di Mario Braconi 

Dopo aver visto programma One Million Snake Bites, trasmesso il 22 febbraio da BBC 2, quanti ritengono che il rischio di morte connesso al morso di un serpente velenoso sia un fenomeno statisticamente poco rilevante, dovranno ricredersi. Secondo il documentario, sono almeno cinque milioni ogni anno le persone che nel mondo muoiono o subiscono gravi danni alla salute a causa di un incontro troppo ravvicinato con uno di questi pericolosi rettili.

I ricercatori Josè Maria Gutierrez (Università del Costa Rica) e David Warrell (Università di Oxford), però, ritengono che questo dato sia sottostimato, anche a causa della bassa qualità dei verbali di ammissione alle strutture sanitarie delle vittime degli incidenti. Al punto che, secondo i due studiosi, si possono ottenere dati più realistici somministrando questionari alle popolazioni a rischio. Un altro studio dell’Università di Toronto, in effetti, suggerisce che, nella sola India, le persone colpite da morsi di serpenti velenosi possano superare il milione, la gran parte delle quali sono vittime di quattro specie: il cobra con gli occhiali, la vipera di Russell, la vipera squamata e il bungaro comune.

Romulus Whitaker, nato a New York nel 1943, è un celebre erpetologo, documentarista ed esperto di conservazione: non solo egli ha sviluppato una (insana?) passione per il Cobra Reale (un vero pezzo da novanta, con i suoi quasi 4 metri di lunghezza e una quantità di veleno in corpo da fare fuori dai 20 ai 40 uomini adulti, o, in alternativa, un elefante), al quale ha anche dedicato uno documentario di grande successo per il National Geographic (“The King and I”, 1996). Ma grazie al suo approccio pragmatico, é riuscito a trovare un compromesso accettabile tra la sua passione per la biodiversità e lo sviluppo umano.

La tribù degli Irula, in India, è stata per moltissimi anni specializzata nella caccia ai serpenti velenosi, dal momento che la pelle dei serpenti era molto apprezzata per la realizzazione di accessori di moda. I suoi membri, pur essendo analfabeti, sono in grado di catturarli a mani nude con grande facilità, armati solo di una spranga con la quale scuotono l’erba. Quando, però, nel 1972 la caccia ad alcune specie divenne illegale e venne sanzionata con il carcere, gli Irula furono costretti a lavorare in fattoria o a cercare fortuna in qualche baraccopoli.

Una minoranza degli Irula, però, decise di seguire Whitaker, il quale organizzò una cooperativa per la raccolta del veleno degli stessi serpenti che la tribù sapeva così abilmente catturare: anziché ucciderli, l’accordo prevedeva che gli animali venissero portati, vivi, in una speciale struttura per essere misurati, studiati e marchiati per evitare una successiva cattura troppo ravvicinata. Nel laboratorio, il veleno viene tuttora munto dai serpenti e venduto all’industria farmaceutica, che lo utilizza per produrre gli antidoti.

 Sfortunatamente per le vittime, però, il business degli antidoti non è redditizio. Infatti, isolare il principio attivo può essere un’operazione complessa e dispendiosa, dato che ogni specie ha il suo veleno, e che per combatterlo è inevitatile sintetizzzare anticorpi ad hoc. In effetti, come ricorda il servizio della BBC, la vera ragione per la quale centinaia di migliaia di persone muoiono ogni anno per il morso di serpenti è la loro miseria.

L’ignoranza impedisce loro di mettere in pratica le più elementari precauzioni (una prima di tutte, indossare delle scarpe); il contesto socio-economico in cui vivono preclude loro la possibilità di accedere ad punto di soccorso nel quale venga effettuata una diagnosi corretta ed immediata; infine, la povertà limita molto le loro possibilità di trovare un antidoto che li potrebbe salvare, sempre che non sia un diktat di mercato ad impedire la stessa produzione del siero, in quanto anti-economico.

La speranza di Gutierrez e del collega Warrell, entrambi soci del network internazionale Global Snake Bite Initiative (GSBI), è sensibilizzare i governi su questo tema e stimolarli a sovvenzionare la produzione di antidoti e di linee guida sulla loro produzione. Linee guida su cui è al lavoro anche la WHO (World Health Organization) e che si spera possano evitare in futuro lo scempio che attualmente si verifica in Africa, un continente in cui la produzione di antidoti ai veleni dei serprenti più letali (boomslang e mamba nero, per esempio) versa attualmente in stato di grave crisi, con i costi immaginabili in termini di vite umane.

La situazione sarebbe già abbastanza seria se non si dovessero considerare due ulteriori fattori, che renderanno sempre più grave il rischio di morte a causa del morso di serpenti velenosi: l’aumento della popolazione globale, che fatalmente porterà gli uomini ad interagire sempre di più con questi temibili “vicini di casa”. E soprattutto una pericolosa evoluzione genetica, la cui conseguenza è la produzione di veleni sempre più potenti da parte di specie già normalmente molto pericolose.

Una ricerca di Darin Rokyta della Florida State University sul crotalo diamantino orientale, spiega che alcune specie di scoiattoli che condividono l’habitat con serpenti velenosi hanno finito per sviluppare anticorpi in grado di neutralizzare la tossicità del veleno di questi ultimi. Il fatto è che, in risposta a questo evoluzione, anche i serpenti stanno evolvendo, mutando le tossine del loro veleno, che pertanto diventerà più pericoloso per gli uomini. Sembra dunque che l’umanità sia ancora lontana dal vincere la guerra contro i rettili di biblica memoria (si veda la Genesi, in cui si parla dell’inimicizia tra il serpente e la donna). Anche se i più pericolosi, forse, non strisciano, ma camminano su due gambe. E non si evolvono.

 

 

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