di Sara Seganti

Durban ha diviso stampa e addetti ai lavori tra chi ha preso una posizione pacatamente soddisfatta, viste le più nere previsioni sulla possibilità di concentrare gli sforzi internazionali sulla riduzione dell’emissione di gas serra in questo momento storico, e tra chi ha apertamente confessato la propria delusione. Su un unico punto sembra emergere un generale accordo: l’ultima conferenza delle parti sul cambiamento climatico ha prodotto un risultato al ribasso, un risultato poco ambizioso e macchinoso, specchio fedele dell’assenza di volontà politica che caratterizza le azioni sul clima. Ma chi avrebbe dovuto dare prova di volontà politica, di senso di responsabilità, di fronte all’attuale riscaldamento globale?

Sicuramente i paesi ricchi - la definizione “sviluppati” sopratutto dopo Durban è definitivamente obsoleta - i paesi di prima industrializzazione con le maggiori responsabilità storiche rispetto al riscaldamento globale, non sono stati solerti, né uniti, nella volontà di coprire i costi necessari a tentare di mantenere l’aumento della temperatura globale inferiore ai 2° nei prossimi anni. Ma quali sono le volontà politiche del “sud del mondo”, se per astrazione si potesse definire un “sud” con sua una volontà politica riconoscibile? Perché a Durban è sembrato che questo “sud” non si sia lasciato convincere all’abnegazione in nome di un pianeta da salvare?

Una prima risposta è nei metodi. Questi round di negoziazioni internazionali sul clima sono stati tradizionalmente teatro di sottoscrizione di accordi in cambio di aiuti economici, spesso portati avanti a suon di minacce e pratiche di corruzione. A Durban è apparso chiaro che i paesi emergenti, soprattutto Cina e India, rivendicano un ruolo politico di primo piano e non sono disponibili alla collaborazione sulla base di imposizioni venute dall’alto. Per di più, rispetto a quando il mondo ricco si sentiva in dovere di riparare ai danni che aveva creato, sono cambiate molte cose, se mai un’epoca simile sia esistita davvero.

Ai paesi come India e Cina è richiesto un impegno, senza il quale effettivamente ogni sforzo di contenere il riscaldamento globale sarebbe vano visto il loro attuale potere inquinante; ma è una richiesta che non va di pari passo con un reale coinvolgimento nel processo decisionale che porta agli impegni presi. Questo per lo meno è quello che i paesi emergenti hanno evitato di fare a Durban, di firmare cioè accordi vincolanti che non rispettino le loro esigenze di sviluppo.

La ratifica della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico, entrata in vigore nel 1994, stabiliva una distinzione tra i paesi sviluppati e i paesi non sviluppati, dividendo in pratica il mondo in due gruppi con responsabilità diverse sul riscaldamento climatico. Secondo questa distinzione, fedelmente riportata nel protocollo di Kyoto, i paesi sviluppati dovevano farsi carico degli oneri di una riduzione delle emissioni dei gas serra come una sorta di compensazione storica, mentre i paesi non sviluppati avevano il diritto a deroghe di modo da permettere quello sviluppo che all’epoca sembrava più lontano.

Questi parametri, in effetti, sono ormai vetusti e non corrispondono più ai reali livelli di sviluppo e capacità di inquinamento dei paesi. La Romania figura tra i paesi sviluppati mentre Singapore, oggi un paese con un reddito pro-capite ben più alto, è ancora classificato come in “via di sviluppo”. Cina e India devono, effettivamente, partecipare a un processo di riduzione dell’inquinamento, e sembrano disposti a farlo ma hanno intenzione di dire la loro sui modi, i tempi e le eventuali sanzioni per l’inadempienza.

Una seconda risposta è nel debito ma si tratta di un paradosso. I paesi in via di sviluppo, infatti, sono due volte creditori quando si parla di clima, ma continuano a vedersi proporre accordi che li penalizzano ulteriormente, amplificando il debito nei confronti del mondo occidentale e delle istituzioni finanziarie internazionali. Sono due volte creditori perché sono chiamati a salvare il mondo nonostante non abbiano partecipato al primo banchetto dello sviluppo industriale e perché sono i principali danneggiati dagli effetti del cambiamento climatico.

L’aumento delle temperature sta, tra le altre cose, ponendo a rischio l’agricoltura e sta mettendo in luce il dissesto di un territorio poco tutelato, dove da alcuni anni a questa parte, causa siccità o inondazioni in zone che non erano storicamente abituate a far fronte a questi eventi naturali, si verificano ingenti danni e innumerevoli morti. Ma solo nel sud del mondo il doppio credito produce debito: la direzione proposta nelle sedi internazionali è quella della finanziarizzazione degli impegni ambientali, dato che i poveri non sono in grado di far fronte alle spese necessarie per la riduzione dell’inquinamento. I paesi poveri sono stati invitati, in sostanza, a contrarre ulteriori debiti, travestiti da aiuti, che andrebbero ad ingrossare ancora il debito del terzo mondo.

Una terza risposta è nello sviluppo. Come conciliare il diritto allo sviluppo, tema di cui l’India si è fatta portatrice durante la conferenza in nome di tutti quei paesi che hanno ancora tanto da conquistare per i propri cittadini, con la necessità di partecipare al richiamo globale del rispetto per la madre terra tenendo a bada le emissioni di gas serra?

Con quasi un miliardo di persone che vivono sotto la soglia di povertà, è comprensibile che i paesi poveri, ma anche quelli emergenti, non siano disposti a cedere su una differenziazione degli oneri e delle sanzioni rispetto ai paesi più ricchi. Rispetto al passato, il sud del mondo sembra disponibile a discutere di possibili interventi che vadano nella direzione della tutela ambientale, ma non a danno dello sviluppo umano delle loro genti. E a esclusivo vantaggio degli organismi monetari internazionale e del Nord che accumula ricchezze dal debito che impone al Sud.

La consapevolezza della necessità della tutela ambientale per il bene del territorio e delle persone, dopo decenni di veri e propri scempi, si sta lentamente facendo avanti nei paesi del “sud”, o per lo meno in una sua parte. Resta da vedere se si arriverà in tempo per salvare il salvabile, ma a Durban è parso chiaro che non sarà una conferenza Onu a dettare l’agenda dello sviluppo dei paesi emergenti.

 

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