di Marco Montemurro

Cambiano gli equilibri energetici in Asia con la storica decisione dell’Indonesia di uscire dall’Opec, l’Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio. Il greggio nei giacimenti indonesiani non è in quantità sufficiente per essere venduto all’estero e pertanto appartenere al cartello non è più conveniente per l’unico paese asiatico del gruppo. Il volume delle importazioni di petrolio ormai è superiore a quello delle esportazioni e il greggio estratto, quantità che rappresentava solo il 3% della produzione dell’Opec, è in grado di soddisfare solamente il 70% del consumo indonesiano. “Ci concentreremo sulla domanda nazionale di greggio” ha affermato Paskah Suzeta, il ministro per la Pianificazione e lo Sviluppo, che ha spiegato così i motivi della decisione: “Appartenere all’Opec era una spesa troppo costosa”. Nel corso degli anni le risorse petrolifere in Indonesia hanno registrato un continuo calo, processo che ha comportato inesorabili cambiamenti nel commercio di energia nella regione. L’Indonesia entrò a far parte dell’Opec nel 1962, dopo due anni dalla fondazione, ma allora la quantità di greggio nei giacimenti era molto superiore all’attuale. Nel 1977 il paese toccò il picco massimo di estrazione raggiungendo 1,6 milioni di barili al giorno, condizione ben differente dall’attuale cifra che è inferiore a 1 milione di barili. Il governo pertanto ha dovuto prendere provvedimenti e ha deciso di sganciarsi dall’Opec, organismo ora ridotto a 12 paesi membri (Iran, Iraq, Kuwait, Arabia Saudita, Venezuela, Qatar, Libia, Emirati Arabi Uniti, Algeria, Nigeria, Ecuador, Angola).

La crisi energetica in Indonesia ha comportato un’altro importate cambiamento. Il paese ha perso la fama del basso costo della benzina dopo che il governo ha deciso di innalzare in un solo giorno il prezzo dei carburanti del 28,7%. Dal 26 maggio un litro di benzina costa nei distributori 60 centesimi di dollaro e di conseguenza l’incremento del prezzo ha provocato subito proteste dei cittadini, molte delle quali sfociate in violenza.

Il governo indonesiano precedentemente pagava sussidi per poter mantenere il prezzo del carburante sottocosto. Grandi somme di denaro venivano utilizzate per far fronte al continuo crescere della quotazione del greggio. Il meccanismo era utile alla popolazione ma con il tempo era diventato insostenibile anche per il fatto che con i prezzi del barile, che attualmente si avvicinano ai 140 dollari, i finanziamenti risultano troppo pesanti per lo stato.

Il presidente Yudhoyono ha dichiarato che l’aumento del prezzo della benzina, che continua comunque a essere il più basso della regione, era inevitabile perché “il paese avrebbe potuto rischiare un crollo economico come quello del 1997”, l’anno della crisi delle tigri asiatiche. Ha definito pertanto “urgente” la scelta, necessaria per accrescere l’erario in modo da poter affrontare l’altra grande emergenza del paese, la carenza alimentare.

La popolazione in Indonesia, come nel resto del mondo e in maniera particolare in l’Asia, soffre infatti anche per l’aumento dei prezzi del cibo, problema che coinvolge tutti gli alimenti basilari come il riso, il grano e la soia. A tali difficoltà si aggiungono inoltre nel campo finanziario l’alto tasso di inflazione che negli ultimi 19 mesi è cresciuta dell'8,96 e l’aumento dei tassi di interesse fino all'8,25% decisi dalla Banca centrale.

Il governo giustifica l’aumento del prezzo del carburante perché sta pianificando donazioni di 10 dollari mensili dirette a circa 19 milioni di famiglie povere, denaro che verrà distribuito per almeno un anno presso gli uffici postali. Ha spiegato che i sussidi per garantire basso il costo della benzina hanno comportato un spesa di miliardi di dollari, somma che ora invece potrà essere utilizzata per mantenere basse le spese per i poveri e non in favore dei ricchi.

Il vice presidente Jusuf Kalla si è così rivolto a chi contestava l’aumento dei prezzi nei distributori: “Trovare risorse per combattere la povertà è più importante della benzina a basso costo per i ricchi”. Arbi Sanit, analista politico dell’ Università dell’Indonesia, critica però tale mossa ritenendola utile solo nel breve termine per migliorare l’immagine del governo di fronte alle classi più disagiate, poiché gli aiuti non saranno sufficienti per compensare il crescere dei costi.

L’aumento dei prezzi dei carburanti, accompagnato all’incremento dei costi alimentari, è una situazione comune nel continente asiatico e altri governi stanno affrontando i medesimi problemi nella stessa modalità dell’Indonesia. Anche l’India, paese che importa il 70% del suo fabbisogno di greggio, ha ridotto gli aiuti statali sui prezzi e ha accresciuto il costo della benzina dell’11%. In Sri Lanka l’importo della benzina e del diesel è stato innalzato in un giorno rispettivamente del 14% e 47% e il presidente della Ceylon Petroleum Corp ha spiegato che gli aumenti consentiranno alla società solo di dimezzare le perdite.

In Bangladesh la compagnia petrolifera statale, unica a importare e distribuire, ha proposto aumenti di prezzo del carburante del 37-80%. A Taiwan il costo della benzina è aumentato del 13% e il governo ha abolito il controllo sui prezzi dei carburanti. In Malesia sono stati aboliti i sussidi statali sulla benzina ed è stato inoltre aumentato il controllo della vendita a tal punto che i distributori non possono rifornire le macchine registrare a Singapore.

Il continuo lievitare del prezzo del barile porta inevitabilmente instabilità soprattutto in Asia, regione che negli ultimi anni necessita sempre di più di greggio per lo sviluppo di economie emergenti come Cina e India. La combinazione della crescita dei prezzi del cibo e dei carburanti provoca continue proteste e la situazione non sembra stabilizzarsi, anzi la crisi energetica che si prospetta accrescerà le tensioni sociali nel continente.

L’uscita dall’Indonesia dall’Opec è, quindi, un segnale significativo poiché rende ufficiale l’esaurimento delle risorse petrolifere nazionali. La radicale trasformazione del paese da esportatore a importatore di petrolio potrebbe infatti rafforzare la tesi di coloro che affermano che le risorse sul pianeta hanno ormai superato il picco storico e che necessariamente il modello di sviluppo del futuro non potrà seguire la direzione e la velocità del passato.

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