Il senso di crisi profonda che emana ormai da tempo dalla Casa Bianca si è respirato ancora una volta nei giorni scorsi grazie alla confusione con cui Trump e il suo staff hanno gestito la faticosa nomina del nuovo capo di gabinetto (“chief of staff”) dello stesso presidente.

 

Dopo una serie di candidature andate a vuoto, Trump ha optato per il numero uno dell’Ufficio del Bilancio della Casa Bianca, l’ex deputato repubblicano Mick Mulvaney, il quale si ritroverà a gestire una fase politica estremamente delicata e complessa, segnata cioè dal complicarsi delle vicende legali riconducibili alla caccia alle streghe del “Russiagate”.

 

 

Le modalità della scelta di Mulvaney sono state esse stesse una conferma del clima che regna all’interno dell’amministrazione. La settimana scorsa Trump aveva sommariamente licenziato l’ex generale John Kelly da capo di gabinetto senza avere preparato il campo al suo successore. L’opzione più gradita al presidente era quella di Nick Ayers, ma l’attuale braccio destro del vice-presidente Pence aveva respinto l’offerta, gettando la Casa Bianca nel caos più totale.

 

Nel fine settimana, l’ex governatore del New Jersey, Chris Christie, aveva infatti declinato citando “motivi personali”, anche se i rapporti notoriamente pessimi con il genero e consigliere del presidente, Jared Kushner, devono avere avuto un peso decisivo. Alla fine è emersa così la candidatura di Mulvaney, con ogni probabilità perché quest’ultimo è stato uno dei pochi nomi di rilievo negli ambienti repubblicani e di governo disponibile ad accettare un impiego considerato rovente. I media americani hanno anzi raccontato di come lo stesso Mulvaney si stesse adoperando da mesi per ottenere questo incarico dal presidente.

 

La nomina è stata annunciata come di consueto da un “tweet” di Trump, ma la decisione è sembrata non essere coordinata con il suo staff, tanto che i portavoce della Casa Bianca hanno offerto versioni conflittuali sul nuovo ruolo di Mulvaney, annunciato da subito come temporaneo. In un primo momento era stato spiegato che il nuovo capo di gabinetto si sarebbe dimesso dall’Ufficio del Bilancio, mentre in seguito la notizia è stata smentita, visto che Mulvaney svolgerà le sue nuove funzioni conservando il suo incarico attuale. A gestire le questioni del budget per la Casa Bianca sarà nel frattempo il suo vice, Russ Vought.

 

Anche se la nomina non è ufficialmente definitiva, alla luce delle difficoltà incontrate nell’individuare una personalità più gradita al presidente, Mulvaney potrebbe occupare a lungo questa posizione, come confermerebbe il rifiuto dell’amministrazione a fissare una scadenza al suo mandato.

 

Come svariate altre posizioni all’interno della Casa Bianca, anche quella del “chief of staff” ha visto in meno di due anni un tasso di avvicendamento insolitamente sostenuto. I due predecessori di Mick Mulvaney erano stati scelti al di fuori dalla cerchia di fedelissimi o sostenitori di Trump. Il primo capo di gabinetto era stato l’ex segretario del Partito Repubblicano, Reince Priebus, e, dopo le sue dimissioni, era stata la volta di John Kelly.

 

Molto probabilmente, queste nomine erano state il frutto delle pressioni di ambienti ostili o quanto meno tiepidi nei confronti di Trump. Scegliendo Priebus, cioè, il presidente aveva inviato un segnale distensivo all’establishment del suo partito dopo un’elezione che aveva portato alla luce profonde divisioni interne. Kelly, invece, era in sostanza l’uomo gradito all’apparato militare e dell’intelligence. Il suo addio al dipartimento della Sicurezza Interna e l’approdo alla Casa Bianca erano non a caso coincisi con l’inasprirsi dello scontro tra Trump e i suoi oppositori negli Stati Uniti. Ugualmente non casuale è stato il fatto che i rapporti tra il presidente e i suoi primi due “chiefs of staff” siano stati spesso segnati da scintille e incomprensioni, fino alla sommaria liquidazione del generale Kelly.

 

La figura di Mulvaney, al contrario, non è riconducibile a quelle fazioni della classe dirigente degli Stati Uniti che stanno combattendo contro l’amministrazione Trump. Eletto nel 2010 alla Camera dei Rappresentanti, Mulvaney è stato il fondatore del cosiddetto “Freedom Caucus”, ovvero il sottogruppo parlamentare repubblicano di estrema destra collegato ai “Tea Party”.

 

Al Congresso, Mulvaney ha condotto varie battaglie in nome del rigore fiscale, provocando in due occasioni la chiusura degli uffici governativi federali dopo avere bloccato lo stanziamento di fondi come protesta contro la riforma sanitaria di Obama e il finanziamento pubblico di organizzazioni che incoraggiano la pianificazione famigliare.

 

Una volta promosso a responsabile delle questioni di bilancio alla Casa Bianca, Mulvaney avrebbe al contrario favorito l’esplosione del deficit federale, visto che è stato uno degli architetti del taglio alle tasse da 1.500 miliardi di dollari per i redditi più elevati, approvato lo scorso anno su impulso del presidente Trump. Anche per questo motivo, sotto la sua supervisione il deficit di bilancio americano è continuato a salire, ma nel mirino di Mulvaney è continuato a rimanere in primo luogo lo smantellamento dei programmi pubblici di assistenza, come quello sanitario Medicare, perché considerati insostenibili nella loro forma attuale.

 

Nel 2017, il neo-capo di gabinetto di Trump era stato anche nominato a capo dell’agenzia per la protezione di risparmiatori e piccoli investitori, creata dalla riforma di Wall Street del 2010. Mulvaney aveva sostituito il direttore precedentemente scelto da Obama e il suo mandato provvisorio era stato caratterizzato da una neutralizzazione di fatto dei poteri già tutt’altro che straordinari di questa stessa agenzia.

 

La stampa americana ha ricordato in questi giorni come Mick Mulvaney nel 2016 avesse tenuto un atteggiamento piuttosto freddo verso la candidatura di Trump alla presidenza. Nel novembre di quell’anno, a pochi giorni dal voto, aveva ad esempio definito Trump “un essere umano orribile” e soltanto “il male minore” rispetto a Hillary Clinton.

 

Ciononostante, dopo il voto Mulvaney avrebbe ben presto dimostrato un’attitudine decisamente pragmatica, diventando in fretta uno degli uomini più fidati del presidente. La sua nomina a capo di gabinetto, anche se in buona parte obbligata, è dunque un segnale dell’intenzione di Trump di serrare i ranghi e puntare su alleati sicuri in previsione di una probabile intensificazione degli assalti alla Casa Bianca sul fronte domestico.

 

Negli ultimi giorni si sono infatti addensate nubi cupissime sull’amministrazione. Il prossimo insediamento della nuova maggioranza democratica alla Camera dei Rappresentanti potrebbe riproporre ipotesi di impeachment per il presidente, come hanno confermato alcuni deputati nel corso di recenti interviste. Le indagini del procuratore speciale sul “Russiagate”, Robert Mueller, si stanno inoltre avvicinando alla Casa Bianca, mentre proprio settimana scorsa la posizione di Trump è diventata ancora più precaria in seguito alla condanna del suo ex avvocato personale, Michael Cohen.

 

Cohen dovrà scontare tre anni di carcere per vari reati finanziari e, soprattutto, per avere violato le norme sui contributi elettorali dopo avere ammesso di avere pagato somme di denaro a una ex modella e a una pornostar per convincerle a non rendere pubblici incontri sessuali che entrambe avevano avuto con Trump. I pagamenti dovevano servire a evitare che le storie emergessero in campagna elettorale e finissero per danneggiare la sua candidatura. Per questa ragione essi sono stati considerati come una sorta di finanziamento elettorale illegale e non dichiarato destinato a favorire la campagna elettorale di Trump.

 

Cohen ha sostenuto che i versamenti alle due donne erano stati fatti dietro indicazione di Trump e la sua versione è stata confermata dalla testimonianza del direttore della rivista National Enquirer, David Pecker. Quest’ultimo ha anche rivelato l’esistenza di un sistema, creato di comune accordo con lo stesso Trump già nel 2015, che prevedeva il pagamento di determinate cifre a donne che avevano intrattenuto relazioni con il futuro presidente. L’intervento di una testata giornalistica serviva a convincere le donne a cedere l’esclusiva della pubblicazione delle rispettive storie che, per evitare danni di immagine a Trump, non sarebbero invece mai state rese pubbliche.

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