A distanza di poche ore dalla chiusura delle urne negli Stati Uniti, mercoledì il presidente Trump ha lanciato una nuova bomba politica a Washington, licenziando il suo ministro della Giustizia (“Attorney General”), Jeff Sessions. L’allontanamento dell’ex senatore repubblicano dell’Alabama, tra i sostenitori della prima ora della campagna elettorale di Trump già nel 2015, ha implicazioni potenzialmente esplosive per la politica americana, visto che potrebbe stravolgere o, addirittura, affondare l’indagine sul cosiddetto “Russiagate” guidata dal procuratore speciale ed ex direttore dell’FBI, Robert Mueller.

Le elezioni americane di metà mandato hanno restituito nella giornata di martedì una serie di risultati tutt’altro che univoci, in conseguenza dell’ampiezza e dell’estrema eterogeneità delle competizioni in programma e delle tematiche politiche all’ordine del giorno. Alcuni dei dati cruciali del voto sono apparsi tuttavia chiari e hanno in larga misura a che fare, da un lato, con la crescente ostilità nei confronti dell’amministrazione Trump e, dall’altro, con l’incapacità da parte del Partito Democratico di proporsi come reale alternativa democratica a una deriva autoritaria sempre più evidente nel panorama politico degli Stati Uniti.

Gli abitanti dell’arcipelago della Nuova Caledonia hanno bocciato nello scorso fine settimana un referendum che offriva loro la possibilità di ottenere la piena indipendenza dalla Francia. Il risultato ha confermato una profonda spaccatura tra i residenti indigeni di questo territorio del Pacifico meridionale e quelli originari della madrepatria, mentre a favore dello status quo si era schierato praticamente l’intero panorama politico transalpino.

 

La Nuova Caledonia è amministrativamente una “collettività d’oltremare” della Francia e i rapporti con quella che rimane di fatto la potenza coloniale sono regolati dagli accordi di Matignon del 1988 e da quelli di Nouméa, stipulati dieci anni più tardi. L’arcipelago gode già di una certa autonomia, ma Parigi conserva il controllo sulle questioni monetarie, su quelle giudiziarie, della difesa, dell’ordine pubblico e degli affari esteri.

La gravità della situazione, in cui il ripristino delle sanzioni americane contro la Repubblica Islamica rischia di gettare il Medio Oriente e non solo, è stata riassunta lunedì da una dichiarazione del presidente, Hassan Rouhani, il quale ha parlato esplicitamente di “scenari di guerra” provocati dal comportamento dell’amministrazione Trump.

 

Rouhani ha anche paragonato la minaccia degli Stati Uniti a quella dell’Iraq del conflitto negli anni Ottanta, accostando Trump all’allora leader di quest’ultimo paese, Saddam Hussein. Nel respingere le manovre americane per azzerare l’export di greggio, il presidente iraniano, riconducibile alla fazione moderata dell’establishment della Repubblica Islamica, ha assicurato che il petrolio continuerà a essere venduto e che le sanzioni “verranno infrante”.

Per la ventisettesima volta, ed ogni volta in forma più netta, la comunità internazionale, rappresentata nell’Organizzazione delle Nazioni Unite, ha condannato il blocco politico, commerciale, diplomatico e finanziario con il quale, da quasi sessanta anni, gli Stati Uniti martirizzano il popolo cubano. La condanna del mondo intero ha indossato le vesti dell’indiscutibile: centottantanove paesi hanno infatti votato a favore della mozione presentata da Cuba che chiedeva l’immediata revoca dell’embargo statunitense. Gli unici due voti a favore degli Stati Uniti sono stati quello di Israele e degli stessi Stati Uniti, uniti in un sentiment ideale che, da Guantanamo a Gaza, esprime con chiarezza il senso dei due paesi per i diritti umani.

 

Diversamente dalle 26 precedenti occasioni, benché l’Amministrazione Trump ritenga le Nazioni Unite un luogo inutile quando non dannoso, gli USA hanno deciso di tentare di uscire dall’angolo nel quale sanno di trovarsi ed hanno proposto otto emendamenti. L’intento evidente era di trovare un pertugio, un canale, per stretto che fosse, che portasse dalla loro parte almeno un paese degno di essere indicato come significativo nella comunità internazionale. Operazione fallita: nemmeno i suoi alleati latinoamericani hanno seguito Washington, anche all’obbedienza c’è un limite.

Cerca


Altrenotizie.org - testata giornalistica registrata presso il Tribunale civile di Roma. Autorizzazione n.476 del 13/12/2006.
Direttore responsabile: Fabrizio Casari - f.casari@altrenotizie.org
Web Master Alessandro Iacuelli
Progetto e realizzazione testata Sergio Carravetta - chef@lagrille.net
Progetto grafico Studio EDP
Tutti gli articoli sono sotto licenza Creative Commons, pertanto posso essere riportati a condizione di citare l'autore e la fonte.