di Elena Ferrara

Il terremoto cinese blocca la fiaccola olimpica e rimanda nei monasteri i monaci tibetani. Ma le condanne a morte, in tutto il Paese, non si fermano. Amnesty International rende noto che sono, in media, 22 al giorno. Un record che rende Pechino - pur se ormai nazione integrata nella globalità mondiale - medaglia d’oro in un’olimpiade della morte. La mannaia, intanto, non si ferma e se si procederà al ritmo delle esecuzioni attuali il giorno dell’apertura dei Giochi il potere cinese potrà contare ben 347 esecuzioni. Questa tragica escalation (mancano, comunque, statistiche ufficiali) fa dire a Kate Allen, che da Londra segue la problematica dei diritti umani, che vi dovrebbe essere un impegno mondiale nel fermare la mano della dirigenza cinese e per far sì che tutti coloro che saranno coinvolti nei Giochi dovrebbero fare pressione su Pechino affinché riveli i numeri dell’uso della ??n? capitale e perché riduca il numero di circa 60 reati ??r cui è prevista (omicidio, traffico di droga, reati economici, politici, d’opinione, commercio di pornografia, uccisione di alcuni animali sacri) ? si diriga verso l'abolizione. Secondo Amnesty, nel 2007 ?echin? ha messo a morte ?lm?n? 470 persone; circa 8000 l? c?ndann? eseguite ogni ann?. Ed ecco ora che dal rapporto Death Sentences and Executions risulta che nel mondo almeno 1.252 persone son? state giustiziate nel 2007, in 24 paesi (ma si teme siano moltissime di più), mentre l? condanne ?ronunciate sono state 3.347 in 51 paesi. ?ir?? 27.500 perso?? son? attualmente ??l braccio della morte. L'organizzazione esprim? grave preoccupazione ??r l'aumento delle esecuzioni non solo in ?in?, ma anche Usa, Mongolia, Vietnam, Iran, Arabia Saudita ? Pakistan. Intanto arrivano i dati che riferiscono sulle esecuzioni avvenute in Cina negli anni scorsi. Si “parte” da quel 63% del 1993 alle 2496 attuate nel 1994.

Nel 1997 sarebbero state eseguite almeno 1644 condanne. Amnesty International, ritiene che in realtà il numero delle condanne e delle esecuzioni sia molto più elevato rispetto alle cifre in suo possesso; ciò dipende dal fatto che le autorità cinesi non pubblicano mai statistiche sulla pena di morte considerate “segreto di stato”. Spesso l’annuncio di una condanna è fatta in luoghi pubblici e i condannati sono messi alla gogna e costretti ad abbassare la testa e a tenere al collo un cartello con il loro nome ed il crimine commesso. Agli imputati è spesso negato il diritto di avere un legale; quando la rappresentanza legale è concessa, gli avvocati hanno un giorno o due per preparare la difesa.

Spesso le condanne sono stabilite prima del processo da un comitato giudicatore. Dopo la conferma di una condanna a morte gli imputati hanno da 3 a 10 giorni per ricorrere in appello. E quando queste richieste di nuovo giudizio non giungono a tempo, la sentenza è automaticamente demandata all’Alto Tribunale del Popolo che prende una decisione entro un mese e mezzo. Raramente poi gli appelli sono accolti. La pena di morte è usata in maniera discriminatoria nei confronti delle classi sociali più basse e nella maggior parte dei casi le uniche prove contro gli imputati sono confessioni estorte sotto tortura.

E’ con questo medagliere che la Cina si appronta a celebrare il rito olimpico anche in quei bracci della morte che ricordano - ai più anziani - quelle famigerate vicende americane che avevano come teatro il carcere di San Quintino. Quello dove l’americano Caryl Chessman iniziò la sua lotta contro la pena di morte scrivendo, dalla cella 2455, opere in propria difesa che vennero lette in ogni parte del mondo, ma che non lo salvarono dalla camera a gas.

Ed ora la Cina - che ha messo fine a decenni e decenni di isolamento economico modificando la sua stessa configurazione nazionale - non trova la forza per superare la vergogna della pena di morte e cioè un processo capace di far accettare al mondo un radicale cambiamento che dall’economia passi alla società facendola divenire civile.

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