di Luca Mazzucato

NEW YORK. La più grande cooperativa del mondo: questo il futuro della Chrysler, una volta ultimata la procedura di bancarotta. L'annuncio tanto atteso è stato fatto giovedì in diretta da Barack Obama, che ha decretato l'apertura di una “bancarotta chirurgica” per l'azienda automobilistica. In questo modo, la proprietà della Chrysler si libererà di quei fondi d'investimento che hanno sabotato l'accordo e, afferma il presidente americano, “cercano di fare profitto quando il resto del paese fa sacrifici.” Alla fine del procedimento, il 55% dell'azienda sarà nelle mani dei suoi dipendenti, tramite il loro fondo pensioni, e il restante 20% della Fiat. Le decisioni vengono prese a Washington e non si scherza, questo il messaggio del presidente. Altro che una golden share: da quando il governo è diventato azionista dell'auto, Obama ha mostrato il pugno di ferro per salvare le uniche manifatture industriali non ancora delocalizzate. Dopo aver preteso la rimozione dell'a.d. di GM, come precondizione al colossale prestito di gennaio, dopo aver rifiutato il piano aziendale della Chrysler un mese fa, Obama sta tentando il tutto per tutto per evitare la chiusura della Chrysler. L'unica soluzione è l'accordo con la Fiat e Obama ha dato un mese di tempo alle parti per presentare un piano industriale di rilancio, “auto a basso consumo” la parola d'ordine.

Ma il tentativo di risolvere in extremis la crisi evitando la bancarotta è fallito per via di un gruppo di creditori che si è opposto all'accordo raggiunto dall'azienda con la Fiat, il governo e i sindacati. E Obama non l'ha mandato giù: per la prima volta dal crollo di Wall Street ha avuto parole dure contro i fondi d'investimento. “Alcuni azionisti hanno avuto un atteggiamento costruttivo, ma altri no,” spiega Obama. “Un gruppo di investitori sperava che tutti facessero dei sacrifici, tranne loro: pretendevano il doppio degli altri azionisti. Io non sto con loro, quelli che vogliono guadagnare quando tutto il paese stringe la cinghia. Io sto con gli operai e le loro famiglie, con i dirigenti dell'azienda, i fornitori e i rivenditori.”

E così, obtorto collo, Obama porterà i libri della Chrysler in tribunale, l'unico modo di liberarsi di quei creditori “cattivi” che non accettavano l'accordo con la Fiat. Ma il presidente assicura che la bancarotta non liquiderà l'azienda, sarà veloce e chirurgica, dopodiché Chrysler risorgerà dalle proprie ceneri più forte di prima, con un futuro radioso all'orizzonte. Non verrà fermata la produzione in nessun momento e i dipendenti non perderanno la copertura sanitaria (l'assicurazione sanitaria è pagata in parte dal datore di lavoro: se la Chrysler chiudesse, tutti i dipendenti la perderebbero). C'è ragione di credergli, visto che l'accordo tra l'azienda, i sindacati, il governo canadese e la Fiat è già stato ufficialmente ratificato.

L'accordo Fiat-Chrysler ha discrete possibilità di salvare l'azienda, i suoi trentamila dipendenti, decine di migliaia di lavoratori dell'indotto e le pensioni di centosettantamila ex-operai. Il governo americano sosterrà l'accordo direttamente con un prestito iniziale fino a sei miliardi di dollari. “Ogni centesimo di soldi dei contribuenti,” assicura il presidente, “verrà restituito prima che la Fiat possa accedere al controllo dell'azienda.” Prima si pagano i debiti, poi si può vendere l'azienda, ma Obama ha cercato di convincere gli americani che “Fiat ha dimostrato di poter costruire le auto pulite ed efficienti che sono il futuro del mercato,” e per questo è stata scelta.

La Fiat, in cambio dell'utilizzo dei propri brevetti, otterrà un fantastico 20% di proprietà della nuova Chrysler, con l'opzione su un altro 15%. Ma il colpo grosso è l'apertura del mercato americano alle auto italiane a basso consumo, proprio nel momento in cui il risparmio energetico è diventata la priorità assoluta della nazione. Una vera e propria manna dal cielo.

Sull'altro fronte caldo della General Motors, per le voci ostili alla proposta di salvataggio di Obama, si scrive GM ma si legge “Government Motors” o addirittura “Gettlefinger Motors,” dal nome del presidente dell'Unione dei Lavoratori dell'Auto (UAW), Ron Gettlefinger. Anche in questo caso, Obama vorrebbe evitare la bancarotta controllata e raggiungere un accordo che favorisca governo e sindacati, a svantaggio degli azionisti e dei fondi d'investimento. Ma il sentimento anti-sindacale in America è molto diffuso.

Per l'americano medio la colpa della crisi dell'auto è direttamente imputabile agli operai: i loro contratti contengono così tante tutele, tra pensione, assicurazione sanitaria e maternità, che se la fabbrica è andata in rovina è colpa loro. E non delle auto scadenti che nessuno comprava. Il piano di Obama per GM prevede che il sindacato UAW ottenga il 40% delle azioni, mentre il governo, grazie agli enormi prestiti forniti, otterrebbe il controllo dell'azienda e il restante 10% andrebbe ai creditori. Una sorta di premio per il grande aiuto che i sindacati hanno dato all'elezione del presidente democratico.


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