di Agnese Licata

Si annuncia una settimana di fuoco, quella che per la Francia di Nicolas Sarkozy inizierà stasera. Con la paura che uno sciopero contro la riforma del sistema pensionistico si trasformi in una contestazione ben più ampia al governo. Che i lavoratori del settore ferroviario e di quello energetico sarebbero arrivati alla seconda protesta in meno di un mese, è stato chiaro domenica scorsa, quando il presidente francese e il premier Françcois Fillon si sono mostrati intransigenti alle richieste dei sindacati. In ballo, l’abolizione del regime pensionistico speciale di cui godono in particolare queste categorie di operai. Se dovesse passare la proposta del governo, la loro posizione verrebbe equiparata a quella degli altri dipendenti pubblici: per godere di una pensione completa, dovrebbero maturare 40 anni di contributi, e non 37,5, come finora. Un cambiamento che riguarderebbe un milione e mezzo di persone. “I sindacati sanno che lo status quo non è più possibile”, ha replicato il primo ministro Fillon dalle pagine de Le Journal du Dimanche. In un momento in cui Sarkozy si trova a dover fronteggiare malumori su diversi fronti (studenti, avvocati, dipendenti statali), il governo prova a disinnescare la possibilità che tutto ciò si trasformi in una sfiducia al suo partito, l’Ump. Lo fa attaccando i sindacati, cercando di allontanare da loro il favore popolare e lasciando intendere che sei organizzazioni sindacali su otto si muovano esclusivamente per difendere il privilegio di una categoria. Una situazione, quella francese, che ricorda questioni nostrane abbastanza recenti, come lo scontro tra i confederali e Prodi a proposito dei lavori usuranti. “Portare avanti riforme in Francia - ha sottolineato Fillon - è sempre duro. Ma io so che la maggioranza della Francia vuole che il paese si modernizzi. Nessuno può dire di non sapere cosa avevamo progettato di fare. Lo abbiamo annunciato nel modo più chiaro possibile”. Alle accuse, i sindacati - e in particolare il segretario generale della Confederazione generale del lavoro, Bernard Thibault - replicano che questa riforma rappresenterebbe solo “l’antipasto” di una serie di misure ben più radicali destinate a coinvolgere, stavolta, tutti i lavoratori.

Almeno per ora, il favore accordato a Nicolas Sarkozy e ai suoi uomini dalle elezioni dello scorso maggio sembra reggere. Secondo alcuni sondaggi, infatti, il 68 per cento della popolazione è contraria allo sciopero che inizierà stasera, mentre la maggioranza è d’accordo ad equalizzare le diverse soglie di pensionamento. Non per niente il nuovo presidente prova a spingere sull’acceleratore delle riforme, cercando di sfruttare l’impulso proveniente dalla vittoria, impulso che potrebbe ridursi considerevolmente di fronte a contestazioni e speranze lasciate senza risposta. Ma se la storia decidesse di replicare quanto accaduto nel 1995, gli effetti potrebbero essere ben diversi da quelli sperati. All’epoca, il governo guidato da Alain Juppé (fondatore dell’Ump) fu costretto alla resa proprio sulle questioni previdenziali dopo che per tre settimane un milione e seicento mila persone avevano dato vita a scioperi e manifestazioni. Del resto, che le intenzioni dei sindacati non siano delle migliori è dimostrato dal cambio di strategia rispetto allo scorso 18 ottobre. Se un mese fa era stata organizzata un’astensione di 24 ore, questa volta è stato indetto uno sciopero a oltranza: potrebbe durate un giorno come settimane. A subirne le conseguenze, saranno anche i cittadini di Parigi, dove non timbreranno il cartellino neanche i dipendenti della metropolitana e quelli dei trasporti di superficie.

A sostenere i lavoratori ci saranno anche i collettivi studenteschi. Lo scorso venerdì, infatti, circa tredici centri universitari si sono ritrovati in assemblea e hanno votato il blocco delle attività. Durante il fine settimana, il Coordinamento nazionale studentesco, riunito a porte chiuse a Rennes, ha approvato di aderire allo sciopero e lavorare per occupare anche le stazioni ferroviarie. I movimenti studenteschi di estrema sinistra – e non solo - sono stati fin da subito la spina nel fianco della nuova Amministrazione, profondamente scontenti della riforma proposta e poi approvata la scorsa estate dopo una lunga trattativa. Dopo alcuni mesi di tregua, la legge firmata dal ministro Valérie Pécresse è tornata sotto accusa per l’introduzione dell’autonomia d’ateneo e la possibilità di reperire risorse dai privati.

In tutta questa situazione, a essere percepita con nettezza è la mancanza di un’opposizione seria e organizzata. Il partito socialista rimane allo sbando, incapace di capire la società francese e di proporre alternative concrete. Ségolène Royal, ex candidata alle presidenziali per i socialisti, si è limitata a dare dell’arrogante a Sarkozy, colpevole di aver “degradato il clima sociale” del Paese. Troppo poco per riprendersi un ruolo politico.


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