Chiuso in Europa l’accordo sul Recovery Fund, resta da risolvere in Italia lo psicodramma Mes. Può sembrare un paradosso, ma il risultato positivo ottenuto da Giuseppe Conte a Bruxelles ha rafforzato la posizione di chi vuole attingere al fondo salva-Stati (Pd, Italia Viva, Forza Italia e Confindustria). Il motivo è semplice: se siamo tanto contenti di ricevere i 209 miliardi del nuovo piano, tanto più dovremmo esserlo d’incassare i 36 miliardi per la sanità. A ben vedere, infatti, il Mes è meno rischioso del Recovery Fund sotto ogni aspetto: condizioni d’accesso, tempi d’erogazione e meccanismi di verifica. Tutto il resto è propaganda.

Da mesi i detrattori del fondo salva-Stati (M5S, Lega e Fratelli d’Italia) parlano di condizioni capestro nascoste fra le pieghe normative del fondo. Non si fidano: temono ripensamenti retroattivi dell’Europa, bollano le regole come “poco chiare”, evocano lo spettro della Troika e il massacro della Grecia. Come al solito, per non disorientare gli elettori meno inclini alla riflessione, rifiutano di ammettere che la realtà è complessa, che i giudizi vanno sfumati e che a volte si è costretti a cambiare idea. Per loro, se il Mes era cattivo prima deve essere cattivo sempre: punto.

Peccato che, dopo la riforma di aprile, il fondo sia diventato qualcosa di molto diverso dalla macchina micidiale che anni fa annientò Atene. In base alle nuove regole, adesso per ottenere i fondi bisogna rispettare un solo vincolo: spendere le risorse per le esigenze sanitarie legate all’emergenza Covid. Non si tratta nemmeno di una norma stringente, perché le spese da finanziare possono essere “dirette” (ad esempio l’acquisto di respiratori o l’assunzione di personale negli ospedali) ma anche “indirette” (formula volutamente ambigua che ci permetterebbe d’infilare nel calderone anche i milioni di banchi singoli necessari a distanziare i ragazzi nelle scuole). Inoltre, i soldi del Mes sarebbero disponibili entro poche settimane e i controlli dell’Ue arriverebbero solo ad acquisti fatti.

Ora, chi vuole credere che queste siano bugie inventate per nascondere una trappola è libero di farlo. Quello che non si può fare è demonizzare il Mes e al contempo incensare il Recovery Fund, visto che quest’ultimo prevede delle condizioni molto più severe rispetto a quelle del fondo salva Stati. 

Per ottenere i soldi del mega-piano, infatti, bisogna obbedire alle raccomandazioni della Commissione europea, che quindi diventano ordini. I governi sono tenuti a dettagliare come e quando intendono approvare le riforme chieste dall’Ue in un documento che deve essere approvato prima dall’esecutivo comunitario, poi dall’Ecofin, cioè dai ministri economici dell’Unione. In seguito, se un Paese (leggi “Olanda”) riterrà che un altro membro non stia rispettando gli impegni (leggi “Italia”) potrà imporre la sospensione degli aiuti e portare il caso davanti al Consiglio europeo.

Anche se alla fine l’ultima parola spetterà alla Commissione e non ci sarà un vero e proprio diritto di veto nelle mani dei singoli governi, è chiaro che questo meccanismo sarà usato come strumento di pressione politica per imporre le riforme più sgradite (leggi “cancellazione di quota 100”). Infine, per quanto riguarda i tempi, i soldi non arriveranno prima del secondo trimestre del 2021, ma potranno essere usati per coprire le spese sostenute da febbraio.

Le differenze fra Mes e Recovery Fund dimostrano quanto siano strumentali le discussioni italiane sul fondo salva Stati. Non c’è nulla di tecnico su cui dibattere, il problema è solo elettorale. Per questo nessuno si aspetta che Conte prenda posizione adesso: se un’apertura ci sarà, non arriverà prima di fine settembre. Dopo le amministrative.

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