di Mario Braconi

L’Italia è in recessione. Le stime OCSE prevedono che il prodotto interno italiano decrescerà dello 0,4% nel 2008 e dell’1% nel 2009. Nel nostro Paese ben 400.000 persone perderanno il lavoro, mentre il tasso di disoccupazione toccherà l’8% (oggi è il 6,9%). Ad aggravare la preoccupazione dei cittadini, lo spettacolo di un’Europa concorde nel riconoscere il fallimento del mercato, eppure incapace di attuare misure unitarie o almeno fortemente coordinate contro la crisi. L’Ecofin del 2 dicembre scorso, infatti, si è concluso con una dichiarazione piuttosto generica che, oltre a stabilire un tetto per gli interventi dei governi (200 miliardi di euro, ovvero l’1,5% - circa - del Prodotto Interno Lordo UE), contiene affermazioni piuttosto ovvie (ad esempio “gli stimoli fiscali a breve termine devono essere coerenti con strategie di bilancio a medio termine prudenti”; gli interventi “aumenteranno temporaneamente i deficit pubblici”). La Francia e (meno prevedibilmente) la Gran Bretagna, da versanti politici opposti, costituiscono la nuova avanguardia keynesiana, favorevole ad un intervento massiccio dello Stato nel rilancio dell’economia, anche a costo di un peggioramento temporaneo dei conti pubblici. Se Sarkozy ha licenziato un pacchetto da 26 miliardi di euro e, senza falsi pudori, ha annunciato ai colleghi che il rapporto tra deficit/PIL con ogni probabilità sarà superiore al prescritto 4%, Mr. Brown ha messo sul piatto ben 20 miliardi di sterline per sostenere l’economia, pari all’1% del prodotto interno lordo del paese. In un discorso che ha tenuto a New York a novembre il Primo Ministro britannico ha esplicitamente evocato Sir John Maynard Keynes, ricordando come, alla fine degli anni Venti, le proposte del grande economista britannico furono liquidate dall’allora Ministro dell’Economia con una sentenza composta di tre, durissime, parole: “Inflazione, stravaganza, fallimento”.

Se Francia e Gran Bretagna assomigliano un po’ alle allegre cicale della favola di Esopo, la Cancelliera tedesca Angela Merkel sembra confinata al ruolo della formica guastafeste. Che i tedeschi restino piuttosto freddi di fronte alle insistenze degli altri due Paesi a fare di più è comprensibile: infatti, anche dopo aver messo a disposizione 32 miliardi di euro per combattere la recessione (1,3% del Prodotto Interno Lordo), il governo tedesco quest’anno presenterà un bilancio pubblico in pareggio (cosa che non accadeva da quasi 40 anni) e vuole difendere ad ogni costo questo importante risultato.

Ma la questione dell’entità dell’impegno finanziario forse non è il cuore del problema: se infatti, a margine dell’incontro del 12 dicembre, la Cancelliera ha dichiarato di appoggiare il piano Barroso (il che vuol dire che aumenterà l’entità dell’intervento), la frattura che separa la Germania dagli altri due partner è di carattere filosofico: i tedeschi, forse per motivi legati alla loro storia, non amano gli interventi in “deficit spending”, privilegiando invece un approccio orientato alla stabilità macroeconomica di lungo periodo. E’ indicativo il commento tranchant rilasciato dal Ministro tedesco delle Finanze al settimanale NewsWeek a proposito della riduzione dell’IVA decisa dal governo Brown: “Con il suo piano di rilancio da 24 miliardi di euro, il Governo Brown aumenterà il debito a un tale livello che ci vorrà una generazione per ripianarlo”.

A proposito di “deficit spending”, la riduzione dell’IVA britannica (dal 17,5% al 15%, soglia minima per tutti i Paesi della Unione Europea), da cui il Cancelliere dello scacchiere Alistair Darling si attende effetti positivi per 12,5 miliardi di sterline, non piace per niente nemmeno agli amici francesi, convinti che “altre misure, come quelle di insistere sull'innovazione e sulla ricerca siano più efficaci per le nostre economie”. Aggiungiamo sommessamente che, se da un lato la manovra sull’IVA è semplice da agire, ha il difetto di avvantaggiare indifferentemente tutti i cittadini indipendentemente dal reddito. In ogni caso, va dato atto a Darling di aver finanziato le misure anti-crisi con una stangata sui redditi più elevati: per chi guadagna oltre 150.000 sterline l’anno, a partire da aprile 2011, l’aliquota passerà infatti da 40 a 45%.

Per quanto riguarda l’Italia, possiamo dire che (a parole) era partita benissimo, annunciando un piano da 80 miliardi (16 novembre) e che poi si è un po’ persa per strada. A forza di continue revisioni al ribasso, il valore del decreto anti-crisi è sceso fino a 6 miliardi di euro, per poi, miracolosamente, trasformarsi in un intervento a costo zero, cioè senza impatto sulle casse dello Stato: anzi, secondo un interessante studio dell’economista Tito Boeri, il valore assoluto delle misure di sostegno messe in campo (social card, bonus, misure a favore dei mutuatari…) sarebbe addirittura inferiore a quello delle coperture reperite, il che produrrebbe un profitto netto di circa 400 milioni di euro per il governo: insomma, lo Stato guadagna anche sugli interventi di incentivo all’economia.

E’ sempre interessante rilevare come il nostro Paese, nelle mani dell’innegabile “genio finanziario-creativo” di Giulio Tremonti, si muova sempre in controtendenza rispetto al resto del mondo. Se dappertutto si incentivano i cittadini a investire nell’efficienza energetica, noi li bastoniamo con provvedimenti retroattivi (salvo poi tornare indietro); mentre altri Paesi, come la Gran Bretagna, mettono in campo enormi quantità di risorse abbassando le tasse in modo veloce (sia pur con i distinguo di cui sopra) salvo poi ritrovare la copertura con un aumento delle aliquote sui redditi più alti a crisi superata, ecco che noi finanziamo le misure anticrisi aumentando le tasse.

Il lavoro di Boeri dimostra ad esempio come il costo complessivo del bonus famiglia, del contratto di servizio con Trenitalia e del contributo interessi sui mutui (3.230 milioni di euro) venga integralmente coperto con aumenti di tasse (imposte sulla rivalutazioni immobili, voce che peraltro include anticipazioni di entrate che si vedranno solo in futuro, più i due celeberrimi provvedimenti assurti all’onore delle cronache: l’aumento IVA sulla pay-tv “non berlusconiana” e la tassa sul porno).

Senza considerare che bonus e social card, pur avendo il merito di produrre una lieve ed assai imperfetta redistribuzione del reddito a favore delle fasce più povere della popolazione (il limite di età finisce per escludere i giovani dai benefici del provvedimento), produrranno un enorme iperlavoro burocratico in grado di limitarne fortemente i benefici. Ed, in ogni caso, ridistribuire va bene, ma non è quello lo scopo di una misura di stimolo economico.

Concludendo, fa sorridere l’ironica situazione dell’Italia, che in questo frangente si trova allineata al partito del rigore di Angela Merkel e quindi contrapposta a Gran Bretagna e Francia: solo che la Cancelliera è contraria ad eccessi di spesa per uno schietto senso di responsabilità nei confronti delle generazioni future, cosa che dovrebbe animare ogni politico con la P maiuscola, quale che siano le sue idee. Tremonti, dopo anni di spese pazze, è diventato più sobrio di un trappista solo per un motivo di mercato: se gli spread sui BTP italiani continuano a crescere (oggi pagano circa 1,5% in più rispetto agli equivalenti Bund tedeschi) il carico di interessi rischia di mandare fuori controllo il budget di cassa, innescando una caduta dei prezzi dei titoli ed un conseguente ulteriore aumento dei tassi: una pericolosissima reazione a catena. Forse Sacconi non sarà un grande comunicatore, ma certo in queste condizioni il rischio di bancarotta non è poi così remoto. Voce dal sen fuggita…

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