L’incontro tra Macron e Trump alla Casa Bianca - al quale è seguito quello con la cancelliera Merkel - ci ha consegnato più interrogativi che punti fermi sull’accordo nucleare con l’Iran del 2015. Trump non ha chiarito se il 12 maggio si ritirerà dall’intesa. Ma abbiamo una certezza: nelle guerre mediorientali l’Iran rimane il vero bersaglio degli Usa e dei suo alleati regionali, Israele e Arabia Saudita.

 

“Fermare l’espansione dei Teheran e della Mezzaluna sciita sulle coste del Mediterraneo siriano, in Libano e in Yemen”, questo è il mantra che hanno ripetuto il presidente francese e quello americano che è esattamente quello che chiedono lo stato ebraico e la monarchia wahabita.


Ma l’Iran è davvero un nostro nemico? Si direbbe che siamo più noi occidentali e gli arabi il vero pericolo per la stabilità della regione. Il 22 settembre 1980 l’Iraq di Saddam Hussein attaccò l’Iran dell’Imam Khomeini, un anno dopo che lo Shah Reza Pahlevi era stato abbattuto dalla rivoluzione. Tutti pensavano che l’Iran, indebolito e senza “ombrello” americano, sarebbe crollato facilmente.

 

Saddam Hussein venne appoggiato dalle monarchie del Golfo che in otto anni di guerra versarono a Baghdad dai 50 ai 60 miliardi di dollari per vincere un conflitto che non cambiò di un millimetro la frontiera sullo Shatt el Arab. Baghdad era sostenuta anche dalla Russia e le potenze occidentali, dalla Francia alla Gran Bretagna all’Italia, vendevano armi a tutto spiano agli iracheni. La guerra finì con Saddam Hussein indebitato fino al collo con gli sceicchi del Golfo e le banche occidentali, al punto che pur di far bottino nell’agosto del 1990 invase il Kuwait.


L’Iran è stato accusato di essere uno stato sponsor del terrorismo: non c’è dubbio che in Libano negli anni Ottanta gli Hezbollah abbiano usato metodi di questo genere ma sono anche un partito che siede in Parlamento e al confronto gli attentati provenienti dal mondo sunnita sono infinitamente di più di quelle di marca sciita. Anzi, sono stati proprio gli occidentali e i loro alleati arabi a incoraggiare il terrorismo facendo a credere ai jihadisti che sarebbero intervenuti per eliminare Assad.


La realtà è che Israele, gli Usa, i sauditi, non sono disposti ad accettare l’Iran come Paese indipendente e sovrano che ha una grande influenza regionale regalata proprio dalle mosse dissennate dell’Occidente. Nel 2001, dopo l’11 settembre e gli attentati di Al Qaeda (compiuti da terroristi sunniti e in gran parte sauditi), con la guerra in Afghanistan gli Usa e i loro alleati colpirono ai confini dell’Iran il regime dei talebani, da sempre ostile a Teheran. Nel 2003, facendo fuori Saddam, sono stati gli Usa a regalare l’Iraq all’influenza iraniana, come era del resto largamente prevedibile anche prima del conflitto.

 

In Siria la guerra per procura contro Assad è stata diretta contro l’espansione iraniana pensando di disgregare il regime di Damasco in pochi mesi: un calcolo sbagliato che con l’intervento della Russia ha aperto una voragine nel cuore del Medio Oriente. E l’Isis? Gli Stati Uniti, dopo avere occupato l’Iraq per un decennio ed essersi poi ritirati, non hanno mosso un dito per fermare nel 2014 il Califfato che occupava Mosul, la seconda città del Paese: sono stati i pasdaran iraniani guidati da Qassem Soleimani a riorganizzare per i primi l’esercito di Baghdad allo sbando. In Yemen i sauditi bombardano da tre anni la popolazione civile e non sono riusciti a venire a capo della resistenza degli Houthi sciiti sostenuti da Teheran ma che per anni hanno combattuto praticamente da soli quando qui tutti ignoravano un conflitto già cominciato a fine degli anni Duemila.

L’Iran non fa paura soltanto per le sue armi o il suo arsenale nucleare. Israele ha duecento testate con navi e sottomarini che possono lanciare ordigni atomici, ha un superiorità bellica ben maggiore rispetto a quella degli iraniani. La stessa Arabia Saudita, il più importante acquirente di armi americane e francesi, ha un Pil che è il doppio di quello iraniano pur avendo meno di un terzo della popolazione: dovrebbe essere un Paese temibile ed è invece incapace di vincere una guerra nel cortile di casa, neppure sotto la direzione degli americani.

 

L’Iran fa paura perché è un Paese indipendente, che non si è mai piegato alle direttive occidentali, con un regime assai discutibile ma in grado di preservare l’autonomia di uno stato che ha comunque 2500 anni di storia. Non solo. La sua influenza linguistica e storica è molto ampia e dal cuore del Medio Oriente arriva fino all’Asia centrale: gli iraniani sono una cultura, non solo un regime.

E’ questo che temono l’Occidente e i suoi alleati che vorrebbero sottometterlo. Siamo molto più tolleranti con i sauditi che nell’anno in cui hanno riaperto i cinema hanno eseguito una cinquantina di condanne a morte per le quali nessuno protesta. Per non parlare di Israele che vìola da decenni tutte le risoluzioni Onu, per altro adesso incoraggiato proprio da Trump: si è mai vista una volta che gli Usa non mettessero il veto al Consiglio di Sicurezza? C’è un doppio standard che avvelena da mezzo secolo la politica mediorientale.

 

Ecco perché con l’Iran non si possono neppure fare affari: il Paese dal 1979, anno della presa degli ostaggi nell’ambasciata Usa, è sottoposto a sanzioni e restrizioni. E anche oggi l’accordo sul nucleare non è stato rispettato: gli Usa continuano a tenere nel mirino del Tesoro le banche occidentali che concedono crediti a Teheran. In poche parole i primi a non rispettare gli accordi sono proprio gli americani. Ma non è certo una novità.

 

Fonte: Tiscali notizie

Nella relazione annuale del Dipartimento di Stato sui diritti umani, gli Stati Uniti hanno bollato Cina, Iran, Russia e Corea del Nord come “forze dell’instabilità” per le loro presunte violazioni dei diritti umani. Il rapporto si è anche scagliato contro lo Xinjiang cinese e negli affari tibetani.

 

Un giorno prima della pubblicazione del rapporto, il Dipartimento di Stato ha invitato diversi giornalisti uiguri di Radio Free Asia al suo briefing quotidiano e ha lanciato calunnie circa la situazione nello Xinjiang. Un funzionario del Dipartimento di Stato ha dichiarato che gli Stati Uniti potrebbero agire attraverso il Global Magnitsky Act. I media occidentali hanno immaginato che gli Stati Uniti stiano considerando la possibilità di sanzionare dei funzionari cinesi.

 

Sebbene il rapporto annuale sui diritti umani di Washington riesca ancora attirare i titoli, la sua influenza è in calo. Un numero crescente di crepe è stato rilevato nel sistema dei diritti umani dell'Occidente. I paesi occidentali sono ora tormentati da quegli stessi problemi per cui una volta puntavano il dito verso i paesi in via di sviluppo. Ad esempio, hanno dovuto rafforzare la gestione dei social media e hanno prestato maggiore attenzione ai confini della libertà. Il possesso di armi da parte negli Stati Uniti ha causato gravi violazioni dei diritti umani e attirato critiche a livello mondiale.

 

L'amministrazione di Donald Trump ha ridotto il proprio sostegno alla diffusione globale dei valori dei diritti umani occidentali. I fondi sono stati tagliati per le organizzazioni non governative e i dissidenti nei paesi in via di sviluppo ricevono meno sostegno materiale rispetto a prima. La Libia, l'Iraq e l'Afghanistan, dove l'Occidente aveva particolarmente esportato la "democrazia", ??sono rimasti impantanati nel caos. La Siria sta subendo un disastro umanitario a causa dell'intervento degli Stati Uniti e dell'Europa, il che rende i concetti dei diritti umani dell'Occidente poco convincenti.

 

I popoli nei paesi del Terzo Mondo hanno avuto la forte impressione che l'Occidente si preoccupi solo dei diritti di coloro che si oppongono al governo e che i tanto reclamati diritti umani dell'Occidente non soddisfino i bisogni della gente comune. L'Occidente sta usando i diritti umani per la politica.

Dopo la riforma e l'apertura della Cina, la causa dei diritti umani ha compiuto un salto storico di pari passo con lo sviluppo economico e sociale. Ad eccezione di alcuni attivisti radicali, la stragrande maggioranza del popolo cinese ha sentito e apprezzato i cambiamenti.

 

La comprensione dei diritti umani da parte dei cinesi è molto più ampia di quella dell'Occidente. Una vita prospera, equità sociale, servizi igienici pubblici puliti, tempo libero per viaggiare e non essere suscettibili ai sentimenti di inferiorità causati dalla povertà sono tutti diritti umani tangibili. I diritti umani occidentali non sono esclusi, ma è fastidioso che l'Occidente li usi come carte per colpire in Cina.

 

La questione dello Xinjiang è complicata. È imperativo ripristinare l'ordine nelle aree instabili all'interno della regione autonoma. Lo Xinjiang ha ottenuto grandi risultati nel mantenimento della stabilità e la sua sicurezza è migliorata. È una fortuna che lo Xinjiang non sia diventato un'altra Bosnia ed Erzegovina, il Kosovo o la Siria. Gli americani non si preoccupano del benessere dei gruppi etnici nello Xinjiang.

 

Ciò di cui si preoccupano è creare problemi, usando la loro egemonia sul discorso per creare ostacoli agli affari diplomatici e interni della Cina. Ciononostante, la situazione dei diritti umani in Cina è in continuo miglioramento. Non sarà disturbata dal giudizio dell'Occidente.

 

Fonte: L'Antidiplomatico

Questa è la storia di una città chiamata Douma, un luogo devastato e puzzolente di blocchi di appartamenti distrutti - e di una clinica sotterranea le cui immagini di sofferenza hanno permesso a tre delle nazioni più potenti del mondo occidentale di bombardare la Siria la scorsa settimana. C’è anche un dottore amichevole in un cappotto verde che, quando lo rintraccio nella stessa clinica, mi dice allegramente che la ripresa del “a gas” che ha fatto orrore al mondo - nonostante tutti i dubbiosi - è perfettamente genuina.

 

Le storie di guerra, tuttavia, hanno l’abitudine di diventare più oscure. Per lo stesso dottore siriano di 58 anni c’è qualcosa di profondamente scomodo: i pazienti, dice, sono stati sopraffatti non dal gas ma dalla fame di ossigeno nei tunnel pieni di spazzatura e negli scantinati in cui vivevano, in una notte di vento e bombardamenti pesanti che hanno scatenato una tempesta di polvere.

 

Come il dott. Assim Rahaibani annuncia in questa particolare conclusione, vale la pena di osservare che è per sua stessa ammissione non un testimone oculare e, mentre parla in buon inglese, si riferisce due volte agli uomini armati jihadisti di Jaish el-Islam [l’esercito dell’islam] a Douma come “terroristi” – la parola del regime per i loro nemici, e un termine usato da molte persone in tutta la Siria. Sto ascoltando questoQuale versione degli eventi dobbiamo credere?

 

Per sfortuna, anche i dottori che erano in servizio quella notte, il 7 aprile, erano tutti a Damasco per fornire prove a un’indagine sulle armi chimiche, che tenterà di fornire una risposta definitiva a questa domanda nelle prossime settimane.


La Francia, nel frattempo, ha dichiarato di aver “provato” che sono state usate armi chimiche, e i media statunitensi hanno citato fonti che dicono che anche le analisi del sangue e delle urine hanno mostrato questo. L’OMS ha affermato che i suoi partner sul campo hanno curato 500 pazienti “che presentano segni e sintomi compatibili con l’esposizione a sostanze chimiche tossiche.”

 

Allo stesso tempo, gli ispettori dell’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (OPCW) sono attualmente bloccati dal venire qui sul luogo del presunto attacco di gas, apparentemente perché mancavano i giusti permessi delle Nazioni Unite.

 

Prima di andare oltre, i lettori dovrebbero essere consapevoli che questa non è l’unica storia a Douma. Ci sono molte persone con cui ho parlato tra le rovine della città che hanno detto di non aver mai creduto a storie di gas, che di solito venivano messe in atto dai gruppi armati islamici. Questi jihadisti, in particolare, sono sopravvissuti sotto una tormenta di fuoco di bombe vivendo nelle case di altre persone e in vasti e ampi tunnel con strade sotterranee scavate nella roccia viva con asce dai prigionieri su tre livelli sotto la città. Ho attraversato tre di loro ieri, vasti corridoi di roccia viva che contenevano ancora russi – sì, russi – razzi e auto bruciate.

 

Quindi la storia di Douma non è solo una storia di gas – o niente gas, a seconda dei casi. Si tratta di migliaia di persone che non hanno optato per l’evacuazione da Douma sugli autobus che sono partiti la scorsa settimana, insieme agli uomini armati con cui hanno dovuto vivere come trogloditi per mesi per sopravvivere. Ho attraversato questa città abbastanza liberamente ieri senza soldato, poliziotto o agente di sicurezza a seguire i miei passi, solo due amici siriani, una macchina fotografica e un taccuino. Qualche volta dovevo arrampicarmi su bastioni alti due metri e mezzo, su e giù per i quasi muri da terra. Felici di vedere stranieri tra loro, ancora più felici che l’assedio sia finalmente finito, sono per lo più sorridenti; quelli di cui puoi vedere le facce, naturalmente, perché un numero sorprendente di donne di Douma indossa un hijab nero.

 

Ho guidato per la prima volta a Douma come parte di un convoglio scortato di giornalisti. Ma una volta che un generale noioso aveva annunciato al di fuori di una casa distrutta “Non ho informazioni” me ne sono andato. Diversi altri reporter, per lo più siriani, hanno fatto lo stesso. Persino un gruppo di giornalisti russi, tutti in abiti militari, se ne è andato.

 

È stata una breve passeggiata per il Dr Rahaibani. Dalla porta della sua clinica sotterranea - “Punto 200”, si chiama, nella strana geologia di questa città parzialmente sotterranea - c’è un corridoio che porta in discesa dove mi mostra il suo umile ospedale e i pochi letti dove piangeva una ragazzina mentre gli infermieri le curavano un taglio sopra l’occhio.”Ero con la mia famiglia nel seminterrato della mia casa a trecento metri da qui quella notte, ma tutti i dottori sanno cosa è successo. C’erano un sacco di bombardamenti [da parte delle forze governative] e gli aerei erano sempre sopra Douma durante la notte - ma quella notte, c’era vento e nuvole di polvere enormi cominciarono a venire negli scantinati e nelle cantine dove vivevano le persone. La gente ha cominciato ad arrivare qui soffrendo di ipossia, perdita di ossigeno. Poi qualcuno alla porta, un “Casco bianco”, ha gridato “Gas!”, ed è cominciato il panico. La gente ha iniziato a gettare acqua l’una sull’altra. Sì, il video è stato girato qui, è autentico, ma quello che vedi sono persone che soffrono di ipossia - non intossicazione da gas.”Stranamente, dopo aver parlato con più di 20 persone, non sono riuscito a trovarne uno che mostrasse il minimo interesse per il ruolo di Douma nel provocare gli attacchi aerei occidentali. Due in realtà mi hanno detto che non sapevano della connessione.

 

Ma è uno strano mondo in cui sono entrato. Due uomini, Hussam e Nazir Abu Aishe, hanno detto di non sapere quante persone siano state uccise a Douma, anche se quest’ultimo ha ammesso di avere un cugino “giustiziato da Jaish el-Islam [l’esercito dell’Islam] per essere “vicino al regime”. Si sono scrollati le spalle quando ho chiesto delle 43 persone che si dice siano morte nel famigerato attacco Douma.

 

I White Helmets – i primi soccorritori medici già leggendari in Occidente ma con alcuni spunti interessanti alla loro stessa storia – hanno svolto un ruolo familiare durante le battaglie. Sono in parte finanziati dal Ministero degli Esteri del Regno Unito e la maggior parte degli uffici locali è stata gestita da uomini di Douma. Ho trovato i loro uffici distrutti non lontano dalla clinica del dott. Rahaibani. Una maschera antigas era stata lasciata fuori da un contenitore di cibo con un occhio forato e una pila di sporche uniformi mimetiche militari giaceva all’interno di una stanza. Piantato, mi sono chiesto? Ne dubito. Il posto era pieno di capsule, attrezzature mediche e file rotti, lenzuola e materassi.


Ovviamente dobbiamo ascoltare la loro versione della storia, ma non succederà qui: una donna ci ha detto che ogni membro dei White Helmets di Douma ha abbandonato il quartier generale e ha scelto di portare gli autobus organizzati dal governo e protetti dalla Russia per la provincia ribelle di Idlib con i gruppi armati quando è stata concordata la tregua finale.

 

C’erano bancarelle di cibo aperte e una pattuglia di poliziotti militari russi – un optional ora facoltativo per ogni cessate il fuoco siriano - e nessuno si era nemmeno preso la briga di irrompere nella prigione islamica ostile vicino alla Piazza del Martirio dove le vittime sarebbero state presumibilmente decapitate negli scantinati. Il complemento della città della polizia civile siriana degli interni – che indossa stranamente abiti militari - è sorvegliato dai russi che possono essere o non essere osservati dai civili. Ancora una volta, le mie domande sincere sul gas sono state soddisfatte con quello che sembrava una vera perplessità.

 

Com’è possibile che i profughi di Douma che avevano raggiunto i campi in Turchia stessero già descrivendo un attacco di gas che nessuno oggi a Douma sembrava ricordare? Mi è venuto in mente che, camminando per più di un miglio attraverso questi miserabili tunnel ingombri di prigionieri, i cittadini di Douma vivevano così isolati l’uno dall’altro per così tanto tempo che le “notizie” nel senso della parola semplicemente non avevano significato per loro. La Siria non è fatta come una democrazia jeffersoniana - come vorrei cinicamente dire ai miei colleghi arabi – ed è davvero una dittatura spietata, ma che non potrebbe manipolare queste persone, felici di vedere gli stranieri tra di loro, di reagire con poche parole di verità. Quindi cosa mi stavano dicendo?

 

Parlavano degli islamisti sotto i quali erano vissuti. Hanno parlato di come i gruppi armati abbiano rubato case ai civili per evitare il governo siriano e il bombardamento russo. Jaish el-Islam ha bruciato i suoi uffici prima che se ne andassero, ma i massicci edifici all’interno delle zone di sicurezza che avevano creato erano stati quasi tutti distrutti a colpi di bombardamenti aerei. 

 

Un colonnello siriano che ho incontrato dietro uno di questi edifici mi ha chiesto se volevo vedere quanto fossero profondi i tunnel. Mi sono fermato dopo più di un miglio quando ha cripticamente osservato che “questo tunnel potrebbe arrivare fino alla Gran Bretagna”. Ah, sì, signora May, ho ricordato, i cui attacchi aerei erano stati così intimamente connessi a questo luogo di tunnel e polvere. E il gas?

 

Fonte: The Indipendent

 

Quando Macron era candidato alla presidenza della repubblica ignorava tutto delle relazioni internazionali. Il suo mentore, il capo dell’Ispezione Generale delle Finanze (corpo di 300 alti funzionari), Jean-Pierre Jouyet, lo beneficiò d’una formazione accelerata. I predecessori di Macron, Nicolas Sarkozy e François Hollande, avevano considerevolmente indebolito il prestigio della Francia.

 

Per mancanza di obiettivi prioritari e per i numerosi voltafaccia, la posizione della Francia era percepita come “inconsistente”. Macron ha iniziato il proprio mandato incontrando il maggior numero possibile di capi di Stato e di governo per dimostrare che la Francia sta rioccupando un ruolo di potenza mediatrice, capace di dialogare con tutti.

Sta messo davvero male l’Occidente se è costretto a rilanciare la guerra fredda solo per trovare legittimità a se stesso, come fa la premier britannica May dopo il disastro della sua leadership e del suo governo a seguito della scellerata Brexit; e come si atteggia il presidente Usa Donald Trump nel caos del cambio di casacca con i tanti ministri buttati via mentre resta sotto tiro manco a dirlo proprio del caso Russiagate, vale a dire l’accusa della presunta influenza russa sulla sua vittoria e quindi sulla debacle dei democratici che invece deriva dai fallimenti americani nelle troppe guerre mediorientali ancora in corso.

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