L’incontro di questa settimana a Washington tra il presidente americano Trump e quello polacco, Andrzej Duda, è servito non solo a confermare l’ottimo stato dei rapporti tra Washington e Varsavia, ma anche e soprattutto ad ampliare ulteriormente la distanza che separa gli Stati Uniti dalla Germania e, più in generale, da quella parte di Europa che fa sostanzialmente riferimento alla leadership di Berlino.

 

Il faccia a faccia di mercoledì tra i due leader nella capitale americana si è infatti trasformato rapidamente in un palcoscenico sul quale l’inquilino della Casa Bianca ha sferrato nuovi e pesanti attacchi contro il governo della cancelliera Merkel. Gli argomenti preferiti da Trump sono stati ancora una volta la costruzione del gasdotto “Nordstream 2” e le spese militari tedesche, ritenute non adeguate agli standard previsti dalla NATO.

 

 

Il fatto che la polemica contro la Germania sia stata ravvivata in occasione della visita negli USA del presidente polacco dipende ovviamente dagli orientamenti di politica estera del partito (PiS) che guida il governo autoritario e ultra-conservatore di Varsavia, da sempre irriducibilmente ostile a Berlino, così come a Mosca, e impegnato a costruire un’alleanza diretta con Washington senza intermediazioni europee o transnazionali.

 

Ad Andrzej Duda, il presidente americano ha dunque promesso che gli Stati Uniti invieranno in Polonia un migliaio di propri soldati, anche se nella conferenza stampa tra i due leader Trump ha parlato, con ogni probabilità erroneamente, di duemila uomini. Per rispettare formalmente un accordo del 1997 con la Russia, a livello ufficiale i soldati USA si succederanno “a rotazione” nel paese dell’Europa orientale e, almeno da Washington e Varsavia, la loro presenza non sarà considerata “permanente”. Il progetto non è comunque nuovo, ma era stato inaugurato dall’amministrazione Obama e intendeva rafforzare tutto il “fianco orientale” della NATO dopo la crisi ucraina del 2014.

 

Per lo stesso motivo, Trump ha anche glissato sulla possibile creazione di una base militare americana in Polonia, proposta dal governo di questo paese e che dovrebbe chiamarsi “Fort Trump”. Duda, ad ogni modo, ha accolto con entusiasmo l’annuncio di Trump e, come da copione, si è abbandonato alla consueta accesissima retorica anti-russa. Il presidente polacco ha dipinto un quadro fantasioso delle mire di Mosca sul suo paese e su tutta l’Europa orientale, parlando, tra l’altro, di “un ostile volto imperiale” e dell’intenzione della Russia di annettere nuovi territori, dopo quello della Crimea nel 2014.

 

Che la strategia del governo polacco, comprensibilmente appoggiata in pieno dagli Stati Uniti, risponda effettivamente agli interessi del proprio paese è comunque quanto meno discutibile. Le continue provocazioni nei confronti della Russia e la trasformazione del paese dell’ex blocco sovietico in una sorta di avamposto militare americano non fanno che aumentare il rischio di un conflitto tra Washington e Mosca che vedrebbe inevitabilmente la Polonia come un obiettivo militare di assoluta priorità.

 

Anche su altri fronti appaiono evidenti gli oneri che comporta il rafforzamento dell’alleanza con gli USA e alcuni di essi si sono potuti osservare durante l’incontro di mercoledì tra Duda e Trump. Gli USA considerano infatti la Polonia una pedina facilmente manovrabile per la promozione delle proprie strategie energetiche e militari.

 

A questo proposito, i due presidenti hanno firmato un accordo da otto miliardi di dollari, in aggiunta a uno già in essere da 25 miliardi, per la fornitura alla Polonia di gas naturale liquefatto (LNG) americano, nonostante quest’ultimo sia molto più costoso di quello proveniente dalla Russia. Il governo di Varsavia, inoltre, si è impegnato ad acquistare 32 aerei da guerra americani F-35, notoriamente considerati poco affidabili, soprattutto alla luce del loro costo stratosferico.

 

Significativamente, sia sulla questione energetica sia su quella militare, Trump ha coinvolto la Germania nello scambio di battute con Duda e i giornalisti nel corso della conferenza stampa alla Casa Bianca. Il caso del “Nordstream 2” è stato nuovamente in cima alla lista delle preoccupazioni del presidente americano. Trump ha minacciato sanzioni contro le compagnie impegnate nella costruzione del gasdotto che dovrebbe aumentare di 55 miliardi di metri cubi il gas naturale trasportato annualmente dalla Russia alla Germania attraverso il Mar Baltico, raddoppiando così l’infrastruttura già esistente.

 

Trump ha attaccato nuovamente la scelta strategica di Berlino nel consolidare i rapporti energetici con Mosca. Nella logica del presidente USA, il suo paese garantisce la difesa della Germania, dove sono stanziati oltre 30 mila soldati americani, e, per tutta risposta, l’alleato versa “miliardi e miliardi di dollari” alla Russia in cambio del gas di questo paese. Com’è evidente, la scelta tedesca di assicurarsi l’aumento di gas naturale russo è semplicemente la più logica e conveniente, al di là dei logori avvertimenti sulla necessità di diversificare le fonti di approvvigionamento di Germania ed Europa in genere.

 

La fissazione americana, ma anche polacca, per il “Nordstream 2” è da ricondurre a una serie di fattori che rendono quest’opera particolarmente tossica per Washington. Il completamento del gasdotto, per cominciare, permetterebbe a Mosca di consolidare la propria posizione di primo fornitore energetico dell’Europa. Così facendo, diventerebbe sempre più complicato un allineamento del vecchio continente alle posizioni anti-russe degli Stati Uniti. Su un piano più pratico, poi, questa prospettiva favorevole alla Russia rischia di limitare anche per il futuro le possibilità di esportare in Europa il molto meno conveniente gas naturale liquefatto americano.

 

L’entrata a regime del “Nordstream 2”, prevista per il 2020, comporterebbe infine anche il drastico ridimensionamento dell’Ucraina come snodo del gas russo diretto verso Occidente. Per Kiev, la chiusura dei rubinetti del gas russo rappresenterebbe un duro colpo dal punto di vista economico, alla luce della perdita delle entrate derivanti dal diritto di transito. Bypassando l’Ucraina, il “Nordstream 2” ridurrebbe anche la rilevanza strategica per gli USA di un paese nel quale hanno investito non poco per organizzare un golpe neo-fascista e sottrarlo all’influenza di Mosca.

 

Per quanto riguarda l’aspetto militare, Trump ha ipotizzato che i mille soldati americani che andranno ad aggiungersi a quelli già schierati in Polonia potrebbero essere sottratti al contingente USA in Germania. L’iniziativa sarebbe una ritorsione contro l’atteggiamento tedesco, accusato dalla Casa Bianca di non contribuire a sufficienza al bilancio della NATO. Sempre mercoledì, Trump è tornato a lamentarsi del fatto che Berlino spenda ogni anno appena l’1% del proprio PIL in ambito militare, contro il 2% previsto dalle direttive NATO. Secondo i dati ufficiali, in realtà, il livello di spesa della Germania per queste voci è attualmente di circa l’1,2% del PIL.

 

La visita del presidente polacco a Washington ha fatto così riemergere tutti i motivi di scontro tra gli Stati Uniti e alcuni paesi europei guidati da governi di orientamento populista e nazionalista da una parte e, dall’altra, l’Europa più o meno allineata all’asse Parigi-Berlino. La rivalità con la Germania è evidentemente il dato più significativo di questa evoluzione dei rapporti transatlantici e continua a manifestarsi su vari fronti: dalle frizioni commerciali a quelle energetiche, dalla polemica sulle spese militari a quelle sui progetti di difesa comune europea, fino alle divergenze sui rapporti con l’Iran.

 

Al di là della retorica di facciata, alla base dello scontro ci sono elementi oggettivi da collegare all’inasprirsi del clima internazionale, al radicalizzarsi un po’ ovunque del conflitto sociale e alla crescente competitività tra le principali potenze del pianeta per l’accaparramento di mercati e fonti energetiche. Non solo, gli Stati Uniti vedono sempre più la Germania come un potenziale avversario e non un alleato anche per via dell’interesse della classe dirigente di questo paese o, per meglio dire, del capitalismo tedesco per le opportunità offerte dalle tendenze multipolari in atto a livello globale.

 

L’attrazione della Germania verso oriente, in definitiva, contribuisce almeno in prospettiva ad alimentare processi in atto da tempo e che minacciano di scardinare le certezze americane e la supremazia planetaria di Washington, rimescolando gli equilibri strategici in un’Europa attraversata sempre più da pericolose tensioni e spinte centrifughe.

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