Un cambiamento imprevisto che interviene in un contesto - destabilizzandolo - può sfociare in una crisi. Ma una crisi in atto è già una crisi, un punto culminante. Muovendosi dal presupposto che nel lessico comune, parole e locuzioni  rinviano a diverse nozioni e azioni, questo si trasforma a livello mediatico, in un elemento d'estrema importanza. Si sa che, attraverso i mezzi d'informazione, l'uso di un vocabolario ad hoc può turbare, persuadere, suggestionare e tuttavia quasi in modo implicito, si carica di una responsabilità, riferisce una situazione, una realtà complessa e oggettiva. Prendiamo un termine divenuto molto in voga che descrive una condizione per la quale, ci piaccia o meno, siamo chiamati a confrontarci: il climate change, cambiamento climatico o global warming, surriscaldamento globale.

In tutte le lingue del mondo ci sono parole usate genericamente, mode lessicali, termini ignorati. In Italia, clima e meteo ne subiscono le spese. I fenomeni atmosferici sono associati al termine e al concetto di “allarme”, mentre l'approssimazione scientifica nella comunicazione resta a dir poco, imbarazzante. Diversamente in Inghilterra, dove, conoscenza, divulgazione e informazione hanno fatto del climate change, un argomento da prima pagina.

Per The Guardian Observer la posizione del team editoriale e redazionale è chiara: sul climate change si cambia lessico, questo non è un cambiamento, è una crisi. Le terminologie hanno credito, se non altro per discernere un concetto di fondo. Il cambiamento potrebbe accadere, essere qualcosa a venire, girare intorno a una mera previsione visto i molteplici segnali, potrebbe anche rivelarsi una grossolana fesseria a sentir le campane dei negazionisti e degli scettici, ma da quindici/vent'anni come prospettato da esperti e climatologi, questo processo avanza a una velocità impressionante. Nel frattempo, ci troviamo alle porte del 2020, con decine di conferenze tenute sul clima e altrettante defezioni. E sono nazioni responsabili del massimo inquinamento su scala mondiale - vedi l'ultima prodezza del presidente Donald Trump - a non sottoscrivere accordi, perseverando in una politica miope se non addirittura criminale, un evidente  nulla di fatto mentre lo scenario paventato avviene sotto i nostri occhi.

E' già crisi, afferma The Guardian, bisogna  affrontarla con ogni mezzo, attraverso inchieste dettagliate, supportate da fonti attendibili, in una sorta di giornalismo “militante” efficace e comprensibile. Possiamo senza indugio, chiamarlo “giornalismo militante” senza rischiare un vecchio cliché? Grazie a una semplice sottoscrizione di liberi cittadini e un'iniziativa senza pari, si chiede ai lettori di sostenere economicamente la condivisione nel continuo ragguaglio su clima e ambiente, in piena coscienza e libertà, senza legami imbarazzanti, padroni e senza assoggettarsi a multinazionali. E' una giusta causa, basta un euro.

La relazione iniziale verte su un dato significativo: The Guardian raggiungerà emissioni pari a zero nei prossimi dieci anni, sviluppando un piano per raggiungere l'obiettivo. Si è stabilito un controllo completo nella priorità a ridurre l'impronta di carbonio in modo permanente. “Saremo trasparenti con i nostri progressi in campo energetico. Abbiamo annunciato di essere la prima organizzazione di stampa ad acquisire la certificazione Bcorp, il che vuol dire entrare in una comunità di aziende impegnate a guidare un cambiamento sociale in positivo. Questa è una pietra miliare nella trasparenza pubblica e nella responsabilità politica nei confronti dell'ambiente”. E si precisa:“Il giornalismo ambientale del Guardian Observer ha un forte impatto nel mondo, per il quale abbiamo ricevuto supporto e contributi finanziari da lettori divisi in 180 Paesi. Ciò ci consente di mantenere questo particolare modo di fare inchieste, accessibile a tutti...scevro da ogni subordinazione esterna. Qualsiasi forma di supporto, per quanto grande o piccola è fondamentale al nostro futuro”.
Il nuovo glossario sullo stile di scrittura divulgativa in materia di clima, si sintetizza in alcuni punti essenziali. E' stata la stessa direttrice responsabile, Katharine Viner, a fornire le linee guida a giornalisti e redattori, assicurandosi sulla veridicità scientifica nonché di fornire una chiave d'interpretazione semplice e diretta ai lettori: “Vogliamo comunicare chiaramente con loro su questo importantissimo problema”.
Pertanto, “crisi climatica” o “emergenza climatica” si utilizzeranno al posto di “cambiamento climatico”, per descriverne l'impatto in maniera più ampia. Si ricorrerà a terminologie come “disaggregazione del clima” - ossia la scomposizione di un elemento omogeneo - invece di “global warming”, non mancando di spiegarne il senso scientifico e geofisico. Per esempio: “Gli scienziati affermano che la disaggregazione climatica contribuisca a un aumento nell'intensità degli uragani”.

“Negazionista della scienza sul clima”, al posto di “scettico sui cambiamenti climatici causati da attività umane”. Si definisce uno scettico “un cercatore di verità”; un inquirente che non è ancora giunto a una conclusione certa, ma il nostro nega prove scientifiche inoppugnabili, disconosce un cambiamento del clima su larga scala, non attribuisce la crisi  all'obsoleto sfruttamento di risorse energetiche e all'inquinamento. “Emissioni di gas a effetto serra” avranno la precedenza su “emissioni di biossido di carbonio”. Difatti, tale linguaggio non comprende tutti i gas dannosi come metano, ossidi di azoto, CFC.

Sarà preferibile usare  “fauna selvatica”, non “biodiversità”, ritenendo il primo termine meno “clinico”, più giusto e accessibile in quanto si parla di “creature con cui condividiamo il pianeta”. Utilizzare “popolazioni ittiche”, invece di “stock ittici”, sottolineando che pesci e i mammiferi non esistono solo per essere raccolti e consumati,  ma dando impulso a percepirli come esseri senzienti che svolgono un ruolo vitale negli ecosistemi degli oceani.

Mi si conceda, inoltre, di stilare un secondo vademecum improntato sulla speranza che  culturalmente e grazie a buone pratiche, qualcosa possa davvero cambiare. Un lessico improntato su un nuovo modo di vivere, affrontare questa crisi con uno sforzo comune, forse, invertirne la tendenza. Innanzitutto “renewable energy”, energie rinnovabili e sostenibili; “wind power”,”geothermal energy”,“hydropower, o “biofuel”, giusto per citarne qualcuna. Le buone pratiche si riconoscono nell'asserzione di “recycle and reuse”, rigettano il “food waste”, optano per un “use public transportation”, oppure scelgono l'acquisto d'auto elettriche. La scienza è unanime anche dal punto di vista alimentare:“eat less meat”, prediligendo “locally grown vegetables and fruits”...Giusto perché il lessico conta e contano  le azioni, la consapevolezza in ognuno di noi.

 

Nelle ultime settimane, il neoliberismo ha subito una serie di sconfitte che hanno accelerato la sua agonia e tra convulsioni spaventose e violente hanno scatenato la sua morte. Dopo quasi mezzo secolo di saccheggi, inciampi e crimini di ogni genere contro la società e l'ambiente, la formula di governance così promossa con entusiasmo dai governi dei paesi del capitalismo avanzato, istituzioni come il FMI e la Banca Mondiale e amata da intellettuali e politici dell'establishment ben pensanti giacciono in rovina.

Il fiore all'occhiello di quella flottiglia di saccheggiatori seriali, il Cile di Sebastián Piñera, affonda sotto la formidabile spinta di una protesta popolare senza precedenti di un Paese oltraggiato e infuriato da decenni di inganno, inganno e manipolazioni dei media. Alle masse cilene era stato promesso il paradiso del consumismo capitalista e per molto tempo hanno creduto in queste bugie. Quando si sono svegliati dal sonnambulismo politico, si sono resi conto che la banda che li governava sotto un manto democratico finto li aveva spogliati di tutto: hanno tolto la loro salute e istruzione pubblica, sono stati truffati senza scrupoli dai gestori dei fondi pensione, erano in debito al vertice e incapace di pagare i propri debiti mentre contemplavano stupiti perché l'1percento più opulento del paese si appropriava del 26,5 percento del reddito nazionale e il 50 percento più povero solo catturato il 2,1 percento.

Tutta questa spoliazione si è verificata nel mezzo di un assordante concerto mediatico che ha smussato le coscienze, alimentato crediti indiscriminati con questa bonanza artificiale e fatto credere che il capitalismo abbia adempiuto alle sue promesse; che chiunque potesse fare ciò che voleva con le proprie vite senza interferire con lo Stato e approfittare delle immense opportunità offerte dal libero scambio. Ma nessuna utopia, nemmeno quella del mercato totale, è al sicuro dall'azione dei suoi cattivi. E questi improvvisamente apparvero impersonati nelle figure di alcuni adolescenti delle superiori che, con audacia esemplare e solidarietà filiale, si ribellarono all'aumento delle tariffe della metropolitana che non danneggiano loro ma i loro genitori. La loro audacia frantumò l'incantesimo e coloro che erano caduti nella trappola di dimettersi dalla cittadinanza politica in cambio del consumismo si resero conto di essere stati derisi e imbrogliati e scesero in strada per esprimere il loro malcontento e rabbia.

Sono diventati, da un giorno all'altro, "vandali", "terroristi" o una banda ribelle di "alieni" - per usare la descrizione eloquente della moglie del presidente Piñera - che immaginava i limiti invalicabili del consumismo e dell'indebitamento, carattere infinito e sbiadito del minuetto democratico, che nascondeva sotto abiti puliti e formalità vuote la tirannia implacabile del capitale. Hanno visto in questo violento risveglio che una delle società più egualitarie dell'America Latina ora condivideva, secondo la Banca Mondiale, il dubbio onore di essere con il Ruanda uno degli otto paesi più disuguali del pianeta. Come un fulmine, notarono di essere stati condannati a sopravvivere indebitati a vita, vittime di una plutocrazia insaziabile, intollerante e violenta e della corruzione del partito che era complice in ciò e responsabile del saccheggio del loro stesso popolo e delle risorse naturali del paese.

Ecco perché hanno preso le strade e sono usciti in imponenti manifestazioni per combattere contro i loro oppressori e sfruttatori, e lo hanno fatto - e anche oggi lo fanno - con un coraggio ed eroismo raramente visti. Ne esistono già almeno venti uccisi dalla repressione delle forze di sicurezza e i dispersi segnalati si sommano a oltre un centinaio, oltre alle centinaia di feriti e torturati e alle migliaia di detenuti che segnano, con ombre cupe, gli ultimi rantoli del modello molto ammirato.

Dopo questa insurrezione popolare spontanea, nulla sarà più lo stesso, nulla farà rivivere il neoliberismo, nessuno lo indicherà come la strada reale verso la democrazia, la libertà e la giustizia sociale, sebbene Piñera continui ad occupare La Moneda e continui la sua brutale repressione. Nonostante ciò, né l'OSA, né i governi "democratici" del continente - presieduti da personaggi oscuri di documenti frondosi - né i custodi ipocriti dei valori repubblicani avranno un atomo di decenza per caratterizzare il loro governo come una dittatura, una qualifica che Nicolás Maduro merita anche se non c'è mai stata nel suo governo una repressione bestiale e assetata di sangue come quella documentata in innumerevoli video registrati in Cile e diventata virale su Internet. Per Donald Trump, Piñera è un amico, vassallo e sicario politico della Casa Bianca, essenziale per attaccare il Venezuela bolivariano e questi sono motivi più che sufficienti per difenderlo e proteggerlo ad ogni costo. Obbedienti, le ONG dell'impero e le sue filiali in Europa e in America Latina - improbabili difensori dei diritti umani, della democrazia, della società civile e dell'ambiente - manterranno un silenzio complice di fronte ai crimini commessi dall'occupante della Moneda. Alcuni esprimeranno altre opinioni, ma non quelle che molestano i tentacoli nascosti dell'imperialismo. Imperterriti, i pubblicisti del sistema continueranno a indicare Nicolás Maduro come l'archetipo della dittatura e il cileno come personificazione della democrazia stessa. Ma tutto sarà inutile: ciò che è morto - la ricetta neoliberista - è morto.

 

Ecuador

Naturalmente, la storia non inizia o finisce in Cile. Poco prima che l'epidemia sociale fosse ancora in corso, il traditore e il corrotto presidente dell'Ecuador del Moreno erano stati convulsi da immense proteste popolari. L'innesco, la scintilla che ha bruciato il prato è stata la rimozione dei sussidi per il carburante. Ma il fattore determinante fu l'implementazione del "pacchetto" ordinato dall'FMI all'agente servile installato nel Palazzo Carondelet. La reazione popolare, iniziata prima tra i trasportatori e i settori popolari urbani e poi rafforzata dalla massiccia irruzione delle popolazioni originali nelle principali città del paese si è protratta poco più di una settimana e ha costretto il presidente codardo a spostare il quartier generale dell'esecutivo a Guayaquil. Poco dopo dovette sospendere la crudele repressione con la quale aveva risposto alla sfida e aprire una trattativa fraudolenta con gli autoproclamati leader della rivolta indigena. Astuto, accettò una tregua con la guida discreta e ingenua del CONAIE e abrogò il decreto sul sussidio per il carburante, promettendo di rivedere le azioni.

Niente di tutto ciò è accaduto, ma è riuscito a smantellare la protesta, per ora. Secondo un traditore seriale come Moreno, il capo dei negoziatori indigeni, Jaime Vargas, è perseguito dal governo. Il "branco" sarà messo in pratica perché il mandato dell'FMI è inappellabile e Moreno è una pedina obbediente. È noto che questi programmi del Fondo sono realizzabili solo se gestiti con una miscela - variabile a seconda del caso - di inganno e repressione. Ma ora la passività dei cittadini ha un innesco e in pochi mesi, non appena si sentiranno i rigori dell'ambiente selvaggio, non sarebbe strano che esploda una nuova ribellione plebea che speriamo non cadrà nelle trappole di Moreno e nei suoi compari e culminerà con successo l'impeachment del presidente e la rifondazione della democrazia in Ecuador.

Il presidente è intrappolato: se applica il programma del FMI, la popolazione popolare finirà probabilmente il suo governo; in caso contrario, l'impero potrebbe decidere che è tempo di rinunciare ai suoi servizi ormai inutili. E poiché la Casa Bianca "sa troppo" delle trappole e degli affari sporchi di Moreno, non avrà altra scelta che accettare l'ukase imperiale e beneficiare della "disoccupazione involontaria", come ha detto Keynes. Ma, nonostante la sua futilità e i crimini perpetrati durante la repressione delle proteste popolari, Washington la nasconderà e proteggerà. Come ha fatto con un altro assassino, Gonzalo Sánchez de Lozada e con così tanti altri. Tra poco sapremo quale sarà il risultato.

 

Bolivia

Il neoliberismo ha sofferto un'altra sconfitta in Bolivia, quando il presidente Evo Morales è stato rieletto con il 47,08 per cento dei voti contro il 36,51 per cento ottenuto da Carlos Mesa, il candidato della comunità dei cittadini. Sebbene il presidente abbia approfittato del 10,57 per cento dei voti nei confronti del suo avversario (oltre il 10% che stabilisce la legislazione boliviana per dichiararlo vincitore al primo turno) e che non vi era alcuna denuncia specifica di frode ma solo urla e urla dall'opposizione che chiede che venga votata la votazione. Coloro che guidano i nemici di Evo in Bolivia dagli Stati Uniti hanno la prevedibile collusione dell'OAS e di alcuni governi disastrosi nella regione come quelli in Argentina, Brasile, Cile, Colombia. Dicono che le irregolarità nella trasmissione e nella diffusione del controllo (spiegate in modo convincente dalle autorità boliviane) insieme alla reattività della differenza ottenuta da Evo (ma ovviamente al di sopra del 10%) ci obbligano a procedere in questo modo. In tal caso, queste virtuose vestali della democrazia dovrebbero ordinare senza ulteriori indugi l'annullamento delle elezioni presidenziali del 1960 negli Stati Uniti quando John F. Kennedy superò Richard Nixon di 0,17 centesimi (49,72 contro 49,55%) e fu investito come presidente senza affrontare alcun reclamo.

Mesa che ha perso con una differenza del 10,57 per cento farebbe bene a chiedere silenzio. Non lo farà, perché in un prodigio di divinazione (che, ovviamente, è andato storto) aveva anticipato la sua vittoria e che non avrebbe accettato un altro risultato che non fosse quello, come corrisponde a un democratico "fatto negli Stati Uniti". Se vinco, la scelta è stata pulita; se perdo, c'è stata una frode. Niente di nuovo: la destra non ha mai creduto nella democrazia, tanto meno a queste latitudini, chiede irresponsabilmente la disobbedienza civile e promuove scontri per "correggere" il risultato negato dai sondaggi. Evo, in un gesto che lo esalta, ha sfidato l'OSA a svolgere una valutazione completa del processo e che, trovasse prove di frode, tornerebbe immediatamente al voto. Sarà inutile, ma allo stesso modo il caposquadra Almagro invierà una missione in Bolivia per scuotere il calabrone e ostacolare il lavoro del governo. Sfortunatamente ci saranno persone che moriranno o subiranno gravi lesioni a causa dei disturbi che questa missione causerà. Naturalmente, i movimenti sociali della Bolivia non consentiranno forzare una votazione che trasformi in vincitore un perdente. Inoltre, non è un fatto secondario che i governi del Messico e quello nuovo dell'Argentina abbiano riconosciuto il trionfo di Evo, così come quelli di Cuba e della Repubblica Bolivariana del Venezuela. In sintesi: il ripristino del neoliberismo in Bolivia sembra essere tornato frustrato, per ulteriori sforzi compiuti dall'impero e dai suoi luogotenenti locali.

 

Argentina

In linea con questo quadro regionale caratterizzato da un clima ideologico diffuso di rigetto del neoliberismo prevalente, in Argentina l'esperienza neoliberista di Mauricio Macri è stata ripudiata dalle urne. In gran parte perché quello che è successo il 27 ottobre non è stato il primo turno delle elezioni presidenziali. Questo, infatti, si è svolto l'11 agosto, nei PASSES (elezioni primarie, aperte, simultanee e obbligatorie) e lì le diverse alleanze politiche hanno misurato le loro forze. Poiché in quella occasione è stato dimostrato che solo Mauricio Macri aveva i voti per sfidare il potere elettorale del Fronte di tutti, il presidente ha attirato le preferenze degli elettori di destra che nel PASO avevano optato per altre candidature (Juan José Gómez Centurión o José Luis Esperto, e alcuni di Roberto Lavagna) e probabilmente con un segmento di maggioranza del maggior afflusso di cittadini che hanno partecipato alle elezioni di domenica.

Ad ogni modo, ci sono alcune incognite che sono difficili da risolvere e che suscitano sempre più sospetti sospetti sull'autentico verdetto dei sondaggi. Ad esempio, è difficile comprendere il fatto che la formula di Fernández-Fernández abbia aumentato il suo flusso elettorale di circa 250.000 voti, diminuendo la sua percentuale di gravità rispetto al PASO di quasi l'1,5%. Sì, il suo rivale lo ha aumentato, ma che lo abbia fatto con 2.350.000 voti e quasi il sette e mezzo percento provoca almeno qualche curiosità. È ovvio che la macroeconomia ha beneficiato della fuga di voti verso la sua candidatura, ma la sua crescita sembra eccessiva come il poco che il Frente de Todos ha vissuto in un contesto di approfondimento della crisi economica come quella vissuta dall'Argentina negli ultimi due mesi. Un altro mistero dell'aritmetica elettorale è la posizione dei 900.000 voti ottenuti nel PASO dalle due candidature presidenziali del trotskismo e che sono state ridotte a poco più di 550.000 domenica scorsa. Che cosa è successo a quei 350.000 voti mancanti: sono evaporati, hanno votato per Macri?

Ci sono troppe domande che non possiamo risolvere qui, ma che alimentano il sospetto che ci potrebbe essere stata una frode informatica molto sofisticata che sarà sicuramente scoperta non appena il controllo finale delle elezioni sarà terminato. Ad ogni modo, al di là di queste inquisizioni, i quasi otto punti percentuali che separano Fernández de Macri (che possono essere aumentati quando si conoscono i dati definitivi) sono una differenza molto significativa. Si ricordi che nel secondo turno delle elezioni presidenziali di Macri del 2015, Daniel Scioli è stato battuto per due punti e mezzo, 2,68% in base al controllo finale.

La verità è che l'arduo compito di ricostruire l'economia e di guarire le ferite profonde che il macroismo ha lasciato nel tessuto sociale sarà possibile solo abbandonando le ricette del neoliberismo. Ciò in Argentina ha causato la crisi più grave della sua storia, peggiore del crollo traumatico della Convertibilità nel 2001. Sarà come salire un pendio ripido, perché Macri lascia il paese in profonda recessione, pieno di inflazione e con la disoccupazione a due cifre, con quasi il quaranta percento delle persone in povertà e un debito enorme, nel breve termine, nientemeno che con il FMI. Ma i focolai sociali del Cile e dell'Ecuador sono un eloquente deterrente per scoraggiare chiunque voglia consigliare al nuovo Presidente che ciò che deve essere fatto è emulare i risultati del neoliberismo come erano conosciuti in Cile.

Non voglio concludere questa visione panoramica dell'agonia del neoliberismo in America Latina senza menzionare la grave battuta d'arresto subita domenica scorsa dalla corrente ideologica liberista alle elezioni regionali della Colombia. L'autoproclamato Centro Democratico (che non è né l'uno né l'altro, ma una destra radicale e visceralmente antidemocratica), partito a cui appartengono Álvaro Uribe e l'attuale presidente Iván Duque, ha subito una grave sconfitta nelle due città principali del paese, Bogotá e Medellín. In entrambi i casi l'opposizione di centro sinistra si è imposta e l'uribismo ha prevalso solo in due dei 32 governatorati della Colombia. Sebbene sia prematuro anticipare qualsiasi previsione su ciò che potrebbe accadere alle elezioni presidenziali del 2022, la verità è che se non ci si aspettava un così brusco ostacolo alla destra ultra-liberista in Colombia. Un segnale molto positivo.

 

Uruguay

Né ho voluto chiudere queste linee, senza condividere la preoccupazione generata dal processo elettorale in Uruguay, nel cui primo turno il candidato del Frente Amplio e l'ex sindaco di Montevideo, Daniel Martínez, hanno ottenuto il 39,2% dei voti contro il 28,6% di Luis Lacalle Pou, del partito nazionale conservatore. Ciò prevede uno scontro ravvicinato nel voto che si svolgerà il 24 novembre perché le rimanenti forze politiche della destra hanno promesso il loro sostegno a Lacalle Pou, inclusa la sfortunata novità della politica uruguaiana: il "bolsonarismo" incarnato nel partito Open Cabildo, guidato dall'ex comandante dell'esercito nazionale Guido Manini Ríos, ardente oppositore di qualsiasi pretesa di riesame dei casi di violazioni dei diritti umani perpetrati dalla dittatura in Uruguay e critico severo di tutta la legislazione progressista approvata dal Fronte Amplio in oltre quindici anni di governo. Non tutto è perduto, ma sono rimaste solo quattro settimane per convincere l'elettorato uruguaiano a eleggere un governo neoliberista in un momento in cui tale corrente si interrompe nel mezzo di tremendi sconvolgimenti sociali in Cile, in Ecuador, ad Haiti e prima in Messico, con Il trionfo di López Obrador, condannerebbe l’Uruguay a intraprendere un percorso che si è concluso con un clamoroso fallimento in tutti i paesi della regione. Sarebbe ingenuo pensare che ciò che ha prodotto un olocausto sociale senza precedenti in Messico, dopo 36 anni (1982-2018) di co-governo FMI-PRI-PAN; o la crisi molto grave che affligge l'Argentina e la debacle che divora il Cile e l'Ecuador possono dare alla luce un risultato virtuoso nella nazione della River Plate. Molto dovrà lavorare sul vasto fronte per far sì che i loro connazionali osservino attentamente la scena regionale ed estraggano le proprie conseguenze.

Mettiamo fine a questa visione panoramica delle vicissitudini dell'agonia e della morte del neoliberismo in America Latina. Il morto è morto, ma ciò che germoglierà dalle sue ceneri non è facile da comprendere. Sarà dettato, come tutti i processi sociali, dalle vicissitudini della lotta di classe, dalla chiaroveggenza delle forze guida del processo di ricostruzione economica e sociale; per la sua audacia di affrontare ogni tipo di contingenza e preservare la preziosa unità delle forze politiche e sociali democratiche e di sinistra; per il suo coraggio di interrompere i piani e le iniziative dei leader del passato, dei guardiani del vecchio ordine; per l'efficienza con cui il campo popolare tumultuoso è organizzato e consapevole di affrontare i suoi nemici di classe, l'impero e i suoi alleati, il capitalismo come sistema, che ha enormi risorse a sua disposizione per preservare i suoi privilegi.

Sarà un compito erculeo, ma non impossibile. "Tempi interessanti" e in gravidanza con un grande potenziale di cambiamento stanno arrivando. L'incertezza domina la scena, come sempre accade in tutti i punti di svolta della storia. Ma dove c'è assoluta certezza è che nessun altro in America Latina può ingannare il nostro popolo o fingere di vincere le elezioni, dicendo che "dobbiamo imitare il modello cileno", o seguire i passi del "miglior studente" del Washington Consensus. Questo è ciò che per decenni hanno raccomandato - invano, visto il verdetto finale della storia - il precedentemente loquace e ora silenzioso Mario Vargas Llosa, accanto alla pletora di pubblicisti del neoliberismo che hanno imposto i loro errori e sofismi con arroganza grazie al loro inserimento privilegiato in oligopoli mediatici e dispositivi di propaganda sulla destra.

Ma questo è già passato. E non commetteremo l'imbecillità di fingere di sfoggiare una "neutralità" o buone maniere non plausibili quando respinge questa corrente ideologica nei suoi funerali, augurandogli di "riposare in pace", come viene fatto con coloro che hanno lasciato un segno virtuoso sul loro passaggio attraverso questo mondo. Quello che diremo invece è: "Vai all'inferno, maledetto, per eliminare i crimini che tu e i tuoi mentori avete perpetrato!"

Malebolge è il nome dato all'ottavo cerchio dell'Inferno nella Divina Commedia. Quello dove sono puniti i fraudolenti. Da qui prende il nome e il via l'intensa mostra firmata Desiderio, che fino al 20 ottobre sarà visitabile nella suggestiva Chiesa di Sant'Angelo ad Amelia (Terni). I quadri di Desiderio prendono il posto delle pale e degli affreschi una volta dedicati a santi e angeli, creando un mix perfetto con un ambiente che si divide tra sacro e profano.

A voler cercare il ruolo del Parlamento Europeo nella decisionalità politica della UE c’è spesso da perdere tempo e pazienza. Ma visto il voto che autorizza la proibizione dei simboli della vittoria sovietica sul nazismo, ci si chiede se in fondo, quello di occuparsi delle diciture sulle scatolette di tonno, non sia davvero l’unica funzione possibile per una Assemblea che quando emette prese di posizioni politiche scende al di sotto di ogni ignoranza.

Il voto in sé vale meno dei commenti che ne sono seguiti. Non ha nessun valore giuridico e, meno che mai, storico. Ha però un valore simbolico e politico, laddove quello che si ritiene il tempio del liberalismo vota a favore della censura di stato nei nuovi regimi di destra dell’Est Europa. In premessa andrebbe spiegato agli euro ignoranti che se il socialismo sovietico non avesse trionfato sul nazifascismo italo-tedesco, il Parlamento Europeo non sarebbe esistito. L’esistenza delle istituzioni europee, per inutili che siano divenute, è anche il risultato di una idea dell’unificazione continentale nata dal Manifesto di Ventotene di Altiero Spinelli, confinato dal fascismo.

Qualche cenno di storia non farebbe male agli eurodeputati. Il nazismo e il fascismo sono stati la reazione delle classi padronali alla vittoria della Rivoluzione d’Ottobre (1917), che pose all’attenzione di centinaia di milioni di contadini e proletari in tutta Europa la questione del rovesciamento del dominio delle aristocrazie e dell’ordine monarchico imperante. Il nazismo e il fascismo, nati con il sostegno economico e politico delle borghesie internazionali, sono stati gli strumenti che il nascente capitalismo europeo utilizzò per piegare alle sue esigenze di dominio centinaia di milioni di lavoratori che potevano essere attratti dalla crescente influenza dell’esperienza sovietica.

Ad Ovest nasceva la seconda rivoluzione industriale che, con l’industrializzazione massiccia in Europa e negli Stati Uniti, cambiava la dottrina economica e la prospettiva politica. Ci fu un riassetto generale del dominio economico e politico che il grande padronato e i liberali decisero di perseguire attraverso una prova di forza definitiva offrendo il massimo sostegno a Mussolini prima e ad Hitler poi. Nello specifico dei due paesi, il nazismo fu la risposta del padronato alla crisi economica della repubblica di Weimar in Germania e il fascismo fu la reazione al biennio rosso (1920-21) che mise in discussione il potere degli agrari sull’Italia.

Dire, come nel documento votato a Strasburgo, che il patto Molotov-Von Ribbentropp fu la causa della Seconda Guerra Mondiale, significa professare ignoranza a mani basse e senza ritegno. Al contrario, fu semmai il Patto di Monaco, del 29 Settembre 1938, con Francia e Gran Bretagna ai piedi di Hitler, ad aprire la strada al Terzo Reich.

A Monaco i capi di stato e di governo di Francia, Regno Unito, Italia e Germania firmarono infatti un documento con cui veniva permesso alla Germania di annettersi gran parte della Cecoslovacchia.  I leader inglesi e francesi al loro ritorno in patria furono accolti da festeggiamenti ma gli accordi di Monaco non servirono a fermare la guerra, ma solo a  rimandarla di un anno. Furono anzi funzionali all’accumulo di forza del Terzo Reich e ritardarono di un anno la reazione anglo-francese alla sua conquista dell’Europa.

Proprio la codardia francese ed inglese obbligò Stalin a tutelarsi in un contesto nel quale la Russia appariva internazionalmente isolata e nel ruolo di obbiettivo finale dell’aggressione nazifascista. Il 23 agosto del 1939 venne quindi firmato il patto Molotov-Von Ribbentropp (non un accordo di pace bensì un patto di non aggressione) in forza del quale la Russia ebbe tempo e modo di reperire armi a sufficienza e ricostruire il suo esercito per fermare l’attacco nazifascista. Senza quel patto i russi non avrebbero potuto dare vita successivamente alla resistenza eroica di Stalingrado, dalla quale ebbe inizio la controffensiva che portò l’Armata rossa a Berlino.

Ma indipendentemente da come si voglia analizzare lo sfondo storico nel quale nacque il nazifascismo e la Seconda Guerra Mondiale, è folle anche solo ipotizzare la possibile equiparazione tra l’orrore nazifascista e il socialismo sovietico. In primo luogo sotto l’aspetto dottrinario, laddove il nazismo rivendica una superiorità della razza ariana e un destino di dominio continentale, prevede la soppressione di un intero popolo (gli ebrei) e il genocidio di un altro (i Rom) e ritiene i confini della Germania coincidenti con quelli dell’Europa. Con la “soluzione finale” il Nazismo pose inoltre sullo scenario mondiale non solo la Shoah ma anche l’idea dello sterminio di massa, fino a quel momento assente da ogni teoria politica e scuola militare.

Al contrario, il socialismo russo propose la liberazione dei popoli, mise sulla scena russa la liberazione dalla tirannide monarchica e definì il concetto di classe quale motore della trasformazione sociale, assegnando al proletariato contadino un ruolo di centralità politica sconosciuto fino a quel momento.

Il nazismo è l’espressione estrema del dominio della borghesia, mentre il socialismo assegna alla classe contadina il protagonismo del processo rivoluzionario e il ruolo di “classe generale”, quella cioè che nella sua emancipazione e nella difesa dei suoi interessi vede l’affermarsi dell’interesse generale, divenendo il motore del progresso dell’insieme della società.

E la vittoria sul nazifascismo ad opera del socialismo è proprio quella di una ideologia di liberazione contro una di oppressione. Nonostante le falsità storiche propinate dalla propaganda statunitense, l’Europa venne liberata dai soldati dell’Armata Rossa, l’esercito dell’Unione Sovietica. I russi, che per il Terzo Reich erano la tappa finale per raggiungere il completo dominio europeo, pagarono con 22 milioni di morti - ed altri cinque di feriti gravi - la libertà di noi europei, oltre che la loro. Fu l’Armata Rossa che resistette eroicamente a Stalingrado contro i battaglioni nazisti e sconfisse sul Don la Wermacht e l’esercito fascista italiano, dando inizio alla controffensiva che portò alla cacciata dei nazisti dall'Unione Sovietica e da ogni paese dell’Est europeo e che culminò con l’arrivo a Berlino.

Furono i soldati russi (e non gli americani come racconta con ansia da Oscar Roberto Benigni nel film La vita è bella) a spalancare i cancelli di Auswitz, di Majdanek, di Belzec, Sobibor e Treblinka, di Stutthof, Sachsenhausen e Ravensbrück, i campi di sterminio nazista sparsi in tutta l’Europa dell’Est. La bandiera rossa dell’Unione Sovietica sventolò infine sul Reichstag come monito a non tentare di ripetere la più stolta delle avventure, quella d’immaginare di conquistare i territori russi e di soggiogare l’Europa intera.

Nel documento votato l'altro giorno da fascisti, leghisti, liberali e socialisti europei (pur con alcuni significativi distinguo) emerge una strana logica: quella che vede i liberatori equiparati agli aggressori, gli aguzzini simili a coloro che ci liberano da essi. Che Estonia, Lettonia e Lituania, insieme all’Ungheria di Orban, plaudano al voto, non è casuale. Quella di equiparare le ideologie è una mossa sporca che serve a stendere un velo sugli avvenimenti storici, che videro proprio le repubbliche baltiche esercitare un ruolo di primo piano nelle atrocità naziste. Insieme ai croati di Ante Pavelic – i famigerati Ustascia - composero i peggiori battaglioni delle SS e si specializzarono nel compiere le efferatezze che gli stessi tedeschi erano riluttanti ad eseguire.

C'è da aggiungere che risulta assordante il silenzio delle diverse comunità ebraiche di fronte ad una presa di posizione che, in primo luogo, è uno schiaffo in faccia a un popolo che ha liberato centinaia di migliaia di ebrei dalle camere a gas. Inevitabile chiedersi se la Shoah viene tirata fuori solo quando si tratta di cercare giustificazioni ai crimini in Medio Oriente.

Il voto del Parlamento Europeo è in sostanza una pagina nera, per quanto non l'unica, della pur breve storia dell'istituzione. Invece di impegnarsi contro i rigurgiti di neofascismo gli si accarezza il pelo, pensando forse, come a Monaco nel 1938, che blandire l'orrore sia utile a ridurne il pericolo. Tra i voti a favore dell’ignobile documento spicca quello di Giuliano Pisapia, ex sindaco di Milano, ex esponente di Sel, ex esponente di Rifondazione Comunista. Difficile trovare una spiegazione che non sia quella di una leggerezza personale e politica che ne ha sempre contraddistinto la vacuità.

Paradossale invece che la destra italiana, fritto misto di fascisti e nostalgici, definisca il fascismo un’opinione (mentre è un crimine) e in conseguenza chieda di non applicare la sacrosanta Legge Scelba con la scusa della libertà di espressione, ma poi in Europa vota perché la storia di chi li ha sconfitti non debba avere rappresentanza pubblica. Si conferma quanto sostenuto da Giancarlo Pajetta, comunista e partigiano, in uno scontro televisivo con il MSI del fucilatore Almirante: “Siccome abbiamo vinto noi - disse il dirigente comunista - siamo qui a parlare. Se aveste vinto voi, io sarei in esilio o morto”.

Il progetto ideato da Piet Grobler e Tobias Hickey (fondatori dell'International Center for the Picture Book in Society presso l'Università di Worcester, Regno Unito), implica diversi coefficienti opportunamente connessi. Infatti, Migrations: Open Hearts, Open Borders”, ha previsto tre inscindibili steps che hanno finito per fondersi in un risultato di rara bellezza ed efficacia.

 

Tutto parte da una chiamata all'azione, attraverso passaparola e social network, coinvolgendo illustratori/disegnatori - famosi e non - con l'invito a focalizzare estro e genialità sul grande immaginario degli uccelli migratori, comparandolo idealmente alle traversate dei piccoli rifugiati in fuga dalle guerre e dalla fame.

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