Sulla teoria della relatività, pare che Albert Einstein avesse ragione. Distante più di 50 milioni d'anni luce, nel cuore di un gigantesco sistema stellare ellittico, chiamato Messier87, un Buco Nero attira e ingurgita ogni sorta di materia che si avvicina: stelle, pianeti, gas e polvere. Neanche la luce sfugge alla presa, perlomeno fino quando non attraversa “l'orizzonte degli eventi”, delimitata soglia nel gergo degli astrofisici.

 

Resa possibile dal progetto Event Horizone Telescope (una serie d'osservatori sparsi per il mondo, dalle Hawaii al Polo Sud), grazie al coordinamento d'oltre duecento scienziati, la foto di M87, la prima in assoluto apparsa lo scorso 10 aprile, non è che un minuzioso assemblaggio durato due anni e ultimo, straordinario risultato per una serie di ricerche nel campo dei Buchi Neri generati dopo il Big Bang.

 

 

Ad esempio, nel 2005, osservando una coppia di galassie chiamate ARP299, alcuni ricercatori sulle tracce di supernove, del William Herschel Telescope alle Isole Canarie, assistettero in diretta alla “morte” di una stella, “divorata” dalla forza attrattiva di una cavità supermassiva superiore venti volte alla massa solare, a una distanza pari a 150 milioni d'anni luce dal nostro Pianeta. Ridotto letteralmente a brandelli, l'astro in collisione determinò un getto di proporzioni apocalittiche: ciò che rimase di una stella fatta a pezzi da un Buco Nero.

 

Il calcolo della velocità media per l'energia sprigionata, almeno in quel caso, fu di un quarto rispetto a quella della luce. Un evento “drammatico” che ha poi fornito dati fondamentali sul comportamento dei Buchi Neri supermassivi quando non sono in uno stato  di “quiete”.

 

Cosa succede alla materia una volta attirata da un Buco Nero? In una porzione di spazio dove non filtra alcun raggio di luce, nulla sembra poter essere indagato, da nessuna delle sofisticatissime strumentazioni a disposizione della scienza.

 

Eppure una convinzione c'è: osservando un vortice gravitazionale causato dal Buco Nero H1743-322, a 30mila anni luce, i ricercatori hanno visto e calcolato la materia surriscaldarsi per milioni di gradi, pulsare ed emettere raggi X a frequenza regolare che aumentavano man mano avvicinandosi inesorabilmente.

 

Più l'attrazione cresceva, più le onde subivano cali e picchi d'intensità, con oscillazioni veloci. Al culmine della potenza il vortice appariva come un unico, fulmineo turbinio di materia.

 

L'enigma sulle cosiddette oscillazioni quasi periodiche che ha impegnato gli scienziati per circa un trentennio dopo che i due fisici austriaci Josef Lense e Hans Thirring le teorizzarono come possibile conseguenza alla teoria della relatività di Einstein, oggi può essere finalmente “testato” e osservato direttamente. “Provate a girare un cucchiaio nel miele - spiega Adam Igmar, astrofisico all'Università di Amsterdam che si dedicato, fin dalla tesi di laurea, alla teoria sulle oscillazioni quasi periodiche - immaginate che il miele sia lo spazio e che venga trascinato dal cucchiaio che ruota...”.

 

Semplificando: tutto ciò che la scienza oggi è in grado di mostrare era stato previsto da Einstein, con un notevole passo avanti nella comprensione del cosmo e dei suoi illimitati segreti. La conoscenza dei meccanismi centrali nei nuclei galattici attivi, è già una sfida alla teoria della relatività.

 

Tuttavia, il confronto resta aperto, dal momento in cui nuove osservazioni costituiscono strumento d'indagine per esplorare movimenti gravitazionali fino all'estremo limite, su una scala di massa finora inaccessibile. In un prossimo futuro, gli scienziati potrebbero essere in grado di confermare le teorie relativistiche, superando addirittura le formule di Einstein, semmai  quest'ultime si rivelassero in qualche modo parziali per capire appieno l'universo.

 

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