Un nuovo livello dell’offensiva terrorista contro il Venezuela si è palesato durante una manifestazione per l’anniversario della fondazione della Guardia Nazionale, quando sette cariche esplosive destinate a colpire il palco delle autorità e ad uccidere il Presidente Nicolas Maduro non hanno raggiunto il bersaglio solo grazie all’abilità dei franchi tiratori, che hanno abbattuto i droni che trasportavano gli ordigni prima che potessero giungere sull’obiettivo. L’attentato contro il Presidente Maduro è così fallito, ma ha lasciato sul campo sette feriti tra i membri della Guardia Nazionale.

 

Immediata la solidarietà e i messaggi di sostegno al Presidente del Venezuela da parte di Cuba, Nicaragua e Bolivia, mentre l'Unione Europea si distingue ancora una volta per ossequiare senza dignità la volontà statunitense, anche quando si esprime con il terrorismo.

 

L’attentato a Maduro è espressione diretta e concreta della linea politica statunitense verso il Venezuela. Si va dal Presidente Trump che propone l’invasione al suo vice nazista con il sottofondo del coro di Miami di cui fanno parte gli arnesi peggiori del terrorismo latinoamericano travestiti da congressisti, senatori e business man, fino al vicepresidente Mike Pence, che preferisce l’escalation del terrore e del blocco economico sperando che conduca all’implosione il paese di Bolivar e Chavez. Le linee d’azione della Casa Bianca sono chiare. E l’assassinio del presidente Maduro è proprio una delle opzioni previste per riportare il Venezuela nelle mani statunitensi.

 

 

L’attentato appena sventato rappresenta un’accelerazione improvvisa ma non imprevista. La Casa Bianca, del resto, ha fretta. A dicembre Andrès Manuel Lopez Obrador assumerà i poteri in Messico e ad ottobre ci sarà la prossima vittoria elettorale di Lula in Brasile. L’inizio del 2019 cambierà quindi sensibilmente il quadro politico latinoamericano e dunque il tempo stringe se si vuole tenere in piedi una agenda politica criminale contro il Venezuela che conti - se non sul totale sostegno dell’OEA - almeno sul mantenimento in vita del gruppo di Lima, ovvero il concentrato fascistoide dei paesi dipendenti da Washington.

 

Il neopresidente messicano, AMLO, ha già annunciato che il Messico uscirà dal gruppo di Lima e che non è intenzione del suo governo partecipare all’osceno banchetto dell’aggressione al Venezuela e Lula, che del Venezuela è stato uno dei migliori alleati, quasi certamente farà altrettanto. L’uscita di Messico e Brasile determinerà così la trasformazione del gruppo di Lima in una conventicola reazionaria priva di peso specifico e di credibilità politica.

 

Dunque, dal punto di vista della Casa Bianca, la partita con il Venezuela e con il Nicaragua ( e già si tentano operazioni simili in Bolivia) deve essere chiusa entro l’anno. In questo senso si spiega l’escalation del terrore deciso negli USA e attuato dalla Colombia. Ma, comunque, l’attentato terroristico è parte di una strategia golpista che, come in Nicaragua, in presenza di un sostegno popolare enorme verso i rispettivi presidenti, che gli impedisce di innescare “l’opzione cilena”, si tenta direttamente di assassinare i rispettivi gruppi dirigenti.

 

Anche altre similitudini tra Caracas e Managua sono notevoli: in Venezuela alcuni figuri come Leopoldo Lopez armavano i guarimberos per assassinare poliziotti per le strade e chavisti nelle loro case, salvo poi, una volta presi, chiedere aiuto internazionale raccontando dolorosissime detenzioni, così i traditori del sandinismo in Nicaragua, che armavano e auspicavano l’assalto al palazzo presidenziale e che ora, sconfitti miseramente, corrono a chiedere protezione inventando persecuzioni. Idee sgangherate in testa e coda fra le gambe, questi i due tratti fondamentali di questi eroi che, in ginocchio, chiedono al loro padrone di distruggere il loro paese.

 

E così come l’opposizione nicaraguense si è dimostrata un intruglio di terrore e soldi priva di ogni disegno politico, quella venezuelana è stata sconfitta elettoralmente, cacciata dalle strade e intenta solo a litigare al suo interno per accaparrarsi il bottino, assolutamente incapace di formulare una proposta politica per il Venezuela che non sia quella di trasformarla in un gigantesco inginocchiatoio destinato alla riverenza verso Miami. Dall’assoluta mancanza di credibilità e prospettiva di questa opposizione - che pure, come in Nicaragua, gode del sostegno mediatico mondiale - la Casa Bianca ha deciso di assegnare ai sicari internazionali il compito di attaccare Caracas.

 

Il presidente venezuelano ha incolpato, senza giri di parole, la Colombia - in special modo il presidente Santos - per l’attentato e, vista la dinamica operativa dello stesso e il contesto politico nel quale si è dato, appare difficile dargli torto. La Colombia, infatti, autentica suola degli anfibi statunitensi in America Latina, è da anni in prima fila nell’aggressione alla sovranità venezuelana e, con essa, alla pace nella regione.

 

Dalla Colombia arrivano i paramilitari che in questi ultimi anni si sono incaricati di eliminare fisicamente alcuni dei più noti esponenti del chavismo. Dalla Colombia si provvede all’addestramento di alcune delle frange più delinquenziali dell’opposizione. Dalla Colombia si organizza il contrabbando e l’accaparramento di merci che mettono in difficoltà l’economia venezuelana. Dalla Colombia partono le speculazioni e il mercato nero utile a ridurre quotidianamente il valore del Bolivar.

 

Dalla Colombia vengono le aggressioni alle zone frontaliere e le minacce costanti, gli sconfinamenti dello spazio aereo e terrestre realizzati con la tecnica del "mordi e fuggi" che provano ad innescare una reazione militare decisa, così da giustificare l’apertura di un conflitto armato tra Caracas e Bogotà, come da espressa richiesta della Casa Bianca. Insomma la Colombia è l’asse determinante dell’aggressione al Venezuela.

 

Il suo recente ingresso nella NATO è stato il passaggio decisivo per l’escalation contro il Venezuela. Con le spalle protette dall’alleanza atlantica, i narco-dirigenti colombiani ritengono di avere finalmente la forza per entrare in campo direttamente. Inoltre ritengono che il sostanziale disarmo delle Farc e dell’ELN, ovvero le due formazioni politico-militari con cui sono stati firmati gli accordi di pace, possa ulteriormente favorire l’aggressione, non essendovi più la possibilità di subire l’iniziativa di un fronte interno strutturato e capace che avrebbe potuto aiutare il Venezuela.

 

La Colombia, del resto, è il braccio armato degli Stati Uniti nell’America del Sud; è esempio storico dell’alleanza tra latifondo locale ed impero statunitense che costituisce il blocco d’interessi sui quali si poggia la struttura di comando degli USA sul continente. Non a caso, nella decada nella quale l’America Latina aveva conosciuto la sua stagione democratica ed integrazionista, che aveva dato il via a strutture politiche, militari e finanziarie a sostegno dell’integrazione latinoamericana, che aveva messo al centro del suo progetto la Patria Grande e non quella di confermarsi quale patio trasero degli USA, la Colombia (insieme al Messico) si era sempre distinta per la opposizione aperta ad ogni forma di progetto indipendentista.

 

Ma non bastano gli Stati Uniti, la OEA, il gruppo di Lima o l’estesa rete di ONG statunitensi ed europee al soldo degli interessi imperiali. Le politiche sociali attivate nel Venezuela chavista e nel Nicaragua sandinista hanno spostato milioni di persone dalla miseria ad una vita degna e, di conseguenza, dall’ignavia alla presa di coscienza, dal silenzio alla partecipazione. Possono far volare i droni esplosivi, ma a terra la realtà vola verso altri orizzonti. Quelli di una sinistra popolare che ha fermato l’ondata di fango revanscista e si prepara a ripartire per ridisegnare un continente a misura dei suoi interessi e non di quelli di Washington.

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