Il test non era forse dei più probanti, ma la prima uscita ufficiale della Juventus targata Andrea Pirlo – che fino a non poche settimane fa non era nemmeno un allenatore – è vincente. Contro la Sampdoria finisce 3-0 per i Campioni d’Italia, che archiviano la pratica senza problemi.

La notizia migliore per i bianconeri è la prestazione del giovanissimo Dejan Kulusevski, che va a segno dopo soli 13 minuti – bel sinistro a giro dopo un’azione insistita di Cristiano Ronaldo – e conclude la gara come migliore in campo.

Nel finale, a chiudere i giochi ci pensano prima Bonucci, che raddoppia su azione da calcio d’angolo, poi il solito CR7, che – dopo una traversa nel primo tempo – buca Audero sull’assist di un ottimo Ramsey. Samp non pervenuta: solo nel finale occasioni per Quagliarella ed Ekdal.

Buono anche l’esordio del Napoli, che passa 2-0 sul campo del Parma. Decidono i soliti noti – Mertens e Insigne – ma Gattuso può gioire soprattutto per l’esordio di Osimhen. Entrato nella ripresa, il nigeriano diventa protagonista di quasi tutte le azioni offensive.

Stecca invece la Roma, che sul campo del Verona non va oltre lo 0-0. Con Milik nelle vesti di Godot e Dzeko misteriosamente convocato ma non schierato da Fonseca, per il momento i giallorossi sono drammaticamente a corto di soluzioni offensive.

Fra gli anticipi della prima giornata, vittoria meritata della Fiorentina contro il Torino. I viola s’impongono di misura: nel primo tempo due grandi occasioni per Kouamé, fermato da un grande Sirigu; nella ripresa dominio dei padroni di casa, che segnano con Castrovilli su assist di Chiesa e conquistano la prima vittoria della stagione.

Chiudono il quadro della domenica di calcio il pareggio per 1-1 fra Sassuolo e Cagliari (a segno Simeone e Bourabia) e la vittoria per 4-1 del Genoa sul Crotone (padroni di casa in gol con Destro, Pandev, Zappacosta e Pjaca, appena entrato; per gli ospiti rete del 2-1 di Riviere).

S’avanza uno strano mercato, fatto di scambi, di idee più o meno fantasiose e di pianificazioni approssimative, dato che la pandemia ha seriamente alterato ogni pianificazione degna di tal nome. Non ci sono soldi, il valore dei calciatori è nettamente diminuito come conseguenza della riduzione del valore di tornei che non possono contare più sul pubblico pagante nelle diverse competizioni e persino nei ritiri e sugli abbonamenti, che erano una base importante del tesoretto da utilizzare nel calciomercato. Ciò determina un generale incertezza sui passi da muovere per chi deve comprare e vendere in quantità importanti, ovvero le prime cinque.

La Juventus ha deciso di scommettere su Pirlo, accettando il rischio di un incarico privo di esperienza sulla panchina, figurarsi su una così “pesante”. In fondo un ragionamento intelligente quello fatto da Andrea Agnelli: se va male abbiamo perso una scommessa ma anche l’eventualità di non vincere in Europa ha già riguardato tecnici più esperti e titolati, da Allegri a Sarri. Dunque non può andare peggio e anche qualora perdesse il campionato, dopo 9 vittorie di fila non sarebbe certo un dramma. Comunque Pirlo è uomo di sapienza calcistica, pur essendo tutto da dimostrare il carisma. Sul mercato ci si muove con cautela. Licenziato in diretta tv Higuain, sulle spine per le pretese di rinnovo di Dybala (vuole 20 milioni l’anno), decisa a liberarsi di Matuidi, Bernardeschi e Douglas Costa, la Juve cerca comunque di rafforzarsi, anche se gli innesti, al momento, sono solo sulla carta: Dzeko dalla Roma e magari Vidal, quest’ultimo vuoi per averlo in squadra, vuoi per toglierlo a Conte. Kulusevski è invece l’acquisto di prospettiva, pur essendo già fortissimo e lo statunitense MacKennie la vera scommessa.

L’Inter, risolta (?) la querelle con il suo allenatore, si trova di fronte ad un bivio: accontentare Conte o insistere sulle intenzioni dichiarate da Suning sin dal suo arrivo a Milano? Perché la società cinese aveva deciso di puntare su prospetti italiani e giovani, mentre invece Conte predilige giocatori affermati e di alto livello. Pare che sia quest’ultima la tendenza vincente, dato che la ricerca di Kolarov, Vidal, Emerson Palmieri e Kantè indica con nettezza l’intenzione di vincere subito e la preferenza nell’aumento del monte stipendi piuttosto che nei cartellini. Conte, in fondo, non ha torto: se si vuole vincere non si possono schierare giovani prospetti, al massimo tentare di inserirne uno o due a stagione. Ma è pur vero che Godin, Young e Vidal non sono certo investimenti per il futuro: servono a provare a vincere subito. Salutati Borja Valero, Moses e Biraghi, sono sul mercato Gagliardini, Candreva, Vecino, Joao Mario, Perisic, Dalbert e Naingollan (gli ultimi quattro di ritorno dopo i prestiti). In caso di offerte interessanti via anche Brozovic e Skriniar e Godin. Ad ora l’unico acquisto è Hakimi, un vero fenomeno della fascia destra. La rinuncia a Tonali, che era in pugno (come già avvenne con Kulusevski) è appunto dettata dalla volontà di prendere giocatori decisi e decisivi. Tonali non ha dimostrato di essere un giocatore pronto per l’Inter e, come altri centrocampisti (vedi Verratti o Castrovilli) godono di stampa favorevole più che di risultati evidenti. Nessuno nega che con Barella e Verratti formerà il centrocampo azzurro, ma per ora all’Inter si ritiene servano profili più esperti. Insomma, i nerazzurri devono vendere per comprare. Kantè o N’Dombelè le soluzioni individuate, Messi è una operazione di marketing e d’immagine senza alcuna possibilità di concretizzarsi.

In casa Lazio, invece, si respira un’atmosfera d’incertezza. Dopo la delusione (e la brutta figura internazionale) sul caso David Silva, la società non è ancora riuscita a rilanciare un mercato adeguato alla stagione del ritorno in Champions League. Per ora, alla corte d’Inzaghi sono arrivati solo Escalante e Reina, mentre proseguono le trattative - estenuanti, in stile Lotito - per arrivare a Fares della Spal e a Muriqi del Fenerbache. Non proprio due nomi capaci di far sognare la piazza. Intanto, il capitolo più delicato è quello dei rinnovi: i prossimi nella lista sono Luiz Felipe e, soprattutto, Ciro Immobile, al quale sarà proposto un prolungamento dal 2023 al 2025. Anche se questi negoziati andassero in porto, non è detto che bastino a consolare Inzaghi, fin qui comprensibilmente amareggiato dal fatto che società non ha soddisfatto nessuna delle sue richieste (prima Fofana, Vertonghen e Kumbulla, poi De Paul).

Dal Napoli andranno via Koulibaly e Allan, oltre a Milik. L’arrivo di Osimhen, pagato a caro prezzo ma che sembra valerli tutti i denari investiti, si affianca a quelli di Diemme, Politano e Lobotka. Vi sono tutte le condizioni per dare a Gattuso lievito per un buon pane, ma il pacchetto arretrato dev’essere decisamente rinforzato se, come sembra, Koulibaly lascerà Napoli. Resta comunque una squadra incompleta ma capace di ogni risultato.

La Roma, che ha cambiato assetto proprietario, è quella maggiormente in difficoltà. I suoi punti di forza sono Zaniolo e Dzeko, con Kolarov e Diawarà a sostegno. Ma i secondi due sono già con le valigie in mano e lo stesso Dzeko approderà alla Juventus. D’altra èparte il patto di ferro tra Roma e Juve si era cementato proprio su Dzeko, quando i giallorossi rifiutarono di darlo all’Inter su richiesta della Juve. Dunque ora i bianconeri si accollano lo stipendio del 35enne bosniaco che non si muoverà senza un biennale, come minimo. La domanda è: atteso che i programmi giallorossi sono tarati sulla media-lunga distanza, con quale squadra pensa di competere nel prossimo campionato?

Il Milan, pur in preda ad una confusione societaria, vola su Tonali che l’Inter rifiuta e prova ad allestire un centrocampo con il ritorno di Bakayoko, ovvero un centrocampo statico. La situazione societaria non depone a favore di un grande mercato ma la sapienza calma di Pioli e l’abilità di Maldini potrebbero costruire una squadra competitiva.

L’Atalanta, ormai regolarmente piazzata tra le prime 5, ha messo le mani su un giocatore di valore, il russo 24enne Aleksey Miranchuk e arriva anche Cristian Romero. Sono due giocatori multiruolo, funzionali al gioco all’italiana di Gasperini. Il primo sarà perfetto anche per rimpiazzare Ilic.  Si dice che manchi la liquidità e che fino alla cessione di Koulibaly di contante se ne vedrà poco. Hai voglia quindi a prestiti con diritti o obblighi di riscatto, di ipervalutazioni e ammortamenti. La finanza calcistica è più creativa di quella dei governi. Un miliardo e 300 milioni l’anno all’erario resta l’unica cifra sicura.

Sarà martedì il giorno della resa dei conti tra Antonio Conte e l’Inter. A rendere tale l’appuntamento in sede tra il Presidente Steven Zhang e l’allenatore è stato quest’ultimo, che da ormai un mese a questa parte ha inanellato una serie di accuse, rimproveri e prese di distanza dalla società e dai giocatori (ricordare quando ricordò con un malcelato disprezzo la provenienza calcistica di Barella e Sensi).

E se non bastassero le insinuazioni poco eleganti verso alcuni dei suoi giocatori (peraltro tra i migliori a disposizione), ci sono da annoverare le parole pesanti contro dirigenti e società. Regolarmente, ad ogni sconfitta o pareggio a questa equivalente, Conte ha ritenuto di non dover fornire spiegazioni sugli errori di impostazione tattica, sullo stato di salute della squadra e sugli errori di formazione visibili ad ogni spettatore delle partite giocate.

Sin dai secondi tempi disastrosi contro Bayer Leverkusen e Barcellona, che avevano fatto seguito a primi tempi straordinariamente belli, testimoniando un crollo fisico e mentale imputabile alla guida tecnica e non a quella societaria, Conte diede inizio alle sue critiche sgrammaticate a telecamere e microfoni accesi. Nel suo incedere lessicale di difficile comprensione perché goffo tentativo di utilizzare un lessico metaforico, l’anno che Conte ha definito “micidiale”, “faticosissimo” ed altro ancora, si è caratterizzato per l’arrivo da secondi in campionato e Europa League, dopo essere stati eliminati da Coppa Italia e Champions League. Insomma, una discreta annata calcistica ma non certo una marcia trionfale, a proposito del bicchiere mezzo vuoto o mezzo pieno cui spesso Conte fa riferimento.

Ma le parole spese nel post finale di Europa League sono risultate persino ridicole. In primo luogo perché ha parlato di problemi familiari, insinuando che le mancanze societarie si sono riverberate in casa sua. Non è dato di sapere quale sia il confine tra le esagerazioni dell’allenatore e le bugie vere e proprie, ma quando parla di uno stress “spaventoso” ci viene spontanea una domanda: per caso guadagnare un milione di Euro al mese non è abbastanza per lo stress della famiglia Conte? Perché riteniamo che lo stress delle famiglie sia riscontrabile dove un milione di Euro non arrivi nemmeno in tutta la vita e non in un mese. Voleva forse guadagnare un milione di Euro al mese per starsene sereno e senza pensieri? Non basta l’assurdità di uno stipendio assurdo, immorale, sproporzionato a fronte del curriculum e dei risultati raggiunti?

Forse Conte è solo un furbone, che cerca di alzare polveroni quando si rende conto che dei suoi errori deve rispondere e non può trasformarli in altrui responsabilità. Sono innumerevoli gli errori e le scelte rivelatesi sbagliate, l’assenza di flessibilità tattica e l’incapacità di correggere gli schieramenti in corsa, oltre alla svalutazione di pezzi da 90 della società come Skriniar. Ma quando in una finale di Europa League si schiera Gagliardini e si mette in panchina per 80 minuti Eriksen, uno dei centrocampisti migliori del mondo, il calcio c’entra poco. C’entra la rabbia verso chi ha scelto di portarlo all’Inter perché è un affare straordinario, pazienza se Conte preferiva uno che costava il doppio con 10 anni di più; c’è la frustrazione di chi si rende conto di aver fatto scelte sbagliate ma dispone di un ego troppo grande per doverlo ammettere. Perché per Conte c’è il mondo esterno e c’è lui.

Chiederà l’allontanamento di Marotta e Ausilio, il ridimensionamento di Antonello e i pieni poteri nella gestione della squadra sapendo bene che l’Inter non gli condì cederà nemmeno uno di questi elementi. Ha solo bisogno di rompere e non può dire che vuole andarsene perché Suning non è il padre di un bambino viziato che vuole 8 fuoriclasse per vincere e poi dire che lui ha vinto. Nel post-Covid le spese saranno minime e Suning, che ha già speso 45 milioni per Hakimi (un laterale tra i migliori 3 al mondo), non ha intenzione di assecondare ogni capriccio.

Difficile che la situazione possa ricomporsi e l'Inter si è già tutelata contattando Max Allegri, che non gli è certo inferiore per titoli in bacheca pur guadagnando la metà vincendo. Conte dovrà quindi dimostrare di essere un uomo, prendere il cappello e salutare. L’Inter non lo licenzierà, l’harakiri è giapponese, non cinese. Meglio per lui che trovi un accordo economico accettabile per Suning: il licenziamento per giusta causa è nel novero delle cose possibili. Ci pare l’unica cosa sensata, dunque, accettare le condizioni che porrà Zhang. Se dovesse lasciare Milano senza un euro, allora si lo stress in famiglia sarebbe insopportabile.

Così come lo scudetto juventino non riesce a scaldare i cuori, il secondo posto in classifica dell’Inter si compone di luci ed ombre. Le luci hanno a che vedere con i numeri: l’Inter è arrivata ad un punto dalla vincitrice, ha 13 punti in più dello scorso anno e due posizioni più su in classifica, è la squadra con meno partite perse e con meno reti subite, la seconda per realizzazioni. Sono stati gli scontri diretti con la Juventus a condannarla? Forse, ma più ancora aver tirato fuori solo tre punti con Bologna, Parma e Fiorentina nelle ultime giornate.

Difetti di crescita e di personalità di una squadra incompleta e con un tasso tecnico inferiore a quello juventino, certo, ma al suo allenatore, Conte, le colpe di una mancata vittoria risultano essere altre. Ci sono nemici dentro e fuori, giocatori non all’altezza e mancati arrivi. Ovviamente nessun mea culpa da parte sua, che pure incassa un milione di Euro al mese che dovrebbe coprire anche le scuse dovute, oltre che vitto e alloggio.

Conte ha deciso di rovinare quella che comunque era stata una giornata positiva per il club lanciandosi in un violento e sgrammaticato j’accuse contro la società e i dirigenti, dopo che nel corso dell’anno la aveva già proposto nei confronti di alcuni suoi giocatori, quando ridusse pubblicamente Sensi e Barella ricordando che venivano da compagini poco blasonate (ma sono stati utilissimi nella stagione).

Nel suo conflitto permanente con la sintassi e la fonetica, Conte ha comunque indicato quale sia la strada: juventinizzarsi. Ovvero culto della vittoria non importa come, idea dei secondi quali primi perdenti, influenza politica e mediatica per avvantaggiarsi il cammino, silenzio su ciò che avviene in società e nella squadra, carta bianca al suo allenatore (che però alla Juve non hanno mai dato a nessuno, meno che mai a lui). Il capitano della Juve ai tempi di Moggi ha un’idea “moggiana” di cosa debba succedere fuori dal campo. Con ciò riconoscendo, implicitamente, che non è certo solo “sul campo” che si vincono i trofei.

Certo, l’Inter, sia quella di Moratti o di Zhang, non è la Juventus. Per stile, ideologia, comportamenti ma, soprattutto, per la capacità di esercitare influenza. La famiglia più importante (e nefasta) del capitalismo italiano pesa molto più che qualunque altra società. E la protezione mediatica non può essere la stessa, visto che due su tre dei maggiori quotidiani sportivi, così come i due principali quotidiani generalisti, sono della stessa proprietà della Juventus. L’Inter, in cambio, non dispone nemmeno di una quota del sistema mediatico, di conseguenza avere giornalisti simpatizzanti è difficilissimo, non dipendendo dall’Inter la carriera di nessun redattore, che invece ha tutti i motivi per non dare fastidio al suo gruppo editoriale (se vuole averla, quella carriera).

Poi c’è il discorso del potere politico, e qui la questione è ancor più seria e più complessa. Anche in Lega, come nell’AIA e nella FIGC, il peso bianconero è avvertito da testa a piedi. Il sistema Moggi non è finito con il regnare di Moggi ed alcuni legami, come del resto alcuni processi interni di selezione, conservano gli equilibri che vedono da sempre la società degli Agnelli al vertice e i suoi sodali al seguito, con i suoi oppositori ai margini.

Cosa, intende dunque, Conte, quando afferma che se c’è da colpire qualcuno si colpisce l’Inter? Fa piacere che se ne sia accorto perché é proprio quello che per anni la società nerazzurra ed altre hanno denunciato, ovvero lo sbilanciamento filo Juventus degli organi federali, del sistema mediatico, della finanza e della mercato dei giocatori; insomma non si svela nessun segreto se si dice che l’intero movimento calcistico nazionale aveva ed ha, nella Juventus, il suo deux ex machina.

Conte, che della Juventus più inquinante ed inquinata - quella con Moggi, Giraudo e Bettega - fu capitano, dovrebbe saperlo bene per essere stato direttamente coinvolto in quel sistema. Quindi, sapeva bene che l’Inter di quel sistema è vittima e non carnefice. Che si sia accorto stando sulla panchina nerazzurra di quanto quella rete di sistema riesca a condizionare i risultati sportivi, è evidente; che gli sia piaciuto prima è probabile, ma adesso sembra di no. E allora ripensi anche da questa esperienza, al valore ed ai numeri veri degli scudetti juventini.

Ma ci sono altri aspetti inquietanti nello strabordare di Conte. La campagna acquisti che Conte ritiene insufficiente ha visto l’arrivo di giocatori da lui voluti ad eccezione di Eriksen: ma non c’è allenatore europeo che non vorrebbe il campione danese nella sua squadra. Solo chi ha un’idea del calcio esclusivamente come grinta, corsa continua e prestanza fisica può ritenere la tecnica pura un elemento relativo (e infatti Eriksen va in panca e Candreva e Gagliardini sono lì a mangiarsi gol e cross). E se l’Inter ha giocato sempre buone, a volte ottime partite (con Barcellona e Borussia Dortmund le migliori in Champions, con l‘Atalanta in campionato) ma è durata al massimo 60 minuti prima del crollo fisico, davvero è colpa dei dirigenti? Se Gagliardini in due partite tra gol mangiati e gol procurati fa perdere 4 punti è colpa dei nemici o di chi lo schiera sapendo che ha i piedi fucilati?

L’attacco alla società, a cominciare dal suo Direttore Sportivo Piero Ausilio per finire al suo Presidente Zhang (e in qualche modo anche al suo sponsor, Marotta), è indegno e inconcepibile per qualunque dipendente, non importa quale sia il suo ruolo e stipendio. Ausilio è quello che ha preso uno come Lautaro a 20 milioni (ed oggi ne vale più di cento), Sensi e Barella, Bastoni e Sanchez in prestito oneroso; quello che lo ha liberato da Icardi, Naingollan e Perisic e che gli ha comprato i giocatori che chiedeva: Lukaku a 80 milioni, lo scarsissimo Lazaro (22 milioni) Moses e Young. Non ha preso Vidal? Il Barcellona non lo cedeva, come non cedeva Rakitic, che pure l’Inter aveva puntato. E davvero con Vidal si vince e senza Vidal no? Non è titolare nemmeno nel Barca e doveva diventare l’asso nella manica dell’Inter a suon di milioni? A 33 anni? Avanziamo dubbi al riguardo.

Che Conte lavori nell’ombra per portare un suo amico al posto di Ausilio è cosa nota: ma Ausilio, che con l’Inter si trova da anni e nel migliore dei modi, è dirigente di prim’ordine, formatosi nell’Inter morattiana e quindi dotato di valori decisamente diversi da quelli di Conte. Grave che l’allenatore accusi pubblicamente dirigenti e gravissimo che chiami in causa la presunta assenza del Presidente Zhang, che non può rientrare dalla Cina causa misure per il contenimento del Corona virus e non per pigrizia.

Che Conte chieda pieni poteri è ovvio, che glieli concedano può scordarselo. L’Inter lo ritiene un ottimo allenatore, capace di arrivare alla vittoria, ma non più grande e più importante dell’Inter nel suo insieme. Mourinho, verso il quale il complesso di inferiorità di Conte appare palese, mai si permise di attaccare la società o i suoi giocatori (ad eccezione di Balotelli del quale disse che disponeva “di un solo neurone”). Come dargli torto? La differenza, oltre allo stile, sta qui: Mourinho vinse tutto e i suoi “nemici” li trovava fuori; Conte non ha ancora vinto nulla ma i suoi “nemici” li ha trovati dentro.

Si rincorrono voci circa il continuo contatto tra l’allenatore dell’Inter e alcuni dirigenti e giocatori della Juventus. Alcuni riferiscono che Conte sia interessatissimo alla sorte di Sarri. Lui smentisce ed annuncia querele. Auspicabile che non siano vere, se lo fossero tali attenzioni getterebbero una luce diversa sullo straparlare del tecnico salentino e si profilerebbe l’ipotesi di un teatrino montato appositamente con l’intenzione di destabilizzare l’Inter, spingere Suning alla rottura e tentare di tornare alla Juventus.

Difficile che i cinesi abbocchino. Soldi ne hanno molti, tolleranza molto meno. Pazienza con gli ingrati, poi, meno ancora: la vicenda di Spalletti dovrebbe avere insegnato qualcosa. Per questo i sondaggi su Allegri e Pochettino proseguono: il piano B è pronto.

Dunque o Conte rientra nei ranghi e nomina un consulente per la comunicazione che interpreti i suoi concetti elementari e gli dia forma compiuta nel rispetto dei ruoli, dell'italiano e della società che lo strapaga, oppure avrà un solo modo per dimostrare di essere colui che dice quel che pensa e fa quello che dice: presentare le dimissioni. Vediamo chi, dopo lo strappo alla Juve, al Chelsea e ora all’Inter qualcuno sarà disposto a spendere 11 milioni per avere la guerra in casa. Ma intanto si dimetta. Anche se la Juve confermerà di non volerlo più vedere. Magari una settimana prima di riprenderselo.

L’Inter chiude il Campionato al secondo posto e Ciro Immobile vince la Scarpa d’Oro, eguagliando anche il record di reti in una singola stagione di Serie A. Questi i verdetti principali dell’ultima giornata di questo estenuante minitorneo estivo. A tenere banco è però un imbarazzante piagnisteo di Antonio Conte, che in conferenza stampa si scaglia con violenza inspiegabile contro la dirigenza dell’Inter. Al di là delle considerazioni sulla stagione della squadra, non è davvero un bel modo di accomiatarsi dai tifosi: per una volta incapace di trionfare al primo tentativo, il tecnico pugliese fa la figura del bambinone a cui hanno rubato il giocattolo.

“Spesso ci sono state palate di merda su me e i calciatori, nessuno ci ha difeso” - ha detto Conte - ho visto poca protezione da parte del club, bisogna essere forti anche fuori dal campo: qui nessuno è scemo, uno il parafulmine lo fa il primo anno, non il secondo. Perseverare è diabolico e spero sia chiaro che non sto parlando di mercato: a fine anno faremo le nostre valutazioni, ci sarà modo di parlare anche con il presidente che però è in Cina, quindi…”.

Alla fine l’Inter, che pure è la squadra che ha perso meno partite, la migliore difesa e il secondo miglior attacco del campionato, chiude a un solo punto dalla Juventus, ma il distacco è bugiardo: di fatto, dalla ripresa del Campionato i nerazzurri non hanno mai dato l’impressione di credere nello Scudetto e alla fine si ritrovano alla distanza minima solo perché la Signora - con la testa ormai alla Champions League - ha scelto di riposarsi nelle ultime giornate. E così la Roma vince per la prima volta allo Stadium, addirittura 3-1, incamerando fiducia per la prossima stagione.

Negli stessi minuti, giocando la migliore partita del torneo, l’Inter a Bergamo batte 2-0 l’Atalanta e conquista il secondo posto, che vale una decina di milioni di euro in più nelle casse societarie. I bergamaschi finiscono la stagione con gli stessi punti della Lazio (78), ma sono terzi in virtù degli scontri diretti favorevoli.

La squadra di Inzaghi torna sconfitta per 3-1 dalla trasferta di Napoli, ma la missione più importante è compiuta: con il gol al San Paolo, Ciro Immobile arriva a quota 36 in Campionato ed eguaglia il record stabilito nel 2015-2016 da Higuaìn, che all’epoca giocava proprio nel Napoli.

Ma per l’attaccante biancoceleste la soddisfazione più grande è certamente la conquista della Scarpa d’Oro, trofeo che ogni anno viene assegnato al bomber più prolifico d’Europa. Nella classifica finale, Immobile precede nientemeno che Lewandoski (34 gol), Cristiano Ronaldo (31), Timo Wrner (28) e Lionel Messi (25). Terzo Italiano di sempre a vincere il golden boot dopo Totti e Toni, Immobile interrompe un dominio ultradecennale di CR7, Messi e Suarez, che monopolizzavano questo trofeo addirittura dal 2009-2010.

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