Con l’incontro di questa settimana a Washington tra il presidente americano Trump e il primo ministro pakistano, Imran Khan, i due storici alleati dovrebbero avere suggellato un certo riavvicinamento dopo le incomprensioni e le ostilità reciproche degli ultimi anni. Le relazioni bilaterali rimangono tuttavia in bilico, con i due paesi legati da interessi strategici condivisi ma, allo stesso tempo, separati sempre più da dinamiche in evoluzione che sembrano trascinarli su posizioni contrastanti.

L’inizio della visita del capo del governo di Islamabad a Washington non era iniziata nel migliore dei modi, quanto meno da un punto di vista formale. L’amministrazione Trump non aveva infatti inviato nessun esponente di spicco all’aeroporto della capitale per accogliere il proprio ospite, trasportato oltretutto verso il terminal da una normale navetta passeggeri.

 

Alla Casa Bianca, Khan e Trump hanno invece discusso in un clima apparentemente disteso, che non è stato nemmeno scalfito da una delle dichiarazioni più insensate e arroganti rilasciate dal presidente americano negli ultimi due anni e mezzo. Di fronte alla stampa, Trump ha a un certo punto affermato che gli USA “non stanno combattendo una guerra” in Afghanistan e che, “se volessimo combattere una guerra” in questo paese, Washington “potrebbe vincerla in una settimana”. Questo, però, comporterebbe l’uccisione di “10 milioni di persone” e “l’Afghanistan sarebbe cancellato dalla faccia della terra”. Fortunatamente, ha concluso Trump, non sarebbe sua intenzione mettere in atto un piano del genere.

Al netto dell’incoerenza e della totale stupidità di Trump e delle sue parole, il messaggio che è trapelato alla presenza del premier pakistano ha a che fare con la volontà del governo americano di continuare a percorrere la strada della diplomazia per chiudere la lunghissima avventura bellica in Afghanistan. E, per raggiungere questo obiettivo, il ruolo del Pakistan risulterà fondamentale.

Il contributo dell’apparato militare e dell’intelligence pakistano, è infatti cruciale per convincere i Talebani a negoziare e sottoscrivere un accordo con gli Stati Uniti e il regime-fantoccio di Kabul. Nonostante il Pakistan dovette piegarsi ai diktat americani nel 2001, collaborando all’invasione per rovesciare i Talebani, militari e servizi segreti di questo paese hanno continuato a mantenere un filo diretto con gli “studenti del Corano”, in modo da conservare una carta decisiva per influire sui futuri equilibri del vicino nord-occidentale.

L’abbassamento dei toni di Washington nei confronti del Pakistan rispecchia quindi in parte la necessità americana di convincere questo paese ad assecondare gli sforzi necessari a mandare in porto le trattative recentemente riprese a Doha, in Qatar, tra i rappresentanti dell’amministrazione Trump, dei Talebani e, per la prima volta, del governo afgano.

L’altro fattore che ha convinto Trump a rinunciare ad attacchi e critiche contro i leader pakistani, ma anche, più concretamente, a minacce e provvedimenti concreti per sospendere gli aiuti economici destinati alle forze armate di questo paese, è da collegare in primo luogo alle manovre di Islamabad per ricalibrare i propri orientamenti strategici in conseguenza dei nuovi equilibri regionali.

In altre parole, a Washington è suonato da tempo l’allarme per il coinvolgimento del Pakistan nei progetti cinesi riconducibili alla “Nuova Via della Seta”, ufficialmente “Belt and Road Initiative” (BRI). In risposta al consolidamento della partnership strategica tra USA e India, principalmente in funzione anti-cinese ma con riflessi anche sugli scenari afgani, il Pakistan ha rilanciato l’alleanza storica con Pechino, abbracciando i piani infrastrutturali euro-asiatici della seconda potenza economica del pianeta. Per quanto riguarda il ruolo di Islamabad in essi, l’elemento principale è il cosiddetto “Corridoio Economico Sino-Pakistano” (CPEC), un progetto da circa 60 miliardi di dollari per collegare i due paesi dal Mare Arabico fino alla provincia occidentale cinese di Xinjiang.

Un altro fronte delle preoccupazioni americane è il potenziale sviluppo di relazioni energetiche, economiche e, possibilmente, strategiche tra Pakistan e Iran, com’è ovvio nel quadro delle politiche della “massima pressione” per isolare la Repubblica Islamica. I due paesi vicini hanno ad esempio in essere un accordo per la costruzione di un gasdotto, il cui completamento viene perennemente rinviato proprio a causa delle pressioni USA, e potrebbero avere interessi virtualmente comuni attorno a svariate altre questioni.

Il faccia a faccia tra Trump e Khan era stato ad ogni modo preparato da alcuni gesti distensivi da parte di entrambi i paesi. Tra l’altro, il Fondo Monetario Internazionale (FMI), in larga misura controllato da Washington, ha approvato recentemente un prestito di emergenza al governo pakistano. Inoltre, ai primi di luglio il dipartimento di Stato americano ha messo sulla lista delle organizzazioni terroriste il cosiddetto Esercito di Liberazione del Belucistan (BLA), come richiesto da tempo dal Pakistan, mentre Islamabad ha proceduto con l’arresto di Hafiz Saeed, leader del gruppo fondamentalista accusato della strage di Mumbai del 2008 vissuto in questi anni quasi sempre in stato di più o meno completa libertà.

Un altro chiaro segnale della disponibilità da parte degli Stati Uniti ad assecondare in qualche modo le esigenze del Pakistan lo ha lanciato lo stesso Trump durante l’incontro con Imran Khan. Il gesto è apparso tanto più rilevante in quanto ha provocato una certa irritazione, manifestata pubblicamente, a Nuova Delhi. Il presidente americano ha cioè sostenuto che il primo ministro indiano, Narendra Modi, nel corso del recente G20 di Osaka gli avrebbe chiesto espressamente di fare da mediatore tra il suo governo e quello di Islamabad sulla disputa del Kashmir. Da sempre, il Pakistan cerca di coinvolgere altri attori nella risoluzione del conflitto, mentre l’India ritiene la contesa un affare strettamente bilaterale. Infatti, come già anticipato, da Nuova Delhi è arrivata l’immediata smentita delle parole di Trump.

La diatriba sul Kashmir ha comunque mostrato gli ostacoli che si presentano sulla strada della piena riconciliazione tra USA e Pakistan. Le mire americane in Asia centrale, ormai inestricabilmente legate al contenimento della Cina, hanno innescato una serie di dinamiche che coinvolgono le varie potenze regionali, col risultato di scardinare tutti quegli equilibri che sembravano poter garantire una certa stabilità.

Se Washington dovesse perciò tornare a guardare al Pakistan come a un alleato a tutti gli effetti, il risultato potrebbe essere quello di suscitare malumori e frustrazioni a Nuova Delhi, col rischio di spingere una classe dirigente indiana già divisa sulle priorità strategiche del proprio paese a prestare ascolto sempre più alle sirene cinesi e, più in generale, ad assecondare le tendenze multipolari in atto a livello globale.

Il Pakistan, da parte sua, sia con Imran Khan alla guida del governo sia con i suoi predecessori, a cominciare dall’ex premier Nawaz Sharif, continua invece a cercare una riconciliazione con gli Stati Uniti, ritenuta fondamentale per ragioni di ordine economico e strategico.

Nonostante il clima amichevole e i gesti di apertura reciproca, gli ambienti di potere pakistani non intendono in nessun modo saltare sul carro americano a discapito delle relazioni con la Cina e con altri potenziali partner internazionali. L’obiettivo appare piuttosto quello di tornare a costruire una rete di rapporti bilanciati con Washington, ma anche con Arabia Saudita e altri paesi sunniti del Golfo Persico, da una parte e con Pechino, così come con Mosca e, almeno in parte, Teheran, dall’altra.

Le scelte americane in Asia centrale, assieme al conseguente aggravamento di tensioni e rivalità regionali, renderà però sempre più difficile per il Pakistan mantenere un equilibrio strategico utile ai propri interessi, mettendo così in dubbio già nel prossimo futuro gli impegni ostentati questa settimana alla Casa Bianca per una piena distensione tra Washington e Islamabad.

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