Se c’era qualche dubbio sugli orientamenti di politica estera che la nuova amministrazione Biden intenderà seguire dal prossimo anno, nelle prime ore di lunedì sono stati abbondantemente fugati con l’anticipazione sulla stampa americana delle scelte dei primi membri del gabinetto entrante fatte dal presidente eletto. Il nuovo segretario di Stato sarà infatti Anthony Blinken, veterano dei circoli diplomatici di Washington con un curriculum impeccabile di difensore dell’interventismo degli Stati Uniti all’estero, anche se rigorosamente nascosto dietro allo slogan del “multilateralismo” e alla promozione dei “diritti umani” e dei valori “democratici” americani.

La nomina di Blinken dovrebbe essere formalizzata martedì, assieme a quelle del prossimo ambasciatore USA alle Nazioni Unite e del consigliere per la Sicurezza Nazionale. Queste ultime due posizioni dovrebbero essere ricoperte rispettivamente da un'altra storica frequentatrice della diplomazia americana, l’afro-americana Linda Thomas-Greenfield, e da uno dei più stretti consiglieri di Biden, il 43enne protetto del clan Clinton Jake Sullivan.

Sempre lunedì, l’entourage di Biden ha anche fatto sapere i prescelti per l’incarico di segretario alla Sicurezza Interna, il cubano-americano Alejandro Mayorkas, e di direttore dell’Intelligence Nazionale, l’ex vice-direttrice della CIA Avril Haines. Sia Mayorkas sia la Haines avevano già fatto parte del gabinetto Obama. Biden ha infine assegnato all’ex segretario di Stato, John Kerry, la carica ancora non ben definita di inviato speciale per le questioni legate al cambiamento climatico.

I nomi di Blinken, Thomas-Greenfield e Sullivan erano citati in tutte le previsioni seguite alle elezioni del 3 novembre, anche se non era chiaro a quale incarico sarebbero stati nominati. La grande esclusa sembra essere per il momento Susan Rice, già ambasciatrice all’ONU e consigliere per la Sicurezza Nazionale con Obama, nonché anch’essa inquadrabile nella categoria dei “falchi” del Partito Democratico.

La ragione dell’esclusione della Rice potrebbe dipendere dagli ostacoli che la conferma della sua nomina avrebbe incontrato al Senato a maggioranza repubblicana, essendo quest’ultima dal 2012 al centro delle polemiche degli ambienti conservatori americani per il ruolo che aveva avuto nello scontro politico seguito all’attacco contro il consolato USA a Bengasi, in Libia. La ratifica del Senato è comunque prevista per le posizioni di segretario di Stato e di ambasciatore ONU, ma non per quella di consigliere per la Sicurezza Nazionale.

La presenza di Tony Blinken al vertice della diplomazia americana significa in primo luogo e a livello generale il ritorno alle politiche dell’amministrazione Obama, anche se l’impatto degli ultimi quattro anni sugli scenari internazionali di crisi non potrà essere senza conseguenze. Questa riproposizione di uomini e metodi nella conduzione della diplomazia americana non promette nulla di buono. Basti ricordare che le personalità scelte da Biden, così come lo stesso neo-presidente democratico, sono responsabili in prima persona di conflitti dalle conseguenze disastrose, come in Libia, in Siria, nello Yemen e in Ucraina, e hanno appoggiato anche i crimini di altre amministrazioni, come l’invasione dell’Iraq.

Per la stampa ufficiale, Blinken sarà in grado di rimediare alle distorsioni della tradizionale politica estera americana, cioè metterà da parte il relativo isolazionismo e i principi dell’America First promossi da Trump per ristabilire l’immagine internazionale di Washington. In particolare, il nuovo corso dovrà includere l’aggiustamento delle alleanze, a cominciare con l’Europa, e il rilancio della NATO, con l’obiettivo primario di contrastare di comune accordo l’avanzata della Cina, così come di continuare a esercitare pressioni sulla Russia.

In alcune analisi delle prospettive della politica estera sotto la guida di Blinken si spiega chiaramente come il fattore decisivo sia il ristabilimento della posizione preminente degli Stati Uniti sullo scacchiere internazionale, vale dire l’abbandono delle velleità di disimpegno avanzate da Trump, sia pure dando l’impressione di limitare l’utilizzo massiccio di risorse belliche e di personale militare americano.

Il curriculum di Blinken è dunque tale che la sua nomina a segretario di Stato non può che risultare tossica per la sinistra del Partito Democratico, ufficialmente impegnata a chiedere a Biden di considerare le ragioni del progressismo nel processo di selezione del nuovo gabinetto. Le primissime scelte fatte dal presidente eletto distruggono perciò qualsiasi illusione di un governo americano che possa guardare a sinistra e gli orientamenti delle personalità nominate per la gestione della politica estera rifletteranno quelli di coloro che occuperanno i dipartimenti responsabili degli affari domestici.

Per quanto riguarda il prossimo capo della diplomazia USA, Anthony Blinken aveva iniziato la sua carriera diplomatica nel dipartimento di Stato dell’amministrazione Clinton, mentre gli incarichi più prestigiosi li ha ricoperti finora durante la presidenza Obama. Dal 2013 al 2015 è stato vice-consigliere per la Sicurezza Nazionale alla Casa Bianca e dal 2015 al 2017 vice-segretario di Stato. Storici e molto stretti sono poi i rapporti con Biden, del quale è stato il primo consigliere quando l’allora senatore faceva parte della commissione Esteri, dando tra l’altro la propria approvazione all’invasione dell’Iraq. In seguito, Blinken ha ricoperto il ruolo di consigliere per la Sicurezza Nazionale ai tempi della vice-presidenza.

All’interno dell’amministrazione Obama, Blinken ha dato un contributo cruciale alla formulazione della risposta americana alle crisi in Iraq, Libia, Siria e Ucraina. Le conseguenze che sono derivate appaiono evidenti dal livello di caos e distruzione in cui tutti questi paesi continuano a dibattersi.

Blinken personifica anche l’incontro tra le posizioni in politica estera dei falchi “neo-con” e quelle degli interventisti “liberal”. Non è un caso d’altra parte che molti riconducibili alla prima categoria si siano schierati apertamente a sostegno di Biden durante la campagna elettorale appena conclusa. Sempre per questa ragione, la nomina di Blinken sarà quasi certamente ratificata senza problemi al Senato con l’appoggio della maggioranza repubblicana.

Nel concreto, andranno valutate soprattutto le modalità con cui il dipartimento di Stato di Tony Blinken intenderà gestire il file cinese e concretizzare la promessa fatta da Biden in campagna elettorale di mettere fine alle guerre interminabili in cui sono coinvolti gli Stati Uniti. Per quanto riguarda la Cina, è improbabile che ci sia un’inversione di rotta drastica rispetto alle politiche ultra-aggressive di Trump. Sono in molti a credere tuttavia che possa essere trovato un qualche equilibrio nelle relazioni bilaterali, almeno temporaneamente e forse in chiave anti-russa, anche se i fattori oggettivi che hanno fatto esplodere la rivalità strategica tra le prime due potenze economiche del pianeta vanno ben oltre l’identità dell’inquilino della Casa Bianca.

Blinken e Biden hanno anche assicurato di voler rientrare nell’accordo sul nucleare iraniano (JCPOA), da cui Trump era uscito unilateralmente nella primavera del 2018. Gli ostacoli anche a una modesta distensione nei rapporti con Teheran sono però tutt’altro che trascurabili, vista la mole di sanzioni reimposte da Trump, e la questione iraniana finirà per sovrapporsi a quella dell’approccio all’intero Medio Oriente, con le possibili scintille con i paesi più favoriti da Trump, come Israele e Arabia Saudita.

Le prime nomine di questi giorni e, soprattutto, quella di Anthony Blinken potrebbero completarsi con quella, decisamente controversa nel Partito Democratico, del prossimo numero uno del Pentagono. Superfavorita per la carica di segretario alla Difesa è la relativamente sconosciuta Michele Flournoy, vero e proprio simbolo dell’incrocio tra gli interessi della sicurezza nazionale e quelli dell’apparato militare-industriale americano. La Flournoy, anch’essa con un passato nell’amministrazione Obama, è uno dei principali teorici dell’interventismo USA, ma anche delle aggressive politiche di confronto con la Cina, ed era già la candidata numero uno a guidare la macchina da guerra americana in un’eventuale amministrazione di Hillary Clinton nel 2016.

Michele Flournoy è infine molto legata ad Anthony Blinken. I due hanno fondato a Washington la società di “consulenza” WestExec Advisors, un oscuro strumento di “lobbying” che opera tra l’altro come tramite tra le grandi compagnie di armamenti e gli organi di governo. Flournoy e Blinken hanno anche lavorato per vari “think tanks”, promuovendo gli impulsi alla militarizzazione della politica estera USA che hanno garantito e continuano a garantire profitti enormi ai loro principali finanziatori, da ricercare in primo luogo proprio tra i colossi dell’industria bellica americana.

Mentre i voti ottenuti da Joe Biden si avvicinano alla cifra record di 80 milioni e il vantaggio su Donald Trump sfiora ormai i 6 milioni, il presidente repubblicano e i suoi legali continuano a non dare segnali apparenti di voler riconoscere la sconfitta. Il processo di certificazione della vittoria dell’ex vice di Obama si è ormai messo in moto in quasi tutti gli Stati Uniti, ma una serie di cause senza fondamento intentate dagli avvocati della Casa Bianca potrebbe quanto meno rallentare l’omologazione dei dati. Con l’avvicinarsi della data di fine mandato, tuttavia, la strategia di Trump per provare a restare al suo posto sembra doversi spostare dalle aule di tribunale a quelle della politica o, nella peggiore delle ipotesi, agli ambienti dove vengono prese le decisioni militari e relative alla sicurezza nazionale.

Teoricamente, le speranze di Trump sono riposte sui sei stati dove i risultati appaiono più equilibrati e i margini tra i due candidati alla presidenza non superano i 150 mila voti (Arizona, Georgia, Michigan, Nevada, Pennsylvania e Wisconsin). Dopo più di due settimane dalla chiusura delle urne, in nessuno di questi o di altri stati sono emerse prove di brogli tali da influenzare i risultati finali. La strategia del presidente uscente, per quanto assurda, consiste di fatto nel cercare di squalificare i voti di quei collegi che sono stati decisivi per l’aggiudicazione degli stati in bilico a Biden perché caratterizzati da un elettorato massicciamente democratico.

Questo sforzo si basa su ridicole cause legali, ma non solo, e riguarda contee e distretti elettorali che includono metropoli come Detroit (Michigan), Atlanta (Georgia), Phoenix (Arizona), Philadelphia (Pennsylvania) o Las Vegas (Nevada). Quello che è accaduto questa settimana nella prima di queste città è particolarmente grave e insolito, anche se al di fuori dell’ambito legale. Martedì, cioè, i due funzionari repubblicani che compongono la commissione di quattro elementi responsabile della certificazione dei risultati elettorali per la contea di Wayne, che include Detroit, si sono temporaneamente rifiutati di ratificare la vittoria di Biden.

Davanti alle proteste degli altri due membri, in quota al Partito Democratico, la presidente repubblicana della commissione aveva a un certo punto proposto di certificare i risultati di tutti i seggi della contea ad esclusione proprio di Detroit, dove Biden ha prevalso con la percentuale del 95%. Ciò avrebbe sottratto al candidato democratico ben 221 mila consensi, un numero superiore al suo vantaggio complessivo su Trump in Michigan. Così facendo, i 16 “voti elettorali” dello stato sarebbero quindi andati al presidente in carica.

Le manovre dei funzionari repubblicani, senza dubbio influenzati dagli ambienti vicini alla Casa Bianca, hanno scatenato una valanga di proteste tra i residenti di Detorit, allarmati per il furto che si stava per compiere. La videoconferenza di routine prevista dopo la riunione dei certificatori di contea si è così trasformata in una piattaforma per lo sfogo di attivisti e semplici elettori, fino a che la commissione è stata costretta a fare marcia indietro e a decidere la conferma dei risultati acquisiti favorevoli a Biden. In seguito, i due repubblicani hanno dichiarato di voler tornate sui loro passi e sospendere la certificazione della vittoria di Biden, ma per le autorità statali la decisione presa martedì sarebbe ormai definitiva. La pratica sarà così inviata all’ufficio successivo a livello statale, chiamato a sua volta alla ratifica dei dati ricevuti da tutte le contee del Michigan.

Per il resto, la Georgia sta ad esempio completando il riconteggio manuale di tutte le schede, ma anche il segretario dello stato, il repubblicano Brad Raffensperger, ha già anticipato che sarà praticamente impossibile ribaltare il vantaggio di quasi 12.800 voti di Biden. Preso atto della realtà, Trump ha allora definito una “farsa” il riconteggio, chiesto peraltro dai responsabili della sua campagna elettorale. Lo stesso Raffensperger ha poi rivelato di avere subito pressioni dal senatore repubblicano Lindsey Graham, considerato uno dei più fedeli alleati di Trump a Washington, per trovare un modo per annullare un numero sufficiente di voti espressi per Biden.

In Pennsylvania, invece, una vera e propria farsa si è consumata davanti a un giudice distrettuale, quando i legali di Trump hanno chiesto di dichiarare il presidente repubblicano vincitore dei 20 “voti elettorali” dello stato, in quanto le elezioni sarebbero state caratterizzate da scorrettezze, delle quali non è stata però presentata nessuna prova. I parlamentari repubblicani dell’assemblea dello stato hanno inoltre proposto un’ispezione di tutte le schede elettorali della Pennsylvania, citando quella che sostengono essere “una lunga serie di irregolarità”. Bocciata dalla Corte Suprema statale è stata infine anche una causa che chiedeva di invalidare i risultati in alcuni seggi dove sarebbe stato impedito l’ingresso agli osservatori repubblicani per controllare le operazioni di spoglio.

Se i ricorsi di Trump non sembrano dunque portare a nulla di concreto, i suoi legali insistono nel rivolgersi ai tribunali e assicurano anzi che nuove cause saranno intentate nei prossimi giorni. Al centro della strategia della Casa Bianca non c’è probabilmente più l’obiettivo di ribaltare i risultati manipolando i conteggi, ormai ultimati quasi ovunque, o sfruttando giudici compiacenti. Piuttosto, il presidente uscente e i suoi consiglieri intendono creare artificiosamente un clima fatto di polemiche e finte controversie per promuovere la tesi dell’elezione “rubata” e della vittoria illegittima di Biden, in modo da preparare il terreno, se ci fossero le condizioni, a una manovra di fatto eversiva.

Lo scenario che viene valutato probabilmente con maggiore attenzione riguarda la possibile iniziativa dei parlamenti statali a maggioranza repubblicana. L’elaborata e anti-democratica legge elettorale americana prevede che ogni singolo stato scelga un numero stabilito di delegati, corrispondenti ai cosiddetti “voti elettorali”, che dovranno poi riunirsi e scegliere il nuovo presidente. È norma che questi delegati votino in base alla scelta della maggioranza degli elettori nei loro stati di provenienza, ma in realtà non esistono vincoli specifici in questo senso, se non in pochi stati.

Trump, quindi, potrebbe convincere le assemblee statali a intervenire nominando delegazioni di “grandi elettori” disposti a rovesciare il voto popolare e a optare per il candidato perdente. Probabilmente per questa ragione, Trump incontrerà venerdì alla Casa Bianca i leader repubblicani della Camera e del Senato statali del Michigan. Una mossa simile sarebbe com’è ovvio altamente problematica, visto in primo luogo che non sussiste la condizione principale che la possa giustificare, vale a dire un risultato elettorale oggettivamente controverso. Inoltre, non c’è consenso tra gli esperti di diritto su quale sia l’organo statale che abbia il diritto di nominare il “collegio elettorale”, anche se le opinioni sembrano propendere a favore dei governatori piuttosto che dei parlamenti statali. Negli stati in bilico, i governatori sono attualmente quasi tutti democratici, mentre nei parlamenti statali prevalgono le maggioranze repubblicane.

In teoria, è perciò possibile che le due principali autorità di un determinato stato nominino entrambe una propria delegazione di “grandi elettori”, una favorevole a Trump e l’altra a Biden. A questo punto, spetterebbe al Congresso scegliere quale delle due ritenere legittima. Queste ipotesi sembrano quasi da fantascienza politica, ma ci sono pochi dubbi che la Casa Bianca stia ragionando in questi termini. Un avvocato del presidente ha infatti ammesso pubblicamente, durante gli eventi relativi al caso di Detroit ricordato in precedenza, che l’obiettivo dei repubblicani era appunto quello di spingere l’assemblea del Michigan a nominare un “collegio elettorale” pro-Trump. Uno degli ostacoli maggiori a questa soluzione, oltre alla rivolta popolare che si scatenerebbe, è rappresentato comunque dal fatto che al presidente servirebbe rovesciare la volontà degli elettori non in uno ma in più stati per recuperare lo svantaggio da Biden.

L’altro modo che potrebbe consentire a Trump di restare al suo posto nonostante la sconfitta è lo scoppio di una qualche emergenza nazionale, accompagnata da una manovra autoritaria che fermi la transizione alla Casa Bianca. Al centro di una trama di questo genere potrebbe esserci in primo luogo un’aggressione militare contro l’Iran. Un’eventuale guerra aperta contro questo paese farebbe impallidire gli ultimi conflitti che hanno visto protagonisti gli Stati Uniti, tanto da giustificare misure di estrema emergenza imposte dal presidente.

Anche in questo caso, dell’attendibilità dell’ipotesi sono emersi solidissimi indizi. Qualche giorno fa, il New York Times aveva cioè rivelato come Trump la scorsa settimana avesse chiesto pareri militari per autorizzare un bombardamento contro le installazioni nucleari civili iraniane. L’idea criminale del presidente, per il momento rientrata, era probabilmente scaturita dall’ultimo rapporto dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, per certi versi fuorviante, seguito a una recente ispezione degli impianti iraniani, in base alla quale era emerso che Teheran ha accumulato una quantità di uranio arricchito di molto superiore ai limiti previsti dall’accorso di Vienna del 2015.

Non solo, nei giorni seguiti alle elezioni, Trump ha inaugurato una serie di avvicendamenti all’interno del suo gabinetto, decisamente insoliti nella fase finale di un mandato presidenziale. Le sostituzioni di personale riguardano in buona parte il Pentagono, che ha visto un passaggio di consegne anche al proprio vertice, e possono essere da un lato una purga di funzionari infedeli ma dall’altro anche un modo per installare in posti-chiave persone fidate che siano disposte a seguire gli ordini del presidente, incluso quello di condurre un attacco militare dalla portata devastante.

Le prossime mosse di Trump non dovrebbero ad ogni modo farsi attendere, visto che mancano poco più di 60 giorni all’insediamento di Biden e meno di un mese alla certificazione del successo di quest’ultimo da parte del “collegio elettorale” dei 50 stati americani. Le preoccupazioni per una qualche mossa estrema sembrano essere diffuse a Washington, anche se media ufficiali e Partito Democratico fanno di tutto per minimizzare il pericolo, visto che temono di più una mobilitazione popolare contro Trump e tutto il sistema rispetto a un’involuzione autoritaria.

Come minimo, il comportamento del presidente sconfitto punta a gettare le basi per il consolidamento di un movimento di estrema destra e ultra-populista, fondato sul mito del “voto rubato”, per estendere la propria influenza nel Partito Repubblicano e preparare il campo, da qui a quattro anni, a una sua clamorosa ricandidatura o a quella di un suo protetto.

La tregua che dura da quasi trent’anni tra il governo marocchino e il movimento per l’indipendenza del territorio del Sahara Occidentale è da qualche giorno sul punto di crollare dopo una serie di scontri che hanno fatto scattare l’intervento delle forze armate di Rabat. Sulle ragioni del possibile riesplodere del conflitto non c’è molta chiarezza, visto anche che il Marocco limita fortemente l’accesso della stampa indipendente nella regione. Alla base del conflitto restano comunque tensioni e frustrazioni accumulate da tempo, soprattutto per via di un referendum sull’indipendenza promesso e mai organizzato, intrecciatesi di recente al deteriorarsi della situazione economica e alle spinte destabilizzanti che attraversano la regione nord-africana e sub-sahariana.

Il nuovo fronte di guerra che si è aperto da un paio di settimane in Etiopia minaccia seriamente di scatenare una sanguinosa guerra civile nel secondo paese del continente per popolazione e di destabilizzare tutta la regione del Corno d’Africa. Il governo centrale del primo ministro e premio Nobel per la pace, Abiy Ahmed, ha ordinato il bombardamento e l’occupazione militare della regione settentrionale del Tigrè, secondo la versione ufficiale per riportare “la legge e l’ordine” in un’area dominata politicamente dal Fronte di Liberazione Popolare Tigrino (FLPT), cioè l’organo che rappresenta la maggioranza dell’etnia a cui fa riferimento e che è da tempo ai ferri corti con le autorità di Addis Abeba.

La firma nel fine settimana del più importante trattato di libero scambio del pianeta rappresenta potenzialmente un successo cruciale della Cina nel confronto con gli Stati Uniti per imporre la propria influenza nel continente asiatico. L’accordo commerciale noto come “Regional Comprehensive Economic Partnership” (RCEP) è il risultato di quasi dieci anni di trattative che hanno visto proprio Pechino come protagonista principale. A risultare determinante per mandare in porto il trattato sono state in primo luogo le fallimentari decisioni in ambito commerciale e strategico di Washington sotto la guida dell’amministrazione Trump, tanto che a far parte del nuovo spazio creato dal RCEP saranno anche alcuni storici alleati americani in Estremo Oriente.

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