di Eugenio Roscini Vitali

I 35 chilogrammi di tritolo utilizzati il 12 dicembre scorso nell’attentato di Beirut sono senza dubbio lo specchio dell’attuale situazione libanese: un Paese in preda alla paura, alle cospirazione, al sospetto e alla violenza che ha però dato vita ad una reazione politica unanime a dimostrazione che qualche cosa sta cambiando. L’auto bomba esplosa alle 7.05 del mattino nel quartiere di Baabda, alla periferia est della capitale, ha ucciso il generale Francois Hajj, il suo autista e la guardia del corpo che lo accompagnava. Un attacco che ha un significato particolare perché ha colpito una delle massime cariche delle Forze Armate Libanesi; quell’esercito che l’ex presidente Emile Lahoud ha eletto a garanzia dell’integrità istituzionale e costituzionale del Paese, almeno fino a quando non sarà eletto un nuovo Capo dello Stato. Questa è la prima volta che i vertici militari vengono colpiti da un attacco dinamitardo di tale portata e Hajj rappresenta sicuramente uno degli obbiettivi ideali per dimostrare che il terrorismo non è ancora sconfitto. Ma chi sono i mandanti di questo del vile attentato? I sospetti sono subito ricaduti sulla Siria e sui gruppi palestinesi più estremisti che risiedono nei campi profughi libanesi e che il generale aveva sconfitto l’estate scorsa nella battaglia di Nahr el-Bared. Quello su Damasco rimane però solo un dubbio, un’ipotesi dovuta alle accuse di complicità negli attentati che da anni sconvolgono il Paese e all’appoggio militare offerto al braccio armato di Hezbollah. Dopo mesi di contrasti, maggioranza e opposizione potrebbero aver infatti trovato un accordo sul nome del nuovo presidente della Repubblica. La scelta ricadrebbe sull’attuale capo delle Forze Armate, il generale Michel Suleiman, sostenuto da Hezbollah con il placet di Siria e Iran e candidato a varcare la soglio del palazzo di Baabda da uno dei massimi leader dell’opposizione, il Cristiano Maronita Michel Aoun. E’ quindi difficile pensare che Damasco voglia fermare l’elezione di un uomo famoso per la sua neutralità, erede naturale di Emile Lahoud e legato a doppio filo all’ex compagno d’armi Aoun. Il maggiore indiziato per l’omicidio di Najj è perciò il gruppo integralista palestinese Fatah al Islam che potrebbe così aver voluto vendicare l’umiliante sconfitta patita l’estate scorsa.

L’intelligence libanese è certo che molti dei superstiti di Fatah al Islam si trovano attualmente a Gaza mentre il capo, il terrorista Shaker al-Absi, avrebbe trovato rifugio in Siria. Per ora le autorità di Beirut hanno arrestato quattro persone sospettate di essere coinvolte nell’atto terroristico. Tre di loro sono stati fermati durante un raid delle forze di sicurezza a Taamir, un’area residenziale che sorge nei pressi della città portuale di Sidone, nel sud del Paese. Ad incastrarli sarebbe la targa della BMW verde oliva utilizzata nell’attentato, precedentemente registrata a nome di uno di loro e che sarebbe stata parcheggiata sul luogo dell’esplosione otto minuti prima del passaggio di Hajj. Quindi, anche se è ancora tutta da dimostrare, per ora l’ipotesi che a commettere la strage sia stata una cellula terroristica del fondamentalismo islamico sembra la più probabile.

Per il momento la morte di Hajj non è in ogni caso riuscita a far scattare quella scintilla di violenza e la rappresaglia che in molti temevano e che alcuni speravano. I due opposti fronti politici non sembrano intenzionati a gettare benzina sul fuoco anche se alcuni esponenti di governo, come il ministro dell’Informazione Ghazi Aridi, continuano a parlare di complotto siriano. I principali personaggi libanesi sono comunque d’accordo sulla necessità di rimanere uniti contro questo nuovo tentativo di destabilizzazione che tende a creare le condizioni per una nuova guerra civile. Il leader druso Walid Jumblatt, notoriamente antisiriano, lancia un segnale di distensione e non si schiera con coloro che accusano la Siria; Hezbollah risponde dicendo che il Hajj ha combattuto a fianco della resistenza contro Israele e chi ha ucciso il generale ha voluto colpire il ruolo dell’esercito.

Un Libano che cambia quindi, dove maggioranza e opposizione concordano sulla necessità di superare tutti gli ostacoli costituzionali che fino ad ora hanno impedito l’elezione del generale Michel Suleiman, in modo da evitare colpi di coda che potrebbero diventare incontrollabili. Questo non cancella però quanto accaduto fino ad oggi e il Paese deve ancora confrontarsi con la lunga scia di sangue che accompagna la vita dei libanesi.

Una cronologia di omicidi che negli ultimi tre anni ha registrato la morte dei primo ministro Rafik Hariri (14 febraio 2005), del giornalista Samir Kassir (2 giugno 2005), dell’ex capo del Partito Comunista George Hawi (21 giugno 2005), del deputato e magnate dell’editoria Gebran Tueni (12 dicembre 2005), del ministro dell’Industria Pierre Gemayel (21 novembre 2006), del deputato Walid Eido (13 giugno 2007) e del deputato Antoine Ghanem (19 settembre 2007). Tutti libanesi che si sono battuti per liberare il Paese dal retaggio politico e giogo militare siriana che per 29 anni ha tormentato il Libano; tutti libanesi per la cui morte Damasco è ancora chiamata a rispondere.

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