Qualunque sia l’esito delle elezioni presidenziali che si terranno in Ucraina il 31 marzo prossimo, il panorama politico del paese dell’Europa orientale continuerà a rimanere dominato dai fattori principali che hanno segnato i cinque anni seguiti alla finta rivoluzione del 2014, vale a dire la dipendenza dall’Occidente, soprattutto dagli Stati Uniti, il dominio incontrastato degli oligarchi e il proliferare di forze e milizie paramilitari di estrema destra.

 

Il carattere democratico di un voto formalmente libero e caratterizzato da un certo pluralismo è messo in seria discussione in primo luogo dall’esclusione di fatto dalla competizione di personalità e movimenti politici impegnati a perseguire un percorso diverso dal confronto con Mosca e dall’implementazione forzata di misure economiche e finanziarie ultra-liberiste dettate da Washington, Bruxelles e dal Fondo Monetario Internazionale.

 

 

Nelle regioni orientali del Donbass interessate dal conflitto esploso cinque anni fa, inoltre, a milioni di elettori sarà impedito di recarsi alle urne, così che i candidati alla presidenza che hanno la loro base di sostegno in queste aree risultano già da ora fortemente penalizzati ai fini dei risultati finali. Uno di essi è Yuriy Boyko, leader del “Blocco di Opposizione”, cioè il nome con cui è oggi noto l’ex “Partito delle Regioni” del deposto presidente filo-russo, Viktor Yanukovych.

 

Boyko è uno dei pochissimi candidati, se non l’unico, a chiedere la normalizzazione dei rapporti con la Russia ma, in definitiva, anch’egli e il suo partito fanno riferimento a grandi interessi economici oligarchici. La differenza, rispetto a quelli legati alla gran parte degli altri leader ucraini, è che essi guardano a est invece che a ovest.

 

Sulla carta, in ogni caso, gli ucraini chiamati alle urne saranno circa 34 milioni. Se nessun candidato alla presidenza otterrà, come previsto, la maggioranza assoluta dei consensi al primo turno, il 21 aprile è previsto un ballottaggio tra i due che conquisteranno il maggior numero di voti.

 

Stando ai sondaggi più recenti, tre sono i candidati con possibilità di accedere al secondo turno. Il presidente in carica, Petro Poroshenko, è tra questi probabilmente il meno gradito agli elettori e viene accreditato di consensi più o meno simili a quelli dell’ex primo ministro, Yulia Tymoshenko. In testa c’è invece l’apparente outsider Volodymyr Zelensky, anch’egli miliardario come i suoi più immediati sfidanti ma proveniente dal mondo dello spettacolo.

 

Zelensky ha conquistato una vasta notorietà in Ucraina grazie a una fiction nella quale interpreta il ruolo di un insegnante diventato presidente. La sua ascesa nei sondaggi è dovuta non solo alla popolarità televisiva, ma anche e soprattutto al fatto di rappresentare una faccia nuova di fronte a elettori delusi e disgustati da un sistema oligarchico e corrotto. Da non trascurare è anche un’attitudine meno nazionalista e radicale rispetto alla questione russa. Zelensky è d’altra parte madre lingua russo, ha avuto interessi economici in Russia e viene visto probabilmente con una certa speranza dagli ucraini che auspicano una risoluzione pacifica del conflitto con Mosca.

 

Il favorito per le presidenziali, oltre a promettere il consolidamento dei rapporti con l’Occidente e ad avere sempre appoggiato il colpo di stato del 2014, è tuttavia legato anch’egli a determinati ambienti dell’oligarchia ucraina. Il referente di Zelensky è Igor Kolomoisky, proprietario della rete televisiva che trasmette il suo show e rivale del presidente Poroshenko. Kolomoisky vive in auto-esilio in Israele perché coinvolto in una disputa legale che ha a che fare con oltre 5 miliardi di dollari sottratti alla banca “Privat”, già di proprietà dello stesso oligarca ucraino.

 

Secondo alcune ricostruzioni, Kolomoisky starebbe comunque sostenendo non solo la candidatura di Zelensky, ma anche quella di Yulia Tymoshenko, in modo da assicurarsi contro una possibile vittoria di Poroshenko. In qualche modo vicini a questi ambienti c’è anche il ministro degli Interni e rivale del presidente, Arsen Avakov, legato a sua volta alla milizia di estrema destra nota come “battaglione di Azov”, protagonista nelle ultime settimane di iniziative intimidatorie nei confronti dello stesso Poroshenko.

 

In una situazione di profonda crisi economica e sociale e con tensioni alle stelle tra le varie fazioni dell’oligarchia che detiene il potere, Poroshenko ha riposto le sue residue speranze di vittoria in una strategia che consiste nel soffiare sul fuoco del nazionalismo, nel mettere in atto provocazioni contro la Russia e nel fare appello ai propri sponsor occidentali. A Washington, Bruxelles e Berlino, infatti, si guarda tuttora con favore a Poroshenko, poiché il presidente in carica è considerato lo strumento più affidabile nella campagna anti-russa in atto. I candidati Tymoshenko e Zelensky appaiono invece come incognite, la prima per via dei suoi passati legami d’affari con la Russia e il secondo per la mancanza di esperienza politica e la relativa ambiguità sulla questione dei rapporti col Cremlino.

 

In questo senso vanno lette alcune delle iniziative prese da Poroshenko negli ultimi mesi, come l’incidente con la Russia provocato a tavolino lo scorso novembre nel Mar Nero al largo della penisola di Crimea o la separazione della chiesa ortodossa ucraina da quella russa, da cui storicamente dipendeva. Nei giorni scorsi, inoltre, Poroshenko ha firmato un decreto che impone nuove sanzioni a compagnie e individui russi, presumibilmente coinvolti in attività di vario genere in Crimea.

 

In sostanza, il clima politico in Ucraina alla vigilia di quelle che appaiono a tutti gli effetti come elezioni-farsa è il risultato delle manovre occidentali che hanno portato al cambio di regime nel 2014 e che, in seguito, hanno provocato lo scontro con la Russia e prodotto una gravissima crisi economica e sociale. In questo scenario, è stato alimentato un pericoloso sentimento ultra-nazionalista, sfruttato dalle varie fazioni della classe politica indigena per i propri interessi. Nel contempo, le voci progressiste e quelle che auspicano una de-escalation della guerra con Mosca sono state emarginate e, spesso, represse per mezzo di gruppi paramilitari neo-fascisti in larga misura integrati nelle strutture dello stato.

 

In un quadro di questo genere, il massimo risultato raggiungibile col voto del 31 marzo prossimo sembra essere perciò quello di evitare il precipitare della situazione sul fronte orientale e, nella più ottimistica delle ipotesi, quanto meno resuscitare il processo di pace tra Russia e Ucraina, tuttora affidato al moribondo e mai implementato “Protocollo di Minsk”.

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