Dopo anni di durissime politiche economiche imposte a lavoratori, giovani e pensionati, le elezioni di domenica scorsa in Grecia hanno registrato un nuovo cambiamento di maggioranza che riporterà al governo la destra del partito Nuova Democrazia (ND) del neo-premier Kyriakos Mitsotakis. Il voto anticipato era stato indetto dopo il recente flop alle europee dal primo ministro uscente, Alexis Tsipras, il cui esecutivo – al di là dei limiti entro i quali ha potuto muoversi – agli occhi di milioni di elettori non è stato in grado di migliorare le condizioni di vita disastrose in cui era precipitato il paese in seguito al “salvataggio” dell’Unione Europea e del Fondo Monetario Internazionale (FMI).

 

La riabilitazione del principale partito conservatore greco, dopo essere stato a lungo il partner preferito dagli ambienti finanziari internazionali e avere perciò pagato un prezzo molto alto nelle precedenti elezioni, arriva in un momento in cui Atene sembra ancora una volta dover fallire gli obiettivi di bilancio ordinati dai suoi finanziatori.

 

Anche se l’economia della Grecia sta facendo segnare una modesta crescita, il livello del debito rimane al di sopra di quello previsto, così che il governo entrante sarà con ogni probabilità chiamato a provvedere con un’altra dose di austerity. La presentazione del primo bilancio del nuovo gabinetto dopo l’estate darà un’idea del futuro che attende ancora una volta la popolazione greca, troncando quasi certamente una luna di miele con gli elettori che si annuncia di molto breve durata. Intanto, nel pomeriggio di lunedì Mitsotakis ha nominato i membri del suo governo, scegliendo per i dicasteri più importanti fidati esecutori di politiche pro-business e fautori delle privatizzazioni, come il neo-ministro delle Finanze Christos Staikouras, o membri affiliati alla destra del partito, come quello dell’Economia e degli Investimenti Adonis Georgiades.

 

Se ND ha conquistato domenica quasi il 40% dei consensi, il successo di questo partito non riflette uno spostamento a destra dell’elettorato greco. Piuttosto, i risultati testimoniano di un diffusissimo senso di sfiducia nei confronti dell’intero sistema politico e, per quanto riguarda la bocciatura del governo di SYRIZA (“Coalizione della Sinistra Radicale”), di un tentativo disperato di invertire la rotta attraverso un cambiamento di qualsiasi genere.

 

L’astensione, superiore al 42%, è stata d’altra parte la più alta da quando la Grecia è tornata alla democrazia dalla metà degli anni Settanta del secolo scorso. Inoltre, se si leggono i risultati delle varie formazioni nominalmente di sinistra o centro sinistra, emerge un quadro tutt’altro che sbilanciato a destra. Aggiungendo al 31% di SYRIZA l’8% del Movimento per il Cambiamento (KINAL), che ha preso il posto dei socialdemocratici del PASOK, il 5,3% del Partito Comunista Greco (KKE) e il circa 3,5% del partito MeRA25 dell’ex ministro delle Finanze Yanis Varoufakis, gli elettori che hanno espresso una scelta più o meno progressista sfiorano il 50%.

 

A ciò va aggiunto il fallimento dell’estrema destra di Alba Dorata, nemmeno in grado di raggiungere la soglia di sbarramento del 3% dopo che nel voto del 2015 era diventata il terzo partito col 6,3% e 18 seggi in parlamento. Nuova Democrazia potrà ad ogni modo contare su una maggioranza assoluta – 158 seggi su 300 – grazie all’antidemocratico premio di maggioranza previsto dalla legge elettorale greca per il partito con il numero più alto di voti.

 

L’ascesa di SYRIZA nel 2015 da partito di sinistra relativamente marginale a forza di governo era stata possibile grazie alla promessa di mettere fine alle politiche di rigore che, almeno dal 2010, avevano decimato la “working-class” greca sull’onda di una rovinosa crisi finanziaria. Tsipras si era trovato però di fronte a una situazione a dir poco disastrosa e, con la pistola puntata alla tempia da Bruxelles, aveva messo da parte in fretta gli impegni della campagna elettorale per sottoscrivere un nuovo pacchetto di “salvataggio” necessario a garantire i debitori del paese e a dare ossigeno alle finanze di Atene.

 

Sul ruolo di Tsirpas e del governo di SYRIZA si è discusso a lungo in tutta Europa, soprattutto sul fatto che ci fossero alternative alla medicina imposta dall’UE e dal FMI, in primo luogo tramite la mobilitazione delle forze anti-austerity in tutto il continente e delle popolazioni penalizzate pesantemente dalla crisi. In ultima analisi, ad Atene come altrove è prevalsa la volontà di stabilizzare il sistema, anche se le conseguenze sono state durissime per ampi strati della popolazione greca.

 

Allo stesso modo, il primo ministro uscente ha rivendicato almeno una qualche attenzione all’aspetto sociale nell’implementare le ricette imposte dall’esterno in cambio dei fondi di “salvataggio”, mettendo in guardia da un’intensificazione di queste politiche in caso di ritorno al governo della destra. In definitiva, però, la realtà della Grecia di oggi racconta di un paese con livelli di povertà e disoccupazione elevatissimi, anche se in lieve calo rispetto agli anni precedenti, una spesa sociale ridotta ai minimi termini, salari e pensioni da fame e una totale devastazione nell’ambito dei diritti del lavoro.

 

Le responsabilità non possono essere attribuite interamente a SYRIZA, ma sono anzi in larga misura anche dei governi precedenti di ND e PASOK, così come ovviamente dei burocrati di Bruxelles e dei centri di potere finanziario a cui questi ultimi fanno riferimento. Tuttavia, gli elettori greci hanno finito per punire un governo che, complessivamente, non ha saputo o potuto migliorare in maniera significativa le condizioni di vita nel paese.

 

Con l’installazione del prossimo governo guidato da Mitsotakis ciò che attende in ogni caso la maggior parte dei greci è un nuovo peggioramento della situazione. La retorica pre- e post-elettorale del premier in pectore ha ipotizzato tagli alle tasse, ondate di investimenti, crescita economica e posti di lavoro stabili e ben retribuiti. Nella realtà, l’esecutivo di ND intende adottare misure favorevoli al business domestico e internazionale, a cui sarà messa a disposizione la manodopera greca ultra-sfruttata e con diritti ormai ridotti all’osso.

 

A dare l’idea del percorso che intraprenderà il nuovo governo di Atene sono state le congratulazioni a Mitsotakis espresse dal presidente uscente della Commissione Europea, Jean-Claude Juncker. In modo inquietante, viste le precedenti dosi di austerity somministrate in quasi un decennio, Juncker ha ricordato come la Grecia “abbia fatto molto” finora, ma che, tuttavia, “moltissimo rimane ancora da fare”.

 

I provvedimenti di carattere economico in linea con i diktat d Bruxelles saranno accompagnati, a detta di Mitsotakis e del suo partito, da un aumento della spesa destinata a combattere quello che viene definito come un preoccupante aumento dei livelli di criminalità. Secondo un’analisi del voto della Reuters, l’attenzione del nuovo governo sarebbe rivolta al “forte movimento anti-establishment” presente soprattutto in alcuni quartieri della capitale e che, ad esempio, ha visto alcuni attivisti prendere d’assalto un seggio elettorale nella giornata di domenica.

 

In altre parole, l’esecutivo nascente affiancherà ulteriori misure classiste e anti-sociali a un incremento della spesa per le forze di sicurezza, non tanto per contrastare la criminalità, quanto per reprimere manifestazioni di opposizione e resistenza che, già esplose negli ultimi anni con scioperi e proteste di piazza, si moltiplicheranno inevitabilmente contro le nuove politiche di rigore che già si intravedono all’orizzonte.

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