Il governo del Regno Unito, in stretta collaborazione con quelli di USA, Ecuador, Svezia e Australia, continua a tenere arbitrariamente in stato di detenzione e a trattare con metodi di tortura il fondatore di WikiLeaks, Julian Assange, nonostante gli appelli alla sua liberazione provenienti non solo dall’opinione pubblica, ma anche e sempre più da autorevoli istituzioni internazionali. Dopo anni di silenzio nei circoli ufficiali del potere, qualcosa sembra finalmente muoversi a favore del giornalista/attivista australiano, la cui sorte, strettamente legata alla sopravvivenza del diritto a una libera informazione, continua tuttavia a essere minacciata da una possibile estradizione negli Stati Uniti.

La figura istituzionale più importante impegnata negli ultimi mesi a difendere i diritti di Assange è quella del relatore speciale sulla tortura per le Nazioni Unite, Nils Melzer. Nel maggio dello scorso anno, il giurista svizzero aveva presentato il suo rapporto sulla situazione di Assange, spiegando senza mezzi termini che quella orchestrata nei suoi confronti per quasi decennio è una campagna persecutoria, fatta di torture psicologiche dimostrate dal punto di vista medico, diretta a distruggerlo moralmente e fisicamente.

I responsabili di questa operazione sono i governi dei paesi citati all’inizio, il cui obiettivo più ampio è quello di scoraggiare qualsiasi giornalista che in futuro intenda rivelare crimini di stato come quelli che Assange e WikiLeaks hanno fatto conoscere al mondo in questi anni. Melzer aveva posto interrogativi specifici sulla situazione di Assange e, grazie al mandato ricevuto dal Consiglio per i Diritti Umani dell’ONU, chiesto ai governi incriminati di procedere alla sua immediata liberazione. Nessuno di questi governi, tuttavia, ha mai nemmeno risposto alle istanze di Melzer.

Quest’ultimo ha partecipato lunedì scorso a un incontro su Assange organizzato a Londra e nel suo intervento ha ribadito la gravità del comportamento soprattutto di Londra e Washington, per poi rivelare alcuni particolari relativi al tentativo di questi stessi governi di screditare il suo operato. Mentre il governo britannico ha ignorato qualsiasi proposta di confronto in merito alle condizioni di Assange, alcuni suoi esponenti hanno manifestato la propria insofferenza nei confronti di Melzer direttamente presso l’Alto Commissariato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite. L’accademico svizzero ha ricordato che il suo ruolo è completamente indipendente e che non è sua intenzione cedere a simili intimidazioni.

Ancora più gravi sono state le pressioni, fatte sempre da Londra, sull’università di Glasgow, dove Melzer insegna diritto internazionale, nel tentativo di mettere in atto un qualche ricatto per convincerlo a desistere dalle sue attività nel caso Assange. Il vergognoso comportamento del governo britannico conferma come all’interno di esso sia diffuso un certo nervosismo alla luce della crescente mobilitazione a favore del fondatore di WikiLeaks. Inoltre, evidenti devono essere gli imbarazzi per le possibili conseguenze legali e di immagine derivanti sia dal ricorso a metodi di tortura in violazione delle raccomandazioni delle Nazioni Unite sia dal totale servilismo mostrato verso Washington con gli sforzi di incastrare Assange.

Il relatore ONU sulla tortura ha anche risposto alle critiche rivolte nei suoi confronti in questi mesi. In particolare, Melzer ha respinto le accuse di avere abbandonato la sua imparzialità nel corso delle indagini e di essere diventato una sorta di attivista per la liberazione di Assange. Nell’incontro di Londra, Melzer ha spiegato che non è possibile rimanere neutrali “tra il torturatore e il torturato”. Obiettività, imparzialità e assenza di pregiudizi, ha continuato, sono necessarie “mentre si indaga su un caso”, ma, “una volta assodato che qualcuno è stato vittima di torture, di certo non è possibile restare neutrali”, visto che il suo compito è quello di assumerne la difesa.

Significative sono state anche le denunce rivolte da Melzer alla stampa ufficiale, colpevole di essersi in larga misura allineata alla linea persecutoria dei governi di Londra e Washington sul caso Assange. La BBC, ad esempio, ha declinato le richieste fatte per ben nove mesi dal giurista elvetico di apparire in un programma televisivo della stessa rete britannica per discutere della detenzione del numero uno di WikiLeaks nel carcere di massima sicurezza di Belmarsh. Per il network, la vicenda di Assange non sarebbe di alcun rilievo giornalistico.

Questo atteggiamento dei media, comune anche a testate teoricamente di orientamento progressista come il Guardian o il New York Times, appare particolarmente grave e sconcertante, visto che nel caso Assange è in gioco precisamente il futuro di una stampa libera in grado di informare l’opinione pubblica di tutti i fatti ritenuti scomodi dai governi. L’eventuale estradizione di Assange negli USA fisserebbe un precedente devastante, poiché rischia di distruggere un principio fondamentale della libera informazione, vale a dire la facoltà dei media di pubblicare notizie riservate relative a crimini commessi da entità governative, indipendentemente dalle modalità con cui esse sono state ottenute.

In realtà, anche alcuni giornali che da tempo partecipano al tiro al bersaglio contro Assange, tra cui lo stesso New York Times, hanno recentemente iniziato a interrogarsi sulle implicazioni di una sentenza sfavorevole al fondatore di WikiLeaks in Gran Bretagna o una sua condanna per tradimento negli Stati Uniti. Il livello di impegno e di mobilitazione necessario a garantire la liberazione incondizionata di Julian Assange è però ancora ben lontano dall’essere sufficiente.

L’apparato giudiziario del Regno Unito impegnato nella sua persecuzione continua infatti ad agire con arroganza e prepotenza, ignorando quasi del tutto i diritti di Assange, costretto da mesi, dopo l’espulsione illegale dall’ambasciata londinese dell’Ecuador, a una privazione arbitraria e inaccettabile della libertà, così come a subire scandalosi soprusi per limitare al massimo le facoltà di difendersi nel procedimento-farsa in corso.

Il suo caso è in definitiva di una gravità e un’urgenza difficili da sopravvalutare e la definizione più efficace della situazione imposta dal comportamento dei governi di USA, Gran Bretagna, Ecuador, Svezia e Australia è stata data forse dallo stesso Nils Melzer. In una recente intervista alla stampa svizzera, quest’ultimo ha parlato della “persecuzione politica” contro Assange come uno “scandalo enorme che rappresenta il fallimento del diritto in Occidente”.

Qualche timido segnale di risveglio nei circoli ufficiali almeno europei è arrivato comunque nei giorni scorsi con una presa di posizione a favore di Assange del braccio parlamentare del Consiglio d’Europa (APCE o Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa), l’organo composto da 47 paesi membri che si occupa della promozione e della difesa dei diritti umani, della democrazia e del diritto.

In una risoluzione del 28 gennaio scorso adottata nell’ambito di un rapporto sulle minacce alla libertà di stampa e alla sicurezza dei giornalisti in Europa, l’APCE ha introdotto un emendamento su Assange per chiederne la liberazione e lo stop alle procedure di estradizione. Per convincere il governo di Londra servirà ad ogni modo ben altro, ma l’iniziativa del Consiglio d’Europa potrebbe rappresentare un primo passo verso l’abbattimento del muro di indifferenza che sta lentamente uccidendo Julian Assange e il diritto inviolabile alla libertà di informazione.

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