L’economia italiana sta rallentando in modo più marcato di quanto non avvenga nel resto d’Europa. La settimana scorsa l’Istat ha certificato che il nostro Paese è entrato in recessione tecnica, espressione che si usa quando l’andamento del Pil è negativo per due trimestri consecutivi.

 

Secondo le ultime stime preliminari dell’Istituto di statistica, fra ottobre e dicembre del 2018 il prodotto interno lordo italiano è sceso dello 0,2%: la flessione è stata perciò più grave delle attese (in media gli economisti avevano previsto un -0,1%) e ha fatto seguito al -0,1% registrato nel terzo trimestre.

Come siamo arrivati alla terza recessione degli ultimi 10 anni? Nel rispondere a questa domanda, il governo è incappato in una vistosa contraddizione con la fonte ufficiale dei dati.

 

 

È evidente che la priorità dell’esecutivo fosse minimizzare l’impatto mediatico dei risultati economici negativi. Per questo il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ha scelto di giocare d’anticipo, annunciando 24 ore prima dell’Istat che anche il quarto trimestre sarebbe stato negativo.

 

Una mossa studiata per mettere le mani avanti, tanto è vero che insieme all’ammissione è arrivata anche un’excusatio non petita: “Non dipende da noi”, ha detto Conte, aggiungendo che le cause della flessione vanno ricercate nel rallentamento della Cina e soprattutto della Germania, “il primo mercato per il nostro export”.

Poche ore dopo, fonti di Palazzo Chigi hanno rafforzato l’autoassoluzione governativa, sottolineando che la manovra del cambiamento “è entrata in vigore da poco”, di conseguenza i dati negativi sono “il frutto delle politiche economiche scellerate degli anni passati”, oltre che dei “dati congiunturali non favorevoli”.

 

Ce ne sarebbe abbastanza per individuare una prima contraddizione. Delle due l’una: o la recessione tecnica “non dipende da noi”, come sostiene Conte, oppure è colpa dei governi precedenti, come afferma il suo entourage. La fretta di giustificarsi, a volte, genera confusione.

 

Il problema fondamentale è però un altro, e cioè che nessuna delle posizioni espresse dal governo coincide con l’interpretazione dei dati fornita dall’Istat.

“La variazione congiunturale - scrive l’Istituto di statistica - riflette dal lato dell’offerta un netto peggioramento della congiuntura del settore industriale, a cui si aggiunge un contributo negativo del settore agricolo, a fronte di un andamento stagnante delle attività terziarie. Dal lato della domanda, vi è un contributo negativo della componente nazionale (al lordo delle scorte) e un apporto positivo della componente estera netta”. Traduzione: più che la Germania, a pesare sono le condizioni in cui versa l’industria italiana (a novembre la produzione è crollata del 2,6%, il risultato peggiore dall’ottobre del 2014) e la debolezza dei consumi.

 

A questo punto resta da capire quale scenario ci attenda nei prossimi mesi. Conte sostiene che ci siano “tutti gli elementi per sperare in un riscatto” nel secondo semestre del 2019, ma questo ottimismo è perlomeno discutibile. In primo luogo perché il Premier continua a definire “espansiva” la manovra gialloverde, che però espansiva non è, visto che concentra le risorse su assistenza (reddito di cittadinanza) e previdenza (quota 100), senza rilanciare gli investimenti e senza creare nemmeno mezzo posto di lavoro.

 

In secondo luogo, è il caso di ricordare che solo un mese e mezzo fa il governo si diceva certo che nel 2019 il Pil italiano sarebbe cresciuto dell’1,5%. Poi, come nulla fosse, dalla sera alla mattina ha ridotto di un terzo questa previsione, portandola all’1%. Purtroppo, è probabile che nei prossimi mesi l’esecutivo dovrà riprendere in mano l’accetta per operare un nuovo taglio.

 

Nelle ultime settimane, infatti, il quadro nazionale e internazionale è peggiorato ulteriormente. Secondo l’ultima Congiuntura Flash pubblicata la settimana scorsa dal Centro Studi Confindustria, è molto probabile che quest’anno la crescita sarà “di poco superiore allo zero”. L’istituto di ricerca Ref, invece, ritiene che sarà un anno di completa stagnazione. Con tanti saluti al cambiamento.

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