Con le annunciate manovre militari nelle Bahamas, gli Stati Uniti mostrano i muscoli al Venezuela. Lo fanno dopo le minacce di Trump, che annunciò avere “varie opzioni sul Venezuela, compresa quella militare”. Minacce reiterate dal Segretario di Stato, Rex Tillerson, nel suo recente tour latinoamericano, dove ha chiamato i paesi satelliti degli Stati Uniti (Mexico, Colombia, Argentina, Brasile, Perù, Paraguay, Cile ed altri) ad isolare il Venezuela, ricordando a tutti che la “Dottrina Monroe” continua ad essere l’essenza pura della relazione tra Washington e l’intero continente americano.

 

 

Alle minacce militari si aggiunge il tentativo d’isolamento politico, per una manovra a tenaglia che isoli politicamente Caracas nel contesto regionale, così da generare il retroterra di consenso ad una possibile avventura militare. Alla ricerca di casus belli, la propaganda ha inventato una migrazione massiccia di venezuelani verso la Colombia che metterebbe a rischio nientedimeno che la stabilità regionale!!

 

E’ esempio mirabile di fake news: non c’è nessuna particolare migrazione tra Venezuela e Colombia. L’unico traffico è quello delle merci che il governo bolivariano distribuisce a prezzo politico e che i commercianti disonesti accatastano per poi cederle agli speculatori venezuelani e ai loro complici colombiani. I prodotti vengono venduti in Colombia guadagnando cifre enormi, mentre lasciano il Venezuela con problemi nella rete di distribuzione degli alimenti e beni di varia natura. Il che genera file e difficoltà di ogni genere che servono ad alimentare malcontento e immagini utili alla propaganda antigovernativa.

 

Sul piano squisitamente politico l’attacco al governo Maduro si spinge alla richiesta da parte di alcuni paesi filo statunitensi di non celebrare le elezioni anticipate venezuelane, previste per il prossimo 22 Aprile, data accordata tra governo e opposizione con la mediazione dell’ex primo ministro spagnolo Zapatero negli incontri svoltisi nella repubblica Dominicana. Qui l’opposizione era pronta a firmare un documento congiunto con il governo ma fu bloccata un momento prima da Washington e Bogotà.

 

Il fatto è che la cosiddetta “opposizione” ha deciso di non partecipare perché lacerata al suo interno e senza speranze di vincere; emergono però, al di fuori della MUD, candidati che tentano di catalizzare i voti antigovernativi, conferendo così ulteriore, definitiva legittimità al confronto elettorale.

 

Alla Casa Bianca sono preoccupatissimi. Una vittoria elettorale di Maduro obbligherebbe al silenzio gli sponsor della destra violenta e l’unico modo per impedirlo è non andare al voto. La storia è sempre la stessa nel filmino dei “democratici”: chiedono elezioni, ma quando arrivano le boicottano perché sanno di perderle rovinosamente, dato che i settori popolari sanno chi sono e da chi prendono ordini.

 

Se l’opposizione riuscisse a rinviare la consultazione, trasformerebbe la propria debolezza in un atto di forza e ridurrebbe la forza politica del bolivarismo. Perché in Venezuela (come lo fu, inutilmente, in Nicaragua) il tentativo è di non validare, con la propria presenza, il confronto democratico interno. E partecipare significa riconoscere, implicitamente ed esplicitamente, che l’agibilità politica c’è, dunque definire poi il governo una dittatura diventa come minimo una contraddizione in termini.

 

Per questo, cosciente della scarsa credibilità dell’opposizione che litiga al suo interno per spartirsi denaro e appoggi, la Casa Bianca ha mobilitato l’osceno Segretario dell’Organizzazione degli Stati Americani, Luis Almagro, che verso Caracas ha da sempre una posizione di aperto conflitto che sfocia sovente nell’isteria. A Lima ha riunito i fedelissimi filo statunitensi e ha costruito una posizione di rifiuto alla presenza di Nicolas Maduro al prossimo Vertice delle Americhe previsto per la seconda metà di Aprile.

 

Lo si accusa di “violare i diritti umani”, ovvero di non riconsegnare il Venezuela alla destra filo statunitense ed alle compagnie petrolifere che la supportano. Diversi paesi, circa la metà, non condividono affatto la posizione del “gruppo di Lima” contro il Venezuela e se il corrotto Perù, anfitrione ma non padrone del Vertice, dovesse prestarsi al giogo di non permettere l’arrivo di Maduro, lo scontro diplomatico e politico interno ai paesi latinoamericani diverrebbe furente.

 

Per l’Amministrazione Trump il Venezuela sembra esser divenuto il termometro della sua politica regionale. Anche solo per dimostrare di realizzare ciò che Obama non riuscì a compiere, il tycoon dedica ogni sforzo all’aumento della tensione, soffiando sul fuoco di ogni polemica e gettando acqua gelata su ogni ipotesi di dialogo. Nessuno si è chiamato fuori dal richiamo statunitense contro Caracas, nemmeno la pessima Unione europea, che anzi si è particolarmente adoperata nella costruzione del film che è passato dall’horror alla fantascienza. Con il rovesciamento del tavolo dove si poggiano colpe e meriti, nell’attacco a Maduro la guerra di propaganda dell’Occidente si è scatenata in tutta la sua potenza.

 

Il Venezuela, infatti, è il luogo nel mondo dove si sono concentrate il numero maggiore di fake news. Menzogne a cielo aperto, ribaltamento della verità senza onere di prova, finzione assoluta che ha trasformato i terroristi in democratici e i democratici in autoritari.

 

Che vuole Washington?

 

Cosa cercano gli Stati Uniti nel tentare di provocare un incidente militare che apra il via alla guerra contro il Venezuela? Secondo alcuni analisti l’obiettivo sarebbero petrolio, litio, acqua, gas e coltan, oltre ad un patrimonio straordinario di biodiversità offerto dall’area amazzonica. Certo, sono materie prime che fanno gola ad una economia in crisi come quella statunitense, che sebbene alzi artificiosamente gli indici di borsa non vede nemmeno da lontano la presunta ripresa che il Tycoon col riporto aveva garantito.

 

Ma parallelamente al sogno di rientrare in possesso dei beni venezuelani, l’obiettivo appare anche politico e strategico. Il Venezuela è asse centrale nella struttura continentale democratica ed economica. Essa, con le sue ricchezze e la sua centralità strategica, non è isola sperduta in un oceano, non è luogo remoto sulla cartina dove può esser tollerato il sovvertimento dell’ordine capitalistico.

 

Come Cuba, come il Nicaragua Sandinista, come la Bolivia di Evo Morales, il Venezuela produce paradigmi nuovi, genera prospettive, annulla la rassegnazione atavica, plasma indipendentismo. Ha rappresentato - e nonostante la crisi continua a rappresentare - il ribaltamento dell’ordine delle priorità nelle politiche economiche e sociali rispetto ai regimi conservatori, un’inversione di rotta totale nei confronti dell’obbedienza a Washington.

 

Lasciar prosperare il blocco democratico ed indipendentista diventa esiziale per i prostrati all’impero e pericoloso per l’impero stesso, che ha nell’annessione il suo unico modello di relazione con l’America Latina.

 

La nuova offensiva diplomatica, politica e militare statunitense tende a riposizionare il continente sotto il suo tallone. Una crescente cooperazione Sud-Sud, la rimodulazione delle relazioni commerciali con l’Europa e l’apertura di nuove cooperazioni con Russia, Cina e Iran, avevano caratterizzato sotto la sfera economica e commerciale il nuovo indipendentismo latinoamericano, sancito politicamente dal ritorno di Cuba negli OSA e dalla capacità di parlare con voce unica nel confronto con gli USA.

 

Scenario intollerabile per la parte più retriva e colonialista dell’establishment statunitense, in particolare quello legato elettoralmente agli stati del Sud. Già Obama volle correggere quella che alcuni ritennero una “disattenzione” delle amministrazioni Bush nei confronti dell’America Latina operata in favore dello sguardo ad Oriente e nel Golfo Persico e stabilì come priorità il recupero del comando assoluto sull’insieme del continente, che si era ormai decisamente emancipato dal Washington Consensus.

 

Iniziato con il golpe militare in Honduras per deporre il legittimo presidente Zelaya e proseguito con l’organizzazione della sovversione interna in Venezuela, Argentina e Brasile, il cambio di rotta ordinato da Obama riportò in agenda una aggressiva politica regionale. Si riaprirono ostilità politica e minacce militari da parte di Washington verso il Centro e Sud America.

 

Si implementarono sanzioni economiche e s’investirono risorse enormi nell’organizzazione della sovversione interna ai paesi con governi progressisti, finanziando, armando e sostenendo politicamente la bande militari e paramilitari, coprendole sotto il mantello dell’opposizione politica. Alla bisogna, si ricostruirono antiche logge e consorterie affaristico-mafiose legate all’intelligence statunitense civile e militare.

 

Nei disegni statunitensi la caduta del Venezuela comporterebbe anche gravi ripercussioni economiche su Cuba e Nicaragua, con cui Caracas, oltre ad una alleanza politica, mantiene importantissimi accordi per scambi commerciali e fornitura di servizi sociali utili anche a mantenere un buon livello di welfare. Mettere in ginocchio il Venezuela, cacciare il governo bolivariano, oltre a riconsegnare il Sud America alla mappa dell’obbedienza, riproporrebbe la quinta essenza della Dottrina Monroe come modello di governance del continente. Restituirebbe agli Stati Uniti un pezzo strategico per il dominio sulle economie continentali.

 

La partita che si gioca in Venezuela non ha un epilogo già scritto. Per quanto sia forte e a cerchi concentrici l’attacco alla democrazia popolare bolivariana, le conseguenze sul piano regionale di un’aggressione sono difficili da calcolare ed il rischio per gli USA di restare impantanati in una guerra che non può vincere non può essere sottovalutato dal Pentagono.

 

Sebbene la Colombia governata formalmente da Santos, ma praticamente da Uribe, si candidi a svolgere il lavoro sporco, spalleggiata dall’Argentina di Macrì e dal Brasile del corrotto Temer, una valutazione prudente ed assennata costruita sul terreno inviterebbe a non sottovalutare la capacità di reazione da parte del Venezuela. Caracas, comunque, mentre da anni si prepara a difendersi, cerca in ogni modo di scongiurare la dimensione militare dello scontro. Che, d’altra parte, è tutt’altro che epilogo inevitabile del quadro.

 

Sanno bene, a Washington, che  invece di una passeggiata trionfale statunitense il Venezuela potrebbe trasformarsi in un Afghanistan vicino casa. Una inevitabile quanto prevedibile estensione del conflitto non risparmierebbe nessuno e la presidenza Trump, già traballante, finirebbe rapidamente. E, con essa, i militari che l’hanno sostenuta e che sarebbero i primi a pagare le conseguenze di una ennesima guerra persa.

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