Al già complicato stato dei rapporti tra gli USA e molti dei loro alleati, il presidente Trump starebbe per aggiungere un nuovo elemento di destabilizzazione che rischia di produrre l’effetto contrario a quello ufficialmente voluto dalla Casa Bianca. Il governo degli Stati Uniti avrebbe cioè in preparazione un piano per far pagare a quei paesi che ospitano basi e contingenti militari americani l’intero costo del loro mantenimento, più un’ulteriore somma non ancora definita.

 

La notizia riportata dalla stampa d’oltreoceano riprende un argomento che ha fatto parte fin dall’inizio della retorica ultra-nazionalista dell’amministrazione Trump. Non solo, essendo questa un’idea attribuita principalmente all’ex consigliere neo-fascista del presidente, Stephen Bannon, conferma come gli ambienti di estrema destra a cui quest’ultimo appartiene continuino a esercitare una profonda influenza sulle politiche formulate alla Casa Bianca.

 

 

Questo progetto dai contorni ricattatori si rifà alla polemica, alimentata in prima persona dallo stesso Trump, circa il mancato aumento delle spese militari di numerosi paesi NATO, accusati di “approfittare” dell’ombrella protettiva americana a un costo irrisorio. La possibile decisione del presidente USA non ha ancora un aspetto definitivo, come hanno spiegato fonti interne all’amministrazione, anche perché in molti alla Casa Bianca, al dipartimento di Stato e della Difesa hanno con ogni probabilità già avvertito delle quasi certe ripercussioni negative che essa avrebbe sulle relazioni tra Washington e i suoi alleati.

 

Nel concreto, la “proposta” in fase di studio prevede appunto la copertura di tutti i costi legati allo stazionamento di uomini e mezzi americani in un determinato paese da parte del governo ospitante. A questa cifra andrebbe poi aggiunta una quota del 50% o più – da qui il nome del piano “Cost Plus 50” – per il “privilegio” di avere forze armate USA sul proprio territorio. La parola “privilegio” nel definire quella che si potrebbe più correttamente chiamare “occupazione” è stata attribuita alle stesse fonti governative citate dalla stampa americana e non sembra essere stata impiegata con intenti sarcastici.

 

Per avere un’idea dello sforzo economico che verrebbe richiesto in cambio della concessione del “favore” di stazionare i militari americani, i paesi interessati potrebbero in alcuni casi dover sborsare anche somme superiori di cinque o sei volte quelle attualmente stanziate. Secondo gli accordi in vigore, gli alleati di Washington che ospitano truppe americane contribuiscono ora in maniera parziale alle spese. La Germania versa ad esempio al governo USA un miliardo di dollari l’anno, vale a dire circa il 28% del costo totale, così che risulta facile calcolare un aumento vertiginoso di questa voce di spesa secondo il nuovo piano di Trump.

 

Come anticipato in precedenza, non pochi negli ambienti di governo USA si rendono conto che questa iniziativa provocherà nuove frizioni con gli alleati. L’amministrazione Trump è d’altra parte appena uscita da uno scontro piuttosto duro con il governo della Corea del Sud sul rinnovo dell’accordo quinquennale relativo al finanziamento dei 28 mila soldati americani ospitati da questo paese. La Casa Bianca voleva imporre un meccanismo simile a quello in fase di elaborazione (“Cost Plus 50”), ma, di fronte alle resistenze di Seoul, si è dovuta accontentare di un aumento relativamente modesto del contributo sudcoreano, rimandando la risoluzione definitiva della questione al prossimo anno.

 

Anche se prevale l’incertezza sul fatto che possa apparire o meno nella versione finale del piano, il punto più controverso o, per meglio dire, dal carattere estorsivo e ricattatorio è quello che dovrebbe stabilire quali “sconti” sul costo del mantenimento delle truppe USA potrebbero essere applicati ai governi alleati nel caso questi ultimi dovessero allinearsi fedelmente alle decisioni strategiche e militari americane.

 

In altre parole, l’idea della Casa Bianca è quella di utilizzare questo schema per promuovere gli interessi degli Stati Uniti con un incentivo finanziario legato alle spese militari dei paesi alleati. Essendo esse un capitolo particolarmente sensibile, Washington spera di fare leva su questo argomento per i propri scopi strategici, ovvero per impedire agli alleati di essere risucchiati dalle forze centrifughe e dalle tendenze multipolari che stanno accompagnando il declino americano sul piano globale, nonché di perseguire politiche e strategie indipendenti e potenzialmente in contrasto con quelle degli USA.

 

Il piano di Trump ha ad ogni modo dei tratti chiaramente deliranti e, riflettendo la logica “neo-con” del consigliere per la Sicurezza Nazionale della Casa Bianca John Bolton, si basa su un’analisi della realtà distorta dal punto di vista ultra-reazionario del presunto “eccezionalismo” statunitense. Per cominciare, il concetto di “privilegio” nel definire la presenza militare americana sul territorio di paesi sovrani, anche se in accordo con i rispettivi governi, è a dir poco fantasioso.

 

A livello ufficiale, questi contingenti, in larga misura eredità del secondo conflitto mondiale, dovrebbero servire a garantire la sicurezza degli alleati di Washington, ma, in realtà, rispondono pressoché unicamente agli interessi strategici degli Stati Uniti. Basti pensare alla presenza e all’allargamento delle forze USA in Europa sotto le insegne della NATO, formalmente necessarie alla difesa contro una fantomatica minaccia di Mosca e in effetti strumento dell’espansione americana in funzione di un crescente accerchiamento della Russia.

 

Questo identico concetto lo ha espresso anche l’ex ambasciatore americano presso la NATO, Douglas Lute, il quale in un’intervista a Bloomberg News ha espresso una certa preoccupazione per le intenzioni della Casa Bianca, spiegando appunto che la questione del pagamento delle spese per le basi militari all’estero solleva un argomento sbagliato. Per l’ambasciatore, infatti, “queste strutture non producono benefici” per i paesi che le ospitano, bensì “esse esistono e sono mantenute da noi perché servono i nostri interessi”.

 

L’altro fattore da considerare è quello della delicatezza dell’aumento delle spese militari in molti paesi e, quasi ovunque, anche della stessa presenza delle forze armate americane entro i loro confini. La maggior parte dei membri NATO e, in generale, degli alleati di Washington è in grande difficoltà nel rispondere alle sollecitazioni USA per aumentare le spese militari, tanto più se dirette a finanziare forze che una parte dell’opinione pubblica considera poco meno che di occupazione.

 

Anche se ciò è effettivamente avvenuto in svariati casi negli ultimi anni, i livelli di spesa in questo ambito sono quasi sempre stati giudicati ancora insufficienti dal governo americano. Un eventuale ulteriore incremento per rispondere al piano allo studio a Washington sarebbe difficilmente attuabile sia per ragioni di bilancio sia, soprattutto, per l’opposizione che un provvedimento di questo genere scatenerebbe.

 

Resistenze che, tra le popolazioni dei paesi interessati, sarebbero da collegare in primo luogo all’andamento opposto delle spese militari (in aumento) e di quelle sociali (in netta diminuzione), ma anche alla crescente ostilità nei confronti dell’imperialismo americano. La presenza militare USA è vista cioè sempre più– a ragione – come elemento destabilizzante e come minaccia alla pace e alla sicurezza di un determinato paese, per non parlare degli effetti sociali e ambientali spesso distruttivi, come sull’isola di Okinawa, in Giappone.

 

Per questa ragione, è anzi probabile che l’implementazione del ricatto di Trump sulle spese militari possa finire per riaccendere e alimentare il dibattito sulle basi militari americane all’estero, con conseguenze impreviste sia per Washington sia per i governi dei paesi ospitanti. Precisamente su questi riflessi negativi si basano le perplessità già espresse nei confronti dei piani della Casa Bianca da più di una voce all’interno dell’apparato militare e di governo degli Stati Uniti.

 

Come ha spiegato riferendosi a una sua recente visita a Bruxelles il presidente della commissione Esteri della Camera dei Rappresentanti del Congresso di Washington, il deputato democratico Eliot Engel, l’insistenza del governo americano sull’aumento delle spese militari viene vista da questa parte dell’oceano come un ulteriore “ostacolo” nei rapporti bilaterali, tanto da spingere molti a chiedersi “se gli Stati Uniti intendono rimanere alleati dell’Europa”.

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