di Michele Paris

L’aggressione dell’Arabia Saudita e di una manciata di altri regimi arabi contro lo Yemen dura ormai dai più di sei mesi nel tentativo di reinstallare al potere il presidente-fantoccio, Abd Rabbu Mansour Hadi, e di piegare la resistenza dei guerriglieri sciiti Houthi. Il conflitto continua a far segnare atroci episodi di violenza e stragi deliberate di civili da parte dei paesi aggressori, come ha confermato questa settimana un nuovo rapporto diffuso da Amnesty International.

L’indagine giunge a poche settimane da una precedente ricerca che aveva assegnato la responsabilità di crimini di guerra a entrambe le parti in conflitto e ha riguardato in particolare 13 incursioni aeree operate tra maggio e luglio da parte della coalizione guidata da Riyadh nelle regioni nord-orientali dello Yemen. Durante questi raid sono stati uccisi circa 100 civili, di cui 59 bambini, in conseguenza della decisione saudita di dichiarare obiettivi militari le città di Saada e Marran.

Per Donatella Rovera di Amnesty International, le “forze della coalizione” sono responsabili di non avere adottato “sufficienti precauzioni per evitare morti civili, come richiesto dal diritto internazionale”. Questa dichiarazione è a dir poco un eufemismo, dal momento che le forze armate della monarchia saudita sembrano voler prendere di mira deliberatamente gli obiettivi civili in Yemen per terrorizzare la popolazione e piegare la resistenza all’aggressione.

Ciò è confermato dall’elevato numero di stragi commesse dall’inizio degli attacchi lo scorso mese di marzo. Che le bombe su edifici civili non siano dovute a “errori”, spiega Amnesty, è testimoniato anche dal fatto che in alcuni casi gli obiettivi non-militari sono stati bombardati più volte.

Gli elicotteri e gli aerei da guerra dei sauditi e dei loro partner hanno ridotto in macerie, tra l’altro, fabbriche, moschee, scuole, ospedali, mercati, strutture portuali e edifici in quartieri residenziali. Particolare sconcerto aveva provocato a fine settembre un bombardamento durante una festa di matrimonio in un villaggio sul Mar Rosso.

Le vittime in quello che è stato finora il più grave singolo massacro della guerra erano state più di 130, comprese 80 donne. Solo il giorno precedente, inoltre, altri 30 civili erano stati uccisi dai raid di elicotteri sauditi nella provincia nord-occidentale di Hajjah.

Complessivamente, secondo i dati dell’ufficio delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, alla fine di settembre le vittime civili nel conflitto in corso in Yemen erano più di 2.300, mentre i feriti ammontavano a quasi 5 mila. Non solo, la situazione umanitaria nel paese più povero del mondo arabo sta ormai precipitando. Alcuni dati rendono a sufficienza l’idea della catastrofe provocata dall’aggressione saudita.

Secondo il Programma Alimentare Mondiale dell’ONU, 10 delle 22 provincie che compongono lo Yemen stanno fronteggiando situazioni di emergenza per quanto riguarda l’accesso al cibo dei suoi abitanti.

La gravità della situazione è dovuta in particolare al blocco navale imposto dall’Arabia Saudita, in collaborazione con la marina militare americana, visto che il fabbisogno alimentare dello Yemen è assicurato per il 90% da importazioni.

Sempre per l’ONU, almeno 20 milioni di yemeniti, ovvero l’80% della popolazione totale, necessita di una qualche forma di aiuto umanitario. Poco meno di due milioni di persone, infine, sono state costrette ad abbandonare le proprie abitazioni e a fuggire in altre parti del paese o all’estero a causa della guerra.

Il recentissimo rapporto di Amnesty denuncia poi l’utilizzo delle distruttive “cluster bombs”, o “bombe a grappolo”, da parte della “coalizione”, nonostante siano proibite a livello internazionale. Singolarmente, molti in Occidente e nel mondo arabo che ora non muovono un dito nei confronti dell’Arabia Saudita avevano più volte denunciato il regime di Assad nei mesi scorsi e, più recentemente, anche la Russia per avere fatto uso di questi stessi ordigni in Siria.

Come afferma l’organizzazione britannica a difesa dei diritti umani, in questi mesi vi sono stati numerosissimi episodi che potrebbero portare vari esponenti della monarchia medievale sul banco degli imputati in un processo per crimini di guerra.

A far loro compagnia per le stragi in Yemen dovrebbero esserci anche i vertici del Pentagono e dell’amministrazione Obama, poiché quest’ultima, nonostante i dubbi sull’aggressione per ragioni di opportunità, è totalmente complice del massacro in atto.

Non solo Washington condivide gli obiettivi strategici di Riyadh, legati al contenimento dell’influenza iraniana nella penisola arabica attraverso la reimposizione di Hadi come presidente dello Yemen e la sconfitta degli Houthi sciiti, ma gli Stati Uniti forniscono ai sauditi fin dall’inizio della guerra informazioni sugli obiettivi da colpire e assistenza logistica.

Consiglieri militari americani sono impegnati assieme ai loro colleghi del regno in un centro di comando congiunto predisposto in Arabia Saudita, da dove vengono gestite le operazioni militari in Yemen.

Soprattutto, poi, gli USA assicurano l’adeguato mantenimento delle scorte di armi saudite. Dopo i contratti da record per svariate decine di miliardi di dollari firmati nei mesi scorsi per la fornitura di armi all’Arabia Saudita e alle altre monarchie del Golfo Persico, a settembre era stato annunciato un nuovo accordo da un miliardo con Riyadh in concomitanza con la visita a Washington del sovrano saudita, Salman, accolto a braccia aperte da Obama.

Per Amnesty, anche le “cluster bombs” usate dall’Arabia Saudita sono state fornite dagli Stati Uniti, i quali continuano evidentemente a considerare queste armi come uno strumento legittimo, nonché un ottimo affare, visto che sono tra i paesi che non hanno sottoscritto la convenzione per la loro messa al bando.

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