Paradossalmente parlare di cultura, in un Paese come l'Italia che ne è intriso, risulta sempre più difficile. Perchè  “campare” di cultura, a detta di molti, politici in primis, non è una cosa fattibile. Figuriamoci farlo in città piccole e di provincia. Quello che sta succedendo a Terni - città dell'Umbria balzata negli ultimi tempi agli onori della stampa nazionale per essere tra le roccaforti del Pd espropriate da Lega e M5S - è emblematico.

 

“Dopo dodici edizioni di sperimentazione, oggi siamo costretti a sospendere l’edizione 2018 del festival e a ripensarne il futuro, fino a ipotizzarne una chiusura definitiva. Abbiamo lanciato un appello alla regione Umbria perché sostenga la realizzazione dell’edizione 2018”. È quanto annunciano gli organizzatori del  Terni Festival - Festival Internazionale della Creazione Contemporanea.

 

Un evento, nato nel 2006 e ospitato nell’Ex Opificio Siri - diventato poi Caos - definito come “un’esperienza collettiva”. Tanto che è stato deciso di lanciare la possibilità di sottoscrivere la lettera inviata alla Regione in cui si chiede alla stessa “di intervenire con un contributo che permetta il realizzarsi della tredicesima edizione del festival, nonostante il mancato apporto del Tsu (Teatro Stabile dell’Umbria, ndr).

 

In attesa di un nuovo pensiero di governo sulla città abbiamo bisogno di sentire quale è il pensiero del governo regionale sul festival. Terni merita un sostegno, soprattutto in questo momento di instabilità. E sostenere Terni Festival vuol dire difendere il lavoro di tante donne e uomini nella produzione artistica contemporanea e sostenere un processo di sviluppo che ha collocato l’Umbria al centro di una importante rete di collaborazioni nazionali e internazionali, portando il nome di Terni nei contesti culturali e creativi più prestigiosi e all’avanguardia, in Europa e nel mondo”, si legge.

 

Nel 2015 era stato stretto un accordo triennale con il Teatro Stabile dell’Umbria: “Noi trasferivamo a loro la titolarità del contributo Fus e q quello regionale storicamente assegnati al Terni Festival, loro ci sostenevano finanziariamente e operativamente”.  A dicembre 2017 (scadenza dell’accordo triennale), la direzione del Tsu “ha deciso di non riconoscere più il Terni Festival come componente strategica della propria attività, di non farsi più garante di un bene così prezioso”, dicono ancora gli organizzatori.

 

Ora bisognerà capire quali saranno le intenzioni dell'amministrazione regionale e se il Festival sarà salvato o condannato alla scomparsa. Quanto sta accadendo a Terni è sicuramente specchio di una situazione più generale, dove diventa sempre più complicato per le associazioni che fanno cultura proseguire nel loro percorso. Ma, come diceva Elio Vittorini, “la cultura non è professione per pochi: è una condizione per tutti, che completa l’esistenza dell’uomo”.

 

Si tenta la strada della mobilitazione dei cittadini a difesa di uno spazio di valore artistico e culturale che deve essere salvaguardato e a questo proposito si stanno raccogliendo le firme della cittadinanza su http://bit.ly/appelloTerniFestival. Per chi non avesse l’opportunità di accedere a Internet c’è la possibilità di inviare una lettera a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.. 

Un giudice distrettuale americano ha dato il via libera questa settimana a una mega-fusione nell’ambito delle telecomunicazioni e dell’intrattenimento televisivo che potrebbe innescare una valanga di acquisizioni verticali nel prossimo futuro, con evidenti ripercussioni sia sulla deriva monopolistica negli USA sia per quanto riguarda il principio democratico della libertà di espressione.

 

Il gigante AT&T si è visto dunque la strada spianata per l’acquisto di Time Warner grazie alla sentenza del giudice di Washington, Richard Leon, che ha giudicato legittima un’offerta da 85 miliardi di dollari nonostante l’opposizione del dipartimento di Giustizia. L’operazione era in sospeso da mesi e dovrà essere finalizzata entro il 20 di giugno.

 

AT&T è al primo o al secondo posto negli Stati Uniti in vari settori, dalle linee telefoniche fisse a quelle mobili, dalla banda larga alla pay TV. I suoi dipendenti in tutto il mondo superano le 250 mila unità e ha una capitalizzazione di mercato di quasi 210 miliardi di dollari.

 

La strategia di questa società, come altre che operano nello stesso ambito, è quella di acquisire entità che detengono importanti “asset” soprattutto televisivi, relativamente sia a reti e canali sia a contenuti e diritti di trasmissione. Il concetto è quello di concentrare infrastrutture, distribuzione e offerta di intrattenimento per competere con realtà come Amazon, Google o Netflix che da qualche tempo producono e distribuiscono intrattenimento e altri eventi, facendo concorrenza appunto alle compagnie tradizionali.

 

In questa prospettiva, Time Warner è un obiettivo importante per AT&T, visto che detiene, tra l’altro, network come CNN e HBO, ma anche, attraverso la propria unità Turner Sports, i diritti di competizioni sportive seguitissime negli Stati Uniti, come l’NBA e l’NCAA di basket e la Major League di baseball.

 

L’ufficio anti-trust del dipartimento di Giustizia dell’amministrazione Trump aveva portato in tribunale AT&T sostenendo che l’acquisizione avrebbe ridotto la scelta a disposizione dei consumatori e fatto alzare il costo di connessioni internet e abbonamenti TV. Per il giudice incaricato del caso, però, il governo non è stato in grado di dimostrare la sua tesi.

 

Come hanno spiegato i giornali americani, per il dipartimento di Giustizia è estremamente raro cercare di bloccare una fusione verticale tra grandi aziende private. In molti sostengono che lo zelo del governo fosse legato all’ostilità del presidente Trump per la CNN, tra i media maggiormente impegnati nel promuovere gli attacchi contro la Casa Bianca nell’ambito del “Russiagate”.

 

Infatti, nel corso del procedimento legale, il dipartimento di Giustizia aveva proposto un accordo alle due compagnie che consisteva nel cedere alcuni “asset”, tra cui proprio l’unità a cui fa capo CNN, con la motivazione ufficiale di impedire “un’eccessiva concentrazione di potere nelle mani di pochi”. AT&T e Time Warner avevano entrambe respinto la proposta del governo e, alla fine, il tribunale distrettuale di Washington ha sentenziato in loro favore.

 

Il dipartimento di Giustizia potrà ora presentare appello e chiedere una sospensione del verdetto, ma lo stesso giudice Leon ha insolitamente raccomandato di non farlo, visti i disagi già creati alle due compagnie in questi mesi e l’approssimarsi dell’ultima data valida per perfezionare l’acquisizione.

 

Fuori dalla discussione, sia in aula sia sui principali media, è rimasta invece la minaccia alla libertà di stampa e di opinione che rappresenta l’affare, così come le conseguenze della concentrazione nelle mani di poche potentissime corporation di servizi cruciali per la democrazia come TV e internet e i contenuti che essi offrono o veicolano.

 

Queste tendenze monopolistiche sono insidiose per la democrazia soprattutto alla luce di due fattori. Il primo è la crescente collaborazione, per non dire integrazione, tra i colossi tecnologici e delle telecomunicazioni e l’apparato militare, della sicurezza nazionale e dell’intelligence americano. Una collaborazione letale per la libertà di opinione, come conferma anche la guerra alle cosiddette “fake news” in atto e la promozione dei media ufficiali come gli unici detentori della “verità”.

 

Il secondo aspetto è da collegare alla recente entrata in vigore negli USA di una norma che abolisce la cosiddetta “neutralità della rete”, cioè la prescrizione legale precedentemente prevista che imponeva a tutti i provider di servizi internet di non attuare politiche discriminatorie nei confronti sia dei siti web sia dei loro clienti.

Tornando alla fusione tra AT&T e Time Warner, la sentenza di questa settimana che l’ha autorizzata si è accompagnata a una singolare puntualizzazione del giudice Richard Leon, il quale ha affermato che il suo parere non rappresenterebbe un precedente per ulteriori acquisizioni verticali di questo genere.

 

Per scoprire l’assurdità della presa di posizione del giudice sono bastate poche ore. Il giorno successivo, infatti, un altro colosso delle telecomunicazioni negli USA – Comcast – ha lanciato un’offerta di acquisizione per una parte di 21st Century Fox, ovvero la creatura di Rupert Murdoch.

 

L’operazione era ampiamente prevista, così come era risaputo che Comcast attendeva l’esito del caso AT&T-Time Warner per procedere. L’offerta da 65 miliardi di dollari in contanti è un rilancio di una precedente leggermente più bassa dello scorso anno e rientra in una competizione con Disney per accaparrarsi alcuni gioielli di Fox.

 

Murdoch aveva respinto la precedente offerta di Comcast principalmente per il timore che l’acquisizione fosse bloccata dal governo di Washington, ma il recente successo legale di quella avanzata da AT&T potrebbe sbloccare la vicenda. Anche perché gli analisti ritengono la cifra offerta da Comcast inarrivabile per Disney.

Questa nuova operazione, secondo il New York Times, provocherebbe una concentrazione di “contenuti e distribuzione ancora maggiore rispetto all’accordo tra AT&T e Time Warner”, aggravando perciò la deriva monopolistica in questo settore negli Stati Uniti.

 

Nelle mire di Comcast, già proprietaria dal 2011 di NBC Universal, ci sono gli studi cinematografici e televisivi di 20th Century Fox, una ventina di canali sportivi locali americani, la rete via cavo FX, il 30% della TV in streaming Hulu e, soprattutto, gli “asset” d’oltreoceano del gruppo di Murdoch.

 

Tra di questi spicca la compagnia indiana Star, che raggiunge 700 milioni di utenti, e la pay TV satellitare Sky, presente in vari paesi europei tra cui l’Italia. L’offerta appena lanciata da Comcast riguarda il 39% di Sky, ma l’obiettivo è quello di acquisirne il controllo completo. In un’operazione separata, infatti, la compagna americana è già in corsa per ottenere il restante 61% dal gruppo del magnate australiano.

Alcuni mesi prima dell'elezione italiana avvenuta il 4 marzo 2018, Luigi Di Maio rinunciò a un confronto televisivo con Matteo Renzi dicendo che dopo i risultati delle elezioni in Sicilia, il segretario del Partito Democratico non era più il suo “competitor”.  I sondaggi favorivano Di Maio e quindi si rese conto che un dibattito avrebbe solo fornito vantaggi a Renzi. Pochi giorni dopo il rifiuto, Di Maio usò lo stesso termine per riferirsi all'astensione al voto come “l'unico competitor”.


In inglese “competitor” si usa per concorrenza, specialmente di tipo aziendale. In politica si usa il termine “opponent”. Si sbaglia dunque quando si usa “competitor” in italiano in queste circostanze? In un certo senso sì non solo perché riflette poca conoscenza dell'inglese ma specialmente perché l'italiano già possiede l'ottima alternativa di “avversario” che fa al caso.


Di Maio non differisce da altri politici italiani a spruzzare il suo linguaggio con espressioni inglesi. Si ricorda ovviamente il “Jobs Act” di Renzi, la “stepchild adoption” (l'adozione di figli minori di un partner) come pure “spending review, welfare, coming out,  foreign fighters, low cost, spread”, e tanti altri. E ovviamente, il centrodestra, che nella recente campagna elettorale ha fatto di “flat tax” il suo cavallo di battaglia.

 

Usare un'espressione inglese sembra dare l'impressione di aggiungere una certa rispettabilità o freschezza, suggerendo che la lingua italiana sia poco efficace o povera. In realtà i termini inglesi  oscurano il significato, spesso confondendo i cittadini, creando un linguaggio nebuloso  anche se potenzialmente piacevole e a volte anche misteriosamente attraente. È vero? Andare a un “party” è più divertente che “una festa”?  “Team e fake news” invece di “squadra e bufale, falsità, o balle” comunicano meglio?


Tutte le lingue fanno uso di prestiti linguistici per buonissime ragioni, specialmente quando si tratta di nuovi concetti o nuove realtà create da una lingua e cultura potente, come lo è di questi giorni l'inglese. Logico dunque che in italiano si dica “web” invece  di “rete” poiché l'originale inglese si riferisce a una nuova realtà. L'uso di “endorsement” per dire “sostegno o appoggio politico” si potrebbe accettare perché più evocativo, riflettente anche una realtà più amplia di concordanza politica.


Scrivendo sulla politica americana si può facilmente accettare il termine “speaker” per riferirsi all'incarico di presidente della Camera attualmente occupato da Paul Ryan. I sistemi politici sono diversi e l'uso di “speaker” si applica al ruolo specifico della Camera americana. Si potrebbe anche accettare “corner” invece di “calcio d'angolo” perché più economico specialmente nel linguaggio frettoloso di un commentatore televisivo o radiofonico.

 

La frettolosità, però, spesso impoverisce la lingua italiana storpiando vocaboli già esistenti  e indebolendoli senza cogliere la completa realtà. Quando il presidente americano Donald Trump chiese “loyalty” a Jim Comey, direttore della Fbi, la maggior parte dei cronisti italiani lo tradussero con “lealtà” invece del termine più appropriato “fedeltà”.


In tempi passati il dominio culturale della nostra lingua ha contribuito notevoli prestiti ad altre lingue europee. Basta solo pensare al campo della musica e dell'arte, dove per molte lingue sarebbe difficile comunicare senza i termini in lingua italiana. Si ricorda che non pochi compositori stranieri come Handel, Gluck e Mozart scrissero opere liriche in italiano perché il mondo dell'opera era dominato dalla nostra lingua per ragioni artistiche ma anche commerciali. Il pubblico si aspettava opere liriche solo in italiano ma ovviamente, poco a poco, si scrissero opere in altre lingue senza però togliere il prestigio e l'influenza della nostra lingua nel mondo dell'opera.


Negli ultimi decenni però, la lingua inglese è divenuta la lingua franca mondiale in molti campi considerando il potere economico, politico, e sociale del mondo anglosassone. In alcune università italiane, come il Politecnico di Milano, si sta parlando seriamente di insegnare alcuni corsi di lauree magistrali e dottorati completamente in inglese. Questo strapotere della lingua inglese e l'incremento di termini inglesi che arricchiscono il vocabolario italiano ma anche quello di altre lingue ha già causato non poche preoccupazioni anche se la grammatica non viene influenzata.


L'uso di parole straniere a volte è necessario ma sembra che di questi giorni si esageri. I leader politici dovrebbero essere in prima fila a difendere la lingua italiana invece di cadere nella tentazione di “competitor, jobs act e flat tax” nel loro sforzo disperato di racimolare alcuni voti extra. La lingua italiana è bella ed espressiva e l'uso di termini stranieri solo per apparire chic la abbruttisce. Non si suggerisce una crociata sciovinista contro i termini stranieri ma un po' di misura sarebbe utile.

 

I prestiti linguistici sono accettabili solo quando ampliano il vocabolario già esistente invece di rimpiazzare termini già consacrati nella nostra lingua. I politici italiani che tanto dicono di preoccuparsi dell'Italia dovrebbero anche includere la nostra bella lingua. Tutti quelli che usano la lingua come strumento di lavoro dovrebbero anche astenersi dalle facili cadute in anglicismi non necessari.


Alla fine però la lingua italiana è resiliente e non corre nessun pericolo di essere sopraffatta e annientata dai prestiti linguistici che poco a poco vengono plasmati assumendo “cittadinanza” italiana senza però alcun impatto nella grammatica italiana.

La collaborazione tra Google e la macchina da guerra degli Stati Uniti è venuta a galla in questi ultimi giorni con la notizia dell’utilizzo da parte del Pentagono di un software ultra-sofisticato del gigante californiano, applicabile alle operazioni militari condotte in molti paesi con velivoli senza pilota o droni.

 

La partecipazione di Google al cosiddetto “Progetto Maven” era emersa già un mese fa, ma solo questa settimana si è saputo di una protesta interna alla compagnia, dove da qualche tempo circola una sorta di petizione per chiedere all’amministratore delegato, Sundar Pichai, di mettere fine alla partnership con il dipartimento della Difesa americano.

 

Google starebbe sviluppando un progetto che prevede l’utilizzo di un sistema di intelligenza artificiale, chiamato “TensorFlow”, per analizzare le immagine registrate dai droni del Pentagono e identificare “oggetti” di interesse sui quali gli analisti militari andrebbero poi a operare. In altre parole, malgrado le smentite dei vertici di Google, il programma in questione ha lo scopo di facilitare l’identificazione di bersagli oggetto di bombardamenti o assassini mirati.

 

Più di tremila dipendenti di Google hanno sottoscritto la lettera di protesta, nella quale si chiede alla compagnia di dissociarsi dall’industria della guerra americana, essendo “inaccettabile” qualsiasi contributo “alla tecnologia bellica” del Pentagono. Questa collaborazione, tra l’altro, mette potenzialmente Google in una posizione delicata dal punto di vista legale, visto che il programma di assassini mirati condotto con i droni solleva pesantissimi dubbi di costituzionalità.

 

Nell’ambito della “guerra al terrore”, infatti, le ultime tre amministrazioni americane e, in particolare, quella dell’ex presidente Obama hanno fatto ampio ricorso agli assassini “extragiudiziari” con incursioni tramite droni sul territorio di paesi stranieri. In alcuni casi, le vittime sono state anche cittadini americani, le cui esecuzioni sommarie si sono basate su esilissime giustificazioni pseudo-legali.

 

Il New York Times ha descritto un recente meeting aziendale all’interno di Google in cui sarebbe stata discussa la partecipazione al “Progetto Maven”. La “CEO” della divisione cloud, Diane Green, aveva in quell’occasione difeso la compagnia, assicurando che il programma non sarebbe stato impiegato in azioni di “offesa”. In realtà, il dipartimento della Difesa americano ha presentato apertamente il progetto come un sistema utilizzabile nelle operazioni di “anti-terrorismo”, anche se esso non sostituirebbe gli operatori umani nelle decisioni finali sugli obiettivi da colpire.

 

Nel tentativo di limitare i danni derivanti dalle recenti rivelazioni, il numero uno di Google ha rilasciato una dichiarazione ufficiale nella quale riconosce gli “interrogativi” suscitati dall’applicazione dell’intelligenza artificiale alle “macchine belliche”. Pichai ha inoltre assicurato che sarebbe in corso un dibattito interno a Google sull’opportunità della collaborazione con il Pentagono.

 

Un articolo di questa settimana del New York Times ha però suggerito l’esistenza di un clima intimidatorio, dal momento che il giornale ha potuto citare i dipendenti di Google solo in forma anonima, perché tutti hanno invariabilmente affermato di temere possibili ritorsioni da parte dei vertici della compagnia.

 

Se la notizia della partecipazione di Google al “Progetto Maven” è relativamente nuova, i legami dell’azienda con i militari sono invece noti da tempo. Ad esempio, Eric Schmidt, amministrazione delegato dal 2001 al 2017 e tuttora nel consiglio di Alphabet, la holding a cui fa capo Google, siede, assieme al vice-presidente Milo Medin, nel “comitato consultivo” del dipartimento della Difesa USA.

 

Un articolo apparso sul britannico Guardian ai primi di marzo ricordava poi come Google abbia avuto rapporti contraddittori con i militari. Se dopo l’acquisizione di alcune compagnie tecnologiche appaltatrici del Pentagono Google aveva risolto i contratti in essere, in altre occasioni aveva cercato di offrire e sviluppare tecnologia a uso militare.

 

I relativi scrupoli dei vertici della compagnia a instaurare apertamente una partnership con il dipartimento della Difesa sono dovuti sia all’opposizione dei propri dipendenti, come conferma la lettera di proteste indirizzata all’amministratore delegato, sia ai problemi di immagine che essa comporta.

 

Anche Google, tuttavia, intende sempre più integrarsi con l’apparato militare americano, se non altro per non cedere il passo, e perdere occasioni di profitto, ad altri colossi come Amazon o Microsoft, entrambi impegnati in questo ambito in progetti di collaborazione già ben avanzati.

 

L’aspetto cruciale e più inquietante di queste partnership è che esse sono tutt’altro che neutre e, anzi, comportano profonde conseguenze sulle politiche delle compagnie coinvolte e, ancor più, sulla società nel suo insieme e sui diritti democratici.

 

La sempre maggiore interdipendenza tra l’apparato militare o dell’intelligence e i colossi della tecnologia o delle comunicazioni fa parte cioè del processo in fase avanzata di erosione dei diritti costituzionali, negli Stati Uniti come altrove, e che risponde alla necessità dei governi di dotarsi di armi repressive efficaci in una fase caratterizzata da tensioni sociali esplosive e crisi di legittimità delle classi dirigenti.

 

All’aggiornamento tecnologico degli strumenti militari si accompagna così una rapida evoluzione verso la censura e la criminalizzazione del dissenso. Quest’ultimo aspetto è evidente nella farsa della campagna in atto un po’ ovunque contro le cosiddette “fake news”, di cui Google, in quanto quasi monopolista delle ricerche in rete, è appunto uno dei protagonisti assoluti.

 

Assieme a Facebook, Twitter e agli altri principali “social”, la compagnia californiana sta infatti assecondando in pieno gli sforzi delle classi politiche occidentali per cercare di imporre ai propri utenti soltanto fonti di informazione “autorevoli” e “affidabili”, ovvero quelle ufficiali che non si discostano dalla linea tracciata dai governi.

Chissà se ha ragione l’Assemblea generale dell’Onu ad applicare al World Wildlife Day dell’anno in corso, un unico, efficace principio: signori, il futuro delle specie selvatiche su questo pianeta è nelle nostre mani. La Giornata mondiale della natura che ricorre ogni 3 marzo dal lontano 2013, celebra la ricchezza e la bellezza delle forme di vita esistenti, eppure siamo ancora qui a enumerare animali e vegetali estinti o in via d’estinzione.

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