Il principale social network disponibile in rete sembra essere sempre più una sorta di esecutore delle politiche di censura promosse da alcuni governi occidentali e dai loro alleati. Questa impressione è stata nuovamente rafforzata nei giorni scorsi, quando Facebook ha dovuto ammettere di avere cancellato un certo di numero di account dei propri iscritti su richiesta dei governi di Stati Uniti e Israele.

 

 

Il giornalista americano Glenn Greenwald, della testata on-line The Intercept, ha collegato la notizia di una riunione, avvenuta nel settembre 2016, tra rappresentati di Facebook ed esponenti del governo di Tel Aviv al blocco dei profili di alcuni attivisti palestinesi, impegnati nella lotta contro l’occupazione illegale israeliana.

 

L’incontro era presieduto dal ministro della Giustizia, Ayelet Shaked, appartenente al partito di estrema destra sostenitore degli insediamenti, “Casa Ebraica”, e una dei membri più estremisti del gabinetto Netanyahu. Dopo la riunione, la Shaked aveva rivelato con entusiasmo l’accoglimento da parte di Facebook del 95% delle 158 richieste israeliane di cancellazione di account che condividevano contenuti considerati “provocatori”.

 

Tra le vittime della censura richiesta da Israele c’erano i profili di una decina di attivisti dell’organizzazione Palestinian Information Center, la cui pagina è seguita da oltre due milioni di utenti. Sette degli attivisti colpiti dal provvedimento hanno visto sparire definitivamente il proprio account da Facebook. Le modalità sommarie della collaborazione tra il governo di Israele e Facebook erano state spiegate ad esempio dal New York Times. “Le agenzie israeliane deputate alla sicurezza nazionale monitorano Facebook e inviano al social network i post che ritengono essere provocatori”, spiegava il giornale americano. In risposta, “Facebook rimuove la maggior parte dei commenti”, se non addirittura i profili degli utenti che li hanno pubblicati.

 

In almeno un’occasione, Facebook aveva anche sospeso per un breve periodo la pagina gestita da Fatah, la principale fazione dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), dopo che su di essa era stata pubblicata un’immagine del defunto leader, Yasser Arafat, mentre imbracciava un fucile.

 

Riconducibili alle direttive di Israele sono poi con ogni probabilità anche gli interventi di censura diretti contro le pagine Facebook di decine di organizzazioni, giornalisti e attivisti palestinesi, denunciate già nel 2016 da un rapporto del Palestinian Center for Development and Media Freedoms.

 

Come fa notare Greenwald, mentre il governo di Tel Aviv interviene prontamente per bloccare commenti che considera offensivi nei confronti di Israele, gli israeliani “hanno libertà pressoché totale nel pubblicare qualsiasi cosa contro i palestinesi”. Un’analisi del 2016 di Al Jazeera rilevava ad esempio come 122 mila utenti israeliani incitavano esplicitamente alla violenza, usando nei loro post rivolti ad arabi e palestinesi termini come “uccidere”, “omicidio” o “bruciare”.

 

Prevedibilmente, in questi casi Facebook non ha mai mosso un dito per cancellarli. Gli ordini a Facebook arrivano ovviamente anche e soprattutto da Washington. Poco dopo Natale era circolata la notizia della chiusura degli account Facebook e Instagram, ugualmente di proprietà della compagnia di Mark Zuckerberg, del leader della repubblica cecena, Ramzan Kadyrov.

 

Quest’ultimo aveva complessivamente circa 4 milioni di seguaci. Il provvedimento è stato motivato da Facebook con la necessità di adeguarsi alla decisione dell’amministrazione Trump di includere Kadyrov nella lista degli individui sottoposti a sanzioni del governo americano con l’accusa di violazione dei diritti umani. La giustificazione proposta da Facebook ha in realtà poco senso, visto che altri leader politici sgraditi agli Stati Uniti conservano il proprio account nonostante siano presi di mira da un qualche provvedimento punitivo.

 

In ogni caso, al di là del giudizio su Kadyrov, la decisione di Facebook su indicazione di Washington ha implicazioni gravissime per la libertà di espressione. Il governo USA ha in sostanza il potere inappellabile di censurare chiunque esprima opinioni contrarie ai propri interessi economici o strategici semplicemente aggiungendolo a una lista nera.

 

Ancora Greenwald, nel suo pezzo per The Intercept, sollecita una riflessione su un’ipotetica situazione nella quale l’Iran, la Russia, la Cina o il Venezuela decidessero di adottare sanzioni contro un esponente politico americano e di chiedere a un social network di sospenderne l’account. In un caso del genere, non solo Facebook o Instagram ignorerebbero la richiesta, ma la reazione di Washington sarebbe a dir poco furiosa e in Occidente si scatenerebbe subito una crociata a difesa della libertà di espressione.

 

Il giudizio americano influisce comunque in modo pesante sull’accesso a siti come Facebook, privando voci che si oppongono alle politiche USA di una piattaforma che garantisce una vasta risonanza a livello globale. Un esempio è quello dei membri del partito-milizia sciita libanese Hezbollah, esclusi dal social network perché l’organizzazione a cui appartengono è classificata come terrorista dal dipartimento di Stato.

 

La censura di Facebook non è guidata solo da Washington e Tel Aviv. Proprio di qualche giorno fa è anche la decisione della compagnia americana di aprire un nuovo centro di sorveglianza delle attività dei propri utenti in Germania, verosimilmente in risposta alla nuova legge sulle “fake news” entrata in vigore il primo gennaio in questo paese.

 

Già lo scorso anno erano stati contati in Germania una media di 15 mila post cancellati ogni mese da Facebook e con la nuova legge gli interventi aumenteranno, anche perché i social network dovranno rispondere prontamente alle richieste di censura del governo per non incorrere in pesanti sanzioni. Il primo esempio rilevante di applicazione delle norme appena entrate in vigore in Germania ha riguardato una leader del partito di estrema destra AfD (“Alternativa per la Germania”), le cui pagine Twitter e Facebook sono state bloccate in seguito alla pubblicazione di un commento razzista diretto contro un musulmano.

 

La legge tedesca prende di mira ufficialmente opinioni e dichiarazioni che incitano all’odio, ma, in Germania come altrove, può essere impiegata contro qualsiasi voce contraria a quella governativa. A conferma di ciò, l’autore della legge, il ministro delle Giustizia socialdemocratico Heiko Maas, dopo gli incidenti provocati dalla polizia nel G20 di Amburgo dello scorso anno aveva proposto una banca dati europea per schedare gruppi e individui “radicali di sinistra”.

 

Le iniziative recentemente ammesse da Facebook fanno parte di un’offensiva coordinata a livello internazionale che vede sullo stesso fronte governi e compagnie private. Con il pretesto di combattere “fake news” e di zittire autocrati o coloro che incitano all’odio, la campagna in atto mira in realtà a gettare le basi per la creazione di una macchina della censura, volta a reprimere qualsiasi forma di opposizione alle politiche ufficiali in un clima fatto di aperta ostilità verso le classi dirigenti e di tensioni sociali sempre più difficili da tenere sotto controllo.

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