di Carlo Benedetti

MOSCA. Tutto è alle spalle. Quel 25 dicembre 1991 è solo la rapida sequenza di una ripresa notturna con un fascio di luce che illumina una bandiera rossa che scende e una vecchia bandiera di stampo zarista - bianca, blu e rossa - che sale sul pennone del Cremlino. Poco prima un Gorbaciov con gli occhi puntati sui telespettatori annuncia, con voce ferma: “Pongo fine alle mie funzioni di presidente dell’Urss”. E l’Unione Sovietica, che era già ridotta male, chiude la sua storia. Scompare. Si dissolve. Si autodistrugge con Eltsin e Jakovlev che si accingono a riscrivere la storia. Tutto avviene con brindisi e lacrime, tra rievocazioni tragiche e ricordi di lotte e sconfitte, di successi e vittorie, di repressioni ed umiliazioni. Comincia un nuovo anno, ma è l’anno zero.Ognuno si pone dinanzi alla storia e comincia a riflettere sulle tante vicende che hanno segnato la vita del Paese sin dall’Ottobre del 1917. E le domande investono la vita dell’intera società e dei tanti popoli che erano inclusi nell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche. Ci si chiede: si stava meglio quando si stava peggio? E poi: perché ora rimpiangere ciò che un tempo si disprezzava e magari si combatteva? Perchè non ricordare le frontiere chiuse che impedivano la scoperta dell’altro mondo segnando col filo spinato i confini dell’Utopia?

E così si va avanti anche oggi con domande e paragoni, rievocazioni e scontri. Ma la parola non spetta solo ai politici e agli storici perchè ora avanza una sorta di “malattia” che porta a rimpiangere - spesso - quel tempo in cui si era più giovani. Ci si muove - tutti - su un terreno complesso e delicato segnato anche da memorie inesatte, parziali, imperfette. E, comunque, tutto questo insieme porta a scoprire che si sta verificando un processo di “nostalgia” comune. Che non è - si badi bene - il rimpianto per la bandiera rossa dell’Urss o per lo Stalin affacciato sul balcone del mausoleo; per un paese forte militarmente e giudice supremo dell’ideologia rivoluzionaria; per il “comunismo” e il “socialismo reale”.

C’è molto di più e molto di più profondo in questa nostalgia che avanza nei giorni d’oggi e che segna anche quella delusione seguita al crollo dei regimi comunisti e alla scoperta della realtà dell'Occidente. Con gli Stati Uniti, antico mito di libertà, che rischiano di apparire come grottesche realizzazioni di quelli che erano gli ideali e i dogmi della costruzione teorica sovietica.

Il pericolo che si incontra in questo viaggio nella nostalgia è quello di evidenziare la parzialità delle sensazioni. Ma la realpolitik impone anche la registrazione di quella diffidenza popolare verso i ceti e i gruppi che hanno preso in mano le redini delle società russa. Ed ecco, dal taccuino del cronista, alcuni elementi di riflessione. In primo luogo c’è da rilevare l’eccezionalità dell’avvenimento. Che è epocale pur se fratture e conflitti continueranno ad animare e a insidiare la nascente “democrazia” della nuova Russia. Con partiti che non sono partiti, con una società civile che non nasce, con meccanismi istituzionali che non corrispondono alle esigenze della popolazione, con mezzi di comunicazione di massa che appaiono sempre più come vetrine o megafoni delle celebrità. Con un presidente come Putin che accelera il processo di culto della personalità, organizzando un suo partito e una organizzazione di suoi laudatores rafforzando la sua presenza, diretta e indiretta, nel campo dei tanto odiati oligarchi.

Nostalgia, quindi? Putin, in tal senso, cerca di ritagliarsi un posto nel vuoto che si è registrato col crollo dell’Urss. L’ordine di scuderia per i massimi media del Paese è quello di moderare la demonizzazione totale del periodo sovietico. Vengono messi da parte quegli storici e pubblicisti vissuti sino ad oggi sulle rievocazioni in chiave tragica del periodo sovietico. E così accanto ai gulag appaiono le grandi opere: accanto agli aguzzini della Lubianka si presentano gli eroi positivi dell’Unione; alle tragiche storie di quanti soffrirono per le repressioni si accompagnano quelle grandi imprese come la lotta contro l’analfabetismo o la bonifica delle terre vergini... Alle umiliazioni di Solgenitsin e di Sacharov e alle correnti del dissenso - che mostrano posizioni nazionaliste russe o che guardano troppo verso l'occidente - si risponde con i successi internazionali della letteratura e della cinematografia del periodo sovietico. E Putin ripristina l’inno sovietico, rende omaggio ai suoi colleghi dell’intelligence (e ne porta molti nelle stanze del Cremlino...), rivaluta il ruolo dell’Armata Rossa (riconsegna ai militari la bandiera rossa) e fa sentire il peso dell’industria militare, alza la voce nei confronti degli Usa e si presenta come il più russo dei russi. In questo senso si mostra paladino di un nuovo nazionalismo russo. Parla del crollo dell’Urss come di una “tragedia”. Tende la mano ai sostenitori di una “Terza Roma” e a quanti auspicano una Russia “eurasiatica”. E così la “nostalgia” prende sempre più corpo. Ma il fenomeno non riguarda solo i tempi lontani. Perchè si apre ora la prospettiva - non conclusiva ma certo urgente - di una comparazione e di un confronto. E in questo contesto c’è anche un esempio recente (sulla realtà sovietica degli ultimi anni) che va segnalato.

In questi giorni è in edicola l’ultimo numero del settimanale Profil, con la copertina dedicata al centenario della nascita di Breznev. Sulla grande foto del vecchio segretario generale del Pcus il titolone è: ”Caro compagno nostalgia”. E’ subito ressa. Le copie sono già introvabili e Profil diviene un pezzo raro di questa campagna di rievocazioni storiche caratterizzate, appunto, anche da sentimenti nostalgici. Ma le dichiarazioni ufficiali che seguono, pur se a senso unico, sono sempre segnate da una attenzione non casuale. Con i membri della vecchia élite politica che vengono studiati nelle loro enunciazioni e nei loro contrasti. Si evidenzia l’opaco lavorìo dei burocrati, l'irrazionalità della gente comune. Si parla della impossibilità di arrestare lo sfascio istituzionale, di bloccare la corruzione diffusa e la crisi economica ereditati da un decennio di inerzia e di non-governo. Ma c’è anche la tendenza a superare i contrasti e a creare una nuova unità nazionale. Il ventaglio delle opinioni si allarga.

La rivista Profil chiede ai suoi lettori: “Perchè siete nostalgici dell’Urss?” Le risposte che arrivano vengono così riassunte: per il 3% la nostalgia consiste nel fatto che non c’è più Breznev; per il 5% perchè tutti erano eguali; per il 9% “perchè allora eravamo più giusti”; per l’11% la nostalgia consiste nel fatto che “in quel periodo eravamo giovani”; per il 31% perchè in quegli anni c’erano stabilita e sicurezza per il futuro. Ma il 36% afferma di non rimpiangere i tempi brezneviani.

L’altra domanda ai lettori è questa: “Cosa pensate del crollo dell’Urss?”: il 6% risponde: “Niente, ero piccolo in quegli anni; l’8% dice di aver bene accolto il crollo perché “oggi siamo liberi”; per il 22% il crollo “doveva avvenire prima o poi”; il 64% afferma: “Era meglio che l’Urss non crollasse”. Seguono alcune dichiarazioni di personaggi estremamente noti in tutto il Paese e relative al periodo brezneviano. Dice l’ attrice Inna Ciurikova: “Il tempo di Breznev è stato caratterizzato da tragiche e tremende bugie. Ma è stato anche il tempo della mia vita... il tempo in cui c’era un livello comune di sopravvivenza. Una miseria livellata...”.
Per lo storico Sergej Kara-Murza: “Quel tempo era basato sulla stabilità e sulla calma. Allora si poteva lasciare aperta la porta di casa. Non accadeva nulla. E per chi svolgeva una attività intellettuale quegli anni erano ideali. Ognuno aveva l’indispensabile. E il superfluo, appunto, non era necessario. Nessuno tendeva ad una situazione di relazioni commerciali...”. Per lo scrittore Aleksandr Kabakov: “Definire stabilità l’epoca della stagnazione è una delicatezza. Per me era il tempo senza speranza. Ma oggi c’è la libertà per tutti e c’è soprattutto la libertà di essere volgari...”. Zinovi Kogan, presidente del Congresso della comunità ebraica della Russia, afferma: “Nei confronti dell’intellighentsia Breznev fu più pericoloso di Kruscev”. E per Andrej Kozirev, ex ministro degli Esteri di Eltsin, la colpa della stagnazione fu dell’apparato del Pcus che tenne in piedi Breznev, come un burattino...

In sintesi si può parlare di testimonianze basate sul realismo e sul pragmatismo e si può notare che sta scompareno l’aggressività dei primi periodi post-sovietici. Forse la nostalgia sta sconfiggendo quell’antisovietismo fomentato da uno Eltsin che, per imporre la sua democrazia, prese a cannonate il Parlamento. Tempi ormai lontani. L’ex presidente - ora in pantofole - si gode i super privilegi che Putin gli ha concesso. E come ai tempi del suo dominio beve e brinda. La sua nostalgia è solo legata alla poltrona che aveva.



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