A pochi giorni da un vertice cruciale per gli esiti della guerra commerciale in atto tra Cina e Stati Uniti, entrambi i paesi hanno provato a inviare qualche segnale distensivo che dovrebbe fare intravedere un possibile accordo in grado di evitare l’escalation dello scontro. Le divergenze restano però considerevoli e, nel concreto, sono in pochi a vedere progressi significativi sulle questioni “strutturali” che Washington intende continuare a sollevare con la leadership di Pechino.

 

 

Il presidente Trump è stato tra coloro che nei giorni scorsi hanno provato a portare un tono di ottimismo nella vicenda. In un tweet ha assicurato che “le cose con la Cina stanno andando molto bene” e un accordo “potrebbe probabilmente essere siglato” entro la scadenza del primo marzo prossimo.

 

In questa data si esauriranno i tre mesi di tregua concordati tra Trump e il presidente cinese, Xi Jinping, nel corso di un faccia a faccia nel mese di dicembre a Buenos Aires. La Casa Bianca aveva in quell’occasione sospeso l’aumento dei dazi doganali dal 10% al 25% su circa 200 miliardi di merci cinesi importate dagli USA. In precedenza, Trump aveva già imposto tariffe doganali su altre importazioni cinesi, questa volta per un valore di 250 miliardi. Come ritorsione, Pechino aveva fatto lo stesso su beni provenienti dagli Stati Uniti per oltre 100 miliardi e promesso ulteriori azioni per contrastare quelle americane.

 

Il messaggio beneaugurante di Trump è sembrato comunque un tentativo di tranquillizzare soprattutto i mercati, particolarmente nervosi nelle ultime settimane a causa dei possibili contraccolpi su scala globale dell’intensificarsi delle tensioni commerciali tra le prime due potenze economiche del pianeta.

 

Il clima, dietro le apparenze, sembra però tutt’altro che disteso. Qualche giorno fa, ad esempio, il responsabile per le politiche commerciali dell’amministrazione Trump, Robert Lighthizer, ha affermato che per il momento non ci sono progressi nelle discussioni con Pechino. Lo stesso concetto lo ha ribadito anche il senatore repubblicano Chuck Grassley, considerato molto vicino al presidente, mettendo l’accento proprio sullo stallo delle trattative in merito ai “cambiamenti strutturali” che gli USA richiedono alla Cina.

 

A inizio settimana, alcuni media avevano inoltre riportato la notizia del rifiuto da parte americana di ricevere una delegazione cinese a Washington che intendeva affrontare alcune questioni preliminari in vista dell’incontro di fine mese. Il consigliere economico della Casa Bianca, Larry Kudlow, ha in seguito smentito la cancellazione di un meeting a suo dire mai richiesto da Pechino, ma l’episodio è sembrato essere un’altra spia delle tensioni crescenti tra Washington e Pechino. Giovedì, infine, il segretario al Commercio, Wilbur Ross, ha smorzato a sua volta le attese, sostenendo che USA e Cina sono “lontani miglia e miglia” da un compromesso.

 

Il vertice programmato per il 30 e il 31 gennaio è stato definito dallo stesso Kudlow come “determinante” per gli sviluppi della contesa tra i due paesi. A guidare le rispettive delegazioni saranno il vice-premier cinese, Liu He, da una parte e il segretario al Tesoro USA, Steven Mnuchin, e il già ricordato Lighthizer dall’altra.

 

La guerra commerciale ha tenuto banco anche in molte discussioni al World Economic Forum (WEF) in corso questa settimana a Davos. Trump e gli esponenti del governo americano non si sono presentati all’evento a causa della crisi domestica attorno allo “shutdown”. Il segretario di Stato, Mike Pompeo, è stato però protagonista di un collegamento via satellite e si è detto “ottimista” sui colloqui con la Cina, pur astenendosi dall’indicare possibili passi avanti compiuti finora dai negoziati.

 

Nella località della Svizzera era presente invece il vice-presidente cinese, Wang Qishan, il quale ha richiamato l’attenzione sulle conseguenze negative per gli interessi di entrambi i paesi dello scontro commerciale. Il leader cinese ha ricordato agli Stati Uniti il livello di integrazione delle due economie, di fatto “reciprocamente indispensabili”, così da rendere necessaria una soluzione che risulti favorevole sia per Washington sia per Pechino.

 

La posizione della Cina risulta particolarmente delicata, soprattutto alla luce dei recenti dati che indicano il rallentamento più marcato della crescita economica del paese negli ultimi tre decenni. Il governo del presidente Xi ha infatti concesso non poco negli ultimi mesi alla Casa Bianca, sia sul fronte delle importazioni dagli USA per riequilibrare la bilancia commerciale sia su quello delle cosiddette “riforme strutturali”.

 

Il confronto tra le due potenze è peraltro solo in maniera relativamente marginale una guerra commerciale, come conferma appunto il fatto che le promesse cinesi, di acquistare centinaia di miliardi di merci americane in più rispetto ai livelli attuali, sono state e continuano a essere giudicate insufficienti da Washington.

 

Al cuore dello scontro ci sono piuttosto i presunti trasferimenti “forzati” di tecnologia e proprietà intellettuale che la Cina chiederebbe alle aziende americane che operano sul proprio territorio. Inoltre, Washington vorrebbe un disimpegno dello stato in ambito economico, dal momento che il sistema cinese favorisce le compagnie pubbliche su quelle private straniere che cercano di imporsi sul mercato del gigante asiatico.

 

In realtà, il governo di Pechino ha adottato recentemente una serie di provvedimenti volti ad aprire ancora di più il mercato e a proibire l’obbligo di trasferire le tecnologie delle aziende americane ai loro partner cinesi. Negli USA c’è però parecchio scetticismo sulla possibilità che queste misure vengano realmente implementate dalle autorità cinesi. Infatti, in molti nell’amministrazione Trump, nel mondo degli affari e tra i commentatori insistono sulla necessità da parte della Cina di creare un meccanismo che garantisca l’effettiva applicazione delle norme approvate, tra cui addirittura possibili controlli o ispezioni di rappresentanti del governo americano.

 

Più in generale, le ansie degli Stati Uniti hanno a che fare con l’impulso allo sviluppo industriale e tecnologico domestico racchiuso nella formula “Made in China 2025” e che è visto come una minaccia vitale alla supremazia economica e militare di Washington a livello mondiale. Anche in questo caso, Pechino ha più o meno ufficialmente annunciato un rallentamento del programma, ma è opinione comune che esso stia proseguendo senza essere propagandato apertamente dal governo.

 

Un recente rapporto inviato dalla Camera di Commercio americana in Cina all’Ufficio per il Commercio della Casa Bianca ha evidenziato proprio questo aspetto della disputa, sostenendo che i funzionari locali del Partito Comunista cinese stanno mettendo in atto uno “sforzo risoluto e continuo” per attuare il piano “Made in China 2025” nonostante i tentativi di minimizzazione delle autorità centrali.

 

Per Washington, dunque, il nodo della questione non riguarda tanto i dazi e gli squilibri tra importazioni ed esportazioni, quanto lo sviluppo tecnologico e industriale della Cina. Che Pechino mostri la propria disponibilità anche solo ad affrontare quest’ultimo aspetto appare estremamente e comprensibilmente improbabile, viste le implicazioni che esso ha per i piani di sviluppo del paese, per la sostenibilità della sua crescita e, in fin dei conti, per la sopravvivenza stessa del regime.

 

Gli Stati Uniti, in ogni caso, non appaiono disposti a cedere su questo e gli altri punti della disputa con Pechino. In parallelo ai negoziati, infatti, Washington ha tutte le intenzioni di muoversi su un piano tutt’altro che pacifico, come confermano, tra l’altro, le ripetute provocazioni militari nei mari adiacenti la Cina e la campagna ben oltre i limiti dell’isteria condotta contro il gigante delle telecomunicazioni Huawei.

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