I primi colloqui diretti tra i rappresentanti delle due Coree dopo più di due anni rappresentano una tenue speranza per una possibile soluzione pacifica della crisi in Asia nord-orientale. Per il momento, il vertice bilaterale ha affrontato concretamente la sola questione della presenza di atleti nordcoreani alle prossime Olimpiadi invernali di PyeongChang, mentre eventuali ulteriori progressi dovranno misurarsi sia con le decisioni americane sia con il ruolo e le concessioni che le potenze coinvolte nella crisi intenderanno riconoscere al regime di Kim Jong-un.

 

 

L’incontro di martedì si è tenuto nella località di frontiera di Panmunjom, dove le delegazioni sono state guidate dai responsabili per i governi di Seoul e Pyongyang delle relazioni tra i due paesi, rispettivamente Cho Myoung-gyon e Ri Son-gwon.

 

L’evento, difficilmente pensabile solo poche settimane fa, era stato organizzato rapidamente durante le prime ore del nuovo anno, in seguito all’apertura del leader nordcoreano al dialogo con il Sud partendo appunto dalla partecipazione di propri atleti ai giochi che si disputeranno nella località nordcoreana tra il 9 e il 25 febbraio. Il discorso di inizio anno di Kim conteneva anche una nuova minaccia rivolta agli Stati Uniti, ma il governo di Seoul del presidente, Moon Jae-in, aveva colto subito la palla a balzo per proporre un faccia a faccia con Pyongyang nei giorni successivi.

 

Vista l’attenzione internazionale concentratasi sull’evento, il regime di Kim aveva tutto l’interesse a garantire un esito sostanzialmente positivo senza dover pagare il prezzo politico di concessioni o passi indietro. Alla fine, infatti, la Corea del Nord ha accettato l’invito di Seoul a inviare un certo numero di atleti che parteciperanno alle Olimpiadi, assieme a un gruppo di sostenitori e giornalisti, a una squadra di artisti che si esibiranno durante i giochi e a una “delegazione di alto livello”. I rappresentanti di Seoul hanno poi presentato proposte di dialogo su una serie di altre questioni, tra cui quella annosa degli incontri tra le famiglie separate dopo l’armistizio del 1953 e la riattivazione sia dei contatti a livello militare sia dei colloqui sulla denuclearizzazione della penisola.

 

I riscontri nordcoreani a questo proposito non sembrano essere stati univoci, anche se qualche risultato al di là dell’ambito sportivo pare essere stato raggiunto. I delegati di Kim si sono detti interessati a utilizzare l’incontro solo per creare le condizioni di un “dialogo fruttuoso”, ma i due governi avrebbero alla fine raggiunto un accordo sul ristabilimento di una linea telefonica militare diretta, sospesa nel 2016 come ritorsione per la chiusura, da parte sudcoreana, del complesso industriale congiunto di Kaesong.

 

Come ha spiegato l’agenzia di stampa sudcoreana Yonhap, ufficialmente l’intesa sarebbe scaturita dalla decisione di Kim di inviare i propri atleti a PyeongChang via terra, visto che la linea telefonica in questione era utilizzata appunto per coordinare attraversamenti di frontiera in entrambe le direzioni.

 

Alla luce della forte presenza militare nell’area di confine, ciò comporta a sua volta imminenti consultazioni militari tra i due paesi. In un quadro più ampio, i governi di Seoul e Pyongyang hanno annunciato colloqui a livello militare per “allentare le tensioni attuali”. I rappresentanti nordcoreani hanno invece criticato la propria controparte per avere sollevato la questione della denuclearizzazione, poiché le “armi strategiche” di Pyongyang non sono dirette contro la Corea del Sud o contro altri paesi all’infuori degli Stati Uniti.

 

La già ricordata decisione nordcoreana di inviare alle Olimpiadi invernali anche un certo numero di funzionari del regime ha convinto inoltre il governo di Seoul ad annunciare la possibilità di sospendere in maniera temporanea determinate sanzioni eventualmente in vigore nei confronti di membri di questa delegazione.

 

Questa concessione non è l’unica ottenuta da Pyongyang nel quadro del vertice di martedì. Con ogni probabilità su pressione del governo sudcoreano, gli Stati Uniti avevano in precedenza accettato anche lo stop alle esercitazioni militari con le forze di Seoul per tutta la durata dei giochi olimpici. Tradizionalmente, il regime di Kim vede con estrema irritazione queste manovre, considerandole a ragione come prove generali di un attacco militare contro la Corea del Nord.

 

In definitiva, visto il deterioramento della situazione registrato nella penisola di Corea negli ultimi mesi, il successo dell’incontro di martedì doveva essere valutato dal via libera alla partecipazione degli atleti di Pyongyang alle Olimpiadi e da un eventuale accordo sulla continuazione dei colloqui. Entrambi i risultati, per quanto relativamente modesti, sembrano essere stati raggiunti, ma il livello ormai raggiunto dalla crisi, soprattutto a causa dell’atteggiamento dell’amministrazione Trump, lascia presagire che il cammino verso una soluzione pacifica resta ancora in salita.

 

Non va dimenticato infatti che, solo nei primi giorni dell’anno, il presidente americano aveva indirizzato nuove minacce contro il regime di Kim, così come egli stesso e altri membri della sua amministrazione avevano sminuito l’importanza e l’utilità del vertice di Panmunjom. Soprattutto, come aveva spiegato qualche giorno fa l’ambasciatrice americana all’ONU, Nikki Haley, sarà da chiarire la questione delle condizioni preliminari a cui Pyongyang dovrà sottostare per consentire un qualche reale progresso diplomatico. E le condizioni continuano a essere dettate dagli USA, il cui governo non intende allentare le pressioni su Kim se non ci sarà una rinuncia al programma nucleare nordcoreano.

 

A convincere Trump a dare l’approvazione al vertice tra le due Coree è stata in primo luogo la fortissima opposizione sia dell’opinione pubblica internazionale sia della gran parte dei governi occidentali e asiatici a una soluzione militare della crisi. All’interno della stessa amministrazione repubblicana e tra i vertici militari USA persistono resistenze significative alla linea aggressiva seguita dalla Casa Bianca.

 

I preparativi per un attacco preventivo contro la Corea del Nord, anche con armi nucleari, sono comunque ben avanzati ed è del tutto verosimile che Trump possa tornare ad autorizzare ulteriori esercitazioni militari con Seoul al termine dei giochi olimpici.

 

Per il momento, la reazione del dipartimento di Stato americano al vertice di martedì è stata a dir poco cauta. L’incontro tra le due Coree è stato definito un “buon inizio”, ma per Washington servirà del tempo per capire se la discussione avrà conseguenze positive al di là delle Olimpiadi. Un consigliere del segretario di Stato, Rex Tillerson, ha confermato d’altra parte alla Associated Press che gli USA intendono “insistere sulla completa, verificabile e irreversibile denuclearizzazione della penisola coreana”.

 

Da parte nordcoreana, l’ammorbidimento di Kim sfociato nell’accettazione dell’invito ai colloqui di martedì sembra essere legato a una precisa scelta strategica. Dopo l’annuncio qualche settimana fa del presunto completamento del programma di difesa nazionale, ufficialmente in grado di colpire tutto il territorio americano, il leader nordcoreano potrebbe avere inaugurato una fase che ha come obiettivo l’ottenimento di determinate concessioni da Washington.

 

Ciò dovrebbe essere raggiunto facendo leva sulla chiara predisposizione al dialogo dell’attuale governo di centro-sinistra sudcoreano del presidente Moon. Il calcolo di Kim rischia però di scontrarsi con la linea dura di Washington e con il fatto che la questione nordcoreana si intreccia inestricabilmente con la crescente rivalità tra USA e Cina, di cui Pyongyang è una pedina.

 

Se la vera attitudine dell’amministrazione Trump risulta incerta, come conferma l’alternanza di pesanti minacce e relative aperture da parte del presidente, i nodi strategici legati alla vicenda del nucleare nordcoreano sono ben lontani dall’essere sciolti.

 

Le decisioni di Washington non sono poi l’unico fattore che influisce sull’evolversi della situazione. Su di essa agiscono i primo luogo gli interessi della Cina, sempre meno paziente nei confronti dell’alleato Kim e interessata a consolidare le relazioni commerciali con la Corea del Sud, così come con gli Stati Uniti, nonostante i numerosi motivi di scontro.

 

Se, ad ogni modo, la soluzione della crisi coreana dovesse essere alla fine diversa da un catastrofico conflitto armato o da un cambio di regime imposto a Pyongyang, è difficile pensare a un esito che non legittimi in qualche modo le ambizioni di Kim e ratifichi almeno in parte i risultati raggiunti dal suo regime in ambito militare.

 

La disponibilità nordcoreana al compromesso e, ancor più, quella americana a fare un passo indietro dalla propria linea attuale, dettata dagli sforzi di invertire il declino degli USA a livello internazionale, risulterà dunque decisiva nel prossimo futuro per determinare le sorti della penisola di Corea.

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