Anche se dai protagonisti della crisi iraniana continuano ad arrivare segnali contradditori, le forze che si stanno muovendo attorno alla vicenda sembrano provocare un costante deterioramento del clima generale, fino a prospettare una pericolosa escalation del confronto tra Teheran da una parte e i governi occidentali e i loro alleati nel mondo arabo dall’altra. Questa tendenza verso il precipitare degli eventi è chiaramente visibile nella decisione della Casa Bianca di imporre sanzioni contro il ministro degli Esteri iraniano, Mohammad Javad Zarif, ma anche nella possibile creazione di una o più pattuglie navali per garantire la sicurezza delle petroliere in transito nelle acque del Golfo Persico.

Le misure punitive decise mercoledì contro Zarif segnano uno dei punti più bassi e imbarazzanti di quella che a stento può essere definita la politica estera dell’amministrazione Trump. Tra lo sbalordimento di diplomatici e osservatori, le sanzioni ai danni del capo della diplomazia di Teheran erano state ipotizzate già a fine giugno, in concomitanza con un altro colpo di genio della strategia iraniana di Washington, cioè le sanzioni contro la guida suprema della Repubblica Islamica, ayatollah Ali Khamenei.

Il dipartimento del Tesoro USA in quell’occasione aveva sostenuto di volere rimandare una decisione in merito allo status di Zarif per non chiudere del tutto la porta a un più che improbabile dialogo con l’Iran. Questo impegno per la pace o presunto tale era giunto dopo che l’amministrazione Trump aveva fatto di tutto per distruggere i modesti passi verso la distensione suggellati nel 2015 con l’accordo sul nucleare di Vienna (JCPOA).

 

Se un qualche motivo razionale può essere individuato per le sanzioni contro Zarif, esso è da ricercare forse nel fastidio provato dai falchi guerrafondai della Casa Bianca per un diplomatico capace di formulare una politica estera coerente con gli interessi del proprio paese e, soprattutto, di comunicare pacatamente ed efficacemente con il pubblico occidentale.

Sul piano pratico, né le sanzioni contro Khamenei né quelle contro Zarif avranno alcun effetto, visto che entrambi non sembrano avere interessi economici all’estero, ma la mossa ha comunque un chiaro significato politico. A meno di credere alle ridicole pretese di Trump e del suo staff, secondo i quali la politica della “massima pressione” convincerà i leader iraniani a correre al tavolo delle trattative, oltretutto alle condizioni di Washington, questa strategia non può che avere l’obiettivo di far precipitare la situazione e giustificare un intervento armato contro la Repubblica Islamica.

Tralasciando le assurdità che hanno pervaso le dichiarazioni del Tesoro e del dipartimento di Stato USA riguardo alla decisione su Zarif, resta il fatto che dentro l’amministrazione Trump permangono forti perplessità e divisioni quanto meno sui tempi e le modalità di una strategia che rischia di diventare estremamente pericolosa. Da questo conflitto interno derivano con ogni probabilità i segnali parzialmente in controtendenza che si registrano di quando in quando, ma che, però, non cambiano di molto la sostanza dello scontro. Uno di questi è arrivato proprio nei giorni scorsi, quando fonti governative prima e una dichiarazione ufficiale del consigliere per la Sicurezza Nazionale John Bolton poi, hanno confermato come gli Stati Uniti intendano prorogare le esenzioni dalle sanzioni a favore di cinque paesi che stanno collaborando allo sviluppo del programma nucleare civile iraniano.

Cina, Russia, Francia, Gran Bretagna e Germania potranno cioè continuare a lavorare in alcuni impianti della Repubblica Islamica, come previsto dall’accordo di Vienna, ma i “permessi” americani dureranno soltanto 90 giorni e, a questa scadenza, potrebbero non essere più rinnovati. Il rinvio è dovuto quasi certamente ai problemi di carattere pratico e politico che sarebbero sorti, dal momento che gli USA avrebbero dovuto affrontare frontalmente, forse anche con ulteriori sanzioni, sia gli alleati europei sia le altre due potenze rivali.

Anche l’esilissima speranza di dialogo che ha continuato a pervadere la crisi iraniana in questi mesi potrebbe dunque essersi spezzata con le sanzioni imposte al ministro degli Esteri Zarif. Per il ruolo che ricopre e per le sue caratteristiche personali e professionali, quest’ultimo era evidentemente il tramite ideale e, probabilmente, unico tra il governo americano e i veri centri di potere iraniani. Zarif ha infatti più volte visitato gli Stati Uniti per partecipare a eventi presso le Nazioni Unite, tra cui l’ultima volta pochi giorni fa, ed è spesso intervenuto su televisioni e giornali americani. Nell’ultima recentissima trasferta in America, nonostante i suoi movimenti fossero stati ristretti severamente, aveva anche incontrato il senatore repubblicano Rand Paul, probabilmente incaricato di sondare il terreno dallo stesso presidente Trump.

L’altro fronte più caldo dello scontro tra Stati Uniti e Iran è al momento quello delle pattuglie navali per presidiare il Golfo Persico e, in particolare, il tratto di mare dello Stretto di Hormuz che separa la Repubblica Islamica dalla penisola Arabica. Dopo gli incidenti delle ultime settimane – dagli attacchi contro alcune petroliere all’abbattimento di droni, fino al recente sequestro della nave battente bandiera britannica “Stena Impero” da parte di Teheran in risposta al blocco dell’iraniana “Grace I” a Gibilterra – il governo americano vorrebbe creare una task force navale per scortare il traffico commerciale in una delle vie d’acqua più congestionate e pericolose del pianeta.

Teoricamente, l’iniziativa avrebbe il compito di impedire incidenti o scontri causati dalle forze iraniane, ma, al contrario, essa rischia di aggravare ancora di più le tensioni, mettendo oltretutto a disposizione della Repubblica Islamica una serie di nuovi obiettivi militari in caso di conflitto armato. Gli sviluppi più interessanti della questione riguardano comunque la differenza di vedute tra gli USA e l’Europa. L’amministrazione Trump ha chiesto agli alleati del vecchio continente di partecipare alla missione nel Golfo Persico, ma la risposta è stata generalmente piuttosto fredda.

Con la Germania, in particolare, è scoppiata una polemica nella giornata di mercoledì, quando il ministro degli Esteri, il socialdemocratico Heiko Maas, nel corso di una visita in Polonia ha respinto ufficialmente l’invito a partecipare all’operazione navale proposta da Washington. I giornali occidentali hanno dato ampio rilievo al rifiuto del governo di Berlino e alle parole con cui il ministro tedesco ha bocciato la strategia americana della “massima pressione”, affermando di preferire a essa la strada della diplomazia.

Lo sfoggio di un finto atteggiamento pacifista da parte di Maas serve in realtà a mascherare manovre già in atto, in Germania come negli altri paesi europei, per far fronte al probabile imminente tracollo dell’accordo di Vienna del 2015 sul nucleare iraniano. Il governo della cancelliera Merkel, proprio tramite il suo ministro degli Esteri, se da un lato respinge l’idea di una coalizione navale a guida americana, conferma dall’altro la disponibilità a partecipare a un’iniziativa identica ma promossa dall’Europa.

Quest’ultima era stata lanciata dall’ormai defunto governo britannico di Theresa May e gli sforzi per distinguere il progetto da quello americano servivano sostanzialmente ad ammorbidire la posizione dell’Iran, tenuto conto che l’Europa starebbe ancora cercando di salvare l’accordo sul nucleare nonostante il boicottaggio di Washington. L’Iran, tuttavia, ha letto perfettamente il senso di entrambe le manovre in fase di studio e le valuta ugualmente una minaccia a ciò che resta della pace in Medio Oriente.

Dietro alle posizioni espresse dal ministro degli Esteri di Berlino si stanno d’altronde già agitando i media ufficiali e gli ambienti del business tedesco, i quali trattengono a malapena l’eccitazione alla prospettiva di garantire la presenza della Germania in un’area del pianeta cruciale per gli approvvigionamenti energetici e, più in generale, di vedere il loro paese tornare a svolgere a tutti gli effetti un ruolo da grande potenza dopo oltre sette decenni dal crollo del regime nazista.

In definitiva, dietro le apparenze di una “missione di pace” e in parziale contrasto con l’alleato americano, la Germania e gli altri principali governi europei stanno preparando anch’essi un intervento militare nel Golfo Persico per non essere esclusi dalla corsa al controllo delle riserve di petrolio, nonché della principale via di transito, nel momento in cui dovesse esplodere un conflitto armato con la Repubblica Islamica.

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