di Rosa Ana De Santis

L’Inghilterra corre veloce e spavalda verso nuove frontiere della nascita. La legge sulla fecondazione supera l’aspetto che finora era stato elemento ostativo alla possibilità per donne single o coppie lesbiche di generare figli, viene meno la differenza sessuale come condizione imprescindibile della genitorialità. Se maschio e femmina non erano ragione sufficiente per esseri buoni genitori, ora non sono neppure ragione necessaria per essere semplicemente genitori. La rivoluzione non è solo e non è tanto quella dei laboratori e delle cliniche dove questo accadrà, il cambiamento autentico e profondo sta nella nascita di una nuova forma di consapevolezza dei corpi, del pensiero delle donne e persino degli uomini - che questa novità esclude - di un modo diverso di sentire e forse assolutizzare la maternità. La novità sta nell’epilogo nebbioso in cui va a finire il destino sociale dei padri mancati e inutili. E’ la natura che prepotente prende il sopravvento. Suona paradossale che questo accada quando la tecnica - e soprattutto il diritto - sembrano sfidare le consuetudini della cosiddetta normalità; eppure accade. La donna single o la donna gay possono diventare madri e, se prima potevano farlo ricorrendo al disturbo di un rapporto eterosessuale, ora lo fanno investite di una liceità istituzionale e sociale che lo Stato riconosce e garantisce.

Per una volta secoli di discriminante “invidia del pene” vengono capovolti dall’“invidia dell’utero”, così potremmo chiamarla, che astutamente lo Stato degli uomini - solo quello - si è ostinato a disconoscere e non soltanto nella notte dei tempi. Basta arrivare al caso del nostro Paese, come sempre in ritardo, che con la legge 40 ha trasformato le donne in contenitori passivi e neutri di embrioni, indiscriminatamente malati o sani, e che solo le recenti linee guida hanno riabilitato da quello che era nei fatti un pericoloso e aggressivo svuotamento della maternità da parte di uno Stato padre e padrone.

Perché tutto quello che gli uomini non vogliono sentirsi dire è che si sceglie di diventare e non diventare madri a prescindere dal rimanere incinta, perché questo è solo un accadimento legato all’eterosessualità femminile e nulla ha a che fare con la scelta della maternità, che vive per intero nel flusso delle relazioni e del sentire, che non parla il linguaggio del diritto, che muove pensieri come emozioni, senza moniti né confini di autorità. Tutto quello che gli uomini non vogliono sentirsi dire è che le donne hanno il potere e la facoltà di scegliere - e adesso persino per diritto - possono farlo senza di loro.

Esiste un diritto per due, cosi lo definisce T. Pitch all’interno del pensiero femminista della differenza; ma per esistere deve saltare il profilo neutro del diritto cosi come la tradizione ce lo consegna. In particolare su questi temi, perché quello che appare neutro nasconde un viso e un pensiero che è quello dei padri, dei mariti, dei figli -cosi si dice - che vogliono nascere a ogni costo. Come se il figlio fosse altro dalla madre, fuori di lei o addirittura contro di lei. Queste ed altre le assurdità che si respirano ad esempio nel manifesto del nostrano Movimento per la Vita: il diritto dell’embrione come categoria a se stante, come se non fosse quello stesso della madre, il tutto condito da un linguaggio aggressivo di contrapposizione, lontano, lontanissimo dalla maternità.

Non può bastare nella riflessione sulle novità che vengono da Londra, la semplice osservazione sociologica per cui figli orfani o cresciuti solo da madri o anche solo da padri siano comunque cresciuti bene, confortati dal supporto che è proprio dei genitori o del genitore. Esiste indubbiamente un melium nella crescita di un bambino e di una bambina, ma se pensiamo di poterlo ritrovare in assoluto e in toto nei genitali siamo caduti in un errore di preistorica giustificazione dei ruoli famigliari e sociali. La famiglia è il luogo delle relazioni, della risposta ai bisogni e degli affetti. Non è l’incrocio delle negoziazioni, delle contropartite, in una parola dei codici e delle figure. Da qui si deve partire.

Se esiste - e forse esiste - un lato oscuro e problematico di questa importante novità, non sta tanto nel qui ed ora e nelle conseguenze sociali, ma sta più nella teoria che nella prassi. Sapendo che entrambe queste dimensioni s’invadono e si contaminano a vicenda ancora di più nell’interiorità e nelle relazioni. Se la maternità può del tutto fare a meno della paternità, rischia di non esserci più quel confine e quel limite che proprio le donne sanno vedere e amare. Quel crepuscolo che c’è quando il limite di un figlio è mancanza e difetto, resistenza alla regola e magari clamorosa sconfitta, mentre i padri premiano o puniscono la madre è una che - come ha scritto Elsa Morante - “avrebbe atteso a casa i miei ritorni, giorno e notte pensando a me”.

Forse totalizzare la maternità è assimilarsi e perdere quel valore di differenza che secoli di storiche battaglie hanno rivendicato su ogni tentazione di diventare come gli uomini. Che ciò sia avvenuto, purtroppo non è dato. Ma se Eva non è ancora nata, Adamo è già vecchio.

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