il fatto che, alla fine di dicembre, si sia svolta nel Golfo di Oman e nell’Oceano Indiano la prima esercitazione navale tra Iran, Cina e Russia.

Su questo sfondo appare chiaro perché a Washington si è deciso l’assassinio di Soleimani: si è volutamente provocata la risposta militare di Teheran per stringere la morsa sull’Iran e poterlo colpire, colpendo in tal modo il progetto cinese della Nuova Via della Seta a cui gli Usa non sono in grado di contrapporsi sul piano economico. La reazione a catena messa in moto dall’assassinio di Soleimani coinvolge quindi anche Cina e Russia, creando una situazione sempre più pericolosa.

 

Fonte: Voltairenet.org

Il secondo successo consecutivo alle urne del Partito Democratico Progressista (DPP) e della presidente Tsai Ing-wen a Taiwan ha confermato nel fine settimana come le tensioni tra l’isola e la madrepatria cinese siano destinate a crescere ulteriormente nel prossimo futuro. La leader taiwanese appena riconfermata nel suo incarico ha infatti rafforzato i legami con Washington in questi ultimi anni, allineando Taipei alle manovre strategiche anti-cinesi messe in atto dagli Stati Uniti in Estremo Oriente.

Il partito taiwanese tradizionalmente orientato verso la piena indipendenza da Pechino è riuscito a rimettersi in piedi e a restare al potere dopo le pesanti sconfitte incassate nelle elezioni amministrative del novembre 2018. Nonostante una crescita economica sostenuta, a pesare sul DPP erano stati in quell’occasione fattori come la disoccupazione e, soprattutto, il mancato adeguamento dei salari e le crescenti disuguaglianze sociali.

I missili iraniani abbattutisi sull’Iraq nei giorni scorsi sono stati ritenuti da alcuni analisti una operazione dovuta ma sostanzialmente innocua, mentre altri invitano a non ritenere affatto chiusa la stagione della vendetta persiana contro Washington. L’impressione è che gli USA cerchino di abbassare il livello dello scontro senza perdere la faccia, mentre l’Iran pare voler capitalizzare politicamente il costo che gli USA dovranno pagare, primo fra tutti l’uscita dall’Iraq e la mancanza di sostegno alleato. In attesa di misurare quali saranno e se si daranno le reazioni iraniane contro il terrorismo statunitense, lo scontro politico e le differenziazioni anche interne allo schieramento occidentale segnano al momento un certo isolamento di Trump. Vuoi per l’evidente errore politico, vuoi per la scarsa consultazione con gli alleati, vuoi per le contrarietà interne agli stessi Stati Uniti, Trump sembra pagare con un maggiore ripiegamento su se stesso la mossa che, nelle sue intenzioni, doveva farlo uscire dall’angolo e riaprire il dialogo con i dem.

Lo scontro tra Stati Uniti e Iran, nato dall’attentato terroristico costato la vita al Generale Qassem Soulemani, prosegue comunque anche sullo scenario mediatico internazionale, con il tentativo statunitense di assegnare a Teheran ogni qual si voglia responsabilità della crescente tensione. A questo proposito la macchina mediatica internazionale, gestita dal sistema di alleanze a guida statunitense e produttrice a getto continuo di fake news, è stata dapprima messa all’erta e poi resa operativa.

Nel frattempo sono partite le nuove sanzioni statunitensi contro l’Iran. Sono state comunicate dal Segretario di Stato - il nazi-evangelico Mike Pompeo - e colpiranno l'acciaio e il settore tessile, quello minerario, manifatturiero e delle costruzioni, oltre che i beni e le libertà personali di otto esponenti dell’establishment persiano. Prosegue dunque la guerra commerciale statunitense a tutti i paesi che possono rappresentare, direttamente o indirettamente, un canale importante per gli scambi economico-commerciali con Cina, Russia ed Europa. L’Italia, ad esempio, nel 2018 esportava verso l’Iran oltre un miliardo di euro, cifra che si è ridotta notevolmente nel corso del 2019 quasi dimezzandosi a 615 milioni. Stessa cosa si può dire per l’import, passato dai 2,6 miliardi del 2018 ai 119 milioni del 2019.

Mettere in ginocchio l’economia iraniana e ridurne le capacità estrattive, è utile a ridurre la ripresa persiana e, contestualmente, a mantenere in vita il regime agonizzante saudita attraverso la limitazione della commercializzazione del petrolio iraniano (quello iracheno, nel frattempo, è rubato dagli Stati Uniti, con un milione di barili al giorno che finiscono nelle tasche statunitensi). Con il Venezuela sotto blocco, la Libia nel caos e l’Iraq nelle mani USA, ridurre al minimo il petrolio iraniano rende gli Emirati il cuore della produzione di greggio e dunque, per conseguenza, Washington padrona della distribuzione dell’oro nero.

Ormai le sanzioni statunitensi abbracciano circa 75 Paesi ai quattro angoli del pianeta. Servono sì alla vendetta di Washington contro chi non si sottomette ai suoi piani imperiali di dominio unipolare, ma nello specifico s’indirizzano anche contro l’intesa tra Mosca, Pechino e Teheran che punta ad un diverso equilibrio nella regione del Golfo Persico e in Medio Oriente. Le sanzioni statunitensi, però, sono pensate e realizzate soprattutto per procurare vantaggi commerciali all’economia a stelle e strisce, vittima del declino imperiale, e della contestuale crescita di Russia, Cina, India ed altri paesi.

Proprio alle misure finanziarie e commerciali da prendere per azzerarne o quanto meno ridurne seriamente gli effetti, Russia e Cina stanno lavorando ormai da mesi e paesi come Germania e Turchia partecipano interessati all’elaborazione del progetto. L’urgenza di eliminare progressivamente l’utilizzo del Dollaro nelle transazioni internazionali è l’obiettivo finale, così da togliere spazio di manovra a Washington e recuperare la ragguardevole cifra di miliardi di dollari giornalieri che arrivano nelle casse USA dalle transazioni valutarie internazionali operate sul Dollaro. Quando questo avverrà, l’arroganza imperiale diverrà preoccupazione reale e la libertà commerciale di 194 Paesi tirerà un sospiro di sollievo.

La ritorsione iraniana per l’assassinio del generale Qasem Soleimani è alla fine arrivata nella notte di mercoledì con un attacco missilistico condotto direttamente da Teheran che ha colpito due basi militari americane in Iraq. Il blitz, del tutto legittimo, è sembrato avere comunque un valore principalmente simbolico, così da dimostrare da un lato le capacità offensive della Repubblica Islamica e da consentire alla Casa Bianca, dall’altro, di operare una qualche “de-escalation” che eviti l’esplosione di un conflitto rovinoso.

Le strutture colpite dai missili iraniani sono la base aerea di Al Asad, nella provincia di Anbar, a nord-ovest di Baghdad, e quella di Erbil, nel nord del paese mediorientale. Le basi ospitano anche contingenti di altri paesi NATO, tra cui l’Italia, e soprattutto la prima è servita per lanciare operazioni nello stesso Iraq, così come in Siria, e per addestrare le forze armate locali, ufficialmente nella lotta allo Stato Islamico (ISIS).

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