di Michele Paris

Il gravissimo attentato suicida che sabato scorso ha sconvolto la capitale turca, Ankara, ha aggravato la crisi interna al paese euro-asiatico a poche settimane dal secondo appuntamento elettorale in meno di sei mesi. Prevedibilmente, il governo del presidente, Recep Tayyip Erdogan, e del primo ministro, Ahmet Davutoglu, ha individuato come primo sospettato dell’attacco lo Stato Islamico (ISIS), aggiungendo poi altre tre entità come possibili esecutrici dell’attentato, cioè due gruppi di “estrema sinistra” turchi e il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK).

Al momento non sembrano esserci rivendicazioni ufficiali, ma il governo ha affermato di avere riscontrato indizi che rendono l’attentato di sabato molto simile a quello dello scorso mese di luglio nella località di Suruç, nella Turchia meridionale al confine con la Siria. In quell’occasione furono uccisi 32 membri di un’organizzazione giovanile di sinistra che stavano pianificando un intervento a Kobane, in Siria, per contribuire ai lavori di ricostruzione della città a maggioranza curda.

Secondo alcuni media locali, uno degli attentatori di Ankara sarebbe il fratello di uno degli organizzatori della strage di Suruç ed entrambi erano affiliati all’ISIS, nonché parte di un gruppo di uomini inviati in Siria per eseguire attentati terroristici contro obiettivi curdi.

Il collegamento tra i due attentati è particolarmente allarmante, visto che quello di luglio aveva fornito l’occasione al governo per partecipare attivamente alle operazioni della coalizione ufficialmente anti-ISIS messa in piedi dagli Stati Uniti. In realtà, i bersagli di gran lunga preferiti dalle forze aeree turche erano stati da subito i guerriglieri curdi che, in Iraq e in Siria, avevano rappresentato l’ostacolo più efficace all’avanzata dell’ISIS.

Le similitudini tra le due stragi riguardano anche il possibile ruolo svolto proprio dal governo o, per lo meno, quello percepito da molti, a cominciare dalla popolazione turca. Dopo i fatti di Suruç, soprattutto la minoranza curda aveva apertamente parlato di attentato favorito da Ankara per riaccendere la guerra civile e rafforzare le credenziali in materia di sicurezza nazionale del partito Giustizia e Sviluppo (AKP), uscito dalle elezioni di giugno senza la maggioranza assoluta dei seggi in Parlamento per la prima volta da oltre un decennio.

Le manifestazioni di protesta contro il governo andate in scena nel fine settimana dopo le bombe di sabato hanno ugualmente visto i partecipanti attribuire a Erdogan e Davutoglu la responsabilità quanto meno della carenza di un servizio di sicurezza adeguato nonostante gli avvertimenti circa possibili gravi attentati in fase di organizzazione in territorio turco.

Molti giornalisti e partecipanti alla dimostrazione colpita dalle esplosioni, e che intendeva chiedere la riapertura del dialogo tra il governo e il PKK, hanno infatti puntato il dito contro il governo per l’insolita scarsità di controlli e di forze di polizia presenti ad Ankara nella giornata di sabato.

Se è indubbiamente possibile che il governo di Erdogan e Davutoglu abbia potuto allentare deliberatamente le maglie della sicurezza nel corso di una manifestazione pro-curda, visti i vantaggi che un attentato potrebbe determinare per il partito al potere in termini elettorali, a ben vedere le responsabilità del presidente e del primo ministro sono anche maggiori.

Gli oltre 100 morti di sabato a Ankara, sono infatti anch’essi la conseguenza del clima prodotto dalla disperata politica estera di un governo e di un sempre più autoritario Erdogan che stanno vedendo crollare una strategia regionale che, nelle loro intenzioni, avrebbe dovuto soddisfare le ambizioni da grande potenza della Turchia sull’onda di una temporanea crescita economica relativamente sostenuta.

Il principale colossale fallimento di questo piano è stato il tentativo di rovesciare il regime siriano di Assad, puntando in maniera sconsiderata su formazioni integraliste violente, incluso l’ISIS. A questi gruppi, la Turchia - assieme alle monarchie assolute del Golfo Persico e sotto la supervisione di Washington - non solo ha garantito il libero transito da e verso la Siria, ma ha anche offerto assistenza logistica, denaro e armi.

Questa pericolosa strategia è completamente esplosa tra le mani di Erdogan una volta che l’ISIS è diventata una forza pressoché fuori controllo, finendo per minacciare la stessa Turchia. Inoltre, il dilagare di forze jihadiste in Siria grazie proprio all’appoggio turco ha ironicamente rafforzato lo status delle milizie curde oltreconfine, legate a doppio filo con il PKK, con il rischio di alimentare rivendicazioni indipendentiste.

In questo scenario e formalmente all’interno della coalizione guidata dagli USA, la Turchia ha intrapreso una campagna aerea contro le postazioni curde in Iraq, mentre ha inaugurato dopo anni operazioni militari anche sul proprio territorio. La fine della tregua con il PKK ha così segnato l’uccisione di centinaia di guerriglieri curdi e, di conseguenza, la riattivazione della guerriglia con un numero crescente di vittime tra forze di sicurezza e civili.

Le contraddizioni e gli errori che hanno caratterizzato e continuano a caratterizzare la politica estera di Ankara si sono inevitabilmente riflessi sulla situazione interna, creando caos e violenze ma anche grattacapi per un AKP che sembra avere imboccato una parabola discendente sul fronte del gradimento degli elettori.

In vista delle elezioni di inizio novembre, dunque, Erdogan e Davutoglu si ritrovano in un pantano sempre più profondo, sia pure preparato dalle loro stesse azioni, che rischia di generare ulteriore violenza in Turchia e che, oltretutto, potrebbe non pagare in termini di consensi una volta chiuse le urne.

Le ultime settimane hanno segnato infatti una batosta dopo l’altra per il governo dell’AKP. L’intervento militare della Russia in Siria in appoggio al regime di Damasco ha stravolto i piani della Turchia, la quale ha visto finire distrutti sotto bombe vere i propri investimenti nel fondamentalismo anti-Assad e il venir meno, per il momento, dell’ipotesi di una no-fly zone in territorio siriano.

L’estremo nervosismo del governo di Ankara è apparso evidente dalle accuse spropositate seguite ad alcune presunte violazioni dello spazio aereo turco da parte dei jet di Mosca impegnati in Siria. Malgrado gli aerei da guerra turchi abbiano violato più volte i cieli siriani in questi anni e bombardato senza troppi riguardi le postazioni curde in territorio iracheno, Erdogan ha fatto un patetico appello alla NATO per chiedere all’alleanza di difendere il proprio paese contro eventuali ulteriori “minacce” da parte della Russia.

L’amministrazione Obama, infine, pur appoggiando l’isteria turca nei confronti del Cremlino, ha appena annunciato la fine del programma di addestramento di guerriglieri anti-Assad “moderati”, in quanto inesistenti, optando invece per la fornitura diretta di armi e denaro alle milizie sunnite che già combattono sul campo contro le forze regolari siriane. Per salvare le apparenze, però, verranno armate anche le organizzazioni militari anti-Isis, e tra di esse sembrano esserci anche quelle curde, il cui possibile ritorno a svolgere un ruolo da protagoniste nel caos della Siria aggiungerebbe un ulteriore problema al già lunghissimo elenco con cui devono fare i conti Erdogan e Davutoglu.

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