Dopo avere lanciato ufficialmente la propria campagna per la Casa Bianca la settimana scorsa, l’ex vice-presidente democratico americano Joe Biden ha tenuto il suo primo comizio della campagna elettorale 2020 nella giornata di lunedì in Pennsylvania. La scelta del luogo e gli argomenti toccati durante il suo discorso la dicono lunga sulla strategia che Biden intende promuovere nei prossimi mesi.

 

Questo stato del Midwest, assieme a Michigan e Wisconsin, è stato infatti decisivo per la vittoria di Trump nel 2016, dopo il voltafaccia di una buona parte degli elettori della “working-class”. Questi ultimi avevano scaricato il Partito Democratico dopo otto anni di affanni economici sotto l’amministrazione di Obama e Biden, per puntare sulle promesse di stampo populista del candidato repubblicano.

 

 

Biden, da parte sua, non ha nascosto le ragioni della sua prima uscita da candidato alla presidenza nello stato della Pennsylvania e, allo stesso modo, ha insistito ripetutamente sull’importanza e il peso delle associazioni sindacali. Nel tentativo di calibrare da subito la sua campagna su toni vagamente progressisti, l’ex vice-presidente ha attaccato i grandi interessi economico-finanziari del paese e denunciato apertamente le esplosive disuguaglianze sociali e di reddito che caratterizzano gli Stati Uniti. Nel condannare ad esempio la riforma fiscale favorevole ai ricchi di Trump, Biden ha spiegato come essa penalizzi i lavoratori americani, mentre in generale tutte le politiche dell’attuale amministrazione siano rivolte alle grandi aziende e agli americani più facoltosi.

 

Lo sforzo di Biden nel proporsi come chiara alternativa a Trump e come difensore degli interessi della “working-class” americana, anche se puntualmente indicata come “middle class”, quasi a volere negare il suo carattere indipendente se non la sua stessa esistenza, è comunque destinato a fallire presto. Sono infatti le stesse politiche dell’amministrazione democratica di cui è stato per otto anni il numero due ad avere dato un ulteriore impulso all’impoverimento dell’ex cuore industriale degli Stati Uniti. Allo stesso modo, è l’eredità di Obama e Biden ad avere prodotto l’ondata di malcontento e frustrazione che, soprattutto in alcuni stati solitamente schierati a favore dei democratici, nel 2016 ha consegnato gli USA a Donald Trump.

 

L’ingresso di Joe Biden nella corsa alla Casa Bianca porta a una ventina il numero di contendenti alla nomination del Partito Democratico. A nove mesi dall’inizio delle primarie, la stampa ufficiale americana si è affrettata a dichiarare l’ex vice-presidente il favorito del suo partito. Prima ancora che i vari candidati abbiano iniziato ad articolare le loro proposte e, molti di loro, che si siano fatti conoscere a livello nazionale, Biden è presentato come il democratico più noto e con le credenziali più solide per battere Trump nel novembre del 2020.

 

Alcuni sondaggi che circolano in questi giorni suggeriscono in effetti una certa preferenza per Biden tra i potenziali elettori democratici. Colui che in questo momento appare come lo sfidante più accreditato è il senatore “democratico-socialista” nominalmente indipendente, Bernie Sanders. Il possibile confronto a due che in molti intravedono promette di riproporre l’alternativa tra un candidato “moderato” e uno “progressista” che aveva segnato le primarie del 2016, minacciando nuovamente una spaccatura all’interno del Partito Democratico. La distanza dalle primarie e il quasi certo logoramento a cui andrà incontro la figura di un politico screditato agli occhi di decine di milioni di americani, renderà comunque tutt’altro che agevole la conquista della nomination da parte di Biden.

 

L’ex vice-presidente ed ex senatore del Delaware ha incassato intanto il sostegno del primo sindacato USA, quello dei vigili del fuoco. Altri ancora potrebbero dichiararsi ufficialmente a suo favore nel prossimo futuro, ma i vertici sindacali sono costretti a muoversi con cautela, viste le simpatie tra i loro iscritti soprattutto per Sanders e il più che giustificato risentimento nei confronti di uno dei responsabili del peggioramento delle condizioni di vita dei lavoratori americani nell’ultimo decennio.

 

Biden e l’amministrazione Obama sono collegati inevitabilmente a svariate iniziative che hanno pesato e continuano a pesare sulla “working-class” americana. La prima è la bancarotta forzata dei giganti dell’automobile, che portò alla perdita di migliaia di posti di lavoro, al taglio dei benefit per i dipendenti e all’istituzionalizzazione dell’odiato sistema dei due livelli retributivi, responsabile della creazione di una manodopera sfruttata e pesantemente sottopagata.

 

La Casa Bianca di Obama si adoperò inoltre, anche se spesso senza successo, per l’approvazione di nuovi trattati di libero scambio, considerati tradizionalmente come la causa del trasferimento di posti di lavoro all’estero, per non parlare della strenua difesa degli istituti finanziari salvati dal governo dopo la crisi del 2008, i cui top manager furono in grado di conservare i propri bonus milionari di fronte all’indignazione degli americani.

 

Politico spesso dipinto come “uomo comune” e alla mano, Joe Biden è in realtà profondamente legato ai poteri forti americani, vista anche la provenienza da uno stato noto come uno dei principali paradisi fiscali del pianeta. La riprova di ciò si è avuta proprio in occasione del suo primo comizio da candidato alla Casa Bianca. Poco prima di parlare ai lavoratori di Pittsburgh, Biden aveva partecipato a una raccolta fondi a Philadelphia organizzata dal numero due della corporation Comcast, David Cohen, e dall’alto dirigente del colosso delle assicurazioni Independence Blue Cross, Daniel Hilferty. Grazie anche a entrambi, Biden ha raccolto 6,3 milioni di dollari di contributi elettorali soltanto nelle 24 ore seguite all’annuncio della sua candidatura, superando la cifra messa assieme in circostanze simili da Sanders e da tutti gli altri compagni di partito che si contenderanno la nomination.

 

Anche la storia legislativa di Biden non corrisponde esattamente a quella di un eroe della “working-class”. I media americani in questi giorni hanno ricordato ad esempio il suo appoggio a una legge del 2005, fortemente voluta dall’industria finanziaria USA, che smantellò molte delle protezioni di legge previste per gli individui non in grado di pagare i loro debiti e costretti a dichiarare fallimento.

 

Sul fronte della politica estera, Biden ha poi partecipato attivamente alle guerre lanciate o intensificate da Obama, così come alle decisioni gravemente lesive dei diritti umani e democratici. Il caso del colpo di stato neo-fasciata in Ucraina appare particolarmente significativo. Dopo il rovesciamento del regime filo-russo del presidente Yanukovych, il figlio dell’allora vice-preisidente USA, Hunter Biden, ottenne un posto nel consiglio di amministrazione della compagnia ucraina operante nel settore del gas naturale, Burisma Holding. La nomina e una serie di pagamenti sospetti alla compagnia americana di Hunter Biden sollevarono l’interesse di un procuratore ucraino, il quale sarebbe stato però rimosso dal suo incarico in seguito alle pressioni esercitate dallo stesso vice di Obama sul governo di Kiev.

 

Sulla candidatura di Biden continueranno comunque a pesare l’ombra delle molestie sessuali e il suo comportamento durante le audizioni per la ratifica della nomina alla Corte Suprema nel 1991 del giudice di estrema destra Clarence Thomas. Nel primo caso, alcune donne avevano recentemente denunciato l’eccessiva “confidenza” dei modi di Biden. La polemica sembrava poter far naufragare precocemente la campagna dell’ex vice-presidente, ma la vicenda ha perso rapidamente interesse per la stampa ufficiale.

 

L’altra questione ha a che fare con il trattamento riservato all’avvocato Anita Hill, la quale nel 1991 aveva accusato di molestie il giudice Thomas. Durante la testimonianza della donna di fronte alla commissione Giustizia del Senato, i membri repubblicani avevano tenuto un atteggiamento aggressivo che Biden, in qualità di presidente della stessa commissione, si era ben guardato dal condannare. Inoltre, Biden aveva anche impedito l’intervento di testimoni che avrebbero potuto confermare la versione di Anita Hill.

 

In un clima attuale caratterizzato dall’isteria “mainstream” per accuse vere o presunte di abusi sessuali, è apparentemente insolito che quelle sollevate nei confronti di Joe Biden continuino a restare sullo sfondo del dibattito politico americano. Se le accuse potrebbero comunque riemergere in qualsiasi momento, è del tutto legittimo ipotizzare che, nel caso dell’ex vice di Obama, esse siano state messe da parte deliberatamente.

 

Joe Biden, d’altra parte, finirà con ogni probabilità per raccogliere l’appoggio dell’establishment democratico, dei principali finanziatori del partito e degli ambienti giornalistici che a esso fanno riferimento. Il rispolvero del 76enne ex vice-presidente risulta cioè più importante delle possibili accuse nei suoi confronti, dal momento che la sua candidatura è necessaria per assicurare al partito una rotta “centrista” o “moderata” di fronte all’emergere di aspiranti alla nomination “progressisti”, in linea con lo spostamento a sinistra dell’elettorato democratico di riferimento.

 

Se i vertici democratici dovessero favorire il successo di un politico interamente legato al “sistema” come Biden, è dunque probabile che il partito andrà incontro alla stessa sorte del 2016 con la candidatura di Hillary Clinton, consegnando su un piatto d’argento al presidente Trump il suo secondo mandato alla Casa Bianca.

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