di Elena Ferrara

C’è un altro Kosovo nel cuore dei Balcani. Fa molto meno rumore e desta poca attenzione per quanto riguarda l’opinione pubblica internazionale. Ma il problema esiste e rappresenta un punto interrogativo per la stabilità dell’intera regione. E’ la Macedonia. Una realtà autonoma, indipendente, scaturita il 15 settembre 1991 da quella che era la Federazione Jugoslava. Da quel giorno, infatti, la repubblica di Skopje, ha proclamato la sua sovranità e si è dichiarata stato sovrano con tanto di frontiere (a nord con la Iugoslavia, a est con la Bulgaria, a sud con la Grecia, a ovest con l’Albania), moneta (denar), religione (ortodossa, con minoranze musulmane), presidenza della repubblica e assemblea legislativa nazionale. Ma un piccolo-grande particolare ha posto la nuova realtà geopolitica in grosse difficoltà sin dal suo primo momento. Perché la confinante Grecia si è opposta (e si oppone) decisamente a riconoscere al nuovo stato il nome di “Macedonia”. Rivendica la proprietà di questo nome riferendosi ai territori macedoni greci e manifesta preoccupazioni per eventuali rivendicazioni territoriali e pone come condizione al governo di Skopje di chiamare il paese “ex Repubblica jugoslava di Macedonia”. E così sembra proprio che il più informe fra i gadget geopolitici prodotti dalla morte della Jugoslavia continui a sopravvivere. Con la “battaglia del nome” - condotta dalla Grecia nei confronti della Repubblica di Macedonia – che è circondata dall’incomprensione e non di rado dall’ironia, o dal fastidio – dei partner dai quali questo paese comunitario si attende, invece, solidarietà. E a quello che appariva come un assurdo ostruzionismo da parte greca si aggiunge ora l’aggravante della serbofilia. Da qui a vedere nei greci dei piromani irresponsabili, il passo è breve.

La contestazione tra Atene e gli abitanti della regione balcanica (macedoni, 66%, albanesi 23%, turchi 3,9%, musulmani 2,3% e altre minoranze sparse in piccoli nuclei) è, quindi, in atto. E ogni volta che il paese scende sull’arena internazionale nascono problemi per il nome e per la bandiera. Sembra una battaglia da niente, ma nella realtà balcanica il problema è di estrema pericolosità. Entrano in campo questioni etniche, storiche, religiose e politiche.

Le cronache diplomatiche ci ricordando in proposito che è dal 1995 che Grecia e Fyrom – così è chiamata l’ex repubblica jugoslava di Macedonia - con la mediazione dell'inviato dell’Onu Matthew Nimetz, negoziano sull'utilizzo del nome "Macedonia" da parte della Fyrom, e in particolare sulla possibilità che essa sia riconosciuta ufficialmente come "Repubblica di Macedonia", nome già scritto nella sua costituzione e come tale riconosciuta da Usa, Russia, Cina e di recente dalla Corea del Sud. Ma non dall’Onu e dall’Unione Europea.

Intanto le trattative che Skopje ha avviato per l'ingresso nella Nato e nella Ue potrebbero risultare determinanti, sebbene il sottosegretario di Stato americano Nicholas Burns - dopo l'incontro con il ministro degli Esteri greco Dora Bakoyannis - abbia dichiarato che tuttora non c'è la certezza che la Fyrom sarà invitata ad entrare nell'Alleanza atlantica durante il summit dell'aprile 2008 (quello che dovrà valutare anche le candidature di Croazia e Albania).

Tutta la questione sarà in ballo sino a che non si saranno svolte le elezioni legislative in Grecia. Intanto gli Usa invitano Atene e Fyrom a intraprendere anche trattative dirette. Atene appare scettica sull'adesione della Fyrom alla Nato in tempi così brevi, poiché ritiene che non sia ancora in linea con gli standard richiesti. Una posizione che sembrerebbe trovare riscontri a Washington, pronta al via libera per la Croazia ma più cauta su Albania e Fyrom, il cui presidente Branko Crvenkovski ha dichiarato di essere disposto all'ingresso anche con il nome attuale.

In Grecia una recente rilevazione ha riscontrato che l'82,3% degli intervistati pensa che il governo dovrebbe porre il veto sull'adesione della Fyrom alla Nato. Il 70% è contrario all'uso del nome "Macedonia" in qualsiasi forma da parte di Skopje. Il 90% vorrebbe che il presidente della repubblica Karolos Papoulias convocasse una riunione dei leader dei partiti per stabilire una linea condivisa. L'86,1% considera, infatti, molto rilevante la questione. Ricordiamo che nell'ottobre '93 il governo di Konstantinos Mitsotakis (Nuova democrazia) cadde a seguito delle ripercussioni parlamentari conseguenti alla mobilitazione popolare che chiedeva non vi fossero concessioni sul nome "Macedonia".

Oggi l'ex premier crede che se la Fyrom pretendesse di entrare nella Nato e nella Ue con il nome di "Repubblica di Macedonia", la Grecia non avrebbe altra alternativa che porre il veto. Sul versante elettorale, Laos - Partito popolare ortodosso di Georgios Karatzaferis, contrario a ogni passo indietro nei confronti di Skopie, potrebbe avvantaggiarsi, anche per le reciproche accuse tra Nd e Pasok - Movimento socialista panellenico - sulla gestione da parte dell'attuale e del precedente governo. Secondo un sondaggio della Vprc di Atene, Nd (43%) aumenta il vantaggio sul Pasok (39%). Seguono Kke - Partito comunista (7%, +0.5); Synaspismos - Coalizione della sinistra (4.5%, -0.5), Laos (4%, +0.5).

Per trovare una soluzione condivisa, Atene chiede alla Fyrom di superare ogni posizione propagandistica (come la decisione di assegnare il nome "Alessandro il Grande" all'aeroporto della capitale), o addirittura irredentista, in riferimento alle possibili ripercussioni sulla Macedonia, regione della Grecia. La normalizzazione delle relazioni bilaterali sarebbe un passo decisivo per la stabilità nei Balcani e per un più agevole percorso euro-atlantico intrapreso da Skopie.

Nel dicembre 2005 la Fyrom ottenne lo status di candidato all'ingresso nella Ue. E il recente rapporto della Commissione affari esteri del Parlamento europeo ha stabilito che l'attuale indeterminatezza intorno al nome non è un ostacolo all'apertura del negoziato che sarà argomento di dibattito all'Assemblea di Strasburgo. Eldr - Partito europeo dei liberali, democratici e riformatori, a cui aderisce Italia dei Valori, è favorevole all'allargamento alla Fyrom e agli altri stati balcanici. Intanto la Macedonia è oggi, a tutti gli effetti, uno Stato multietnico e multiculturale che non lascia possibilità a federazioni o partizioni territoriali.

Ma nello stesso tempo in tutta l’area interessata alla questione macedone continua a svilupparsi quella sindrome di accerchiamento che è un dato costante nella percezione che le nazioni balcaniche hanno del proprio rapporto con i vicini. Di conseguenza anche lo studio del caso greco, in connessione con le varie fasi della questione macedone, sarà utile a rendere meno esotica una realtà politica – e culturale – che incide e inciderà sugli equilibri nel nostro continente.

La “guerra” per una Macedonia tutta greca continua. E il teatro della contesa è la Macedonia ottomana, quella compresa in aree di quelle zone che oggi individuiamo nel Kosovo: la “capitale” Uskub (oggi Skopje) e Monastir. Intanto mentre la battaglia diplomatico-istituzionale continua, le carte geografiche di tutto il mondo ci ricordano che a proposito di Macedonia - anzi di… macedonie – sono pur sempre molte le località al mondo che portano questo nome: negli Usa (negli Stati di Alabama, Georgia, Illinois, Iowa, Ohio) ci sono quattro città; in Brasile, in Scozia, in Colombia, a Cuba e nelle isole Salomone ci sono altrettante città che si chiamano Macedonia. E, infine, in Bulgaria c’è l’area di Blagoevgrad. Ognuno ha diritto alla sua “Macedonia”. Per ora è Skopje che è contestata e rischia di perdere il suo copyright. Il paese continua ad essere chiamato Fyrom.

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