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22 Ottobre 2017
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Cultura

Cent'anni di rivoluzioni, e adesso basta

Cent'anni di rivoluzioni, e adesso basta

di Vincenzo Maddaloni

C'è una realtà che per molti versi sconcerta: non esiste più la lotta di classe. Non consideratela una conquista, è semplicemente un fatto, poiché i poveri ci sono ancora e i ricchi pure. Soltanto che le differenze di classe non sono più - come avveniva nel Novecento – enfatizzate, per ricordare al popolo che i ricchi sono i detentori del potere e che i poveri sono i loro sottomessi. Persino sui treni, sulle navi, e in tanto altro ancora quel mondo era suddiviso in classi, perché non se ne perdesse la memoria.

Da sempre sono stati questi gli “spunti” per scatenare una rivoluzione. Tuttavia, oggi si glissa sulle ragioni vere per le quali essa scoppia. Si continua a ripetere che essa causa violenza, instabilità, pertanto va evitata a ogni costo e, tanto meno celebrata.

Ricordo l'agosto del 1973 vissuto a Santiago del Cile, con la gente che, sebbene stremata dagli embarghi, scendeva in piazza per mostrare al mondo il suo sostegno a Salvador Allende e a quella via democratica al socialismo che egli stava tentando di realizzare. Una rivoluzione pacifica che fu stroncata dal generale Pinochet, armato dagli Stati Uniti desiderosi di mandare un segnale di avvertimento, a tutti quei partiti socialisti e comunisti con forte una presenza nelle stanze del potere di mezzo mondo.

Naturalmente, i presidenti che si alternano alla Casa Bianca hanno da sempre pronto l'appello sul tavolo: «Alle forze armate affinché agiscano rapidamente e responsabilmente per restituire piena autorità ad un governo civile democraticamente eletto, il più presto possibile, attraverso un processo inclusivo e trasparente». E' quel che promise il presidente Nixon a Pinochet, e che ha ripetuto qualche giorno fa Donald Trump all'amico e alleato israeliano Netanyahu a proposito dell'Iran.

Del resto le lobby che controllano l’economia globale ignorano le sottigliezze degli analisti, si limitano a constatare l’efficacia delle azioni senza porsi angosciosi quesiti sull'origine dei conflitti e la loro influenza sulle politiche internazionali. Il loro dogma stigmatizza tutti coloro che non si conformano alle loro convinzioni, ignorando, emarginando e reprimendo sovente con gli interventi armati gli eterodossi, come accadde e continua ad accadere nell'America Latina e come sta accadendo in Medio Oriente. Sicché sostenere che l'Inquisizione Economica è peggiore dell’Inquisizione Religiosa, benché abbiano molto in comune, non pare esagerato.

Tant'è che nel Sud America la repressione con i carri armati è stata ed è adottata a metodo, dopo che Fidel Castro con la sua Revoluciòn conquistò Cuba. Infatti l’invocazione di Che Guevara,“La Patria non si vende!”, è uno degli slogan che ancora resiste, come l'immagine immutata del Che, dopo cinquant'anni dalla sua uccisione.

Il “Che Guevara” che sopravvive nell'immaginario collettivo è tutt'ora quello in sella alla Poderosa, la motocicletta con la quale - anno 1955 - egli giunge a Città del Messico e conosce Fidel Castro, che sta organizzando un piano che da lì a qualche anno sarebbe sfociato nella Revolucion, appunto. Il feeling tra i due scatta da subito e le vite del Che e di Fidel si intrecciarono, uniti dalla consapevolezza che “una rivoluzione non è un letto di rose. Una rivoluzione è una lotta tra il futuro e il passato”, come entrambi non smettevano di ricordare a chiunque chiedeva loro il permesso di accodarsi all' impresa. Scrive Calvino che conobbe Guevara di persona: «Era un uomo che chiedeva a sé e agli altri il massimo spirito di sacrificio, convinto che ogni risparmio di sacrifici oggi si pagherà domani con una somma di sacrifici ancor maggiori.».

Il Che diventa una figura quasi mitologica, ben presente sugli striscioni e sulle bandiere degli studenti che sfilavano accanto agli operai negli anni Settanta , ma anche per molto tempo dopo. Pertanto ha provocato non poco stupore quel «Siamo studenti, non siamo operai», risuonato durante le manifestazioni studentesche che si sono svolte in settanta città d'Italia, qualche settimana fa.

«Piccoli snob radical-chic monopolizzano i movimenti degli studenti contro il loro futuro. Chiedano scusa agli operai che a differenza loro sanno quanto paghiamo gli anni di ritardo sull’alternanza studio-lavoro», ha subito twittato il segretario generale della Fim-Cisl Marco Bentivogli, sollevando sulla Rete un putiferio di risposte secche ed insulti. Comunque ai giorni nostri la reazione dei giovani non può stupire. Essi cercano con ansia la speranza, al di là del solito orizzonte di tagli e di rigore. Il rinvio ripetuto del ridimensionamento della precarietà può essere sopportato soltanto se si comincia a intravvedere la luce in fondo al tunnel, la ricompensa futura per i sacrifici di oggi.

Il pessimismo che regna in Italia come in tutta l’Europa meridionale è in gran parte imputabile alla paura di essere condannati alla povertà. E’ storia nota che nell’Occidente sviluppato la quasi totalità delle famiglie ha redditi inferiori rispetto alle generazioni precedenti. Un trend che riguarda il 70 per cento della popolazione occidentale. Non era mai accaduto dal Dopoguerra fino al passaggio del Millennio. Naturalmente l’Italia si distingue fra tutti i paesi avanzati, come quello in cui questo ribaltamento generazionale è più traumatico. È in assoluto il paese più colpito. Il 97 per cento delle famiglie italiane da dieci anni a questa parte è fermo al punto di partenza o si ritrova con un reddito diminuito.

Tuttavia ad Est come ad Ovest nessuno fa invoca la rivoluzione, sebbene la ridotta fiducia dei consumatori e il minore potere d’acquisto delle famiglie aggravino la recessione, e le previsioni di una ripresa stabile siano continuamente rinviate. In questo scenario, non fa meraviglia la notizia che in Russia sarà ricordato quasi in sordina il centenario dell'evento che, nel 1917, mise fine a un impero secolare, generò due rivoluzioni, inaugurò l’era del comunismo, cambiando irrevocabilmente il corso della storia della Russia e del mondo intero.

Saranno pochissime le celebrazioni in programma a ricordo della presa del potere dei bolscevichi il 7 novembre, il 25 ottobre secondo il calendario giuliano allora adottato, di un secolo fa. Del resto lo stesso presidente russo Vladimir Putin si è limitato a segnalare la necessità di «un’analisi profonda, onesta e oggettiva del 1917». In perfetta sintonia, i media mainstream ricordano che, «a Mosca la presa del potere da parte dei bolscevichi portò a violente battaglie e a centinaia di vittime».

Anche il fatto che la Rivoluzione d'Ottobre non sia più un punto di riferimento, come lo era fino a venticinque anni fa, conferma che non c'è più la “lotta di classe”, così come si è spenta la voglia dell’esperienza di lavoro alla catena di montaggio per conoscere da vicino il meccanismo che origina la cosiddetta «condizione operaia». Anche perché l’operaio non è più quel punto di riferimento come lo era nel Novecento.

Dopotutto nemmeno i poveri non sono più quelli del Novecento. La rete ne favorisce l'atomizzazione, e con i post accattivanti gli infonde l'illusione di riuscire - prima o poi - a soddisfare qualche capriccio, come usano i ricchi. Non ci sono più le masse che si lanciavano contro i ai bojardi, come si vede nel film La corazzata Potëmkin di Sergej Michajlovi? ?jzenštejn. Anche le folle di mostazafin, degli oppressi che nel 1979 avevo visto mobilitarsi contro lo scià nelle piazze di Teheran, sotto il governo degli Ayatollah sono diventate osannanti.

Naturalmente, anche i ricchi sono cambiati. I ricchi veri non sono per intenderci quelli alla Harvey Weinstein, il produttore cinematografico con l'ossessione del letto facile. Costui è il ritratto fasullo del vero ricco. Quello vero è colui il quale riesce a garantirsi la propria privacy, che sfugge alle telecamere, al gossip; un lusso che pochi possono concedersi al giorno d'oggi.

Comunque sia, i dati oggettivi macroeconomici confermano che i ricchi saranno sempre più ricchi, mentre la popolazione, e soprattutto le classi popolari, saranno sempre più povere. A supporto c'è tutta una campagna mediatica per far sì che le popolazioni accettino le riduzioni del loro welfare. Infatti, da molti anni a questa parte la parola più utilizzata dagli Stati nelle loro politiche economiche e sociali continua ad essere “austerità”, anche quando i listini di borsa dimostrano il contrario.

L' interessante è che, pochissime voci sui media mainstream se ne chiedono la ragione. Il motivo per il quali in pochi si pongono questa domanda logica è perché potrebbe toccare temi conflittuali, di solito evitati nella narrativa ufficiale della maggioranza degli Stati. Infatti l'utilizzo di termini come “sfruttamento” ormai fa venire le bolle, genera tutta una serie di accuse che ritraggono l’autore come un ideologo con scopi agitatori, uno che disturba e pertanto va silenziato.

In questo scenario le destre sguazzano indisturbate. Alain de Benoist, il filosofo fondatore del movimento culturale denominato Nouvelle Droite, è il teorico di un revisionismo che mixando Nietzsche con Gramsci, mette insieme l’ immaginario di destra e di sinistra per dare spessore politico al populismo. Operazione che gli riesce con successo sostituendo il concetto della lotta di classe gramsciana con «l'appello al popolo» sul quale il populismo appunto si fonda. Il suo è un esempio contagioso, poiché è facile da realizzare.

E' una sorta di “copia e incolla” del Gramsci pensiero, nel quale vengono isolati e ripresi esclusivamente quei concetti, decontestualizzati dal significato originario, che come sottolinea Massimiliano Panarari, studioso di Gramsci, «possono rivelarsi funzionali alle tesi e alla linea di alcune di queste forze politiche di destra che avanzano in tutto l’Occidente.». E così, a ottant' anni dalla sua morte il pensatore marxista italiano rischia davvero di diventare l’idolo della destra populista, ora che la lotta di classe non c'è più.

Se tutto quello che abbiamo elencato finora accade lo si deve - nel più e nel meno - al fatto che il capitale ha molto più potere politico e mediatico del mondo del lavoro. Se i sindacati e le sinistre fossero più forti, la crescita della produttività si tradurrebbe in un aumento dei salari. L’elevata disoccupazione invece non soltanto frena le rivendicazioni salariali, ma costringe la classe lavoratrice alle rinunce, con l'intento di trasformarle in un'abitudine. Ci sono quasi riusciti almeno così pare, poiché è venuta meno la voglia di fare la rivoluzione.

 

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