Matteo Salvini è passato dal tirare dritto al battere in ritirata. Dopo mesi passati a difendere la trincea del deficit al 2,4%, il vicepremier leghista ha consegnato all’agenzia AdnKronos questa dichiarazione: “Penso che nessuno sia attaccato a quello [il disavanzo, ndr]. Se c'è una manovra che fa crescere il Paese, [il deficit] può essere al 2,2, o al 2,6... Non è problema di decimali, è un problema di serietà e concretezza”.

 

La piroetta slaviniana suona come l’ammissione di un errore politico. Il governo legastellato era convinto di poter impostare la campagna elettorale per le prossime europee sul canovaccio dello scontro diretto con gli attuali vertici di Bruxelles, scommettendo che dalle urne dell’Ue usciranno trionfanti i partiti populisti.

 

 

Il problema è che, anche se andrà così, l’Italia non avrà comunque nessuno dalla sua parte. In questi mesi Salvini & Co non sono stati in grado di costruire una rete di alleanze. Il nostro Paese è più isolato che mai in Europa e i primi governi a puntare il dito contro di noi sono proprio quelli in cui la componente populista è più forte. L’errore di fondo è stato credere che potesse esistere qualcosa di simile a un’Internazionale sovranista: l’espressione stessa è in realtà un ossimoro, perché il sovranismo è una forma di nazionalismo e non conosce solidarietà internazionale.

 

Risultato: con questa manovra di Bilancio l’Italia andrebbe incontro a una procedura d’infrazione che non si arresterebbe nemmeno dopo le elezioni europee, quando presumibilmente i rapporti di forza all’interno dell’Europarlamento cambieranno e a presiedere la Commissione non sarà più Jean Claude Juncker.

 

A spaventare il governo italiano, però, non è tanto la procedura in sé. Quella avrebbe tempi lunghissimi ed esiti al momento difficili da prevedere. Non è nemmeno ipotizzabile per l’Italia un trattamento simile a quello riservato nel 2015 alla Grecia: l’economia italiana è incredibilmente più grande e importante di quella ellenica e nessuno potrebbe minacciare di buttare il nostro Paese fuori dall’euro (come fece Schaeuble con Tzipras).

 

Il problema è un altro. Lo stato di conflittualità permanente con l’Europa si ripercuoterebbe in modo drammatico sui mercati, anche perché da gennaio la Banca centrale europea smetterà di acquistare i titoli di Stato dei Paesi dell’Eurozona, privando i Btp di quello schermo che tanto bene ha fatto ai conti italiani degli ultimi anni.

 

In uno scenario simile, i fondi speculativi di mezzo mondo avrebbero buon gioco a mettere ancora una volta nel mirino il nostro debito pubblico. E un attacco finanziario farebbe schizzare lo spread ben oltre i 300 punti attuali (peraltro già insostenibili nel medio-lungo periodo, come ha più volte ammesso lo stesso ministro del Tesoro, Giovanni Tria).

 

Tutto questo avrebbe effetti depressivi sull’economia reale: i tassi dei mutui salirebbero (hanno già iniziato a farlo), le banche concederebbero meno prestiti e gli investimenti delle aziende si ridurrebbero ulteriormente, innescando un circolo vizioso che porterebbe al calo dell’occupazione e dei consumi.

 

Nel frattempo, l’Italia non potrebbe mettere in campo alcuna contromisura per evitare il peggio. Il motivo è semplice: l’ultima legge di Bilancio aumenta il debito per ingrassare la spesa corrente, che porta voti, e non per rilanciare gli investimenti pubblici, che stimolano la crescita. Morale della favola, alla fine arriverebbe probabilmente una nuova recessione.

 

Ecco perché, dopo tanto sbraitare, il governo italiano sembra essersi convinto della necessità di trattare sottobanco con Juncker. Il presidente della Commissione è disponibile a evitare la procedura d’infrazione, ma in cambio vuole una riduzione del deficit-Pil 2019 pari allo 0,3-0,4% (circa 6-7 miliardi) e la fine degli attacchi contro Bruxelles da parte dei due vicepremier. La piroetta salviniana, forse, è il primo passo in questa direzione.

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