Per la Convenzione delle Nazioni Unite sussiste un distinguo fra due terminologie: human traffiking (tratta degli esseri umani) e migrant smuggling (traffico di migranti), riferendosi a una sola tipologia di criminalità organizzata transnazionale nella quale non si esclude il collegamento tra due fenomenologie.

 

E' estremamente complicato smantellare le organizzazioni di trafficanti, lo è molto di più rispetto alle associazioni a delinquere di stampo mafioso: ne è convinto Maurizio Scalia, ex Procuratore aggiunto di Palermo, che più volte ha coordinato indagini su scafisti responsabili della morte per decine di profughi nel Canale di Sicilia, durante le traversate. Ciò nonostante, dietro l'enorme giro di vite  barattate da un punto all'altro dell'Africa fino alle coste del Mediterraneo, qualcosa siamo riusciti a capire.

 

Tratta e traffico permangono giuridicamente concetti distinti, una differenza che pare ormai superata dagli eventi. Le organizzazioni criminali sviluppano canali “umani” allo stesso modo con cui manovrano illecitamente armi, droga, auto rubate, attraverso l'impiego di medesimi metodi, rendendo complicato individuare una o un'altra situazione.

 

Questa labilità giuridica rende ancor più tortuosa l'attività investigativa: se nella tratta di esseri umani resta implicito il concetto di reclutare persone dal loro territorio, con coercizione e violenza al solo scopo di profitto (laddove il trafficante includa sfruttamento sessuale, lavorativo o espianto d'organi, in sostanza applicando una vera e propria forma di moderno schiavismo), per “traffico”  - o contrabbando - di migranti, s'intende invece l'ottenere implicitamente vantaggi materiali o finanziari dal trasporto illegale di persone da un Paese a un altro.

 

A ridosso delle coste nordafricane fino alle porte dell'Europa, le organizzazioni di trafficanti che gestiscono questi viaggi pianificano le traversate su mezzi che, già alla partenza, versano in condizioni precarie, in modo da rendere doveroso l'azione di soccorso sollecitata, non di rado, nei tratti di mare ancora poco distanti dal porto d'imbarco.

 

A Sabrata, in Libia, ottanta chilometri a ovest di Tripoli, punto di partenza per migliaia di migranti che tentano la traversata verso l'Europa, un al-jorf, un promontorio, una sorta di baia si trasforma in fossa comune all'indomani d'ogni naufragio. Un altro cimitero sorge in terra di nessuno, trenta chilometri più a sud: è qui che imperversa il business del traffico degli esseri umani su cui alcuni personaggi noti al Dipartimento anti migrazione libico e agli investigatori internazionali, hanno fondato un impero economico.

 

Come Ahmed Dabbashi, (o Al-Ammu, come si fa chiamare), ex combattente “eroe” contro le forze dell'ex regime di Muammar Gheddafi, convertito al remunerativo traffico di migranti grazie al quale sembra aver accumulato una fortuna, al punto da formare la più potente milizia locale,  aggiudicandosi il controllo anche per l'impianto dell'Eni, Mellitah Oil&Gas, a quaranta chilometri da Sabrata. Suo diretto concorrente è il dottor Mussab Abu Ghrein, che pare abbia lavorato benissimo con i migranti subsahariani stipandone a centinaia in vari alloggi sparsi alla periferia della città, fra cui molti bambini; la fetta più consistente di denaro, però, spettava alla guardia costiera libica.

 

La stessa cui l'Unione Europea aveva chiesto di fermare la tratta, la stessa finanziata con fondi dell'Ue, ufficialmente incaricata dal comando centrale al pattugliamento, mentre sono stati proprio i suoi alti graduati a regolarne traffici e dividerne guadagni. Secondo una fonte militare libica sopravvissuta a due attentati, a capo di questo affare infernale c'era Al-Bija, al secolo, Abdurahman Milad, ex comandante deferito della guardia costiera di Zawiya, attualmente indagato dagli ispettori ONU, con conti congelati (solo nel 2016 la torta ammontava a 2 miliardi) e restrizione negli spostamenti.

 

Secondo l'organo di controllo Frontex, i guadagni scaturiti dal traffico dei migranti - insieme a quello d'esseri umani a fini di sfruttamento sessuale e lavorativo - hanno superato il ricavo netto per  traffico d'armi e droga. Inoltre, i “negoziatori” farebbero sempre più ricorso a Facebook. Attraverso il social media, essi pubblicizzano “i servizi” e i prezzi, organizzando luoghi e tempi di viaggio: un business coordinato su scala globale.

 

Dunque, questi sono i fatti nudi e crudi, ma come uscirne? Se gli europei, al riguardo, non hanno le idee chiare, gli africani, probabilmente, sì. Con la premessa che i flussi migratori sono sempre esistiti e che ad essi non bisogna opporsi, perché è nella natura dell'uomo muoversi da un territorio all'altro per conseguire una vita più sicura e accettabile, e riaffermato che ciò resti un diritto inalienabile per ogni essere umano, si resta convinti che tali flussi debbano essere accolti con regole di civiltà, secondo valori laici e democratici.

 

Tuttavia, qui non parliamo del fenomeno legato all'immigrazione tout court e nemmeno degli “sbarchi” in quanto tali, bensì di una potente rete criminale che si avvale di connivenze negli apparati statali di vari Paesi. Tutto ciò non ha nulla a che vedere con il principio d'umanità, tanto meno con qualsivoglia senso “illuministico” legato all'accoglienza. Una diatriba in corso, orchestrata da due forze politiche - una all'opposizione, l'altra al governo - divide nettamente l'opinione pubblica, malgrado in queste due circostanze allo stesso modo drammatiche - migrazione regolare e traffico d'esseri umani - persiste una sostanziale differenza.

 

“Il traffico di esseri umani nel mondo frutta 150 miliardi di dollari alle mafie, di cui 100 miliardi vengono dalla tratta degli africani. Ogni donna trafficata frutta alla mafia nigeriana 60 mila euro. Trafficandone 100mila in Italia, la mafia nuove un giro di 600 milioni di euro l’anno. Nessun africano verrebbe di sua volontà, se sapesse la verità su cosa lo attende in Europa. Non mi infilo nell’eterna guerra civile italiana basata su fazioni e non contenuti, ma da afro discendente italiano e immigrato ora negli Stati Uniti, credo sia arrivato il momento di parlare e trattare l’immigrazione o meglio la mobilità come un problema e fenomeno strutturale che ha vari livelli e non come uno strumento per fare politica o da trascinarsi come i figli contesi di due genitori che li usano per il loro divorzio come arma di ricatto (…).”

 

La lettera del regista italiano d'origine ghanese, Fred Kuwornu, resa nota su vari quotidiani nazionali, può dirla lunga sulla realtà dei fatti, di come tutto cominciò sfruttando l'emotività psicologica dei primi naufragi sui gommoni, proseguendo come stimolo a un esodo dall'Africa, dall'Asia, violando sistematicamente ogni norma per la tutela della vita, creando traffici di droga e prostituzione, danneggiando per di più, la condizione economica nei paesi di provenienza.

 

Come sappiamo, dalle “carrette del mare” si è presto passati alle strapagate navi delle ONG, per consentire un trasbordo più sicuro alle flotte di migranti: ma anche in questo caso, Kuwornu ci va giù pesante. Secondo il regista italo-ghanese, le ONG insieme alle associazioni umanitarie impegnate a favorire gli imbarchi, nonché all'intreccio d'aziende locali, settori corrotti della Marina e intrallazzatori vari, forniscono una copertura a uno dei più grandi e complessi traffici criminali dell'era moderna.

 

Il parallelo è semplice: se esistono traversate, sbarchi e morti nel Mediterraneo è perché si consente a largo raggio il traffico degli imbarchi; un lavoro sporco gestito alla base d'associazioni criminali a scopo di lucro, con imbarcazioni che, spesso, agli inizi, erano “gentilmente” restituite affinché i trafficanti potessero continuare indisturbati la loro tratta. Ciò non vuol dire che non si debbano accogliere coloro che arrivano stremati sulle coste della Sicilia, è fuori discussione. Vuol dire che si deve impedire che avvengano gli imbarchi e per farlo non affidarsi alle galere libiche, ma ad una task force che coinvolga più unità transnazionali dirette dall'ONU, vuol dire, soprattutto, intervenire duramente nei luoghi dove si originano gli imbarchi, annientando “fisicamente” le imprese criminali che gestiscono il traffico.

 

Ancora Kuworno: “ (…)  Io non so se lei ha mai vissuto o lavorato nell’Africa vera e che Africani conosce in Italia o se da giornalista si informa su testate anche non italiane, ma il traffico di esseri umani con annessi accessori vari (bambini, organi, prostituzione), non è un fenomeno che riguarda solo l’italietta dei porti sì o porti no, ma è un fenomeno globale che fattura alle mafie africane, asiatiche, messicane, 100 - e ripeto 100 - miliardi di dollari l’anno. Soldi che non vengono certo redistribuiti alla popolazione povera di questi paesi, ma usati per soggiogarla ancora di più con angherie di ogni genere, destabilizzarne i già precari equilibri politici, reinvestirli in droga e armi.

 

Si è mai chiesto perché, a parità di condizioni di povertà e credenza che l’Europa sia una bengodi, quelli che arrivano da Mozambico, Angola, Kenya sono pochissimi, o quelli che arrivano dal Ghana (il Ghana che è il mio Paese d’origine ha una crescita del PIL del 7% e una situazione di assenza di guerre e persecuzioni), provano a venire?Perché esiste una cosa chiamata Mafia Nigeriana e pubblicizza nei villaggi che per 300 euro in 4 settimane è possibile venire in Italia e da lì se vogliono anche in altri Paesi Europei. Salvo poi fregarli appena salgono su un furgone aumentandogli all’improvviso la fee di altri 1000 $, la quale aumenta di nuovo quando arrivano in Libia dove gliene chiedono altri 1000 dollari per la traversata finale. Il tutto non in 4 settimane come promettono, ma con un tempo di attesa medio di un anno.

 

In questo ci aggiungo minori che vengono affidati a donne che non sono le loro veri madri, che poi spariranno una volta sistemate le cose in Europa e di centinaia di altre donne che saranno invece dirottare a fare le prostitute, ognuna delle quale vale 60 mila euro d’incasso per la mafia stessa. Solo trafficandone 100.000 verso l’Italia la mafia nigeriana muove un giro di affari di 600 milioni di euro l’anno.

 

A questo si somma quello che perde l’Africa: risorse giovani. Ho conosciuto ghanesi che hanno venduto il taxi o le proprie piccole mandrie per venire in Europa e ritrovarsi su una strada a elemosinare o a guadagnare 3 euro l’ora, se gli va bene, trattati come bestie e che non riescono neanche a mettere ovviamente da parte un capitale come era nei loro progetti. E anche se desiderano tornare non lo faranno mai per la vergogna perché non saprebbero cosa dire al villaggio, non saprebbero come giustificare quei soldi spesi per arrivare in Europa, anzi alimentano altre partenze facendosi selfies su Facebook, che tutto va bene per non dire la verità per vergogna e quindi altri giovani (diciottenni, non scolarizzati), cercano di venire qui perché pensano che sia facile arricchirsi. Che senso ha sostenere che questo traffico di “schiavi” e questa truffa criminale della mafia nigeriana, come quelle asiatiche in Asia, deve continuare? (…).

 

Gli ultimi gommoni a rischio affondamento (partiti subito dopo che il governo ha chiuso i porti alle ONG), erano in un certo senso, “previsti” dai trafficanti (la notizia è stata data per certa dal Corriere della Sera). Sono criminali che conoscono benissimo l'enorme portata emotiva e l'effetto psicologico che la morte in mare produce sull'opinione pubblica; del resto è proprio con questo metodo, naufragi più o meno programmati  con uomini, donne e bambini a bordo, che tutto ebbe inizio.

 

E se dunque il sogno di lasciare l'Africa e l'Asia per raggiungere l'Europa è antico quanto il colonialismo che ha impoverito questi continenti, la ramificazione di un traffico internazionale dietro esborso di cifre altissime senza passare per dogane, aeroporti con documenti alla mano, resta invece un fenomeno che si è allargato a dismisura in pochi anni. Per chi arriva in Libia, dopo settimane o addirittura mesi di sofferenze e non ha soldi per pagare gli extra richiesti, nell'impossibilità di tornare indietro, non resta altro che la schiavitù nei campi profughi e in altri lager, anche questi gestiti da bande più o meno legali, se non da altri sfruttatori.

 

Sicuramente migliore rispetto a venticinque anni fa ma, di certo, ancora lontana dalla parità di diritti, la condizione delle donne, nel 2019 e secondo uno studio globale IPSOS Mori, rappresenta una sfida ancora aperta verso il superamento del gender gap.

 

Per il 40 per cento degli italiani sono molte le questioni da risolvere per raggiungere una completa parità di genere: quella più lunga e tortuosa è l’accesso ai ruoli apicali in politica e nel mondo del lavoro, senza trascurare la parità nella cura della casa e dei figli. Dimensioni, queste, che nelle previsioni degli italiani sono avvolte dall’alone più scuro: gli abitanti del Belpaese sono poco (o niente) fiduciosi relativamente alla prospettiva di colmare il gap di genere nei settori citati.

Oltre il perimetro giuridico dell’istituto della cittadinanza, è invisibile l’esistenza di un abitare migrante, sotto il cui tetto si nasconde una complessità che travalica la prospettiva dell’alloggio come spazio fisico e raggiunge il concetto di casa come “nodo di molteplici interazioni e come possibilità di accedere agli spazi della vita urbana”, si legge nel report “Geografie dell’abitare migrante e diritto alla città”, redatto da Actionaid.

 

Da un punto di vista generale, il problema italiano non è l’assenza di alloggi ma l’incalzante corsa alla proprietà privata che esclude drammaticamente le persone vulnerabili con l’aggravante del progressivo restringimento delle politiche abitative pubbliche. “In questo scenario - dice il report - i migranti rappresentano una fascia particolarmente debole della domanda abitativa in Italia”.

 

Per la condizione di svantaggio economico che li inquadra nelle fasce più basse della stratificazione dei redditi e per la posizione sociale e giuridica, ai migranti viene riservato il settore più degradato e inadeguato del patrimonio abitativo, sia per gli spazi sia per le caratteristiche strutturali degli immobili che, altrimenti, non potrebbero essere collocati sul mercato.

 

Sebbene in Italia sia difficile “riscontrare situazioni di vera e propria segregazione residenziale”, ciò non esclude la presenza di processi di ghettizzazione e marginalizzazione: perché alle dinamiche di concentrazione abitativa si associano pratiche pubbliche e discorsi politici fortemente “razzializzanti”.

 

Dal decreto Sicurezza e immigrazione in poi, infatti, la “rinegoziazione al ribasso degli standard di accoglienza, le lungaggini del processo burocratico di valutazione della richiesta di asilo, la residualità di percorsi di reale inclusione e la difficoltà nel raggiungimento dell’autonomia per le persone in uscita dall’accoglienza” aumentano i cittadini stranieri esposti ai rischi del disagio abitativo.

 

Sul quale, seppure non esistano tanti studi al riguardo, riferibili a richiedenti asilo e titolari di protezione internazionale, la tendenza alla crescita di situazione abitativa informale è elevata.

 

Oltre ai noti ghetti del sud Italia e alle baraccopoli vicino ai CARA, sono proliferate sistemazioni informali, soprattutto fra coloro che sono usciti dal sistema di accoglienza istituzionale privi di strumenti di orientamento nel mercato della casa o mossi da percorsi di rivendicazione di diritti.

 

Queste forme del (dis)abitare migrante si concretizzano nell’impossibilità di iscrizione anagrafica e nelle pratiche discriminatorie (e illegittime) delle amministrazioni locali che si perdono in un dedalo di ordinanze comunali e di circolari varie di difficile tracciabilità.

Sempre al passo con i tempi, sa adattarsi ai gusti e alle abitudini degli italiani. A volte, anche anticipandoli, senza zone franche: la criminalità è, sempre più spesso, ospite indesiderata nelle tavole degli abitanti del Belpaese. Tanto che, rispetto a due anni fa, il sesto Rapporto sui crimini agroalimentari, redatto da Euispes, Coldiretti e Osservatorio sulla criminalità nell’agricoltura e sul sistema agroalimentare, stima una crescita delle fatturato delle agromafie, quantificabile in almeno ventiquattro milioni e mezzo di euro, circa il 10 per cento del fatturato totale generato da affari illeciti.

I sentimenti sono estremizzati. Le sofferenze sono quotidiane. Alcune sono madri. Sono Donne in transizione, raccontate nella ricerca de La società della regione, intervistate nelle carceri di Pisa e Sollicciano, che descrivono l’esperienza femminile della reclusione. Emerge la centralità del fattore emotivo: un’emotività a volte cieca, che spinge a conflittualità e aggressività: “Siccome in carcere non si sceglie con chi stare, c’è un problema di quotidiana gestione degli spazi e delle cose”, si legge.

 

Perché la cella, sebbene debba essere condivisa, è sempre vissuta come spazio di privacy (anche simbolicamente). E “la perdita di controllo sugli spazi e sulle relazioni (…) può appesantire i rapporti che possono, però, anche essere coltivati” perché le celle degli istituti presi in esame sono aperte per dodici ore al giorno.

 

Per sollevarsi dalla pervasività del carcere, le detenute fanno uno sforzo attivo per la cura dell’ambiente: oltre che per l’adattamento, prendersene cura diventa un fattore di protezione: “In media, le donne hanno risorse e questo permette che il tempo scorra abbastanza adeguatamente, fatta salva la privazione della libertà, il carcere è carcere ma sembrano più attrezzate a reggerlo”. Forse perché “in genere, le donne fanno gruppo e si oppongono a chi si isola”, rimandando all’importanza della dimensione collettiva e della cura dell’altra. Che “riempie di significato le relazioni”, diventando una risorsa fondamentale di resilienza al carcere.

 

La cura dell’altra, infatti, non si esaurisce nell’accudimento ma libera “competenze di natura intellettiva, potenziando le capacità di stare al mondo”. Per esempio, in luogo “della dinamica caotica del rapporto fra donne, compare l’immagine di donne che sanno elaborare il conflitto e gestirlo in modo da non diventare violente”. Mentre la cura del sé è, più che altro, “un aggancio alla continuità col fuori carcere”.

 

La loro più grande sofferenza deriva dal carattere totalizzante della dipendenza, non solo come conseguenza connaturata alla detenzione, ma anche per i meccanismi di “minorazione” che sono vissuti come mortificazione dell’identità. Perché non sono messe in grado di conoscere e comprendere e perciò di acquisire elementi per costruire la propria “mappa cognitiva”, conducendole a una “infantilizzazione”, incapaci di mettere all’opera le “abilità di vita” proprie dell’adulto. E “non sempre la domanda della donna detenuta è compresa nel suo reale e più profondo significato di ottenere una chiave di accesso agli imperscrutabili meccanismi che governano la propria esistenza”.

 

Ad elevare il livello di disagio in carcere, la lontananza dai figli, che una certa cultura punitiva e segregante presente in molte istituzioni aggrava: i rapporti materni sono spesso possibili (solo) per il percorso premiale che sembra suggerire l’idea che il mantenimento di questo legame non rientri nei diritti ma nelle concessioni subordinate alla dimostrazione della detenuta di essere una buona madre altrimenti sospetta di non meritare i figli.

 

E anche in carcere si fa sentire il peso delle impari opportunità: dalla carenza di percorsi formativi e ricreativi rivolte alle donne alle disparità economiche. Alla base, c’è da rimuovere una carenza strutturale di attenzione alle donne in carceri strutturalmente maschili. Insomma, “l’esperienza storica carceraria femminile acuisce la vista su alcuni aspetti che sono cruciali per progettare il cambiamento (…) e si rivela una fonte preziosa per pensare un carcere diverso e meno afflittivo: per donne, così come per uomini”.

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