Christopher Black è uno dei giuristi penali internazionali più noti al mondo. Sul conflitto in Rwanda e su quello nella ex Jugoslavia negli anni '90, in particolare, Black ha dimostrato davanti ai tribunali istituiti ad hoc la loro illegittimità dal punto di vista della Carta delle Nazioni Unite e il loro essere meri strumenti di guerra degli Stati Uniti d'America.

 

In particolare, in relazione alla guerra in Rwanda, Black ha portato in tribunale prove non confutabili di come il Fronte patriottico rwandese avesse condotto una guerra d'aggressione per conto degli Stati Uniti e del Regno Unito attraverso l'Uganda. Insieme a diversi altri giuristi, Black ha criticato pubblicamente l'arresto di Slobodan Miloševic da parte del Tribunale dell'Aja, sostenendo come fossero, al contrario, i leader della Nato che si sarebbero dovuti sedere davanti ad un tribunale per crimini di guerra. Con il Pofessor Michael Mandel e ad altri giuristi, Black ha presentato una serie di accuse formali di crimini di guerra contro tutti i leader dell'Alleanza Atlantica dopo i bombardamenti del 1999. 

 

  1. C. Black è oggi una delle voci più autorevoli nel commentare la politica internazionale. Noi de l'AntiDiplomatico abbiamo avuto il privilegio di porgli alcune domande sulla nuova vittima dell'imperialismo nord-americano: il Venezuela.

Il suo paese, il Canada, fa parte del Gruppo di Lima, vale a dire quell'insieme di nazioni che, non potendo ottenere la maggioranza contro il Venezuela in sede OSA, ha deciso di distaccarsene. Da ultimo, questi paesi hanno chiesto alla Corte penale internazionale di aprire un'indagine contro il governo del Venezuela per crimini contro l'umanità. Ci sono le basi legali?

  

Il Venezuela è membro del Trattato di Roma e quindi rientra nella loro facoltà farlo, ma per iniziare un'indagine il Procuratore deve avere informazioni credibili e affidabili che meritino indagini sul fatto che siano stati commessi crimini. Crimini che il governo venezuelano starebbe sistematicamente ignorando o di cui è responsabile. Non hanno fornito tali informazioni nelle loro richieste. Tutto ciò che hanno inviato al Procuratore sono affermazioni infondate, dichiarazioni vuote che echeggiano la loro retorica politica. Quindi non ci sono motivi legali su cui il Procuratore possa agire.

Tuttavia, ci sono prove schiaccianti e la rea confessione di chi si vanta come gli Stati Uniti, il Canada e i paesi Ue di commettere crimini contro il popolo del Venezuela con la loro guerra economica. Le chiamano "sanzioni" che sono illegali a livello internazionale, per sostenere un tentativo di colpo di stato interno, per sostenere la cospirazione di chi commette aggressioni e ultimamente il sabotaggio di infrastrutture civili, come la rete elettrica.

 

Il Canada, seguendo quanto richiesto dagli Stati Uniti e con l'UE, impone sanzioni illegali che affliggono il popolo del Venezuela solo per rovesciare il governo attuale. Da un punto di vista legale cosa potrebbe fare il governo del Venezuela per proteggere i diritti violati della propria popolazione?  

 

Sì, le sanzioni sono illegali perché violano la Carta delle Nazioni Unite, dato che solo il Consiglio di sicurezza ha l'autorità di imporre sanzioni ai sensi del Capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite. Sono anche crimini contro l'umanità perché equivalgono a una guerra d'assedio che sta causando la deliberata sofferenza dei civili nel tentativo di rovesciare il governo. Il Venezuela sta facendo ciò che io stesso consiglierei alle autorità: costruire un sostegno tra le nazioni come la Russia, la Cina, l'India, la Turchia e molte altre che hanno appena formato un gruppo per ripristinare la Carta delle Nazioni Unite come cardine della legge internazionale. Caracas può anche chiedere all'ICC di muovere accuse contro i paesi che lo attaccano, come ho detto sopra. Il governo può infine presentare un reclamo contro gli Stati Uniti e gli altri paesi coinvolti per i danni ricevuti alla Corte di giustizia internazionale con la richiesta esplicita di fermare l’aggressione contro il Venezuela.

 

Bolton è arrivato a citare la Dottrina Monroe per spiegare l’approccio degli Stati Uniti contro il Venezuela. E’ un chiaro insulto a tutti i paesi dell’America Latina, Gruppo di Lima, compreso chiaramente. Ma ha qualche riferimento con il diritto internazionale?

 

La Dottrina Monroe non è accettata come parte del diritto internazionale e non lo è mai stata. È una dichiarazione molto semplice che Monroe emanò nel 1823, subito dopo che gran parte dell'America Latina si era liberata dal giogo spagnolo e portoghese: l'emisfero occidentale era da considerare una regione di interesse americana e qualsiasi intrusione europea nell'area sarebbe stata considerata un atto ostile. Riportarla alla luce oggi come Bolton cerca di fare è sì un insulto a tutti i paesi dell'America Latina e persino al Canada, poiché significa che gli americani considerano quelle nazioni come tante province del loro impero. Tuttavia c'è una contraddizione perché ora fanno affidamento sull'aiuto dell'Europa - ad esempio Spagna, Gran Bretagna, Francia e Germania - per procedere nella guerra contro il Venezuela. Ma così mostrano anche la loro debolezza, facendo affidamento proprio sull'aiuto delle stesse nazioni che la Dottrina Monroe afferma di voler escludere dalla regione.

 

Al ritorno in Venezuela il 4 marzo, il deputato Guaidò è stato scortato da alcuni ambasciatori europei, Spagna Francia e Germania in particolare. E’ una decisione in linea con la Convenzione di Vienna e il diritto internazionale generale?

 

No, è una violazione della Convenzione di Vienna e un atto ostile. L'articolo 5 della Convenzione di Vienna sulle relazioni consolari del 1963 stabilisce le normali attività consentite dei consoli in uno Stato ricevente. La sottosezione (m) afferma:

esercitare tutte le altre funzioni affidate a un posto consolare dallo Stato di invio, che non siano vietate dalle leggi e dai regolamenti dello Stato di residenza o alle quali questo Stato non s’opponga, oppure che sono menzionate negli accordi internazionali in vigore tra lo Stato d’invio e lo Stato di residenza. Ciò significa che il sostegno ai cospiratori in un tentativo di golpe contro lo Stato ricevente è chiaramente proibito ed è considerato dal diritto internazionale consuetudinario come un atto ostile e il paese ricevente ha il diritto di espellere immediatamente i funzionari consolari coinvolti o l'intero corpo diplomatico.

 

Da esperto di diritto internazionale cosa risponde a chi invoca la famigerata “responsabilità di proteggere” sul caso del Venezuela?

 

Non esiste una dottrina legale di "responsabilità di proteggere" nel diritto internazionale. È puramente un'invenzione degli Stati Uniti e dei loro alleati per giustificare le loro guerre di aggressione e violazioni della Carta delle Nazioni Unite. Dal momento che non possono ottenere il sostegno del Consiglio di sicurezza per le loro guerre, perché sono in violazione dell'obbligo di mantenere la pace e violano i diritti di ogni nazione alla sua sovranità e indipendenza, il diritto di non essere attaccato in alcun modo da altre nazioni, hanno inventato questa frase per giustificare l'ingiustificabile, non è altro che un pretesto per le guerre di aggressione e la gente dovrebbe metterlo fuori di testa come argomento per queste guerre. È una falsa dottrina, una vera dottrina, inventata dai fascisti.

 

Sempre da esperto di diritto internazionale come giudica il comportamento delle delegazioni dei paesi europei nel Consiglio di diritti umani di Ginevra?

 

Sono un giurista penalista esperto di diritto internazionale più che un esperto della tematica specifica dei diritti umani e, sebbene abbia una certa familiarità con il Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite, non posso fornire un'opinione accademica. Tuttavia, dalla mia esperienza maturata negli ultimi 20 anni, posso dire che le potenze europee e gli americani ne hanno preso il controllo e lo usano per far avanzare i loro interessi. Il Consiglio ha inviato un relatore speciale in Venezuela per indagare sulle condizioni ivi presenti e il suo rapporto ha affermato che le difficoltà erano interamente imputabili alla guerra economica condotta dagli Stati Uniti contro il Venezuela. Ha anche affermato che il suo report è stato consegnato e da allora non è mai stato utilizzato. A dimostrazione proprio di questo.

 

Nei loro discorsi al Consiglio di Sicurezza sia il ministro degli esteri del governo venezuelano, Arreaza, che l’Ambasciatore presso la OEA, Moncada, hanno denunciato l’aggressione del 23 febbraio dalla Colombia. Hanno anche denunciato come  Stati Uniti e alleati stiano armando bande irregolari di mercenari sul modello di quello che è avvenuto in Siria. Dopo il fallimento di Cucuta sarà questa la strategia contro il Venezuela?

 

Possiamo vedere la strategia di guerra ibrida che stanno utilizzando in questi giorni con l'attacco informatico che ha portato al sabotaggio della rete elettrica. La guerra ibrida è una guerra che usa tutti i campi della vita e della società per danneggiare la nazione presa di mira. Continueranno a usare la guerra economica, la guerra cibernetica, la guerra di propaganda, la sovversione, il sabotaggio, le minacce di attacchi di massa, il terrorismo, gli attacchi con false bandiere. Fanno lo stesso contro la Russia, la Siria, l’Iran e la Corea del Nord. Tutte queste tattiche sono ovviamente elementi di una guerra di aggressione, che è il crimine di guerra fondamentale e ora un crimine per cui, in teoria, dovrebbero essere perseguiti dalla Corte penale internazionale. 

 

fonte: l'antidiplomatico.it

È un paese, l'Honduras, dove si uccide per occultare soprusi e violenze lunghe secoli. Dove si uccide per nascondere la verità. L'assassinio di Berta Cáceres, nella notte tra il due e il tre marzo del 2016, avviene dopo un crescendo di minacce e intimidazioni. Da parte di chi? Di uno Stato diretta filiazione del golpe del 2009. Estromesso, e costretto all'esilio, Manuel Zelaya, che aveva consentito l'ingresso dell'Honduras nell'ALBA, il paese rientra nell'orbita di controllo degli Stati Uniti.

 

Al colpo di stato del 29 giugno del 2009 infatti, è ampiamente documentata la partecipazione attiva di Hilary Clinton, all'epoca Segretario di Stato.

 

L'allontanamento, sancito con un referendum, dagli interessi di Washington, scatena quindi la voracità del potente vicino e quella degli eterni esecutori interni. Banchieri, latifondisti, le solite aristocrazie, insomma tutto l'ordinamento socio-economico che da sempre tiene le redini di un paese eternamente condannato alla povertà, riprende violentemente il controllo.

 

L'ondata repressiva seguita al golpe lascia morti e atrocità, nelle città come nelle campagne. Non si sono ravvisate voci di indignazione e protesta nei tempi sacri della informazione, che invece si sollevano con sorprendente prontezza quando si tratta di alimentare e sostenere campagne di diffamazione nei confronti del Venezuela della Bolivia o del Nicaragua, solo per citarne alcune.

 

In ogni caso, il tentativo di arginare la svendita di risorse umane e naturali del paese ai grandi trattati commerciali, come avvenuto in tante altre realtà del sub-continente, viene frustrato con il sangue. Il Plan Puebla Panama, permette la privatizzazione dei fiumi per la costruzione di dighe.

 

Grandi opere che fanno la felicità delle imprese che le realizzano, che nessun beneficio però portano alla popolazione. Nello specifico, violano l'equilibrio naturale di intere zone nelle quali da secoli risiedono comunità che di quelle ricchezze naturali si nutrono. E che curano e conservano. Un attacco dunque, sferrato alla biodiversità per soddisfare la insaziabilità del capitalismo. Una storia vecchia come la umanità, che in questo angolo di pianeta si ripropone in forma di tragedia.

La comunità Lenca si oppone da subito alla ennesima espropriazione e all'ennesimo saccheggio da parte di multinazionali che nulla hanno a che vedere con lo sviluppo, ma molto con il profitto.

 

Nasce il COPINH - Consejo Cívico de Organizaciones Populares e Indígenas de Honduras; Berta ne diventa militante e ben presto leader riconosciuta. “Noi siamo discendenti dei popoli indigeni che hanno compiuto la più grande resistenza alla conquista. Questo non è mai stato riconosciuto, mai compreso, neppure dalla sinistra. L’imperialismo e la destra non si riposano. Li abbiamo sopravalutati e siamo rimasti come in letargo. Nella crisi generale del capitalismo, loro hanno bisogno delle nostre risorse, la biodiversità, il petrolio, la nostra cultura, i nostri saperi ancestrali. Perciò non rinunceranno. Ed è questo il tempo in cui il movimento sociale di sinistra, antimperialista, deve consolidare e rafforzare il suo processo di emancipazione. Deve essere una risposta non solo locale o regionale, ma internazionale, globale, contro il capitalismo”. Questo diceva Berta, questo gli valse nel 2015 il Golden Environmental Prize, considerato un Nobel dell'ambientalismo. Per questo, Berta fu assassinata.

 

La sua lotta contro il patriarcato, il colonialismo, il capitalismo, ha messo a dura prova la sua stessa esistenza, fino alle conseguenze più estreme. Il patto di ferro tra lo stato golpista e la DESA, l'impresa designata per la realizzazione delle dighe, ha perseguitato Berta e il COPINH per seminare morte e paura; per far desistere la popolazione da qualsiasi anelito di resistenza. E lo fa tuttora, a tre anni dall'omicidio, lasciando sostanzialmente impuniti i mandanti e gli autori materiali del delitto.

 

“Giustizia per Berta” non è dunque solo uno slogan, un lema per non dimenticare, per combattere l'oblio, questa malattia letale in America Latina come in tutto il pianeta. È un impegno costante per ristabilire in Honduras, ma dall'estrinseco valore universale, imprescindibili principi di democrazia. E lo è ora più che mai, in questi complicati tempi in cui tornano a tuonare i tamburi di guerra e a far mostra  di muscoli per preparare un'aggressione, alle porte di paesi poco graditi alle oligarchie occidentali. Sembrano cronache del secolo passato, eppure raccontano questi nostri giorni. Berta ne è la drammatica testimonianza.

 

I suoi assassini l'hanno sorpresa nel sonno, violentando la sua indifesa intimità come solo la bestia fascista è capace di fare. Avrà avuto il tempo di stampare i suoi occhi negli occhi di chi nella maniera più vile avrebbe messo fine alla sua vita.

 

Per quanto sia stata una esecuzione, e condotta quindi con tutti i “crismi” che una operazione simile richiede, è la paura che ha fatto premere il grilletto.

La paura di trovarsi davanti una donna disarmata che con la sola forza delle parole, dei gesti esemplari, rendeva disarmante la bieca pratica della sopraffazione. L'avrà guardato fisso negli occhi per raccontargli in una frazione di secondo l'atroce inutilità di quel gesto. Come se uccidere e assassinare a sangue freddo fosse una prova di impareggiabile coraggio.

 

Berta, è molto più di un'idea, di un esempio. È molto più di un cuore che smette di battere. È un fiume che scorre tra le montagne, è la montagna che lo accompagna tra le valli sacre che la bestialità del profitto vorrebbe stuprare per insediarcisi con tutto il suo carico di morte e devastazione. È la dignità che prende parola.

Ed è un fiume in piena, proprio come quello che avrebbero voluto distruggere con una sproposito di dighe. E che lei ha tanto strenuamente difeso, fino all'ultimo respiro. L'avevano minacciata di morte più e più volte, per aver commesso l'atroce delitto di denunciare i padroni del vapore. Per aver commesso l'atroce delitto di aver preso la vita sul serio, come Leonel Rugama, crivellato di colpi dalla Guardia Nacional somozista nel Nicaragua della insurrezione sandinista.

 

Gli squadroni della morte non conoscono latitudini e congiunture storiche. Attraversano impunemente qualsiasi società e qualsiasi giusta causa. Svolgono diligentemente il loro lavoro grazie alla compiacenza di governi mascherati da democrazia e al disinteresse dei cosiddetti mezzi d'informazione. Il loro disinteresse però non impiega molto a tramutarsi in complicità. E più precisamente in quella comoda complicità che rende comodi le vite di chi trova conforto nel volgere lo sguardo sempre dall'altra parte. Dove regna il soporifero piacere di trovare nelle disperazioni altrui il proprio benessere.

 

 

All’indomani degli attentati dell’11 Settembre, il segretario alla Difesa, Donald Rumsfeld, e il suo consigliere Arthur Cebrowski definirono la necessità per il Pentagono di dominare completamente il campo di battaglia mondiale (Full-spectrum dominance), in modo da assicurare l’unipolarità del mondo. È esattamente quanto gli Stati Uniti stanno cercando di fare oggi.

 

Due settimane fa Washington ha incoronato presidente del Venezuela Juan Guaidò, pur non avendo questi neppure partecipato alle elezioni presidenziali, e ha dichiarato illegittimo il presidente Maduro, regolarmente eletto, preannunciando la sua deportazione a Guantanamo.

 

La scorsa settimana ha annunciato la sospensione USA del Trattato INF, attribuendone la responsabilità alla Russia, e ha in tal modo aperto una ancora più pericolosa fase della corsa agli armamenti nucleari.

 

Questa settimana Washington compie un altro passo: domani 6 febbraio, la NATO sotto comando USA si allarga ulteriormente, con la firma del protocollo di adesione della Macedonia del Nord quale 30° membro.

 

Non sappiamo quale altro passo farà Washington la settimana prossima, ma sappiamo qual è la direzione: una sempre più rapida successione di atti di forza con cui gli USA e le altre potenze dell’Occidente cercano di mantenere il predominio unipolare in un mondo che sta divenendo multipolare. Tale strategia - espressione non di forza ma di debolezza, tuttavia non meno pericolosa - calpesta le più elementari norme di diritto internazionale.

 

Caso emblematico è il varo di nuove sanzioni USA contro il Venezuela, con il «congelamento» di beni per 7 miliardi di dollari appartenenti alla compagnia petrolifera di Stato, allo scopo dichiarato di impedire al Venezuela, il paese con le maggiori riserve petrolifere del mondo, di esportare petrolio. Il Venezuela, oltre ad essere uno dei sette paesi del mondo con riserve di coltan, è ricco anche di oro, con riserve stimate in oltre 15 mila tonnellate, usato dallo Stato per procurarsi valuta pregiata e acquistare farmaci, prodotti alimentari e altri generi di prima necessità. Per questo il Dipartimento del Tesoro USA, di concerto con i ministri delle Finanze e i governatori delle Banche Centrali di Unione europea e Giappone, ha condotto una operazione segreta di «esproprio internazionale» (documentata da Il Sole 24 Ore).

 

Ha sequestrato: 31 tonnellate di lingotti d’oro appartenenti allo Stato venezuelano: 14 tonnellate depositate presso la Banca d’Inghilterra, più altre 17 tonnellate trasferite a questa banca dalla tedesca Deutsche Bank che li aveva avuti in pegno a garanzia di un prestito, totalmente rimborsato dal Venezuela in valuta pregiata.

Una vera e propria rapina, sullo stile di quella che nel 2011 ha portato al «congelamento» di 150 miliardi di dollari di fondi sovrani libici (ormai in gran parte spariti), con la differenza che quella contro l’oro venezuelano è stata condotta segretamente. Lo scopo è lo stesso: strangolare economicamente lo Stato-bersaglio per accelerarne il collasso, fomentando l’opposizione interna, e, se ciò non basta, attaccarlo militarmente dall’esterno.

 

Con lo stesso dispregio delle più elementari norme di condotta nei rapporti internazionali, gli Stati uniti e i loro alleati accusano la Russia di violare il Trattato INF, senza portare alcuna prova, mentre ignorano le foto satellitari diffuse da Mosca le quali provano che gli Stati Uniti avevano cominciato a preparare la produzione di missili nucleari proibiti dal Trattato, in un impianto della Raytheon, due anni prima che accusassero la Russia di violare il Trattato.

 

Riguardo infine all’ulteriore allargamento della NATO, che sarà sancito domani, va ricordato che nel 1990, alla vigilia dello scioglimento del Patto di Varsavia, il Segretario di Stato USA James Baker assicurava il Presidente dell’URSS Mikhail Gorbaciov che «la NATO non si estenderà di un solo pollice ad Est». In vent’anni, dopo aver demolito con la guerra la Federazione Jugoslava, la NATO si è estesa da 16 a 30 paesi, espandendosi sempre più ad Est verso la Russia.

 

fonte: voltairenet.org

Una relazione, divisa in due parti, recentemente pubblicata con il titolo “Come la USAID ha favorito un "Golpe Soave" (blando) contro il governo nicaraguense”, ha reso pubblici documenti che rivelano le principali fonti e i destinatari di finanziamenti politici a organismi nicaraguensi che hanno promosso il fallito “Golpe Soave” che, tra aprile e luglio di quest’anno, con una vera e propria danza di milioni di dollari mortiferi, ha causato grandi sofferenze e dolore in Nicaragua.

 

La relazione, pubblicata originariamente in forma di reportage sul sito web Behind Back Doors, rivela che, l’Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale (USAID la sigla in inglese), ha somministrato 76 milioni di dollari per preparare il golpe. La relazione evidenzia che la USAID si è disegnata in Nicaragua una strategia a lungo termine, che comprende il periodo 2010-2020, in vista delle elezioni presidenziali del 2021, per la quale ha stanziato 68 milioni 414 mila 563 dollari ai quali, nel 2016, sono stati aggiunti altri 7 milioni 995 mila 22 dollari per un gran totale di 76,4 milioni di dollari.

È un fatto, non un’analisi né un’opinione: «L’ordine internazionale libero e aperto» che gli Stati Uniti promuovono dal 1945 è costato la vita a 20-30 milioni di persone nel mondo. Nessun presidente, chiunque egli sia, è riuscito a rallentare il ritmo di questa macchina per uccidere.

 

Nel riassunto del suo ultimo documento strategico - 2018 National Defense Strategy of the United States of America (il cui testo integrale è segretato) - il Pentagono sostiene che «dopo la Seconda guerra mondiale gli Stati uniti e i loro alleati hanno instaurato un ordine internazionale libero e aperto per salvaguardare la libertà e i popoli dall’aggressione e coercizione», ma che «tale ordine viene ora minato dall’interno da Russia e Cina, le quali violano i principi e le regole dei rapporti internazionali». Completo ribaltamento della realtà storica.

 

Il prof. Michel Chossudovsky, direttore del Centre for Research on Globalization, ricorda che questi due paesi, classificati oggi come nemici, sono quelli che, quando erano alleati degli Stati uniti durante la Seconda guerra mondiale, pagarono la vittoria sull’Asse nazi-fascista Berlino-Roma-Tokyo con il più alto prezzo in vite umane: circa 26 milioni l’Unione Sovietica e 20 milioni la Cina, in confronto a poco più di 400 mila degli Stati uniti.

 

Con questa premessa Chossudovsky introduce su Global Research un documentato studio di James A. Lucas sul numero di persone uccise dalla ininterrotta serie di guerre, colpi di stato e altre operazioni sovversive effettuata dagli Stati uniti dalla fine della guerra nel 1945 ad oggi: esso viene stimato in 20-30 milioni [1]. Circa il doppio dei caduti della Prima guerra mondiale, di cui si è appena celebrato a Parigi il centenario della fine con un «Forum della pace».

 

Oltre ai morti ci sono i feriti, che spesso restano menomati: alcuni esperti calcolano che, per ogni persona morta in guerra, altre 10 restino ferite. Ciò significa che i feriti provocati dalle guerre Usa ammontano a centinaia di milioni. A quello stimato nello studio si aggiunge un numero inquantificato di morti, probabilmente centinaia di milioni, provocati dal 1945 ad oggi dagli effetti indiretti delle guerre: carestie, epidemie, migrazioni forzate, schiavismo e sfruttamento, danni ambientali, sottrazione di risorse ai bisogni vitali per coprire le spese militari.

 

Lo studio documenta le guerre e i colpi di stato effettuati dagli Stati uniti in oltre 30 paesi asiatici, africani, europei e latino-americani. Esso rivela che le forze militari Usa sono direttamente responsabili di 10-15 milioni di morti, provocati dalle maggiori guerre: quelle di Corea e del Vietnam e le due contro l’Iraq. Altri 10-14 milioni di morti sono stati provocati dalle guerre per procura condotte da forze alleate armate, addestrate e comandate dagli Usa, in Afghanistan, Angola, Congo, Sudan, Guatemala e altri paesi.

 

La guerra del Vietnam, estesasi a Cambogia e Laos, provocò un numero di morti stimato in 7,8 milioni (più un enorme numero di feriti e danni genetici generazionali dovuti alla diossina sparsa dagli aerei Usa). La guerra per procura negli anni Ottanta in Afghanistan fu organizzata dalla Cia che addestrò e armò, con la collaborazione di Osama bin Laden e del Pakistan, oltre 100 mila mujaidin per combattere le truppe sovietiche cadute nella «trappola afghana» (come dopo la definì Zbigniew Brzezinski, precisando che l’addestramento dei mujaidin era iniziato nel luglio 1979, cinque mesi prima dell’invasione sovietica dell’Afghanistan).

 

Il colpo di stato più sanguinoso fu organizzato nel 1965 in Indonesia dalla Cia: essa fornì agli squadroni della morte indonesiani la lista dei primi 5 mila comunisti e altri da uccidere. Il numero dei trucidati viene stimato tra mezzo milione e 3 milioni. Questo è «l’ordine internazionale libero e aperto» che gli Stati uniti, indipendentemente da chi siede alla Casa Bianca, perseguono per «salvaguardare i popoli dalla aggressione e coercizione».

 

Fonte: voltairenet.org

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