Anche se la morte improvvisa dell’ex presidente egiziano, Mohamed Mursi, in un’aula di tribunale sembra essere avvenuta per cause naturali, i veri responsabili del suo decesso sono coloro che ne hanno ordinato la detenzione e i processi-farsa a suo carico, vale a dire i vertici dell’attuale regime militare del generale Abdel Fattah al-Sisi, assieme ai governi occidentali che, dopo il golpe del 2013, avevano rapidamente abbandonato alla propria sorte il primo leader democraticamente eletto del paese nordafricano.

 

 

La parabola del 67enne Mursi aveva seguito quella di una rivoluzione popolare in grado di provocare la deposizione del presidente Hosni Mubarak, per poi alimentare enormi speranze di cambiamento, alimentando la stagione delle “Primavere arabe”, e finire soffocata nel sangue dai militari con la complicità di gran parte delle forze politiche di opposizione, messesi alla guida della mobilitazione contro il nuovo governo della Fratellanza Musulmana.

 

Secondo le ricostruzioni ufficiali, lunedì Mursi è stato vittima probabilmente di un attacco di cuore mentre presenziava a un’udienza di uno dei processi istruiti nei suoi confronti. L’ex presidente aveva parlato per alcuni minuti prima di accasciarsi al suolo durante una pausa del dibattimento. Mursi è stato subito condotto in ospedale, dove si è però potuto soltanto constatarne il decesso. Il procuratore generale egiziano, Nabil Ahmad Sadiq, ha ordinato un’indagine sulle cause della morte, ma ha spiegato che sul corpo di Mursi non erano presenti segni visibili di ferite o di altro genere.

 

Al di là della causa immediata, il decesso è con ogni probabilità la diretta conseguenza del trattamento riservato all’ex presidente durante quasi sei anni di detenzione arbitraria. Mursi soffriva almeno di diabete, di fegato e di pressione alta. Secondo fonti interne ai Fratelli Musulmani citate dalla Reuters, gli era stato anche diagnosticato un tumore benigno.

 

Le sue condizioni in carcere sono state tipiche di una dittatura feroce come quella al potere in Egitto. In molti, dai famigliari alle organizzazioni a difesa dei diritti civili, avevano infatti manifestato forti preoccupazioni per la salute di Mursi. Un gruppo di parlamentari e giuristi britannici aveva ad esempio valutato la sua situazione, concludendo qualche mese fa che le autorità egiziane non stavano garantendo assistenza medica adeguata al detenuto, tanto da equiparare la sua condizione a “tortura”.

 

Dopo la morte di Mursi, uno dei membri di questa commissione, il conservatore Crispin Blunt, ha ricordato come egli stesso e i suoi colleghi temevano che, “senza un intervento medico urgente, i danni alla sua salute sarebbero stati permanenti” e, forse, avrebbero potuto portare a uno stato “terminale”, come è poi in effetti accaduto.

 

Altri rapporti di varie organizzazioni non governative avevano rivelato come a Mursi fossero stati negati i farmaci necessari alla cura delle sue patologie, tanto che l’ex presidente egiziano pare fosse spesso vittima di coma diabetico. Inoltre, un esame condotto nel 2018 evidenziava, tra l’altro, ascessi non curati, perdita della funzionalità dei reni e problemi cronici al collo, dovuti, come ha raccontato uno dei figli di Mursi, all’assenza anche di un letto nella cella che lo ospitava.

 

Per quasi sei anni, l’ex presidente è stato tenuto in isolamento e tagliato completamente fuori dalla realtà. In tutto il periodo di detenzione gli sarebbero state concesse appena tre visite famigliari e sempre in presenza di agenti della sicurezza che prendevano nota su quanto veniva detto dai partecipanti ai colloqui. Sempre secondo il figlio Amr Magdi, Mursi era privato anche di libri, giornali e materiale per scrivere. I numerosi reclami rivolti ai giudici per migliorare la sua situazione medica e psicologica sono sempre rimasti inascoltati.

 

I vari processi intentati nei suoi confronti, dopo l’arresto seguito al colpo di stato militare del 2013, rientrano in un sanguinoso piano contro-rivoluzionario attuato dai vertici militari egiziani. Mursi aveva già subito condanne negli anni scorsi, tra cui una alla pena capitale poi annullata dalla giustizia egiziana. Le accuse rivolte contro di lui e contro altri esponenti del suo governo erano svariate e andavano dallo spionaggio, a favore di Hamas e dell’emirato del Qatar, all’incitazione alla violenza, nonostante i massacri commessi dalle forze di polizia contro i sostenitori dei Fratelli Musulmani dopo la deposizione dello stesso Mursi.

 

Il regime e i giudici egiziani hanno emesso condanne a morte di massa contro centinaia di imputati in processi sommari e, secondo alcune stime, i detenuti politici, spesso sottoposti a torture, a partire dal 2013 sarebbero stati più di 60 mila. Questa colossale repressione è stata appunto il risultato dell’intervento dei militari contro il governo del presidente democraticamente eletto nel 2012, sull’onda di oceaniche manifestazioni di protesta che erano in corso da mesi.

 

Mursi aveva vinto facilmente le prime elezioni libere in Egitto seguite alla caduta di Mubarak. I Fratelli Musulmani avevano in realtà puntato inizialmente sulla candidatura dell’imprenditore Khairat al-Shater, ma la sua esclusione dal voto per ragioni “tecniche” aveva finito per lanciare quella di Mursi, ingegnere laureato negli Stati Uniti e detenuto politico in Egitto fino alla rivoluzione del 2011. Il suo successo e quello del suo movimento islamista relativamente moderato era stato possibile in primo luogo grazie alla debolezza dell’opposizione politica al regime e alla solidità invece della rete di un movimento fondato nel 1928 e fino ad allora più o meno tollerato dalle autorità.

 

Il breve periodo al governo di Mursi fu caratterizzato dall’implementazione di impopolari politiche di destra sia sul piano economico che della sicurezza, mentre sul fronte degli esteri dall’allineamento all’Occidente, con le cui cancellerie aveva stabilito buoni rapporti, inclusa l’amministrazione Obama. Austerity, repressione e accentramento dei poteri nella figura del presidente avevano ben presto scatenato una serie di manifestazioni contro Mursi e la Fratellanza Musulmana.

 

Con milioni di lavoratori e studenti nelle piazze, i militari decisero di intervenire nell’estate del 2013 sotto la copertura del movimento “Tamarod” (“Ribellione”), cioè una sorta di alleanza dell’opposizione che spianò di fatto la strada al violento colpo di stato alla fine di luglio. I militari, guidati dal generale Sisi, ironicamente nominato a capo delle forze armate dallo stesso Mursi, si auto-proclamarono difensori della rivoluzione e dell’evoluzione democratica dell’Egitto contro le tendenze autoritarie del presidente e dei Fratelli Musulmani, dichiarati in seguito come organizzazione terroristica.

 

La repressione che ne seguì fece migliaia di morti e avrebbe smentito clamorosamente la versione ufficiale dei militari, i quali, in definitiva, con l’appoggio dell’Occidente sfruttarono le profondissime frustrazioni popolari contro il governo appena deposto e la presunta minaccia islamista che esso rappresentava per mettere fuori legge e soffocare tutta l’opposizione e installare un regime più dispotico e violento di quello guidato da Mubarak.

 

Negli anni successivi, Sisi avrebbe consolidato la sua posizione di potere, inscenando elezioni-farsa e facendo approvare una Costituzione su misura del regime. Questa deriva è stata appoggiata in pieno da Washington e dai governi europei, oltre che dalle monarchie assolute del Golfo Persico di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Queste ultime vedevano con favore anche l’argine posto all’avanzata dei Fratelli Musulmani, tradizionalmente i loro nemici giurati, i cui sponsor politici erano e continuano a essere la Turchia e il Qatar, a loro volta rivali strategici di Riyadh e Abu Dhabi.

 

Gli alleati stranieri del macellaio Sisi gli hanno garantito miliardi di dollari in aiuti militari, legittimandolo inoltre politicamente dopo averlo ospitato in visite ufficiali con tutti gli onori del caso. Il ruolo del regime egiziano diventa oggi ancora più prezioso, non solo per il contenimento delle aspirazioni del popolo palestinese e per la collaborazione con Israele, ma anche alla luce del clima di rinnovate tensioni nella regione nordafricana. Dall’Algeria al Sudan, Sisi opera puntualmente come una sorta di garante della contro-rivoluzione e del soffocamento delle aspirazioni democratiche dei popoli dei paesi vicini.

 

Il regime seguito alla deposizione del defunto Mohamed Mursi si regge dunque sul terrore e sul sostegno degli alleati esteri dell’Egitto, i quali condividono con Sisi e la sua cerchia di potere le responsabilità della morte dell’ex presidente. Dietro all’apparente calma imposta in questo modo nel più popoloso dei paesi arabi si nascondono tuttavia fortissime tensioni e una silenziosa opposizione alla dittatura.

 

I timori di una nuova esplosione rivoluzionaria sono perciò sempre presenti all’interno al regime. Dopo la morte di Mursi, infatti, le forze di sicurezza egiziane sono state messe in stato d’allerta in previsione di possibili proteste, mentre per evitare l’esplosione di manifestazioni contro il regime, è stata negata la richiesta della famiglia dell’ex presidente di tenere un funerale pubblico nella sua città natale. La sepoltura di Mursi è avvenuta così in forma rapida e privata già nella mattinata di martedì in un cimitero alla periferia del Cairo.

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