Lo storico incontro tra il presidente americano Trump e il leader nordcoreano, Kim Jong-un, lungo la linea di confine del 38esimo parallelo è sembrato dare un impulso improvviso al moribondo processo diplomatico in atto tra Washington e Pyongyang. Al di là dello show, le posizioni dei due paesi nemici restano però molto lontane e la probabile imminente ripresa dei negoziati rischia di finire in fretta nel pantano degli ultimi mesi, alla luce soprattutto delle mire strategiche della Casa Bianca su un paese decisivo per le proprie manovre in chiave anti-cinese.

 

Le dichiarazioni rilasciate domenica da Trump e Kim durante e dopo il loro terzo faccia a faccia hanno insistito sulla portata storica dell’evento e sui progressi che sono stati fatti nei rapporti bilaterali a partire dalla prima metà dell’anno scorso. Nella sostanza nulla è stato invece concordato, se non la programmazione di un nuovo round di discussioni che il segretario di Stato USA, Mike Pompeo, ha affermato potrebbero avere luogo già alla metà di luglio.

 

A livello non ufficiale, il dato più significativo del dopo vertice potrebbe essere comunque un parziale cambiamento delle posizioni americane. Alcuni giornali d’oltreoceano hanno parlato di un’amministrazione Trump che starebbe valutando l’ipotesi di accettare una sorta di congelamento della situazione attuale sulla penisola di Corea, con il regime di Kim sostanzialmente legittimato a conservare la gran parte del suo arsenale nucleare.

 

La novità di questo approccio, fermamente smentito dalla Casa Bianca, consisterebbe nel riconoscere come mossa decisiva da parte di Kim per lo sblocco delle trattative il solo smantellamento di Yongbyon, storico impianto nordcoreano di produzione di materiale necessario alla realizzazione di testate nucleari. In cambio, Washington sospenderebbe le sanzioni economiche più dure tuttora applicate contro la Corea del Nord, anche se ormai l’industria nucleare del paese asiatico non è più confinata al complesso di Yongbyon.

 

Anche senza entrare nello specifico di un’ipotesi che per il momento non trova conferme né negli USA né a Pyongyang, è interessante registrare le reazioni a essa degli ambienti di potere e dei media americani solitamente critici dell’amministrazione Trump. In molti, soprattutto tra i candidati democratici alla Casa Bianca, hanno subito attaccato il presidente per la sua possibile intenzione di fare marcia indietro sulla richiesta di “denuclearizzazione” totale prima di fare qualsiasi concessione alla Corea del Nord.

 

Una posizione così intransigente, che è ancora a tutti gli effetti quella ufficiale di Washington, è però precisamente la causa dello stallo dei negoziati, visto che il regime di Pyongyang, in maniera più che comprensibile, non è disponibile a rinunciare all’unico strumento che possa garantire la propria sopravvivenza in assenza di rassicurazioni da parte di una potenza, come gli Stati Uniti, pronta in qualsiasi momento a fare carta straccia degli impegni presi.

 

Se una strategia americana esiste per il “problema” Corea del Nord, essa è ad ogni modo rivolta a isolare la Cina e non tanto a ristabilire a tutti gli effetti la pace nella penisola o a liberare quest’ultima dalla minaccia nucleare. In un gioco nel quale si alternano incentivi e minacce, la Casa Bianca punta piuttosto a convincere la leadership di Pyongyang a sganciarsi da Pechino, prospettando un futuro sviluppo economico generato dall’afflusso di capitali dagli Stati Uniti e da altri paesi loro alleati, a cominciare dalla Corea del Sud.

 

L’idea stessa di un incontro imprevisto tra Trump e Kim presso la località di Panmunjom, nella cosiddetta “Zona Demilitarizzata”, ha molto probabilmente a che fare anche con i recenti sviluppi diplomatici che coinvolgo la Cina in quest’area del pianeta. L’entourage del presidente americano è sembrato cioè improvvisare l’evento alla vigilia della sua trasferta al G20 di Osaka e in Corea del Sud come risposta alla visita del presidente cinese, Xi Jinping, a Pyongyang del 20 e 21 giugno scorso.

 

Quello di Xi era stato il suo primo viaggio in assoluto in Corea del Nord e anche il primo di un leader cinese dal 2005. Il vertice con Kim, in precedenza già più volte ospitato a Pechino, aveva offerto l’occasione per ribadire l’importanza strategica di Pyongyang per la Cina e l’intenzione di quest’ultimo paese di continuare a svolgere un ruolo di primo piano nel processo di pace con Washington. Il tutto in un complicato intreccio che include anche la guerra commerciale e le trattative in corso in questo ambito tra USA e Cina.

 

Più in generale, la Corea del Nord sta da qualche tempo strizzando l’occhio ai piani di sviluppo e di integrazione economica ed energetica asiatici promossi da Cina e Russia, di cui potrebbe appunto diventare uno snodo importante. In questo quadro va intesa anche la visita di Kim a Vladivostok, in Russia, dove nel mese di aprile aveva incontrato il presidente Putin. Durante il colloquio privato con il leader nordcoreano è perciò ipotizzabile che Trump abbia messo in guardia Kim dal prendere iniziative che portino il suo paese saldamente nell’orbita di Pechino e Mosca.

 

Il vero ostacolo alla pace tra Pyongyang e Washington consiste quindi nella diversità di vedute dei due governi in merito al futuro della penisola di Corea. Mentre per Kim l’apertura agli Stati Uniti, così come a Seoul, non esclude la possibilità di afferrare il treno dello sviluppo russo-cinese, per Trump si tratta al contrario di un gioco a somma zero, nel quale la pedina nordcoreana serve pressoché unicamente a rafforzare la presenza americana in Asia nord-orientale nel quadro della competizione strategica con Pechino, così come con Mosca.

 

Da questa angolazione, nonostante la valenza simbolica, il fatto che per la prima volta un presidente americano in carica abbia messo piede in territorio nordcoreano e che grazie a ciò potranno ripartire i negoziati non si traduce necessariamente in un abbattimento del rischio di guerra sulla penisola di Corea. Infatti, la nuova offensiva diplomatica della Casa Bianca minaccia di costringere Kim e il suo regime a fare prima o poi una scelta netta tra Washington e Pechino.

 

In assenza di ciò, la situazione potrebbe ripiombare in fretta nei toni ostili che avevano caratterizzato l’anno 2017, con il rilancio del tentativo di sottomettere la Corea del Nord con la forza. D’altronde, una parte dell’amministrazione Trump, quella che fa riferimento ai falchi Pompeo e John Bolton, vede già con sospetto, se non aperta ostilità, qualsiasi forma di dialogo che non si risolva rapidamente in una sottomissione totale di Kim agli Stati Uniti.

 

L’esempio iraniano è a questo proposito illuminante. La Casa Bianca solo pochi giorni fa era arrivata vicinissima ad attaccare militarmente la Repubblica Islamica e contro questo paese continua a condurre una politica di “massima pressione” malgrado non disponga né abbia in programma di dotarsi di armi nucleari. Con una potenza nucleare accertata come la Corea del Nord, invece, Trump ostenta un atteggiamento amichevole e all’apparenza rassicurante.

 

La ragione di questa schizofrenia è da ricercare dunque non nel fattore nucleare, come ripetono a oltranza media ufficiali e politici di ogni schieramento, bensì nella risposta ai diktat americani delle classi dirigenti dei due paesi, con l’Iran per nulla intenzionato a piegarsi e la Corea del Nord invece aperta quantomeno a valutare ipotesi di distensione per rompere il proprio isolamento internazionale.

 

La differenza tra guerra e pace nella penisola di Corea dipende così dal grado in cui saranno soddisfatti gli interessi strategici di Washington. Anche in presenza di un accordo di ampio respiro con Pyongyang, però, le prospettive in quest’area resterebbero cupe. Qualsiasi eventuale intesa, partnership o alleanza che dovesse nascere tra i due paesi, oggi ancora formalmente nemici, sarebbe inevitabile da parte degli Stati Uniti l’utilizzo del regime di Kim per esercitare ulteriori pressioni su Pechino o, vista la continua escalation del confronto tra le due potenze, del territorio nordcoreano come base di lancio di una futura guerra contro la Cina.

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