“E’ un maledetto pazzo figlio di puttana”. Così, sobriamente, con lo stile che lo caratterizza, il Presidente Biden ha definito il Presidente Russo, Vladimir Putin, innovando così i concetti già precedentemente espressi di un “criminale di guerra” e “macellaio” . Sarà però proprio con Putin che il rimbambito presidente USA dovrà trattare se vorrà uscire fuori dal pantano ucraino. Ma davvero il presidente eterodiretto vorrà farlo? Dipende, perché del destino degli ucraini gli interessa poco, ma di quello della sua possibile permanenza alla Casa Bianca, invece, molto.

 

A pochi mesi dall’inizio della campagna elettorale negli Stati Uniti, Democratici e Repubblicani sono ancora alle prese con i problemi che condizionano fortemente la corsa alle rispettive nomination. Il Michigan, come promesso, ha mostrato i denti al presidente, accusato di compartecipazione indiretta nell’etnocidio dei palestinesi e la cosa gli è costata un discreto numero di defezioni dal voto democratico, abbastanza per farlo perdere con suo sfidante che intanto proprio in Michigan ha trionfato nelle primarie repubblicane.

La relazione del Procuratore speciale Robert Hur, che ha indagato sulla gestione dei documenti riservati a disposizione del presidente, ha inquietato e preoccupato i sostenitori di Biden e persino quelli che, pur non sostenendolo, lo ritengono antidoto unico per impedire a Trump di avvelenare ulteriormente il Nord America.

Certo, è una relazione, non una diagnosi clinica, ma non vi è dubbio che la salute fisica e mentale del Presidente sia oggetto di discussione e polemiche nel pieno della corsa alle nominations e a pochi mesi dall’inizio della campagna elettorale vera e propria. Gli appellativi con i quali definisce Putin sembrano confermare quanto si afferma nel report di Hur. Ovvio che per un Presidente il pieno controllo di sé, la totale capacità di intendere e di volere e la piena presenza a se stesso è un tema ineludibile. Una precondizione superiore alle capacità politiche, all’intelligenza strategica e alla verve oratoria.

Pensare di aver appena incontrato persone scomparse da anni, scambiare nome e confondere paesi, dimenticare dove ci si trova ed accusare smarrimento spaziotemporale sono cose serie, molto più che l’enumerare gaffes su gaffes o esternare flatulenze nei palazzi reali. Non a caso viene soprannominato gaffes machine. Ultima, quella con la Meloni, dove ha scambiato Gaza peer l’ucraina.

Però delle sue gaffes importa solo ai comici, mentre a noi tutti interessano le sue capacità di tenuta mentale, non dimenticando che Joe Biden dirige il più grande impero militare del mondo e che è una delle due persone che ha accesso alla valigetta presidenziale contenente i codici di lancio dei missili nucleari strategici per un totale di oltre 5500 testate nucleari in un mondo che con solo lo scoppio di 70 sarebbe ridotto a cenere.

Insomma, con tutto il rispetto, Biden non è il Presidente delle Galapagos o delle Isola Marshall, bensì il Presidente degli Stati Uniti, uno dei due paesi del globo terraqueo capaci di distruggere in pochi minuti l’intero genere umano e di affossare il pianeta riducendolo in cenere. In questo senso le capacità psicofisiche che il ruolo impone obbligano ad uno standard elevato di equilibrio psico-fisico, cognitivo ed emotivo. Si evidenzia una chiara incompatibilità tra le capacità umane di cui si è dotati e le responsabilità politiche che si assolvono.

Sarebbero considerazioni ovvie ma il fatto che vengano dagli avversari politici sembrano voler ridurre la questione a polemica politica. Intendiamoci, lo stesso Trump, oltre a problemi giudiziari seri quanto inediti nella storia statunitense e che potrebbero inibirlo dalla corsa alla Casa Bianca per la fine di quest’anno, non si può certo dire che rappresenti un esempio di equilibrio e saggezza, soprattutto non sembra essere l’uomo al quale gli americani intendono affidarsi ed in effetti a nessuno sano di mente verrebbe la voglia di affidargli la famosa valigetta con i codici di lancio.

Aldilà delle sue tesi politiche, l’ex presidente ha problemi seri di equilibrio mentale: è affetto da manie di persecuzione, vede complotti ovunque, è vittima da un ego smisurato ed incontrollabile, dà luogo a scatti d’ira ingestibili e passa ormai la sua vita a risarcire le vittime dei suoi appetiti sessuali e della postura corruttrice.

Sul piano politico va ricordato come l’ex presidente abbia definito “una truffa” il sistema elettorale statunitense e affermato che il mancato riconoscimento dei risultati elettorali è espressione di un senso di giustizia da parte del popolo truffato. Insomma, non proprio dettagli politicisti, piuttosto una sconfessione radicale di quanto avviene in forma occulta nel retrobottega del potere.

 

Il dato occulto

Insomma, nel Paese delle start-up e dell’innovazione tecnologica, due ottuagenari, armati di feroce ambizione ma non messi proprio bene in salute, si sfidano per la conquista dello Studio Ovale. Lo fanno in assenza di candidature forti, risultato di una crisi politica e identitaria di entrambi i partiti, che non sono riusciti a costruire un progetto in grado di misurarsi sulle sfide di questa fase storica, caratterizzata dalla quarta rivoluzione tecnologica, dalla fine della globalizzazione a senso unico e dal venir meno dello strapotere assoluto degli Stati Uniti sul mondo.

La dimensione delle sconfitte all’estero esalta anche una crisi di autorità morale che ormai sovrasta persino quella politica. La sempre più ridotta partecipazione al voto non è solo giusta moneta verso un sistema elettorale contorto, pensato per favorire candidature sostenute da fiumi di denaro, dunque ovviamente disponibili per chi propone programmi convenienti a chi quel denaro ce l’ha. L’assenza di politiche sociali che affrontino la spaventosa crisi interna, il venir meno del valore degli ammortizzatori e la fine della middle class, determinano una crescente estraneità tra elettorato ed eletti da tutti i lati. C’è una disaffezione forte dell’elettorato progressista che ritiene ormai gli USA un impero indifendibile e, parallelamente, quello dell’elettorato di ultradestra, ancorato ai suoi sogni secessionisti, al razzismo fobico ed alla difesa strenua dell’estremismo fondamentalista cattolico.

Sebbene infatti gli USA abbiano confermato a spese dell’Unione Europea e del Giappone (le cui economie sono ormai provider di quella USA) la leadership anglosassone sull’Occidente collettivo, è di ormai plastica evidenza tanto la debolezza strutturale della leadership politica sulla comunità internazionale che non fa parte del blocco occidentale (la maggior parte del pianeta) quanto la sua capacità di dissuasione militare.

Su questo sfondo di allarme generalizzato poggia la strategia comunicativa statunitense, che ormai propone a giorni alterni presunte quanto imminenti minacce russe alla sicurezza internazionale (o degli Stati Uniti, che per loro è la stessa cosa). Il fine immediato e a breve termine è quello di depotenziare la parole di Trump sulla NATO. Il tycoon, in effetti, ha commesso un grave errore politico, perché con una frase sola ha messo in allarme non tanto gli europei (che poco o nulla contano visti da Washington) quanto il complesso militar industriale statunitense, che rappresenta il volano centrale dell’economia USA e, ancor di più, l’intreccio tra produzione industriale, alta finanza, industria della sicurezza ed egemonia internazionale su cui si fonda il dominio della superpotenza.

Trump, convinto che il riassetto del mercato del lavoro e la crescita interna siano condizioni inevitabili per una ripresa della leadership economica perduta, punta infatti alla competizione con la Cina che però, salvo improvvise idiozia statunitensi, non si misurerà sul terreno del confronto militare. Ma è una posizione non condivisa dal deep state statunitense, che da sempre ha privilegiato la destabilizzazione ai quattro angoli del pianeta come unica strategia principale di politica estera al fine di ristabilire il comando planetario che, a livello monetario, tecnologico e militare è stato perso da almeno un decennio.

Ma sarebbe inutile seguire la narrazione sui due personaggi, che viene abilmente esibita per occultare il problema vero che soggiace: quello di una crisi del modello e della partecipazione alle sorti politiche dello stesso. Un modello che vede ormai il prevalere assoluto del Deep State nella gestione del potere e l’assegnazione alla Casa Bianca di un mero ruolo di rappresentanza, da spacciare in pubblico come sede reale del potere politico statunitense che, invece, si trova altrove.

Washington è terrorizzata dai nuovi equilibri planetari in formazione, dalla crescita dell’economia e dell’influenza internazionale cinese alla crescita dell’influenza politica e militare della Russia. Persino la forte crescita dell’India e il processo di decolonizzazione definitiva in corso in Africa rappresentano un problema che si somma a quelli del difficile contenimento dell’emergere del Sud Globale, che ha trovato nei BRICS una prima ma già forte sintesi politica.

Gli Stati Uniti vedono nella guerra permanente l’unica idea di contenimento dei paesi emergenti e, nel contempo, di livellamento verso il basso dei suoi competitor “amici”. Indicative, in questo senso, le disposizioni alla UE affinché assuma sulle sue spalle il confronto militare e strategico con la Russia, mentre il Giappone, l’Australia, la nuova Zelanda e la Corea del Sud, si vedono assegnare il ruolo di cane da guardia della Cina in tutta l’area dell’Indopacifico e del Mar della Cina.

Il paradosso che viene fuori è che si scontreranno due persone alle prese con difficoltà nelle capacità mnemoniche in un confronto elettorale dove, per la prima volta nella storia, i due sfidanti, nati prima della seconda rivoluzione industriale, si scontreranno nell’era della terza rivoluzione tecnologica e dove i meccanismi del computo che definirà la vittoria di uno dei due ottuagenari saranno sostenuti dagli algoritmi dell’intelligenza artificiale.

Pin It

Altrenotizie.org - testata giornalistica registrata presso il Tribunale civile di Roma. Autorizzazione n.476 del 13/12/2006.
Direttore responsabile: Fabrizio Casari - f.casari@altrenotizie.org
Web Master Alessandro Iacuelli
Progetto e realizzazione testata Sergio Carravetta - chef@lagrille.net
Tutti gli articoli sono sotto licenza Creative Commons, pertanto posso essere riportati a condizione di citare l'autore e la fonte.
Privacy Policy | Cookie Policy