L’atteso e discusso faccia a faccia tra Donald Trump e Vladimir Putin a Helsinki si è risolto lunedì in un evento dai toni cordiali che ha prevedibilmente scatenato la durissima reazione degli oppositori interni del presidente americano. La parola “tradimento” è circolata ripetutamente e in maniera più o meno esplicita su media ufficiali e social networks, in riferimento al rifiuto da parte di Trump di accettare le conclusioni dell’intelligence sulle molto presunte interferenze russe nel sistema elettorale degli Stati Uniti.

 

Nella conferenza stampa seguita all’incontro a porte chiuse, prolungato sensibilmente rispetto alla durata inizialmente prevista, Trump affiancato da Putin ha mostrato di essere disposto ad accettare le rassicurazioni di quest’ultimo sulla vicenda del “Russiagate”. Questa presa di posizione, assieme all’annuncio della “fine della Guerra Fredda” tra le due potenze e la prospettiva di un possibile accordo su questioni cruciali come la crisi siriana, garantisce con ogni probabilità una nuova imminente escalation del conflitto intestino al governo americano.

 

Se le voci di un possibile “grande accordo” tra i due presidenti erano circolate con preoccupazione sulla stampa nelle ultime settimane, le aspettative di entrambi i governi sembravano in realtà tutt’altro che elevate, soprattutto a causa delle fortissime pressioni esercitate negli Stati Uniti su Trump per far naufragare il vertice o, quanto meno, evitare concessioni significative al numero uno del Cremlino.

 

L’incontro nella capitale finlandese era stato inoltre preceduto da alcune uscite di Trump che avevano già allargato il solco tra la sua amministrazione e i critici della sua politica estera sul fronte domestico. Il presidente americano aveva in particolare attribuito il precipitare delle relazioni con Mosca alla condotta del suo predecessore, responsabile di politiche “folli” implementate per anni, e non, come vorrebbero in molti a Washington, alle “interferenze” della Russia nel processo democratico USA o all’influenza “maligna” di questo paese in svariate aree del pianeta dove sono in gioco gli interessi economico-strategici di Washington.

 

Le parole di Trump avevano così infiammato la vigilia del summit con Putin, visto che le sezioni anti-russe dell’establishment USA avevano poche ore prima tentato il tutto per tutto per avvelenare il clima a Helsinki. Con una mossa tutta politica e ancora una volta senza presentare un sola prova concreta, il procuratore speciale incaricato di indagare sul “Russiagate”, l’ex direttore dell’FBI Robert Mueller, aveva rivelato l’incriminazione di dodici membri dell’intelligence russa con l’accusa di avere violato i sistemi informatici del Partito Democratico americano nel 2016 per orientare le elezioni presidenziali a favore di Trump e contro Hillary Clinton. Le accuse si fondano nuovamente sul nulla e rappresentano il segnale di una nuova offensiva diretta contro la Casa Bianca per boicottare qualsiasi ipotesi di dialogo con la Russia.

 

Le ansie degli ambienti di potere americani contrari al disgelo tra Mosca e Washington non riguardano tanto la possibilità che Trump possa fare concessioni tali a Putin da mettere in pericolo gli interessi del loro paese. Lo scontro riguarda in realtà questioni di orientamento strategico, sulle quali il presidente e i suoi oppositori hanno opinioni diametralmente opposte, per lo meno riguardo l’approccio al governo russo.

 

Da queste differenze derivano in sostanza le critiche feroci rivolte a Trump dopo una settimana trascorsa in Europa e segnata da ripetuti interventi destabilizzanti dell’ordine occidentale post-bellico. L’inquilino della Casa Bianca ha dato una scossa clamorosa al vertice NATO di settimana scorsa, mentre in precedenza aveva preso di mira in maniera durissima le politiche energetiche della Germania.

 

In seguito, Trump aveva infierito sulla posizione già precaria della premier britannica, Theresa May, per poi definire l’Unione Europea “nemica” in ambito economico e commerciale in un’intervista rilasciata al network americano CBS.

 

I segnali inviati da Trump a Putin e lo stesso incontro di lunedì indicano, a fronte di una feroce opposizione interna, il persistere dentro all’amministrazione repubblicana di una strategia volta a scardinare alleanze e organismi collegiali attraverso i quali Washington ha tradizionalmente avanzato i propri interessi, in quanto considerati ormai dannosi per la posizione internazionale degli Stati Uniti. Al contrario, gli sforzi di Trump e del gruppo di consiglieri di orientamento ultra-nazionalista, che formula la politica estera della Casa Bianca, sono rivolti alla creazione di partnership e alleanze su base bilaterale, in modo, da un lato, da far valere quanto più possibile il declinante peso della superpotenza americana e, dall’altro, da provocare divisioni tra i propri rivali o presunti tali.

 

Restando ai rapporti con Mosca, il continuo interesse di Trump nel tenere aperta una linea diretta con il Cremlino risponde a un imperativo strategico che in determinati circoli diplomatici americani viene considerato imprescindibile. Esso ha a che fare con la necessità di impedire il formarsi di un blocco di alleanze ostile agli Stati Uniti nell’area euro-asiatica, cioè, alla luce degli scenari attuali, il consolidarsi di una partnership economica, militare e strategica tra Russia e Cina.

 

In questa prospettiva, il raggiungimento di un’intesa tra USA e Russia rappresenterebbe per Trump il tentativo di dividere Mosca e Pechino, i cui governi hanno invece intensificato i rapporti negli ultimi anni proprio in conseguenza del radicalizzarsi delle politiche americane durante l’amministrazione Obama.

 

Sul fronte opposto, gli oppositori di Trump o il cosiddetto “deep state” americano intendono favorire un clima di pressioni e di confronto con la Russia, considerando questo paese un ostacolo al dispiegamento degli interessi americani in aree cruciali del globo. Basti pensare all’Ucraina o, ancora di più, alla Siria, dove la débacle americana e la sconfitta dell’opposizione armata sono la diretta conseguenza dell’intervento di Putin a sostegno del regime di Damasco.

 

Che Putin non si faccia ad ogni modo troppe illusioni sul miglioramento dei rapporti con Washington è evidente. Al di là dell’attitudine di Trump, qualsiasi mossa della Casa Bianca è vincolata alle iniziative del Congresso e, più in generale, alla propaganda delle forze anti-russe all’interno del governo e dei media ufficiali, come si è visto subito dalla valanga di articoli e commenti allarmati seguiti al vertice di lunedì.

 

D’altra parte, i media filo-governativi russi avevano sottolineato nei giorni scorsi come il Cremlino avesse aspettative ridotte per il summit di Helsinki. Il network RT aveva ad esempio pubblicato un’intervista al direttore dell’influente think tank russo RIAC, il quale aveva spiegato che “il principale obiettivo di Mosca è a questo punto di impedire un ulteriore deterioramento dei rapporti con gli Stati Uniti”, così da “stabilizzare le relazioni, sia pure al livello attuale estremamente basso, e solo allora procedere verso una graduale normalizzazione”.

 

Se dal punto di vista russo questa strada rimane quella più opportuna, malgrado la modestia dell’obiettivo essa appare difficilmente percorribile, come deve rendersi conto lo stesso Putin. Concretamente, anche la determinazione della Casa Bianca nel contenere le pulsioni anti-russe sul fronte domestico è quanto meno traballante sulla spinta delle enormi pressioni interne.

 

Nonostante le strette di mano e i sorrisi che hanno caratterizzato il vertice tra Trump e Putin, le nubi sui rapporti tra USA e Russia restano perciò difficili da dissipare. A ogni indizio di un possibile attenuamento delle tensioni, gli ambienti ostili al corso della politica estera tentato dalla Casa Bianca continuano infatti a rispondere con un’esplosione di isteria e un raddoppiato impegno per alimentare lo scontro tra le due principali potenze nucleari del pianeta.

La guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina è entrata nei giorni scorsi in una nuova e pericolosa fase che, in assenza di un accordo bilaterale difficile da prevedere, minaccia di sfociare in un’escalation di ritorsioni con conseguenze rovinose sull’economia e la stabilità internazionale. L’aggravamento dello scontro in atto è stato solo in lievissima parte mitigato a partire dalla giornata di mercoledì con un appello del ministero del Commercio cinese al governo americano per riaprire i negoziati, chiusi senza alcun risultato concreto lo scorso mese di giugno. Fonti interne alla Casa Bianca hanno a loro volta fatto sapere in forma ufficiosa che il presidente Trump sarebbe in teoria disponibile a tornare al tavolo delle trattative.

Il vertice NATO, inaugurato mercoledì a Bruxelles, rischia di chiudersi con un nuovo aggravamento delle divisioni tra le principali potenze occidentali sulla scia dell’esito del recente disastroso summit del G7, ospitato nel giugno scorso dal governo canadese. L’esempio più clamoroso delle tensioni esistenti tra alleati nominali è stato lo scontro verbale tra il governo americano e quello tedesco, iniziato dal presidente Trump ancora prima della sua partenza per l’Europa e intensificato all’arrivo nella capitale belga, dove è stato protagonista di un atteso faccia a faccia con la cancelliera Merkel.

La terza visita a Pyongyang del segretario di Stato americano, Mike Pompeo, ha fatto emergere nel fine settimana alcuni dei nodi chiaramente irrisolti del nascente processo di pace tra Corea del Nord e Stati Uniti, inaugurato con lo storico incontro tra Kim Jong-un e Donald Trump il 12 giugno scorso a Singapore.

 

Ciò che ha colpito è stata l’opposta lettura dell’esito della trasferta dell’ex numero uno della CIA da parte di quest’ultimo e delle autorità nordcoreane. “Produttivo e in buona fede” è stata la definizione data da Pompeo al vertice. “Deplorevole”, “preoccupante” e degno di un “gangster” è stato invece il giudizio nordcoreano sul comportamento del rappresentante dell’amministrazione Trump.

Lo scontro tra gli alleati della CDU e della CSU in Germania sulla questione degli immigrati, che rischiava di far crollare il governo di coalizione della Cancelliera Merkel, è almeno momentaneamente rientrato grazie a un accordo di compromesso raggiunto nella serata di lunedì tra i leader dei due partiti. L’accordo dovrebbe in teoria servire alle strategie elettorali dei cristiano-sociali bavaresi, ma, se questa ipotesi è fortemente in dubbio, quel che è certo è che esso darà nuovi argomenti alla destra xenofoba, aggravando nel contempo la situazione di migranti e rifugiati.

 

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