Ho letto che ognuno di noi su questo pianeta è separato dagli altri solo da sei persone. Sei gradi di separazione tra noi e tutti gli altri su questo pianeta: il presidente degli Stati Uniti, un gondoliere veneziano, chiunque, insomma. Io lo trovo un pensiero confortante, che siamo così vicini, ma trovo anche che è un po' una tortura cinese essere così vicini ma dover trovare sei persone giuste per il collegamento... Siamo tutti come delle porte aperte su altri mondi. Sei gradi di separazione fra noi e chiunque altro su questo pianeta”.

 

Il sistema formulato da Frigyes Karinty in un racconto omonimo nel 1929 sostiene un’ipotesi semiotica e sociologica, secondo la quale ogni persona al mondo può essere collegata a chiunque altra attraverso una connessione di conoscenze e relazioni formata da non più di cinque intermediari. Stanley Milgram conferma tale tesi, con un famoso esperimento sociale, nel 1967, una sorta di prova empirica sotto forma di “teoria del mondo piccolo”.

 

Il brano riportato in incipit è tratto dal film di Fred Schepisi, appunto “6 Gradi di Separazione”, ispirato al racconto di Karinty e agli studi di Milgram, ma noi contestualmente, ritenendoci tutti “come delle porte aperte su altri mondi interagenti”, potremo oggi definire lo strumento Internet come il miglior alleato per accedervi senza neanche scomodarsi dalla scrivania, dal letto, dalla cucina di casa propria o ovunque noi ci trovassimo, sebbene i sei gradi di separazione sembrerebbero addirittura scesi a quattro, secondo un nuovo test realizzato presso la Statale di Milano da un gruppo d’informatici in collaborazione con altri due di  Zuckerberg.

 

Ben oltre i confini stabiliti da Milgram, utilizzando algoritmi sviluppati in laboratorio in un esperimento su scala planetaria, i gradi di separazione su tutte le coppie d’individui del maggior social network si restringono fino a 3.74, quindi non più di quattro. Milgram si era avvalso d’un centinaio di coppie possibili, i ricercatori della Statale di Milano, di 65 miliardi, pressappoco il numero corrente “d’amicizie” su Facebook.

 

Nel 1993 siamo alle origini della rete. Una vignetta di Pete Steiner apparsa sul New Yorker, diventata poi tanto celebre da essere immortalata in un’intera pagina di Wikipedia, mostra un cane seduto dinanzi a un computer con un sottotitolo per lo meno lungimirante: “Su Internet, nessuno sa che sei un cane”. E all’espediente del cane, si aggiunge, vent’anni dopo, il riscontro del suo proprietario e un’ulteriore didascalia aggiunge: “Ti ricordi quando su Internet nessuno sapeva chi fossi?”

 

Un giornalista della BBC afferma che nell’uso smodato dei social network abbiamo “un modo per riprogettare le nostre identità, scoprire cosa significa essere qualcun altro, diverso dal nostro io reale, ma non solo; attraverso il meccanismo dei mi piace (vedi Facebook), otteniamo riscontri istantanei (transitori, il più delle volte) per qualsiasi piccolo aggiustamento identitario ci venga in mente di fare”.

 

Le opinioni altrui inondano la nostra vita, come mai successo prima. Diventiamo “oggetti da quotazioni” attraverso valutazione o svalutazioni per una massa indistinta d’estranei. E lo sa bene chiunque sia stato oggetto di bullismo, quanto il giudizio pubblico, che comprenda accettazione, esaltazione, derisione o disprezzo sia esercitato in modo ampio e potente.

 

L’ansia generata è enorme, compresa quella da “prestazione”; il confronto incessante può suscitare sensi d’inferiorità o superiorità. Certo, una connessione generalizzata può risultare stimolante e utile, ma allo stesso modo converrebbe tenere ben presente il valore intrinseco d’ogni “utente”, non lasciandosi trascinare nel tentativo di paragonarci agli altri, estromettendo ogni suggestione da noi stessi. In altre parole, tenendo stretta un’identità, un proprio stile di vita non esclusivamente votato al “virtuale”.

 

Dovremo imparare a disconnetterci per un tempo relativamente lungo o quando lo riteniamo necessario, perché (come affermano le ultime ricerche), essere perennemente connessi o sotto i riflettori dei social, crea infelicità. Nell’illusoria fuga dalla solitudine contemporanea, se da una parte la rete connette tra loro le persone, dall’altra, simultaneamente, disconnette le azioni nell’effetto di lunga durata, impone reazioni istantanee senza però ragionare sulle conseguenze.

 

L’acronimo anglosassone Fomo (Fear of missing out – paura di essere tagliati fuori), descrive l’ansietà sociale cui più o meno soffre ogni utente di Facebook, in modo anche drammatico. Preoccupandosi di ciò che pensano o fanno gli altri allontana drasticamente dalla propria vita, fa perdere il senso di sé. Esistono persone che fuori da Facebook non sanno chi sono, perdono spessore insieme a una visuale “terrena”, per così dire. Paradossalmente, si tratta di coloro che riscuotono maggior successo, in termini numerici per “amicizie” e “likes”: la conservazione del sé virtuale sembrerebbe avviata a farsi impegno a tempo pieno.

 

Come non scomodare Zygmunt Bauman, il compianto filosofo della modernità liquida, ultima figura di riferimento dell’attuale sociologia. Le sue analisi sul discredito della politica e la disuguaglianza che si accresce invece di diminuire, convergono nella visione inerente alla rivoluzione digitale. In una società votata all’individualismo, la questione identitaria si trasforma in qualcosa cui si è dato un obbligo, avere la tua “comunità”, ma ciò che del concetto comunitario fa il social network, è un sostituto, un rimpiazzo. S’appartiene alla rete, dove è possibile aggiungere o eliminare, controllare le persone cui siamo in qualche modo legati, non a una “comunità”.

 

Con un dato inconfutabile da rimarcare: che comunicazione reale non è parlare con persone che la pensano come te, ma affrontare le difficoltà e il conflitto per coinvolgere due o più parti. Questo succede ogni qualvolta interagiamo con gli altri, ma in modo diretto, senza un filtro virtuale.

 

“I social network non insegnano il dialogo, perché è così facile evitare le polemiche… Molte persone li usano non per unire o per ampliare i propri orizzonti, ma piuttosto, per bloccarli in quelle che chiamo zone di comfort, dove l’unico suono che sentono è l’eco della propria voce, dove tutto quello che vedono sono i riflessi del proprio volto. Le reti sono molto utili, danno servizi piacevoli, però sono trappole …”.

 

Certo la rete è libera, vi può confluire chiunque, ma sulla comunità reale si può contare come su un vero amico, c’è affidabilità anche se è più vincolante. In rete, per uscire da qualsivoglia relazione, basta spingere il tasto delete. Però, afferma Bauman: “Pare che siamo tutti d’accordo sul fatto che tra l’abbracciare qualcuno e pokarlo (ovvero mandare un poke, taggarlo ndr), ci sia differenza”.

 

In sostanza, Facebook e gli altri social network hanno stretto un patto fra gli utenti e la modernità: la vita è più facile, via ogni sforzo in termini d’impegno e acquisizioni, via le sfide, i dubbi, le insicurezze. Conoscere nuovi “amici” è diventato incredibilmente facile. Con la stessa, disarmante facilità siamo in grado d’interrompere relazioni e amicizie, se sopraggiunge la noia o qualcuno non soddisfa le nostre aspettative, oppure bastano disaccordo o il minimo segno di un conflitto, invece di fare tentativi estenuanti per riparare il rapporto, si cancella il nome senza sentire neanche il bisogno di scusarsi. Ecco, nella vita reale è molto più complicato, in primis perché la gente ha possibilità di guardarsi negli occhi.

 

Nel film 6 Gradi di Separazione, il lungo monologo di Paul (impersonato dall’attore Will Smith), esprime tutto il caos e la consapevolezza della nostra condizione: “Oggi l'immaginazione ha cessato di rappresentare il nostro collegamento, il collegamento più profondo fra la vita interiore e il mondo che è al di fuori di noi, in cui viviamo tutti. Perché l'immaginazione è diventata un sinonimo di stile. Ritengo che l'immaginazione sia il passaporto che noi ci costruiamo per entrare nel mondo della realtà. Credo che l'immaginazione sia solo un’altra via per definire l'unicità d’ognuno. Jung dice che il peccato più grave è la mancanza di coscienza; II giovane Holden dice - Quello che mi fa più paura è la faccia dell'altro. Non sarebbe tanto male se potessimo essere tutti e due bendati - Molte volte le facce che abbiamo di fronte non sono quelle degli altri, ma le nostre. Ed è la peggiore forma di vigliaccheria, questo avere così tanta paura di se stessi da coprirsi gli occhi piuttosto che affrontarsi. Guardarsi in faccia, è diventata la cosa più difficile…”. 

 

 

Berlino. L’AfD, Alternative für Deutschland, nonostante predichi un estremismo di chiaro stampo xenofobo, ha offerto subito un nuovo posto di lavoro a Daniel Zabel. E' il funzionario di polizia che ha perso il posto dopo aver pubblicato sui social il testo del mandato di cattura di uno dei sospettati dell'omicidio di Daniel Hillig a Chemnitz. Lo ha fatto - ha spiegato - per dimostrare  che i media mainstream tedeschi sul tema dei migranti non sono più credibili e che continuano ad ingannare l'opinione pubblica.

 

E' accaduto nella città della Sassonia, assediata per due giorni dalla teppaglia inferocita neonazista, che all’urlo di «stranieri raus» e «il popolo siamo noi» ha messo a ferro e a fuoco l’ex Karl-Marx-Stadt, così si chiamava fino al 1990 la città di Cheministz .

 

Un'autentica rappresaglia, rubricabile alla voce terrorismo, per la morte di un tedesco di origine cubana di 35 anni durante una lite con un iracheno, ora in custodia cautelare con l'accusa di omicidio tutta da provare. Quanto basta per accumulare odio sugli immigrati e accrescere le fila dei militanti di estrema destra Pro-Chemnitz, un movimento nazionalista e populista con simpatie per un auspicato quanto utopico nuovo nazionalsocialismo, che si è affiliato all'AfD.

 

Infatti, l’AfD continua a raccogliere consensi. Ha conquistato un impressionante 12,6 per cento alle elezioni federali dell’anno scorso, diventando così il partito d’opposizione con il maggior numero di seggi in parlamento. E' emerso pure che moltitudini di lavoratori l'hanno votato con stime che variano dal 16 al 20 per cento nell' ex Repubblica Democratica Tedesca, con le regioni economicamente più  disagiate, con la manodopera malpagata e la più disoccupata.

 

Scrive bene  Rosa Balfour, Senior Fellow al German Marshall Found, quando avverte che “I vecchi partiti mainstream potrebbero essere tentati di fare accordi tra di loro per impedire ai populisti di salire al potere…ma questo è esattamente una ragione che spinge i cittadini a votare contro l’establishment”. L’antidoto al populismo - spiega l’esperta - sono piuttosto “nuove idee per combattere l’ineguaglianza e l’insicurezza sociale, per creare posti di lavoro nell’economia verde…la sinistra, la destra e il centro devono combattere la battaglia delle idee, non quella per i posti di potere”.

 

Viceversa la maggioranza di governo continua a non prendere sul serio le paure degli elettori, col rischio di legittimare assieme alle posizioni xenofobe dei populisti, ogni forma di protesta contro i migranti, i profughi, i musulmani.

 

Usa toni ancora più espliciti Sophia Gaston, visiting research fellow alla London School of Economics, quando tira le orecchie al media mainstream che non indaga sulle rimostranze vere dell' elettorato. “Il populismo dovrebbe suonare come un campanello dall’allarme per i politici tradizionali”, per prestare più attenzione a temi troppo speso ignorati, come identità, senso di appartenenza, cultura e tradizione. Tuttavia - ammonisce la studiosa - “così come le forze del populismo non si sono formate dal giorno alla notte, c’è una lunga strada davanti per riacquistare la fiducia dell’elettorato…l’alternativa al populismo c’è, la questione è se i leader politici avranno il coraggio e l’energia per realizzarla”.

 

Ci prova a salire sul tetto che scotta, il leader storico della socialdemocrazia tedesca Oskar Lafontaine, il quale sulla sua pagina di Fb condanna l’assurda ideologia dei no-border-no-nation, inchioda chi lo accusa di essere un nazionalista di sinistra e si rilancia, insieme alla moglie Sahra Wagenknecht e ad altre importanti personalità, con un nuovo raggruppamento politico capace di superare i tradizionali confini della Linke e della sinistra tedesca. “Il modo più semplice - sostiene - è guardare dentro l’ideologia no-border-no-nation, perché chiunque si ponga la questione di come poter costruire uno stato sociale capirà immediatamente quanto questa ideologia sia lontana dalla realtà”.

 

Spiega: “Nei paesi anglosassoni spesso la metà dei dottori e degli infermieri arriva dai paesi in via di sviluppo. In Germania c'è uno scatto d' orgoglio ogni volta che, si fa la conta delle migliaia di medici e di operatori sanitari che provengono dalla Siria, dalla Grecia e lavorano qui. Almeno su questo punto i seguaci dell’ideologia dei “confini chiusi agli immigrati” dovrebbero iniziare a capire che stanno sostenendo qualcosa di irrealistico e completamente antisociale”, conclude il leader storico della sinistra tedesca.

 

Lafontaine si è guarda bene dal ricordare che è la Rivoluzione russa che ha alimentato le lotte anticolonialiste in tutto il mondo, debitrici quindi dello spartiacque storico aperto da Lenin, il quale a sua volta aveva costruito la propria formazione culturale, sui testi di Marx e della filosofia classica tedesca. Sicché, rimanendo nella logica, ogni immigrato meriterebbe un indennizzo. E' con questo slancio universalistico, seppure in uno scenario mutato, che le classi dirigenti europee si vedono oggi costrette a fare i conti. Il fatto nuovo è che la sinistra, la Linke di Lafontaine e della consorte  e segretaria del partito Sahra, non si accanisce sull'ingiustizia storica, non rispolvera Lenin, come sarebbe accaduto fino a qualche decennio fa. Infatti Lafontaine evita la polemica, l'assopisce con una riflessione di uno spessore tangibile, che illumina la sinistra di  una luce nuova.

 

Esattamente il contrario di quanto avviene in Italia per bocca di Walter Veltroni che si ricandida  come un possibile leader-replay barattando come se fosse appena nata una visione deteriorata, un già visto, un deja vu. Una proposta così “nuova” che è data per perdente già dal suo inizio, poiché è la medesima che ha aperto  la strada agli odierni populismi, nonché a una cultura politica diffusa, astiosa proprio verso i partiti e le istituzioni, accusati di nascondere la verità pur di conservarsi i posti di potere.

 

Nel suo  articolo dell'altro ieri su Repubblica, l'ex segretario non ha speso un commento sul fatto che la penisola italiana risulta occupata da «59 basi militari americane» (è il «quinto avamposto statunitense nel mondo per numero d’installazioni militari, dopo Germania, con 179 basi, Giappone con 103, Afghanistan con 100 e Corea del Sud con 89). Non ha spiegato nemmeno perché i governi offrono sistematicamente al Pentagono «tutto ciò che vuole», e il territorio italiano è sottoposto ad una gigantesca operazione di spionaggio da parte di NSA e CIA.

 

Non si è soffermato un attimo - è ancora più grave - sugli ormeggi sociali storici della Sinistra. Infatti, "non parla di privatizzazioni, di leggi sul lavoro, dell'assenza di democrazia interna, del maschilismo, del disastro urbanistico di Roma, del sistema di Mafia Capitale che ha azzerato la sua credibilità di amministratore”, come ricorda lo scrittore romano Christian Raimo. Insomma, mancava solo che citasse il suo compagno di merende “Cicciobello” (Francesco Rutelli ndr) e il quadro era completo.

 

A proposito del “nuovo”, mi torna in mente il ministro della Giustizia Herta Däubler-Gmelin(SPD), quando nel 2002 spiegò a un quotidiano tedesco che la Casa Bianca aveva inasprito, con pratiche crudeli, la repressione in Iraq perché «Bush vuole distrarre la popolazione dalle proprie difficoltà. Si tratta di un metodo popolare, Hitler ha fatto la stessa cosa». Accadde il pandemonio, Herda divenne il simbolo del coraggio. Poiché svelò i trattamenti inumani qualche semestre prima, che i  funzionari governativi europei denunciassero la pratica del Waterboarding ordinata dall'amministrazione Bush e le torture perpetrate dall'esercito americano nel carcere di Abu Ghraib. Non mi pare che in Italia ci siano state mai denuncie di contesti altrettanto simili.

 

Beninteso, nonostante il ricordo di quelle prove di coraggio la Linke non è avanzata di molto e  la SPD ha dimezzato i consensi. Non il rispetto, però.

In questa estate terribile ci lascia anche uno degli artisti più solidi, illuminati, che ha cantato con voce gentile e ispirata anche il Movimento del 1977. Ha aspettato Godot e Godot non è arrivato. Claudio Lolli ci ha lasciato. E' un dolore per una intera generazione. Claudio, considerato uno fra i cantautori più impegnati, non si è mai tirato indietro quando si trattava di partecipare in prima linea.

 

Oltre a temi politici, Lolli ha saputo trattare nell'arco di una trentina d'anni, incidendo una ventina di album, svariati temi quali l'amicizia (Michel), i più profondi temi dell'uomo quali la desolazione e la crisi (Un uomo in crisi. Canzoni di morte. Canzoni di vita) sociali e culturali (Ho visto anche degli zingari felici).


Lolli era nato a Bologna nel marzo del 1950. Le sue prime esperienze musicali avvengono all'Osteria delle Dame, di Bologna, nei primi anni settanta È Francesco Guccini, conosciuto proprio nella Bologna delle osterie, che lo porta alla EMI Italiana, l'etichetta che gli fa firmare un contratto e che pubblica i suoi primi 4 LP, dal 1972 al 1976. Il primo disco, Aspettando Godot (1972), è arrangiato da Marcello Minerbi, ex leader dei Los Marcellos Ferial, che si rifà per le sonorità allo stesso Guccini, a Fabrizio De André e, in alcune canzoni (Quello che mi resta o Quanto amore), ai cantautori francesi degli anni cinquanta.

 

Ma Lolli amava soprattutto Nick Drake. E a lui si ispira, in chiave italiana, con tanta rabbia in più. Nel 1972 esce, appunto, Aspettando Godot che è un manifesto programmatico. Canta di amicizia, di delusione e soprattutto punta il dito contro "la vecchia piccola borghesia". I testi sono feroci ma l'approccio no, l'approccio di Lolli è sempre poetico, garbato, malinconico.

 

Un Nick Drake all'italiana: triste, consapevole, magnifico. E unico. Nel 1976 pubblica Ho visto anche degli zingari felici, il suo album di maggior successo, che descrive la strage dell'Italicus e la conseguente reazione della sinistra italiana. Il titolo è una citazione di un film jugoslavo del 1967, quattro strofe di tre versi ciascuna che costituiscono una libera rielaborazione dal testo di Peter Weiss Cantata del fantoccio lusitano.

 

Forse però la sua opera più spessa è del settembre del 1977 con Disoccupate le strade dai sogni, disco anch'esso strettamente legato all'attualità, in particolar modo ai fatti di Bologna dell'11 marzo 1977 e alla morte di Francesco Lorusso.

 

In questi lunghi anni anni Lolli ha continuato a cantare, a collaborare con grandi artisti e veri antagonisti, a non arrendersi. In qualunque battaglia dal basso Lolli c'era. Compagno e poeta che non ha mai mollato. alla  soglia dei settant'anni, ha vinto nel 2017 la Targa Tenco nella categoria «Miglior disco dell'anno in assoluto» con l'album “Il grande freddo”, oggetto di un crowdfunding lanciato via web.


Perdiamo l'uomo che ha scritto questo. Queste parole bellissime, potenti e luminose per sempre. Grazie professore per aver visto "zingari felici" e averli cantati. Ci resti nel cuore. 

 

È vero che sputiamo per terra
quando vediamo passare un gobbo,
un tredici o un ubriaco
o quando non vogliamo incrinare
il meraviglioso equilibrio
di un'obesità senza fine,
di una felicità senza peso.
È vero che non vogliamo pagare
la colpa di non avere colpe
e che preferiamo morire
piuttosto che abbassare la faccia, è vero
cerchiamo l'amore sempre
nelle braccia sbagliate.

È vero che non vogliamo cambiare
il nostro inverno in estate,
è vero che i poeti ci fanno paura
perché i poeti accarezzano troppo le gobbe,
amano l'odore delle armi
e odiano la fine della giornata.
Perché i poeti aprono sempre la loro finestra
anche se noi diciamo che è
una finestra sbagliata.

È vero che non ci capiamo,
che non parliamo mai
in due la stessa lingua,
e abbiamo paura del buio e anche della luce, è vero
che abbiamo tanto da fare
e non facciamo mai niente.
È vero che spesso la strada ci sembra un inferno
e una voce in cui non riusciamo a stare insieme,
dove non riconosciamo mai i nostri fratelli,
è vero che beviamo il sangue dei nostri padri,
che odiamo tutte le nostre donne
e tutti i nostri amici.

Ma ho visto anche degli zingari felici
corrersi dietro, far l'amore
e rotolarsi per terra,
ho visto anche degli zingari felici
in Piazza Maggiore
ubriacarsi di luna, di vendetta e di guerra.

 

fonte: www.globalist.it

Paradossalmente parlare di cultura, in un Paese come l'Italia che ne è intriso, risulta sempre più difficile. Perchè  “campare” di cultura, a detta di molti, politici in primis, non è una cosa fattibile. Figuriamoci farlo in città piccole e di provincia. Quello che sta succedendo a Terni - città dell'Umbria balzata negli ultimi tempi agli onori della stampa nazionale per essere tra le roccaforti del Pd espropriate da Lega e M5S - è emblematico.

 

“Dopo dodici edizioni di sperimentazione, oggi siamo costretti a sospendere l’edizione 2018 del festival e a ripensarne il futuro, fino a ipotizzarne una chiusura definitiva. Abbiamo lanciato un appello alla regione Umbria perché sostenga la realizzazione dell’edizione 2018”. È quanto annunciano gli organizzatori del  Terni Festival - Festival Internazionale della Creazione Contemporanea.

 

Un evento, nato nel 2006 e ospitato nell’Ex Opificio Siri - diventato poi Caos - definito come “un’esperienza collettiva”. Tanto che è stato deciso di lanciare la possibilità di sottoscrivere la lettera inviata alla Regione in cui si chiede alla stessa “di intervenire con un contributo che permetta il realizzarsi della tredicesima edizione del festival, nonostante il mancato apporto del Tsu (Teatro Stabile dell’Umbria, ndr).

 

In attesa di un nuovo pensiero di governo sulla città abbiamo bisogno di sentire quale è il pensiero del governo regionale sul festival. Terni merita un sostegno, soprattutto in questo momento di instabilità. E sostenere Terni Festival vuol dire difendere il lavoro di tante donne e uomini nella produzione artistica contemporanea e sostenere un processo di sviluppo che ha collocato l’Umbria al centro di una importante rete di collaborazioni nazionali e internazionali, portando il nome di Terni nei contesti culturali e creativi più prestigiosi e all’avanguardia, in Europa e nel mondo”, si legge.

 

Nel 2015 era stato stretto un accordo triennale con il Teatro Stabile dell’Umbria: “Noi trasferivamo a loro la titolarità del contributo Fus e q quello regionale storicamente assegnati al Terni Festival, loro ci sostenevano finanziariamente e operativamente”.  A dicembre 2017 (scadenza dell’accordo triennale), la direzione del Tsu “ha deciso di non riconoscere più il Terni Festival come componente strategica della propria attività, di non farsi più garante di un bene così prezioso”, dicono ancora gli organizzatori.

 

Ora bisognerà capire quali saranno le intenzioni dell'amministrazione regionale e se il Festival sarà salvato o condannato alla scomparsa. Quanto sta accadendo a Terni è sicuramente specchio di una situazione più generale, dove diventa sempre più complicato per le associazioni che fanno cultura proseguire nel loro percorso. Ma, come diceva Elio Vittorini, “la cultura non è professione per pochi: è una condizione per tutti, che completa l’esistenza dell’uomo”.

 

Si tenta la strada della mobilitazione dei cittadini a difesa di uno spazio di valore artistico e culturale che deve essere salvaguardato e a questo proposito si stanno raccogliendo le firme della cittadinanza su http://bit.ly/appelloTerniFestival. Per chi non avesse l’opportunità di accedere a Internet c’è la possibilità di inviare una lettera a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.. 

Un giudice distrettuale americano ha dato il via libera questa settimana a una mega-fusione nell’ambito delle telecomunicazioni e dell’intrattenimento televisivo che potrebbe innescare una valanga di acquisizioni verticali nel prossimo futuro, con evidenti ripercussioni sia sulla deriva monopolistica negli USA sia per quanto riguarda il principio democratico della libertà di espressione.

 

Il gigante AT&T si è visto dunque la strada spianata per l’acquisto di Time Warner grazie alla sentenza del giudice di Washington, Richard Leon, che ha giudicato legittima un’offerta da 85 miliardi di dollari nonostante l’opposizione del dipartimento di Giustizia. L’operazione era in sospeso da mesi e dovrà essere finalizzata entro il 20 di giugno.

 

AT&T è al primo o al secondo posto negli Stati Uniti in vari settori, dalle linee telefoniche fisse a quelle mobili, dalla banda larga alla pay TV. I suoi dipendenti in tutto il mondo superano le 250 mila unità e ha una capitalizzazione di mercato di quasi 210 miliardi di dollari.

 

La strategia di questa società, come altre che operano nello stesso ambito, è quella di acquisire entità che detengono importanti “asset” soprattutto televisivi, relativamente sia a reti e canali sia a contenuti e diritti di trasmissione. Il concetto è quello di concentrare infrastrutture, distribuzione e offerta di intrattenimento per competere con realtà come Amazon, Google o Netflix che da qualche tempo producono e distribuiscono intrattenimento e altri eventi, facendo concorrenza appunto alle compagnie tradizionali.

 

In questa prospettiva, Time Warner è un obiettivo importante per AT&T, visto che detiene, tra l’altro, network come CNN e HBO, ma anche, attraverso la propria unità Turner Sports, i diritti di competizioni sportive seguitissime negli Stati Uniti, come l’NBA e l’NCAA di basket e la Major League di baseball.

 

L’ufficio anti-trust del dipartimento di Giustizia dell’amministrazione Trump aveva portato in tribunale AT&T sostenendo che l’acquisizione avrebbe ridotto la scelta a disposizione dei consumatori e fatto alzare il costo di connessioni internet e abbonamenti TV. Per il giudice incaricato del caso, però, il governo non è stato in grado di dimostrare la sua tesi.

 

Come hanno spiegato i giornali americani, per il dipartimento di Giustizia è estremamente raro cercare di bloccare una fusione verticale tra grandi aziende private. In molti sostengono che lo zelo del governo fosse legato all’ostilità del presidente Trump per la CNN, tra i media maggiormente impegnati nel promuovere gli attacchi contro la Casa Bianca nell’ambito del “Russiagate”.

 

Infatti, nel corso del procedimento legale, il dipartimento di Giustizia aveva proposto un accordo alle due compagnie che consisteva nel cedere alcuni “asset”, tra cui proprio l’unità a cui fa capo CNN, con la motivazione ufficiale di impedire “un’eccessiva concentrazione di potere nelle mani di pochi”. AT&T e Time Warner avevano entrambe respinto la proposta del governo e, alla fine, il tribunale distrettuale di Washington ha sentenziato in loro favore.

 

Il dipartimento di Giustizia potrà ora presentare appello e chiedere una sospensione del verdetto, ma lo stesso giudice Leon ha insolitamente raccomandato di non farlo, visti i disagi già creati alle due compagnie in questi mesi e l’approssimarsi dell’ultima data valida per perfezionare l’acquisizione.

 

Fuori dalla discussione, sia in aula sia sui principali media, è rimasta invece la minaccia alla libertà di stampa e di opinione che rappresenta l’affare, così come le conseguenze della concentrazione nelle mani di poche potentissime corporation di servizi cruciali per la democrazia come TV e internet e i contenuti che essi offrono o veicolano.

 

Queste tendenze monopolistiche sono insidiose per la democrazia soprattutto alla luce di due fattori. Il primo è la crescente collaborazione, per non dire integrazione, tra i colossi tecnologici e delle telecomunicazioni e l’apparato militare, della sicurezza nazionale e dell’intelligence americano. Una collaborazione letale per la libertà di opinione, come conferma anche la guerra alle cosiddette “fake news” in atto e la promozione dei media ufficiali come gli unici detentori della “verità”.

 

Il secondo aspetto è da collegare alla recente entrata in vigore negli USA di una norma che abolisce la cosiddetta “neutralità della rete”, cioè la prescrizione legale precedentemente prevista che imponeva a tutti i provider di servizi internet di non attuare politiche discriminatorie nei confronti sia dei siti web sia dei loro clienti.

Tornando alla fusione tra AT&T e Time Warner, la sentenza di questa settimana che l’ha autorizzata si è accompagnata a una singolare puntualizzazione del giudice Richard Leon, il quale ha affermato che il suo parere non rappresenterebbe un precedente per ulteriori acquisizioni verticali di questo genere.

 

Per scoprire l’assurdità della presa di posizione del giudice sono bastate poche ore. Il giorno successivo, infatti, un altro colosso delle telecomunicazioni negli USA – Comcast – ha lanciato un’offerta di acquisizione per una parte di 21st Century Fox, ovvero la creatura di Rupert Murdoch.

 

L’operazione era ampiamente prevista, così come era risaputo che Comcast attendeva l’esito del caso AT&T-Time Warner per procedere. L’offerta da 65 miliardi di dollari in contanti è un rilancio di una precedente leggermente più bassa dello scorso anno e rientra in una competizione con Disney per accaparrarsi alcuni gioielli di Fox.

 

Murdoch aveva respinto la precedente offerta di Comcast principalmente per il timore che l’acquisizione fosse bloccata dal governo di Washington, ma il recente successo legale di quella avanzata da AT&T potrebbe sbloccare la vicenda. Anche perché gli analisti ritengono la cifra offerta da Comcast inarrivabile per Disney.

Questa nuova operazione, secondo il New York Times, provocherebbe una concentrazione di “contenuti e distribuzione ancora maggiore rispetto all’accordo tra AT&T e Time Warner”, aggravando perciò la deriva monopolistica in questo settore negli Stati Uniti.

 

Nelle mire di Comcast, già proprietaria dal 2011 di NBC Universal, ci sono gli studi cinematografici e televisivi di 20th Century Fox, una ventina di canali sportivi locali americani, la rete via cavo FX, il 30% della TV in streaming Hulu e, soprattutto, gli “asset” d’oltreoceano del gruppo di Murdoch.

 

Tra di questi spicca la compagnia indiana Star, che raggiunge 700 milioni di utenti, e la pay TV satellitare Sky, presente in vari paesi europei tra cui l’Italia. L’offerta appena lanciata da Comcast riguarda il 39% di Sky, ma l’obiettivo è quello di acquisirne il controllo completo. In un’operazione separata, infatti, la compagna americana è già in corsa per ottenere il restante 61% dal gruppo del magnate australiano.

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