A poche settimane dalle elezioni federali in Canada, il primo ministro Justin Trudeau, a lungo considerato il volto vincente del progressismo occidentale, è stato trascinato in un nuovo scandalo, o presunto tale, che minaccia di complicare il suo percorso verso la rielezione. Se è innegabile che il leader dei liberali canadesi abbia fatto soprattutto dell’ipocrisia e della finzione la cifra delle sue politiche solo in apparenza di sinistra, è altrettanto vero che il fuoco incrociato a cui è esposto da mesi risponde a una precisa campagna, orchestrata da determinate sezioni dei poteri forti canadesi, per spostare ancora più a destra il baricentro politico del paese nordamericano.

Nella serata di mercoledì, Trudeau si è dovuto presentare alla stampa per scusarsi pubblicamente di un comportamento ritenuto inaccettabile in occasione di un evento risalente all’anno 2001. A provocare un autentico polverone sui media canadesi e americani è stata cioè la pubblicazione sulla rivista Time di un’immagine che ritrae il premier travestito da Aladino con la faccia e le mani dipinte di nero.

 

La fotografia era stata scattata in occasione di una festa dal tema “Notti Arabe” nella scuola dove il 29enne Trudeau insegnava in quel periodo, la West Point Grey Academy di Vancouver, nello stato canadese del British Columbia. Lo scatto è contenuto nell’annuario dell’istituto privato relativo all’anno scolastico 2000/2001 ed è stato consegnato al Time da un imprenditore di Vancouver che aveva riconosciuto il primo ministro lo scorso mese di luglio.

Poco più tardi, è circolata un’altra immagine di Trudeau con il viso dipinto di nero, questa volta  risalente agli anni da studente. Giovedì, infine, è stata la volta di un video dello stesso tenore, diffuso dal network canadese Global News. Tutto il materiale è stato definito autentico da un portavoce del Partito Liberale.

L’apparizione di fotografie o video, spesso datati, di personaggi politici in veste di “blackface” in Canada e negli Stati Uniti è piuttosto frequente e serve in genere ad affondare la carriera di coloro che vengono ritratti, subito bollati come razzisti inveterati. Nel caso di Trudeau, l’attacco è apparso particolarmente efficace, vista l’ostentata attenzione ai diritti delle minoranze razziali nel corso di tutta la sua carriera.

Come da copione, Trudeau ha subito cercato di limitare i danni per evitare ulteriori problemi in vista del voto di ottobre. Frustrato e abbattuto, l’ex astro nascente del Partito Liberale canadese si è scusato con chiunque si sia sentito offeso dal travestimento, riconoscendo che il suo atteggiamento era di natura “razzista”, pur non avendolo considerato tale all’epoca. Prevedibilmente, l’opposizione e i giornali vicini a essa hanno annusato l’odore del sangue per passare all’attacco. Il leader del Partito Conservatore, Andrew Scheer, è stato tra i più duri nei confronti di Trudeau, definito addirittura “totalmente privo di giudizio e integrità” e, perciò, “inadatto a governare questo paese”.

Della gravità dello “scandalo” in cui è caduto Justin Trudeau è possibile quanto meno discutere. Ciò che conta è però piuttosto il tentativo di screditarlo utilizzando una linea d’attacco che si ricollega a questioni identitarie e razziali che, a ben vedere, non rappresentano il lato più spregevole delle inclinazioni politiche del primo ministro né, tantomeno, risultano essere in cima ai pensieri di lavoratori, giovani e disoccupati, in Canada come altrove.

L’obiettivo dei promotori di questa campagna è in gran parte di provocare l’indignazione della media e alta borghesia “liberal”, che costituisce ormai il riferimento principale del partito di Trudeau, assimilabile al Partito Democratico americano, e convincerla a optare per i conservatori, le cui politiche economiche ultra-liberiste non si discostano di troppo da quelle dei rivali di “sinistra”.

A confermare questa tesi c’è anche il contesto dell’altra vicenda che ha scosso il Partito Liberale canadese e il premier Trudeau negli ultimi mesi. Il caso è quello della compagnia di costruzioni SNC-Lavalin e dell’ex ministro della Giustizia, Jody Wilson-Raybould. A febbraio era emerso come Trudeau e i suoi più stretti collaboratori avessero fatto pressioni su quest’ultima per convincerla a fermare un procedimento penale contro la compagnia con sede a Ottawa, coinvolta in un caso di tangenti pagate alla Libia in cambio di appalti.

L’ufficio del primo ministro intendeva favorire un accordo tra la giustizia canadese e SNC-Lavalin secondo una legge, approvata appositamente per salvare la compagnia, che le avrebbe permesso di evitare l’incriminazione in cambio di una sanzione e della promessa di rispettare la legge per il futuro. La Wilson-Raybould si era però opposta ed era stata alla fine spostata a un altro ministero, prima di dimettersi dal gabinetto e denunciare Trudeau, sia pure in maniera non troppo dura. Questo scandalo aveva scatenato un’intensa campagna mediatica contro Trudeau, giustamente accusato di essere un politico come gli altri, asservito ai grandi interessi economici e finanziari, nonostante la facciata progressista e l’ostentata attenzione ai bisogni della gente comune.

A distanza di mesi dall’esplosione del caso SNC-Lavalin, in concomitanza con l’inizio della campagna elettorale, settimana scorsa gli oppositori politici e sulla stampa di Trudeau sono tornati alla carica sulla vicenda. Il Partito Conservatore e l’organo principale dei poteri forti canadesi, il quotidiano Globe and Mail, hanno in particolare sollecitato un’indagine a tutto campo della polizia canadese, nonostante non siano emersi nuovi elementi, con l’evidente obiettivo di influenzare la campagna e trasformarla in una sorta di crociata contro la corruzione presumibilmente radicata nel Partito Liberale.

L’aspetto più significativo, in relazione allo scandalo “blackface” di questa settimana, è che la questione SNC-Lavalin è stata frequentemente presentata anch’essa come un problema di trattamento delle minoranze razziali e delle donne da parte di Trudeau, dal momento che il ministro Wilson-Raybould, oltre a essere di sesso femminile, ha origini indigene.

Gli ambienti ufficiali anti-Trudeau sono invece molto meno interessati a discutere della natura delle politiche implementate in questi quattro anni di governo che hanno mostrato il vero volto del primo ministro e dei liberali canadesi. Trudeau aveva vinto le elezioni con la promessa di invertire le politiche distruttive dei conservatori, guidati per un decennio da Stephen Harper. In realtà, a fronte di modeste iniziative vagamente progressiste, Trudeau si è mosso spesso in direzione opposta. Il suo governo è stato ad esempio tra i più fedeli dell’amministrazione Trump, partecipando a praticamente tutte le campagne di Washington, dal Venezuela alla Russia all’Iran.

Lo stesso dicasi anche per il fronte interno. Trudeau ha promosso privatizzazioni e tagli alla spesa sanitaria, mentre non ha esitato a prendere di mira il diritto di sciopero dei lavoratori del settore pubblico e a garantire maggiori poteri alle agenzie di intelligence canadesi. Recentemente, poi, è esplosa un’altra polemica da collegare alle sue presunte inclinazioni ambientaliste. Trudeau ha cioè dato il via libera all’espansione di un oleodotto sulla costa del Pacifico che rappresenterebbe una seria minaccia ambientale, in particolare per le popolazioni indigene che vivono lungo il suo percorso.

Nonostante il curriculum del governo uscente appaia dunque tutt’altro che progressista, se la campagna contro Trudeau dovesse riuscire, ciò che attende la “working-class” canadese sembra essere decisamente peggiore. In un frangente storico segnato da rivalità e tensioni crescenti, nei rapporti tra stati e nel settore del business, anche la classe dirigente canadese intende favorire la creazione di un esecutivo forte in grado di promuovere in maniera ancora più decisa e senza ambiguità i propri interessi sia sul fronte domestico sia su quello internazionale.

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