Il nuovo governo ancora non c’è, ma su Palazzo Chigi e sul Tesoro già aleggia un fantasma: quello dell’Iva. Lo scorso 26 aprile il Consiglio dei ministri uscente (uscente?) ha approvato il Documento di economia e finanza, che traccia il percorso per la legge di Bilancio da varare entro fine anno. Stavolta però la situazione è diversa rispetto al passato. Non essendoci un governo nella pienezza dei poteri, l’ultimo Def è un semplice schema tecnico che riassume il quadro dei conti pubblici senza prendere impegni politici. A quelli penserà il prossimo esecutivo, se e quando arriverà.

 

 

Come si legge nella nota di accompagnamento, «il Def si limita alla descrizione dell’evoluzione economico-finanziaria internazionale, all’aggiornamento delle previsioni macroeconomiche per l’Italia e del quadro di finanza pubblica tendenziale che ne consegue».

 

Per questa ragione, il Documento prevede l’attivazione della clausola di salvaguardia che dal primo gennaio 2019 causerebbe l’aumento dell’Iva. Nel dettaglio, l’aliquota ridotta del 10% salirebbe all’11,5% l’anno prossimo e al 13% nel 2020, mentre quella ordinaria passerebbe dall’attuale 22% al 24,2% nel 2019, al 24,9% nel 2020 e al 25% nel 2021.

 

Una raffica che rischia di affossare i consumi, danneggiando la già fiacca ripresa della nostra economia. Lo stesso Def precisa che, se l’aumento dell’Iva scattasse davvero, la crescita del Pil rallenterebbe di nuovo, scendendo dall’1,5% di quest’anno all’1,4% del 2019 e poi ancora all’1,3%.

 

Fin qui la ragioneria. Poi c’è la politica, che è un’altra storia. «L’aspettativa è che, come in passato - ha detto il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan - il prossimo governo presenti misure per rimuovere» le clausole di salvaguardia, rinviando ancora una volta di un anno l’aumento dell’Iva.

 

Per riuscirci dovrebbe mettere insieme l’ennesima montagna di euro: 12,5 miliardi nel 2019 e 19,2 nel 2020. Soldi che, come al solito, saranno difficili da trovare, perché Bruxelles non ci permetterà di rattoppare il buco aumentando il deficit.

 

Esclusa la strada dell’indebitamento, non rimangono che due alternative: tagli alla spesa o aumento delle imposte. Ma queste misure, a loro volta, rischierebbero di azzoppare la crescita, forse ancora più dell’aumento dell’Iva. Come fare, allora?

 

Il Def non lo dice. Nelle condizioni attuali, non può far altro che scaricare il barile: «Spetterà al nuovo esecutivo - si legge ancora nella nota di accompagnamento - la scelta delle politiche che determineranno il nuovo quadro programmatico». 

 

Insomma, chiunque sarà al governo in autunno dovrà affrontare un rebus davvero complicato. E dovrà farlo di corsa, perché la manovra deve ottenere il via libera della Commissione europea e del Parlamento italiano entro il 31 dicembre.

 

Per questo è bizzarro che, in quasi due mesi di trattative e consultazioni, a nessuna forza politica sia venuto in mente di sollevare il problema. L’aumento dell’Iva è una prospettiva concreta che rischia di avere un impatto pesante sulla vita degli italiani, ma nelle loro schermaglie post-elettorali i partiti preferiscono discutere di favole come il reddito di cittadinanza o la flat tax.

 

In realtà, tutti i partiti sanno che almeno metà delle risorse da stanziare per la prossima legge di bilancio servirà proprio a sterilizzare le clausole di salvaguardia, riducendo ancora una volta al minimo lo spazio per investimenti e politiche espansive. Lo sanno, ma preferiscono non parlarne. Una specie di rimozioni freudiana.

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