di Alberto Negri

Con una sola mossa Trump ha deciso di mettere inutilmente nei guai gli Stati Uniti, l'Europa, l'Iran e il Medio Oriente. E se pensa di fare un favore a Israele, arcinemico di Teheran, probabilmente si sbaglia. La mancata certificazione dell'accordo del 2015 non significa che ne esce o verranno imposte sanzioni subito - la questione è rinviata al Congresso - ma è un altro segnale che la Casa Bianca, dopo l'erratica gestione della crisi nordcoreana, è in confusione, persino in contrasto con alcuni ministri oltre che con gli europei.

Intanto ha messo in allarme il mondo del business: dalle multinazionali del petrolio come Total, che hanno firmato contratti a Teheran, a quelle che si preparano a farlo come l'Eni. Anche l'americana Boeing e Airbus che hanno accordi per dozzine di miliardi di dollari. Non sono contenti nel mondo degli affari ma neppure a Teheran dove il presidente Hassan Rohani subisce gli strali dell'ala più oltranzista.

È sbagliato l'assunto stesso del suo piano anti-Iran: l'idea che nuove pressioni convinceranno Teheran a fare concessioni è un errore. Perché mai l’Iran dovrebbe cedere visto che sono 37 anni che gli Stati Uniti cercano di abbattere il regime? Prima con la guerra per procura scatenata da Saddam nel 1980, poi occupando l'Afghanistan nel 2001 e facendo crollare nel 2003 il regime iracheno nella speranza di chiudere la repubblica islamica in una morsa. Come è andata a finire è sotto gli occhi di tutti.

Come se non bastasse gli Usa nel 2011, mentre con francesi e inglesi creavano un disastro in Libia, hanno incoraggiato Turchia, Arabia Saudita e monarchie del Golfo a sostenere la guerriglia jihadista contro Assad, alleato storico di Teheran, di Mosca e degli Hezbollah. Anche lì sappiamo come è finita: se avessimo dato retta alla Clinton - e alla Turchia e ai sauditi, gente che oggi corre da Putin - il Califfo avrebbe fatto colazione sulle rovine di Damasco e dell'Iraq. E forse i jihadisti adesso sarebbero saldamente ai confini della Nato.

Stringendo l'accordo del 2015 con Teheran sul nucleare l'amministrazione Obama aveva corretto una serie di errori: respingere l'intesa, che gli iraniani stanno rispettando, non porta nessun vantaggio in termini di sicurezza agli Usa o a Israele. Il problema non è il nucleare di Teheran. E forse neppure l'Iran.

La questione è che la guerra di Siria ha sconvolto i dati geopolitici. L'Iran ha rafforzato l'asse con Baghdad, Damasco e Beirut ma soprattutto è cambiata la posizione della Turchia, storico ex bastione Nato: Erdogan, in fibrillazione per l'indipendenza dei curdi iracheni, è sceso a patti con Putin e Teheran, acquista (come i sauditi del resto) i missili S-400 russi e ha lanciato un'operazione congiunta con Mosca in Siria.

Erdogan prende a schiaffi gli americani e fa quello che gli pare: tra un po’ con la scusa della caccia ad Al Qaida si lancerà anche contro i curdi siriani alleati degli Usa nell'assedio di Raqqa all'Isis. La colpa maggiore di Teheran (e della Russia) è di avere sfruttato gli errori di calcolo di americani e alleati. L'Iran destabilizza? Non più di quanto facciano gli altri da sempre e non è certo un Paese amico del terrorismo jihadista. Anche questa è una colpa?

 

Fonte: Il Sole24Ore

di Tommaso Montanari

Non sarà che mezzo Paese non vota più perché non ne può più del cinismo dei benpensanti che a furia di giudicare sempre il bicchiere mezzo pieno (anche quando è vuoto) arrivano a celebrare come una conquista di civiltà anche il più clamoroso dei passi falsi? Davvero una pessima legge sulla tortura è meglio di nessuna legge? Non sarebbe stato meglio lo scandalo di una bocciatura e una seria riscrittura, invece di questa approvazione che permette di dire che, in fin dei conti, un'altra riforma si è portata a casa?

È riformismo quello che contrae i diritti e fa regredire invece che progredire? Con il Jobs'act, la Buona Scuola, lo Sblocca Italia, la riforma Madia, la riforma Franceschini e ora la legge sulla tortura la Repubblica viene sfigurata, la Costituzione umiliata. Quando perfino il presidente del Pd Matteo Orfini dichiara che quella sulla tortura è "una legge inutile, meglio non approvarla", cosa si deve pensare del suo partito che, nonostante tutto, la approva? Sarebbe questo il perno di centro su cui costruire l'ennesima edizione del centrosinistra?

Contro questa legge si sono schierati la Corte europea dei diritti dell'uomo, il Consiglio d'Europa, i magistrati che hanno istruito i processi della Diaz, una serie impressionante di associazioni e lo stesso primo firmatario del disegno di legge originario, il senatore Pd Luigi Manconi, delle cui probità e misura nessuno davvero può dubitare.

Perché la legge è pessima? Perché non punisce i singoli atti di tortura, ma solo quelli reiterati. Perché non definisce la tortura come un reato compiuto da un pubblico ufficiale, ma come un reato comune. Perché non definisce in modo inequivocabile la tortura, ma si affida a criteri tanto vaghi da aprire la porta a lunghissime e inconcludenti discussioni in tribunale. Perché impone l'onere della prova alla vittima: che deve dimostrare di aver subito "un verificabile trauma psichico". Perché rende non punibile chi tortura applicando la legge.

Insomma, lo scopo della legge è di rendere non identificabile, e non punibile come tale, la tortura di Stato. Appare chiaro che l'intento sia anche retroattivo, cioè sia quello di aprire la strada a una sostanziale impunità in precisi casi italiani pendenti a Strasburgo. Riuscendo così a fare un doppio, gravissimo danno: togliere giustizia alle vittime delle torture passate, aprire la strada a torture future.

Non pare casuale la sintonia di questo pessimo testo con un clima internazionale in cui - uso parole di Alessandra Algostino - "si ragiona di 'grado' di coercizione ammissibile e di base legale dei trattamenti inumani e degradanti". Nella più recente legislazione americana, per esempio, "la tortura è vietata, ma esistono differenti gradi di coercizione ed alcuni sono ammissibili e le dichiarazioni così raccolte possono costituire un mezzo di prova legale: si spezza il divieto assoluto della tortura e si riaffaccia, se pur ad alcune condizioni, la tortura giudiziaria".

Il contesto politico è chiaro: la relativizzazione dei diritti umani del 1789 in nome di un bilanciamento con il diritto alla sicurezza. Naturalmente, come sempre, il diritto alla sicurezza di alcuni. L'idea, implicita ma attiva, è che la tortura possa salvare una vita: in una gerarchizzazione delle vite che è immediatamente fornita, anzi è implicita, nell'assetto sociale ed economico del mondo. È la pessima china del male minore: una china che porta a non escludere la tortura, anzi ne prospetta la ri-legalizzazione in molti paesi (a partire dagli Stati Uniti). O, più subdolamente (come tipico della tradizione italiana), una china culturale e politica che porta a non renderla efficacemente punibile.

Non si può non vedere il nesso che esiste tra la tolleranza della tortura (un'eventualità che la stragrande maggioranza dei cittadini degli stati cosiddetti democratici sente remotissima da sé) e l'erosione dei diritti su altri fronti, meno desueti.

In altre parole. Il rapporto tra il potere dello Stato e i corpi non è senza relazione con quello tra il potere del mercato e la dignità della persona umana. Quando tolleriamo la possibilità che venga approvata una legge sulla tortura come quella italiana, di fatto ci comportiamo come sudditi che credono di barattare la propria sicurezza con i diritti di "altri", lontani da noi (terroristi, insorgenti, irregolari, marginali, migranti etc).

Dobbiamo rendere chiaro che invece stiamo rinunciando alla nostra sovranità, così come abbiamo già rinunciato all'eguaglianza. È l'idea di persona il centro sensibile di tutti questi ragionamenti. Ragionamenti che si incrociano nell'articolo 3 della nostra Costituzione: dove l'eguaglianza di fronte alla legge e l'eguaglianza sostanziale si intrecciano al progetto fondamentale della Repubblica, il pieno sviluppo della persona umana. Se ammettiamo, anche solo di fatto, la non punibilità di una qualche forma di tortura di Stato, stiamo distruggendo irreversibilmente la nostra stessa dignità, e la sovranità.

Ci stiamo rassegnando a fare sacrifici umani a uno nuovo Leviatano che non è lo Stato della nostra Costituzione. Quest'ultimo Stato, come ha scritto Giuseppe Dossetti, "può e deve portare l'uomo - col suo concorso, s'intende - alla felicità: perché lo Stato ha per fine il bene comune... Non bisogna avere paura dello Stato".

Ecco, lo Stato che emerge da questa pessima legge fa invece davvero paura. E questo non possiamo permetterlo. Come non possiamo più permetterci una sedicente sinistra che fa il lavoro della destra.

Fonte: Huffpost

da Manlio Dinucci

«La Libia deve tornare a essere un paese stabile e solido», twitta da Washington il premier Renzi, assicurando il massimo sostegno al «premier Sarraj, finalmente a Tripoli». Ci stanno pensando a Washington, Parigi, Londra e Roma gli stessi che, dopo aver destabilizzato e frantumato con la guerra lo Stato libico, vanno a raccogliere i cocci con la «missione di assistenza internazionale alla Libia».

L’idea che hanno traspare attraverso autorevoli voci. Paolo Scaroni, che a capo dell’Eni ha manovrato in Libia tra fazioni e mercenari ed è oggi vicepresidente della Banca Rothschild, dichiara al Corriere della Sera che «occorre finirla con la finzione della Libia», «paese inventato» dal colonialismo italiano. Si deve «favorire la nascita di un governo in Tripolitania, che faccia appello a forze straniere che lo aiutino a stare in piedi», spingendo Cirenaica e Fezzan a creare propri governi regionali, eventualmente con l’obiettivo di federarsi nel lungo periodo. Intanto «ognuno gestirebbe le sue fonti energetiche», presenti in Tripolitania e Cirenaica.

Analoga l’idea esposta su Avvenire da Ernesto Preziosi, deputato Pd di area cattolica: «Formare una Unione libica di tre Stati - Cirenaica, Tripolitania e Fezzan - che hanno in comune la Comunità del petrolio e del gas», sostenuta da «una forza militare europea ad hoc». È la vecchia politica del colonialismo ottocentesco, aggiornata in funzione neocoloniale dalla strategia Usa/Nato, che ha demolito interi Stati nazionali (Jugoslavia, Libia) e frazionato altri (Iraq, Siria), per controllare i loro territori e le loro risorse.

La Libia possiede quasi il 40% del petrolio africano, prezioso per l’alta qualità e il basso costo di estrazione, e grosse riserve di gas naturale, dal cui sfruttamento le multinazionali statunitensi ed europee possono ricavare oggi profitti di gran lunga superiori a quelli che ottenevano prima dallo Stato libico. Per di più, eliminando lo Stato nazionale e trattando separatamente con gruppi al potere in Tripolitania e Cirenaica, possono ottenere la privatizzazione delle riserve energetiche statali e quindi il loro diretto controllo.

Oltre che dell’oro nero, le multinazionali statunitensi ed europee vogliono impadronirsi dell’oro bianco: l’immensa riserva di acqua fossile della falda nubiana, che si estende sotto Libia, Egitto, Sudan e Ciad. Quali possibilità essa offra lo aveva dimostrato lo Stato libico, costruendo acquedotti che trasportavano acqua potabile e per l’irrigazione, milioni di metri cubi al giorno estratti da 1300 pozzi nel deserto, per 1600 km fino alle città costiere, rendendo fertili terre desertiche.

Sbarcando in Libia con la motivazione ufficiale di assisterla e liberarla dalla presenza dell’Isis, gli Usa e le maggiori potenze europee possono anche riaprire le loro basi militari, chiuse da Gheddafi nel 1970, in una importante posizione geostrategica all’intersezione tra Mediterraneo, Africa e Medio Oriente.
Infine, con la «missione di assistenza alla Libia», gli Usa e le maggiori potenze europee si spartiscono il bottino della più grande rapina del secolo: 150 miliardi di dollari di fondi sovrani libici confiscati nel 2011, che potrebbero quadruplicarsi se l’export energetico libico tornasse ai livelli precedenti.

I fondi sovrani, all’epoca di Gheddafi investiti per creare una moneta e organismi finanziari autonomi dell’Unione Africana (ragione per cui fu deciso di abbattere Gheddafi, come risulta dalle mail di Hillary Clinton), saranno usati per smantellare ciò che rimane dello Stato libico. Stato «mai esistito» perché in Libia c’era solo una «moltitudine di tribù», dichiara Giorgio Napolitano, convinto di essere al Senato del Regno d’Italia.

Fonte: Il Manifesto

dal Granma

Il presidente degli Stati Uniti d’America, Barack Obama, effettuerà una visita ufficiale a Cuba dal 20 al 22 marzo. Sarà la seconda occasione in cui un mandatario statunitense arriva nel nostro arcipelago. Prima, lo aveva fatto solo Calvin Coolidge, che sbarcò a L’Avana nel gennaio del 1928. Giunse a bordo di una nave da guerra per assistere alla VI Conferenza Panamericana che si stava svolgendo in quei giorni con il patrocinio di un personaggio locale di infausta memoria, Gerardo Machado. Questa sarà la prima volta che un Presidente degli Stati Uniti giunge in una Cuba padrona della propria sovranità e con una Rivoluzione al potere capeggiata dalla sua leadership storica.

Questo fatto si inserisce nel processo iniziato il 17 dicembre del 2014, quando il presidente del Consiglio di Stato e dei Ministri di Cuba, Generale di Esercito Raúl Castro Ruz, ed il presidente Barack Obama annunciarono simultaneamente la decisione di ristabilire le relazioni diplomatiche, rotte dagli Stati Uniti quasi 54 anni prima. Fa parte del complesso processo verso la normalizzazione dei legami bilaterali appena iniziato e che è andato avanti sull’unico terreno possibile e giusto: il rispetto, l’uguaglianza, la reciprocità ed il riconoscimento della legittimità del nostro governo.

Si è arrivati a questo momento, in primissimo luogo, come risultato dell’eroica resistenza del popolo cubano e della sua lealtà verso i principi, la difesa dell’indipendenza e della sovranità nazionali. Tali valori, non negoziati nel corso di otre 50 anni, hanno condotto l’attuale governo degli Stati Uniti a riconoscere i gravi danni  che il blocco ha causato alla nostra popolazione ed al riconoscimento del fallimento della politica di aperta ostilità nei confronti della Rivoluzione. Né la forza, né la coercizione economica, né l’isolamento sono riusciti ad imporre a Cuba una condizione contraria alle sue aspirazioni temprate in quasi un secolo e mezzo di eroiche lotte.

Nell’attuale processo con gli Stati Uniti è stato possibile anche grazie alla incrollabile solidarietà internazionale, in particolare dei governi e popoli latinoamericani e caraibici che hanno collocato gli Stati Uniti in una situazione di isolamento insostenibile. “Come l’argento nelle radici delle Ande –come ebbe modo di esprimere il nostro Eroe Nazionale José Martí nel suo saggio “Nuestra America”- L’America Latina e i Caraibi, fortemente uniti, reclamarono il cambiamento della politica verso Cuba. Questa richiesta regionale venne resa evidente in modo inequivocabile nei Vertici delle Americhe di Puerto España, Trinidad e Tobago nel 2009, e di Cartagena, Colombia, nel 2012, quando tutti i paesi della regione reclamarono unanimemente e in maniera categorica la eliminazione del blocco e la partecipazione del nostro paese al VII appuntamento emisferico di Panama nel 2015, alla quale per la prima volta asistette una delegazione cubana guidata da Raúl.

Dagli annunci del mese di dicembre del 2014, Cuba e gli Stati Uniti hanno compiuto passi verso il miglioramento del contesto bilaterale.
Il 20 luglio del 2015 furono ufficialmente ristabilite le relazioni diplomatiche, con l’impegno di svilupparle sulla base del rispetto, della cooperazione e dell’osservanza dei principi del Diritto Internazionale.

Hanno avuto luogo due incontri tra i Presidenti dei due Paesi, oltre a scambi di visite di ministri ed altri contatti di funzionari di alto livello. La cooperazione in diversi campi di reciproco beneficio progredisce e si aprono spazi di discussione che permettono un dialogo su temi d’interesse bilaterale e multilaterale, compresi quelli in cui abbiamo concezioni diverse.

Il mandatario statunitense sarà ricevuto dal Governo di Cuba e dal suo popolo con l’ospitalità che li distingue e sarà trattato con ogni considerazione e rispetto come Capo di Stato.

Sarà questa un’opportunità affinché il Presidente degli Stati Uniti possa apprezzare direttamente una nazione concentrata nel suo sviluppo economico e sociale, e nel miglioramento del benessere dei suoi cittadini. Questo popolo  gode di diritti e può esibire risultati, che rappresentano una chimera per molti paesi del mondo, nonostante le limitazioni che derivano dalla sua condizione di paese sottoposto a blocco e sottosviluppato, per cui si è meritato il riconoscimento ed il rispetto internazionali.

Personalità di statura mondiale come il Papa Francesco ed il Patriarca Kirill hanno descritto quest’isola, nella loro dichiarazione congiunta emessa a L’Avana a febbraio, come “un simbolo di speranza del Nuovo Mondo”. Il Presidente francese Hollande ha affermato recentemente che “Cuba è rispettata e ascoltata in tutta l’America Latina”  ed ha elogiato la sua capacità di resistenza di fronte alle più difficili prove. Il leader sudafricano Nelson Mandela ha avuto sempre per Cuba parole di profonda gratitudine: “Noi, in Africa – disse a Matanzas il 26 luglio del 1991- siamo abituati ad essere vittime di altri paesi che vogliono fare a pezzi il nostro territorio o a sovvertire la nostra sovranità. Nella storia dell’Africa non esiste un altro caso di un popolo (come quello cubano) che si sia levato in difesa di uno di noi”.

Obama troverà un paese che contribuisce attivamente alla pace e alla stabilità regionale e mondiale, e che condivide con altri popoli non il sovrappiù ma le modeste risorse sui cui può contare, facendo della solidarietà un elemento essenziale della sua ragione d’essere e del benessere dell’umanità, come ci ha tramandato Martí, uno degli obiettivi fondamentali della sua politica internazionale.

Avrà inoltre l’occasione per conoscere un popolo generoso, amichevole e degno, con un alto senso del patriottismo e dell’unità nazionale, che ha lottato sempre per un futuro migliore nonostante le avversità che ha dovuto affrontare. Il presidente degli Stati Uniti sarà ricevuto da un popolo rivoluzionario, con una profonda cultura politica, che è il risultato di una lunga tradizione di lotta per la sua vera e definitiva indipendenza, prima contro il colonialismo spagnolo e poi contro la dominazione imperialista degli Stati Uniti; una lotta nella quale i suoi migliori figli hanno sparso il loro sangue e assumendosi tutti i rischi. Un popolo che non vacillerà mai in difesa dei suoi principi e della vasta opera della sua Rivoluzione, che segue senza tentennamenti l’esempio, tra i molti altri, di Carlos Manuel de Céspedes, José Martí, Antonio Maceo, Julio Antonio Mella, Rubén Martínezs Villena, Antonio Guiteras ed Ernesto Che Guevana.

Questo è anche un popolo al quale lo legano vincoli storici, culturali e affettivi con quello statunitense, la cui figura paradigmatica, lo scrittore Ernest Hemingway, ha ricevuto il Nobel della Letteratura per un romanzo ambientato a Cuba.
Un popolo che mostra gratitudine verso quei figli degli Stati Uniti come Thomas Jordan[1], Henry Reeve[2], Winchester Osgood [3] y Frederick Funston [4], che hanno combattuto insieme all’Esercito Liberatore nelle nostre guerre d’indipendenza con la Spagna; e a coloro che, in epoca più recente, si sono opposti alle aggressioni contro Cuba, hanno sfidato il blocco, come il Reverendo  Lucius Walker, pur dir portare il suo aiuto solidale al nostro popolo e hanno sostenuto il ritorno in patria del bambino Elián González  e dei nostri Cinque Eroi.  Da Martí abbiamo appreso ad ammirare la patria di Lincoln e a ripudiare Cutting [5].

È opportuno ricordare le parole del Leader storico della Rivoluzione cubana, il Comandante in Capo Fidel Castro Ruz, l’11 settembre 2001, quando affermò:
“Oggi è un giorno tragico per gli Stati Uniti, voi sapete bene che qui non è mai stato seminato odio contro il popolo statunitense. Probabilmente, proprio per la sua cultura e la mancanza di complessi, sentendosi pienamente liberi, con una patria e senza padrone, Cuba è il paese dove i cittadini statunitensi sono trattati con più rispetto. Non abbiamo mai predicato nessun genere di odio nazionale, né cose simili al fanatismo, per questo siamo così forti, perché basiamo la nostra condotta sui principi e sulle idee e trattiamo con grande rispetto – e loro si rendono conto di questo – tutti i cittadini statunitensi che visitano il nostro paese.

Questo è il popolo che riceverà Barack Obama, orgoglioso della sua storia, delle sue radici, della sua cultura nazionale e fiducioso che un futuro migliore è possibile. Una nazione che prende atto con serenità e determinazione della tappa attuale delle relazioni con gli Stati Uniti che riconosce le opportunità e anche i problemi non risolti fra entrambi i Paesi.

La visita del Presidente degli Stati Uniti sarà un passo importante nel processo di normalizzazione delle relazioni bilaterali. Bisogna ricordare che Obama, come ha fatto in precedenza James Carter, nell’esercizio delle sue facoltà presidenziali, si è proposto di lavorare per normalizzare i legami con Cuba e, di conseguenza, ha realizzato azioni concrete in tale direzione.

Tuttavia, per arrivare alla normalizzazione rimane ancora un lungo e complesso cammino da fare, che richiederà la soluzione di temi chiave che si sono accumulati per più di cinque decadi e che hanno reso più profondo nei legami tra i due paesi il carattere di confronto.
Tali problemi non si risolveranno di punto in bianco, né con una visita presidenziale.

Per normalizzare le relazioni con gli Stati Uniti sarà determinante l’eliminazione del blocco economico, commerciale e finanziario che provoca privazioni al popolo cubano e rappresenta il principale ostacolo allo sviluppo dell’economia del nostro Paese.

Va riconosciuta la posizione reiterata del presidente Barack Obama sul fatto che il blocco deve essere eliminato e i suoi appelli al Congresso a tale fine.
Questo è una richiesta sempre più forte e crescente dell’opinione pubblica statunitense e quasi unanime della comunità internazionale che in 24 occasioni consecutive ha approvato all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite la risoluzione cubana “Necessità di porre fine al blocco economico, commerciale e finanziario imposto dagli Stati Uniti d’America contro Cuba”.

Il mandatario statunitense ha adottato misure per modificare l’applicazione di alcuni aspetti del blocco che sono positive. Alti funzionari del suo governo hanno detto che altre misure sono oggetto di studio. Tuttavia, non è stato possibile applicare una buona parte delle misure per la loro limitata portata, per la persistenza di altre regole e per gli effetti intimidatori del blocco nel suo insieme, che è stato applicato duramente da più di cinquant’anni.
Risulta paradossale che da una parte il governo prenda misure ma dall’altra inasprisca le sanzioni contro Cuba, che danneggiano la vita quotidiana del nostro popolo.

La realtà continua a mostrare che il blocco perdura ed è applicato con rigore e con una marcata portata extraterritoriale che ha effetti dissuasivi per le imprese e le banche degli Stati Uniti e di altri paesi. Un esempio sono le multe multimilionarie che continuano a imporre a compagnie e istituti bancari statunitensi e di altre nazionalità per aver avuto rapporti con Cuba, il diniego dei servizi e la chiusura delle operazioni finanziarie delle banche internazionali con il nostro paese e il congelamento dei trasferimenti legittimi di fondi verso e da Cuba, compresi quelli in valuta diversa dal dollaro statunitense.

Il popolo di Cuba spera che la visita del presidente statunitense consolidi la sua volontà di farsi coinvolgere attivamente in un dibattito a fondo con il Congresso per l’eliminazione del blocco e che nel frattempo, continui a fare uso delle sue prerogative esecutive per modificare nella misura del possibile, la sua applicazione, senza necessità  di un’azione legislativa.

Dovranno essere risolti altri temi che sono lesivi della sovranità cubana per poter giungere a relazioni normali tra i due paesi, il territorio occupato dalla Base Navale degli Stati Uniti a Guantanamo, contro la volontà del nostro governo e del nostro popolo, deve essere restituito a Cuba esaudendo il desiderio unanime dei cubani da più di cento anni. Devono essere eliminati i programmi d’ingerenza volti a provocare destabilizzazione e cambiamenti nell’ordine politico, economico e sociale nel nostro paese. La politica di “cambio di regime” deve essere definitivamente sepolta.

Comunque va abbandonata la pretesa di fabbricare un’opposizione politica interna suffragata con denaro dei contribuenti statunitensi. Si dovrà porre termine alle aggressioni radiofoniche e televisive contro Cuba, in sicura violazione del Diritto Internazionale, e all’uso illegittimo delle telecomunicazioni con obiettivi politici, riconoscendo che il fine non è esercitare una determinata influenza sulla società cubana, ma porre le tecnologie in funzione dello sviluppo e della conoscenza.

Il trattamento migratorio preferenziale che ricevono i nostri cittadini in virtù della Legge di Accomodamento Cubano e della “politica dei piedi asciutti, piedi bagnati”, provoca perdite di vite umane e fomenta l’emigrazione illegale e il traffico di persone, oltre a generare problemi a paesi terzi. Questa situazione deve essere modificata, come dovrebbe  cancellarsi il programma di “parole” per i professionisti cubani in medicina, che priva il paese di risorse umane vitali per garantire la salute del nostro popolo e danneggia i beneficiari  della cooperazione di Cuba con nazioni che la necessitano. Inoltre, va cambiata la politica che pone come condizione agli atleti cubani di rompere con il loro paese per poter giocare nelle Leghe degli Stati Uniti.

Queste politiche del passato sono incongruenti con la nuova fase che il governo degli USA ha iniziato con il nostro paese. Tutte sono iniziate prima del governo di Obama, ma lui può modificarne alcune per decisione esecutiva e altre eliminarle definitivamente.

Cuba è coinvolta nella costruzione di una nuova relazione con gli Stati Uniti nel pieno esercizio della sua sovranità e impegnata con i suoi ideali di giustizia sociale e di solidarietà. Nessuno può pretendere che per questo debba rinunciare ad uno solo dei suoi principi, cedere un apice in sua difesa, né abbandonare quanto proclamato nella Costituzione: “Le relazioni economiche, diplomatiche con qualsiasi altro Stato non saranno mai negoziate per aggressione, minaccia o coercizione di una potenza straniera”.

Non si può avere nemmeno il minimo dubbio della fedeltà assoluta di Cuba ai suoi ideali rivoluzionari e antimperialisti, e alla sua politica estera impegnata con le giuste cause del mondo, la difesa dell’autodeterminazione dei popoli e il tradizionale appoggio ai nostri paesi fratelli.

Come si legge nell’ultima Dichiarazione del Governo Rivoluzionario, è e sarà irremovibile la nostra solidarietà con la Repubblica Bolivariana del Venezuela, con il governo guidato dal presidente Nicolás Maduro e con il popolo bolivariano e chavista, che lotta per continuare il suo proprio cammino ed affronta sistematici tentativi di destabilizzazione e sanzioni unilaterali stabilite dall’Ordine Esecutivo infondato e ingiusto del marzo del 2015, condannato dall’America Latina e i Caraibi.

La notificazione emessa lo scorso 3 marzo, prorogando la cosiddetta “Emergenza Nazionale” e le sanzioni, è un’intromissione diretta e inaccettabile nei temi interni del Venezuela e nella sua sovranità. Quell’Ordine deve essere abolito e questo sarà un reclamo permanente e deciso di Cuba.

Come ha detto il Generale d’Esercito Raúl Castro: “Non rinunceremo ai nostri ideali d’indipendenza e giustizia sociale, né ci arrenderemo a uno solo dei nostri principi, né cederemo di un millimetro nella difesa della sovranità nazionale. Non permetteremo pressioni nelle nostre questioni interne. Ci siamo guadagnati questo diritto sovrano con grandi sacrifici e al prezzo dei più grandi rischi”.

Siamo arrivati fin qui, lo reiteriamo ancora una volta, per la difesa delle nostre convinzioni e perché la ragione e la giustizia ci sostengono.

Cuba ratifica la sua volontà di avanzare nelle relazioni con gli Stati Uniti, sulla base del rispetto dei principi e dei propositi della Carta delle Nazioni Unite e dei principi del Proclama dell’America Latina e dei Caraibi come Zona di Pace, firmato dai capi di Stato e di Governo della regione, che comprendono il rispetto assoluto della sua indipendenza e sovranità, il diritto inalienabile di ogni Stato di scegliere il sistema politico, economico, sociale e culturale senza ingerenze di alcuna forma; l’uguaglianza e la reciprocità.

Cuba reitera a sua volta, la piena disposizione a mantenere un dialogo rispettoso con il governo degli Stati Uniti e a sviluppare relazioni di convivenza civile. Convivere non significa dover rinunciare alle idee nelle quali crediamo e che ci hanno portato fino a qui, al nostro socialismo, alla nostra storia, alla nostra cultura.

Le profonde differenze di concezioni tra Cuba e gli Stati Uniti sui modelli politici, la democrazia, l’esercizio dei diritti umani, la giustizia sociale, le relazioni internazionali, la pace e la stabilità mondiale, tra l’altro, persisteranno.

Cuba difende l’indivisibilità, l’inter-dipendenza e l’universalità dei diritti umani, civili, politici, economici, sociali e culturali. Siamo convinti che sia obbligo dei governi difendere e garantire il diritto alla salute, all’educazione, la sicurezza sociale, il salario uguale a parità di lavoro, il diritto dei bambini, ed anche il diritto all’alimentazione e allo sviluppo. Rifiutiamo la manipolazione politica e la doppia facciata sui diritti umani, che deve cessare. Cuba che ha aderito a 44 strumenti internazionali in questa materia, mentre gli Stati Uniti ne hanno firmati solo 18, ha molto da dire, da difendere e da mostrare.

Per quel che riguarda i nostri vincoli con gli Stati Uniti, i due paesi devono rispettare le loro differenze e creare una relazione basata sul beneficio dei due popoli.

Indipendentemente dai passi avanti che si possano fare nei vincoli con gli Stati Uniti, il popolo cubano andrà avanti. Con i nostri propri sforzi e le nostre provate capacità e creatività, continueremo a lavorare per lo sviluppo del paese e il benessere dei cubani. Non desisteremo nella domanda d’eliminazione del blocco, che ha fatto tanto danno e continua a farne. Continueremo a portare avanti il processo d’attualizzazione del modello economico e sociale che abbiamo scelto, e di costruzione di un socialismo prospero e sostenibile per consolidare le conquiste della Rivoluzione. Un cammino sovranamente scelto e che sicuramente sarà ratificato nel VII Congresso del Partito Comunista, con Fidel e Raúl vittoriosi.

Questa è Cuba che offrirà un rispettoso benvenuto al presidente Obama.

 

[1] Maggiore Generale, Capo dello Stato Maggiore dell' Esercito Liberatore (1869).
[2] Generale di Brigata. Cadde in combattimento a Yaguaramas (Cienfuegos), il 4 agosto del 1876.
[3] Comandante. Cadde in combattimento a Guáimaro, il 28 Ottobre del 1896.
[4] Colonello artigliere agli ordini di Calixto García.
[5] Personaggio che el 1886 attizzó l'odio e l'aggresione contro il Méssico.



da Stefania Maurizi

Si chiama Tisa (Trade in Services Agreement) il documento che l'Espresso è in grado di rivelare grazie all'organizzazione di Assange. Un trattato internazionale di lobby e governi per liberalizzare i servizi: dai dati personali alla sanità passando per le assicurazioni. Sarebbe la vittoria definitiva della finanza sulla politica. Un trattato internazionale che potrebbe avere enormi conseguenze per lavoratori e cittadini italiani e, in generale, per miliardi di persone nel mondo, privatizzando ancora di più servizi fondamentali, come banche, sanità, trasporti, istruzione, su pressione di grandi lobby e multinazionali. Un accordo che viene negoziato nel segreto assoluto e che, secondo le disposizioni, non può essere rivelato per cinque anni anche dopo la sua approvazione.

Si chiama “Tisa”, acronimo di “Trade in services agreement”, ovvero “accordo di scambio sui servizi”. E' un trattato che non riguarda le merci, ma i servizi, ovvero il cuore dell'economia dei paesi sviluppati, come l'Italia, che è uno dei paesi europei che lo sta negoziando attraverso la Commissione Europea. Gli interessi in gioco sono enormi: il settore servizi è il più grande per posti di lavoro nel mondo e produce il 70 per cento del prodotto interno lordo globale. Solo negli Stati Uniti rappresenta il 75 per cento dell'economia e genera l'80 per cento dei posti di lavoro del settore privato. L'ultimo trattato analogo è stato il Gats del 1995.

A sedere al tavolo delle trattative del Tisa sono i paesi che hanno i mercati del settore servizi più grandi del mondo: Stati Uniti, Australia, Nuova Zelanda, Canada, i 28 paesi dell'Unione Europea, più Svizzera, Islanda, Norvegia, Liechtenstein, Israele, Turchia, Taiwan, Hong Kong, Corea del Sud, Giappone, Pakistan, Panama, Perù, Paraguay, Cile, Colombia, Messico e Costa Rica. Con interessi in ballo giganteschi: gli appetiti di grandi multinazionali e lobby sono enormi.

La più aggressiva è la “Coalition of Services Industries”, lobby americana che porta avanti un'agenda di privatizzazione dei servizi, dove Stati e governi sono semplicemente visti come un intralcio al business: «Dobbiamo supportare la capacità delle aziende di competere in modo giusto e secondo fattori basati sul mercato, non sui governi», scrive la Coalition of Services Industries nei suoi comunicati a favore del Tisa, documenti che sono tra i pochissimi disponibili per avere un'idea delle manovre in corso.

Bozze del trattato, informazioni precise sulle trattative non ce ne sono. Per questo il documento che oggi l'Espresso può rivelare, pubblicato da WikiLeaks, è importante. Per la prima volta dall'inizio delle trattative Tisa viene reso pubblico il testo delle negoziazioni in corso sulla finanza: servizi bancari, prodotti finanziari, assicurazioni. Il testo risale al 14 aprile scorso, data dell'ultimo incontro negoziale – il prossimo è previsto a giorni: dal 23 al 27 giugno – ed è un draft che rivela le richieste delle parti che stanno trattando, mettendo in evidenza le divergenze tra i vari paesi, come Stati Uniti e Unione Europea, e quindi rivelando le diverse ambizioni e agende nazionali.

Segretezza. A colpire subito è la prima pagina del file, che spiega come il documento debba restare segreto anche se può essere discusso utilizzando canali non protetti: «Questo documento deve essere protetto dalla rivelazione non autorizzata, ma può essere inviato per posta, trasmesso per email non secretata o per fax, discusso su linee telefoniche non sicure e archiviato su computer non riservati. Deve essere conservato in un edificio, stanza o contenitore chiusi o protetti». E il documento potrà essere desecretato «dopo cinque anni dall'entrata in vigore del Tisa e, se non entrerà in vigore, cinque anni dopo la chiusura delle trattative».

Pare difficile credere che, nonostante la crisi senza precedenti che ha travolto l'intera economia mondiale, distruggendo imprese, cancellando milioni di posti di lavoro e, purtroppo, anche tante vite umane, le nuove regole finanziarie mondiali vengano decise in totale segretezza. Ma una spiegazione c'è: Tisa è l'eredità del “Doha Round”, la serie di negoziati iniziati a Doha, Qatar, nel 2001, e condotti all'interno dell'Organizzazione mondiale del commercio (Wto), per la globalizzazione e la liberalizzazione dell'economia, che ha scatenato proteste massicce in tutto il mondo e che è fallito nel 2011, dopo dieci anni di trattative che hanno visto contrapposti il mondo sviluppato, Stati Uniti, Giappone Unione Europea, e quello in via di sviluppo, India, Cina, America Latina.

Con il fallimento del Doha Round, gli Stati Uniti e i paesi che spingono per globalizzazione e liberalizzazioni, hanno spostato le trattative in un angolo buio (impossibile definirlo semplicemente discreto, vista la segretezza che avvolge le negoziazioni e il testo dell'accordo), lontano dall'Organizzazione mondiale del Commercio, per sfuggire alle piazze che esplodevano in massicce, e a volte minacciose e violente, proteste no global. Il risultato è il Tisa, di cui nessuno parla e di cui pochissimi sanno. Eppure questo accordo condizionerà le vite di miliardi di persone.

Cosa prevede il Tisa? Impossibile capirlo con certezza fino a quando l'intera bozza dell'accordo non sarà disponibile, ma il draft sui servizi finanziari rivelato oggi da WikiLeaks rivela un trend chiarissimo. «Il più grande pericolo del Tisa è che fermerà i tentativi dei governi di rafforzare le regole nel settore finanziario», spiega Jane Kelsey, professoressa di legge dell'Università di Auckland, Nuova Zelanda, nota per il suo approccio critico alla globalizzazione. «Il Tisa è promosso dagli stessi governi che hanno creato nel Wto il modello finanziario di deregulation che ha fallito e che è stato accusato di avere aiutato ad alimentare la crisi economica globale», sottolinea Kelsey. «Un esempio di quello che emerge da questa bozza filtrata all'esterno dimostra che i governi che aderiranno al Tisa rimarranno vincolati ed amplieranno i loro attuali livelli di deregolamentazione della finanza e delle liberalizzazioni, perderanno il diritto di conservare i dati finanziari sul loro territorio, si troveranno sotto pressione affinché approvino prodotti finanziari potenzialmente tossici e si troveranno ad affrontare azioni legali se prenderanno misure precauzionali per prevenire un'altra crisi».

Il tesoro dei dati. L'articolo undici del testo fatto filtrare da WikiLeaks non lascia dubbi su come i dati delle transazioni finanziarie siano al centro delle mire e delle agende dei Paesi che trattano il Tisa. Nel testo, Unione Europea, Stati Uniti e Panama, noto paradiso fiscale, portano avanti proposte diverse. L'Europa richiede che «nessun paese parte delle trattative adotti misure che impediscano il trasferimento o l'esame delle informazioni finanziarie, incluso il trasferimento di dati con mezzi elettronici, da e verso il territorio del paese in questione».

L'Unione europea precisa che, nonostante questa condizione, il diritto da parte di uno Stato che aderisce al Tisa di proteggere i dati personali e la privacy rimarrà intatto «a condizione che tale diritto non venga usato per aggirare quanto prevede questo accordo». Panama, invece, mette le mani avanti e chiede di specificare che « un paese parte dell'accordo non sia tenuto a fornire o a permettere l'accesso a informazioni correlate agli affari finanziari e ai conti di un cliente individuale di un'istituzione finanziaria o di un fornitore cross-border di servizi finanziari». Gli Stati Uniti, invece, sono netti: i paesi che aderiscono all'accordo permetteranno al fornitore del servizio finanziario di trasferire dentro e fuori dal loro territorio, in forma elettronica o in altri modi, i dati. Punto. Nessuna precisazione sulla privacy, da parte degli Stati Uniti.

Quello che colpisce di questo articolo del Tisa sui dati è che risulta in discussione proprio mentre nel mondo infuria il dibattito sui programmi di sorveglianza di massa della Nsainnescato da Edward Snowden, programmi che permettono agli Stati Uniti di accedere a qualsiasi dato: da quelli delle comunicazioni a quelli finanziari. Ma mentre la Nsa li acquisisce illegalmente, nel corso di operazioni segrete d'intelligence e quindi la loro utilizzabilità in sede ufficiale e di contenziosi è limitata, con il Tisa tutto sarà perfettamente autorizzato e alla luce del sole.

In altre parole, il Tisa rende manifesto che la stessa Europa - che ufficialmente ha aperto un'indagine sullo scandalo Nsa in sede di 'Commissione sulle libertà civili, la giustizia e gli affari interni' del Parlamento Europeo (Libe) - sta contemporaneamente e disinvoltamente trattando con gli Stati Uniti la cessione della sovranità sui nostri dati finanziari per ragioni di business. E sui dati, i lobbisti americani della 'Coalition of services industries', che spingono per il Tisa, non sembrano avere dubbi: «Con il progresso nella tecnologia dell'informazione e delle comunicazioni, sempre più servizi potranno essere forniti all'utente per via elettronica e quindi le restrizioni sul libero flusso di dati rappresentano una barriera al commercio dei servizi in generale».

Fino a che punto può arrivare il Tisa? Davvero arriverà a investire servizi fondamentali come l'istruzione e la sanità? L'Espresso ha contattato 'Public Services International', (Psi) una federazione globale di sindacati che rappresentano 20 milioni di lavoratori nei servizi pubblici di 150 paesi del mondo. L'italiana Rosa Pavanelli, prima donna alla guida del Psi dopo una vita alla Cgil, non sembra avere dubbi che le negoziazioni del Tisa mirano a investire tutti i servizi, non solo quelli finanziari, quindi anche «sanità, istruzione e tutto il discorso della trasmissione dei dati». E per l'Italia chi sta trattando? «L'Italia, come la maggior parte dei paesi europei, ha delegato alla Commissione europea», spiega sottolineando la «grande segretezza intorno al Tisa».

Daniel Bertossa, che per Public Services International sta cercando di seguire e analizzare le trattative, racconta a l'Espresso che, anche se nessuno lo ha reso noto, «per ragioni tecniche che hanno a che fare con il Wto, noi sappiamo che il Tisa punta a investire tutti i servizi e i paesi che stanno negoziando sono molto espliciti sul fatto che vogliono occuparsi di tutti i servizi». Perfino quelli nel settore militare che «sempre più fa ricorso al privato», spiega Bertossa, sottolineando quanto sia problematica la riservatezza intorno ai lavori del trattato e il fatto che sia condotto al di fuori del Wto, che,«pur con tutti i suoi problemi, perlomeno permette a tutti i paesi di partecipare alle negoziazioni e rende pubblico il testo delle trattative». Invece, per sapere qualcosa del Tisa c'è voluta WikiLeaks. Ai signori del mercato, stavolta, è andata male

fonte: L'Espresso


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