di Alessandro Iacuelli

Era la metà del dicembre scorso quando, in pompa magna, il premier giapponese Yoshihiko Noda annunciava che i reattori della centrale nucleare di Fukushima Daiichi, a quasi un anno dal disastro nucleare, erano ormai siano ormai stabili e sicuri. Pochi mesi, e quell'annuncio si è scontrato con una dura realtà basata su fatti, non certo su annunci politici tesi alla propaganda: gli impianti nucleari colpiti dallo tsunami non sono affatto stabili, tantomeno sicuri.

Si verificano quasi a giorni alterni, infatti, continue nuove piccole fughe radioattive. Puntualmente smentite sia dalla Tepco (la società che gestisce gli impianti) che dal governo nipponico, ma evidenziate puntualmente dalla rete di strumenti di misurazione collocati nell'area.

Il primo febbraio scorso si è verificata una fuga abbastanza grave: una quantità di acqua radioattiva, compresa tra le otto e le nove tonnellate, è uscita proprio dal fatidico reattore numero 4. La Tepco ha dato garanzia che nulla è arrivato fuori dal perimetro dell'edificio, e che l'acqua sarebbe finita in un impianto di drenaggio interno, che termina in un deposito collocato all’interno dell’impianto stesso. Sempre secondo la Tepco, l'acqua era "scarsamente contaminata", rispetto al livello di contaminazione dell'acqua di mare usata durante il picco dell’emergenza nucleare, quando la si sparò in pressione per tentare di raffreddare i reattori.

Proprio questa enorme quantità d'acqua usata l'anno scorso per il raffreddamento, costituisce ora una grande fonte di pericolo. Durante l'emergenza fu in gran parte raccolta: essendo altamente contaminata da radioisotopi, essa stessa radioattiva, non poteva essere certo fatta tornare in mare, o sparsa sui terreni. Quell'acqua è stipata ancora adesso nelle piscine dentro l'impianto ed è in fase di trattamento per far diminuire la concentrazione di radioisotopi accumulati.

Queste piscine, probabilmente, hanno delle perdite. Ma né la Tepco né il governo di Tokio lo ammetteranno mai. Altrimenti sarebbe difficile da spiegare come mai anche nelle settimane precedenti ci sia stato un continuo susseguirsi di altre perdite. Da un punto di vista puramente scientifico, senza tirare in ballo la politica, basta questo a dimostrare che il complesso di reattori non è affatto messo in sicurezza.

Nonostante questo, il premier Noda aveva addirittura dichiarato che "l'area intorno all’impianto è sufficientemente sicura da permettere il rientro degli sfollati". Tutto questo dimostra quel che si è già osservato fin dal giorno dell'incidente, o meglio dell'inizio degli incidenti a Fukushima: in Giappone non si è in grado di fornire un'informazione trasparente riguardo la situazione di Daiichi.

A questo, a dire il vero, eravamo abituati: fin dal giorno dello tsunami nessuno in Giappone era in grado di dire nulla di diverso da un generico "non sta succedendo niente", ritardando di fatto soccorsi, evacuazione della popolazione, intervento della comunità scientifica internazionale, aggravando con ciò una situazione già disastrosa. La lezione non è stata imparata, a Tokio, e si continua sulla strategia del nascondere la polvere sotto il tappeto, nella probabile illusione che le radiazioni si fermino, come ad un semaforo, in prossimità delle stazioni di rilevamento della radioattività distribuite in tutto il mondo.

Il 7 febbraio scorso, i tecnici della Tepco hanno dovuto faticare non poco per riprendere il controllo di uno dei reattori: la temperatura era pericolosamente salita. La stessa Tepco era stata costretta ad aumentare la quantità di acqua di raffreddamento iniettata nel reattore numero 2 per raffreddarlo. Questo è successo dopo la perdita delle otto tonnellate d'acqua dal reattore 4.

Con buona pace per gli annunci dati mesi fa dalla politica, secondo cui era stato possibile fare l'arresto a freddo dei reattori, nel reattore 2 c'è stato, secondo il quotidiano inglese The Guardian, un aumento di oltre 20 gradi di temperatura. Arresto a freddo un po' improbabile, visto che la Tepco sta continuando ad immettere nel reattore acido borico ed acqua, gli ingredienti necessari per prevenire una reazione di fissione a catena.

Come risolvere, poi, il problema della contaminazione elevata dei fondali marini attorno agli impianti di Daiichi? Come evitare la diffusione delle ceneri, terre e polveri radioattive sedimentate? Su questo la Tepco non ha dubbi: ha già annunciato che coprirà con tonnellate di cemento i fondali.  Una curiosa "pavimentazione" del mare, le cui operazioni sono già iniziate da tre giorni e che dureranno circa quattro mesi.

Si tratta di 70.000 metri quadri di fondale, quelli dove è stato registrato il picco più elevato di radioattività dopo le misurazioni più recenti. Impresa abbastanza difficile e costosa: tramite una grossa tubatura collegata a un'imbarcazione, il cemento verrà pompato verso il fondale marino. Intorno all’area è stata prevista una barriera di protezione, considerando che durante la cementificazione selvaggia alcuni dei sedimenti a rischio potrebbero sollevarsi, disperdersi, entrare nelle correnti marine, espandersi. Per il governo giapponese, questo piano di cementificazione del mare è un'adeguata "messa in sicurezza".

Un bel mix di problemi, tra piscine che perdono, acqua contaminata che va a spasso, sedimenti radioattivi sul fondo marino. E tutto questo, senza considerare quella che dovrebbe essere la principale domanda da porsi, e sulla quale pretendere risposte dal Giappone: l'uranio fuso nei reattori durante l'incidente, dove si trova? Dove è finito? E' ancora lì? E' stato rimosso? E in tal caso, dove è stato portato? A queste domande, non proprio di dettaglio, né la Tepco né il governo nipponico forniscono risposte.

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