di Michele Paris

In parallelo alle manovre diplomatiche in corso per esplorare una soluzione pacifica al conflitto siriano, l’amministrazione Obama sta preparando una nuova strategia di guerra che potrebbe prevedere l’impiego di forze di terra in Siria e in Iraq. Ufficialmente per combattere in maniera più efficace lo Stato Islamico (ISIS) ma in realtà come diretta conseguenza dell’intervento militare della Russia in Medio Oriente.

A dare l’annuncio dei possibili nuovi svilupppi è stato il numero uno del Pentagono, Ashton Carter, nel corso di una recente apparizione al Senato di Washington, durante la quale ha affermato che gli USA “non esiteranno ad appoggiare partner adeguati negli attacchi contro l’ISIS o a condurre missioni in maniera diretta”, sia con “bombardamenti aerei” sia con “azioni dirette sul campo”.

La notizia era stata anticipata da varie rivelazioni concesse appositamente dal governo ad alcuni dei principali giornali americani. Il Washington Post aveva ad esempio ipotizzato l’invio di membri delle Forze Speciali “embedded” con formazioni curde e dell’opposizione araba al regime di Assad nell’Iraq settentrionale e in Siria. I componenti di questi team dovrebbero agire da “consiglieri” militari dei gruppi a cui si unirebbero e facilitare i bombardamenti dell’aviazione americana.

Un’altra ipotesi allo studio è quella di utilizzare un certo numero di elicotteri da combattimento Apache. Il ricorso a questi velivoli, spiega il Wall Street Journal, comporterebbe un incremento notevole di personale USA in Medio Oriente, visto che sarebbero necessarie centinaia di altri soldati, tra piloti e addetti alla protezione e alla manutenzione dei mezzi. Attualmente, nel quadro della guerra all’ISIS, sono presenti in Iraq circa 3.500 soldati americani.

In maniera particolarmente insidiosa, anonimi esponenti dell’amministrazione Obama hanno distribuito alla stampa rassicurazioni circa il possibile aumento dell’impegno militare in Iraq e in Siria. La Reuters ha riportato le confidenze di due fonti governative che hanno garantito come la nuova strategia USA avrà obiettivi limitati in Iraq e in Siria, mentre non vi sarà alcun dispiegamento di massa di truppe da combattimento in nessuno dei due paesi.

Queste promesse appaiono difficilmente credibili, non solo perché gli Stati Uniti sono già di fatto impegnati a tutto campo nel complicato e ambiguo conflitto mediorientale, ma il lancio di nuovi piani di intervento, ancorché relativamente limitati, servono di solito a spianare la strada a un coinvolgimento maggiore delle forze armate americane negli scenari di guerra internazionali.

L’ipotesi più controversa e dalle conseguenze più gravi per imprimere una svolta allo scenario attuale rimane quella dell’imposizione di una no-fly zone sui cieli della Siria settentrionale. Uno scenario, quest’ultimo, che viene da tempo invocato soprattutto dalla Turchia e che trova molti sostenitori all’interno della classe dirigente di Washington, anche se, almeno ufficialmente, non alla Casa Bianca.

Oltre a rappresentare un’altra mossa illegale, visto che le probabilità di ottenere un’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza ONU sono pari a zero, una no-fly zone farebbe aumentare seriamente le possibilità di uno scontro diretto con le forze russe, impegnate nei bombardamenti contro i gruppi terroristi che operano in Siria in appoggio al governo leggitimo di Damasco.

Lo stesso Carter ha escluso che nell’immediato possa essere implemenentata una no-fly zone in Siria, ma ha lasciato intendere che questa è una delle ipotesi che il Pentagono continua a considerare per il futuro, nonostante richieda uno sforzo militare decisamente più consistente di quello attuale.

Tutte queste iniziative rappresentano ad ogni modo la reazione statunitense alla campagna militare russa in Siria, in seguito alla quale sono stati messi in piena luce tutti i tentennamenti e le ambiguità dell’approccio alla questione dell’ISIS da parte di Washington.

Che il governo e i militari USA abbiano in mente Mosca nel delineare le nuove strategie per la Siria e l’Iraq è apparso evidente proprio dalle parole del Segretario alla Difesa nell’audizione al Senato di qualche giorno fa citata in precedenza. Carter ha denunciato infatti l’aumentato impegno russo a fianco di Assad, mettendo in guardia anche dai recenti sviluppi relativi all’Iraq e che indicano un rafforzamento dei legami tra Mosca e Baghdad.

La fallimentare strategia americana in Medio Oriente, basata sull’appoggio a formazioni integraliste armate violente, tra cui l’ISIS, per operare il cambio di regime a Damasco, molto difficilmente potrà essere invertita. Anzi, con l’evolversi della situazione sembra moltiplicarsi il grado di confusione generata dalla volontà di dominio USA dell’intera regione.

Il segnale più recente in questo senso è stato il bombardamento operato questa settimana dall’aviazione turca sulle postazioni dell’Unita di Protezione Popolare curda (YPG) nel nord della Siria.

I raid sono giunti poco dopo la dichiarazione da parte del braccio politico della milizia - il Partito dell’Unione Democratica (PYD) - circa l’inclusione della città siriana di Tal Abyad, al confine con la Turchia, nella regione curda semiautonoma creata de facto dopo l’esplosione della guerra contro Assad.

Visti i legami tra il PYD e l’YPG con il PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan), Ankara teme un contagio delle spinte autonomiste o indipendentiste che si stanno diffondendo in Siria e, pur facendo formalmente parte della “coalizione” anti-ISIS promossa dagli USA, vede come minaccia di gran lunga superiore le formazioni curde rispetto ai gruppi terroristi attivi in Siria, che ha peraltro armato e finanziato.

La milizia YPG è però uno dei principali partner “sul campo” degli Stati Uniti in Siria e continua a essere identificata come una delle formazioni più efficaci nella guerra all’ISIS, tanto che buona parte delle decine di tonnellate di armi recentemente paracadutate dagli americani in territorio siriano sembra essere finita nelle mani dei combattenti curdi.

A complicare ulteriormente il quadro c’è infine il binario diplomatico che, paradossalmente, ha fatto registrare qualche apparente passo avanti nelle settimane seguite all’intervento russo in Siria. Infatti, a inizio settimana gli Stati Uniti hanno acconsentito per la prima volta a invitare l’Iran ai colloqui di pace sulla Siria che si terranno a Vienna venerdì. All’invito, Teheran ha risposto nella giornata di mercoledì, comunicando la presenza nella capitale austrica del ministro degli Esteri, Mohammad Javad Zarif.

Nonostante l’impegno militare in aumento, i negoziati di pace vengono perseguiti dagli Stati Uniti sia in risposta alle pressioni internazionali per una soluzione politica alla crisi sia per tenere aperto un canale alternativo nell’impasse mediorientale in presenza di scarsi progressi sul campo e, comunque, di persistenti divisioni sulla questione siriana all’interno della classe dirigente USA.

Al di là dei presunti progressi diplomatici, in ogni caso, l’opzione militare continua a risultare dominante, mentre le trattative, ancora in fase embrionale, dovranno superare ostacoli formidabili per mandare in porto una transizione pacifica a Damasco, primo fra tutti la totale divergenza di interessi tra la Russia e l’Iran, da una parte, e, dall’altra, gli Stati Uniti e i loro alleati in Europa e nel mondo arabo.

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