Quando lo scorso mese di settembre due installazioni petrolifere saudite vennero distrutte da un attacco missilistico, condotto molto probabilmente da una flotta di droni dei “ribelli” sciiti houthi yemeniti, il presidente russo Putin propose alla monarchia assoluta del Golfo Persico, in tono semi-serio, di acquistare da Mosca il sofisticato sistema difensivo anti-aereo S-400. L’offerta era stata giudicata come un affronto agli Stati Uniti e alla partnership strategica ultra-consolidata tra Washington e Riyadh. Più di un commentatore ne aveva però evidenziato la fattibilità e, infatti, l’ipotesi è riemersa in maniera più o meno esplicita questa settimana nel corso della visita del numero uno del Cremlino in Arabia Saudita in un clima decisamente positivo e promettente per il futuro dei rapporti tra i due paesi.

 

La questione dell’S-400 è comprensibilmente delicata, dal momento che va a insidiare, come già accaduto di recente nel caso della Turchia, uno dei cardini dell’alleanza di ferro tra Stati Uniti e Arabia, vale a dire la sicurezza di quest’ultimo paese, in buona parte dipendente dai costosi armamenti americani. Il bombardamento in territorio saudita ricordato in precedenza ha tuttavia contribuito a incrinare le certezze della casa regnante, vista la sostanziale inefficacia dei sistemi difensivi a stelle e strisce, ampliando la gamma delle opportunità di dialogo con Mosca, da qualche tempo già ben avviate sul fronte energetico.

Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha confermato che l’eventualità di una “cooperazione tecnica e militare” è stata affrontata durante i colloqui di questa settimana e se a proposito della vendita a Riyadh dell’S-400 “non c’è ancora nulla da dire”, esistono in effetti dei “piani” in proposito. Lo stesso Putin, poco prima del vertice, lo aveva confermato con parole praticamente identiche, rivelando il “particolare interesse” dell’erede al trono saudita, Mohammad bin Salman (MBS), per uno dei gioielli della produzione bellica russa.

In questo clima si è svolta dunque la prima visita di Putin in territorio saudita dal 2007. Oltre alle dinamiche strettamente bilaterali, il vertice tra il presidente russo e il sovrano Salman bin-Abdul-Aziz al-Saud e Mohammad bin Salman è arrivato anche in un frangente caratterizzato da un clima regionale rovente. Dalle tensioni con l’Iran alla guerra in Yemen fino al riesplodere della crisi siriana dopo l’invasione turca, i leader di Russia e Arabia hanno cercato una qualche convergenza e, pur trovandosi ufficialmente su schieramenti opposti, hanno almeno verbalmente prospettato la possibilità di collaborare per la stabilità del Medio Oriente.

Il punto di partenza sarà evidentemente la partnership già esistente in ambito economico ed energetico. Riguardo a quest’ultimo, la collaborazione nel cosiddetto formato “OPEC+” ha portato da qualche tempo a un accordo, di fatto imposto agli altri membri del cartello petrolifero con sede a Vienna, per il contenimento della produzione di greggio e il conseguente sostegno alle quotazioni internazionali.

La parte più sostanziale della visita di Putin è stata quella relativa agli accordi economici e commerciali sottoscritti a Riyadh. Il presidente russo si è presentato in Arabia Saudita assieme a quasi tutti i ministri del governo di Mosca e a un centinaio di top manager delle principali compagnie russe. Complessivamente, prima e dopo il summit bilaterale, i due paesi hanno siglato più di quaranta accordi e “memorandum d’intesa” in vari settori. Tra di essi ci sono anche trenta piani di investimento fatti dal fondo sovrano russo (RDIF) in altrettanti progetti promossi da quello saudita (PIF).

Putin ha ricordato come gli scambi commerciali bilaterali, pur rimanendo per il momento quantitativamente limitati, siano aumentati del 15% nel 2018 e di un altro 38% tra gennaio e luglio di quest’anno. In totale, gli accordi discussi a Riyadh hanno un valore di circa due miliardi di dollari che andranno ad aggiungersi ai 2,5 già investiti dall’Arabia Saudita nell’economia russa a partire dal 2017, data della visita del sovrano Salman a Mosca.

Più che l’aspetto prettamente economico e finanziario, sembrano essere le implicazioni dei progetti e degli accordi a interessare soprattutto il governo di Mosca. Il numero uno del fondo sovrano russo, Kirill Dmitriev, lo ha confermato questa settimana in una dichiarazione rilasciata al network CNBC, nella quale ha sostenuto che “i crescenti investimenti russi e gli scambi commerciali con Riyadh devono essere visti più come un tentativo di costruire occasioni di dialogo e cooperazione piuttosto che nell’ottica di una competizione strategica”, percepita per lo più come una minaccia dall’Occidente.

La trasferta di Putin in Arabia Saudita si inserisce inevitabilmente in uno scenario più ampio che vede la Russia svolgere una parte sempre più importante in Medio Oriente, come appare evidente anche dai fatti che si stanno svolgendo in Siria, e a discapito degli Stati Uniti. Il processo di avvicinamento alla monarchia sunnita potrebbe ricalcare quello in atto con la Turchia, anche se le implicazioni per gli interessi americani rischiano di essere, se possibile, ancora più esplosive.

Almeno in prospettiva futura, il rafforzamento della partnership russo-saudita potrebbe anche configurare una qualche ipotesi di dialogo tra Riyadh e Teheran tramite la mediazione di Mosca. I tempi per un’evoluzione di questo genere sembrano ancora prematuri, ma è fuori discussione che essa sia già nei pensieri di Putin e, dopotutto, le scosse derivanti dalle recenti débacle americane in Medio Oriente, come nella vicenda curdo-siriana, e il rischio concreto per l’Arabia Saudita di pagare molto caramente le conseguenze di una guerra con l’Iran, rendono forse meno inverosimile un futuro disgelo con la Repubblica Islamica.

Ciò che conta oggi sono comunque le dinamiche del rapporto tra Russia e Arabia Saudita, potenzialmente in grado di cambiare gli equilibri strategici mediorientali e non solo. Un’analisi della visita di Putin pubblicata questa settimana dalla testata on-line al-Monitor ha spiegato come, “a lungo, l’approccio russo all’Arabia è stato percepito principalmente nella prospettiva della competizione per l’influenza regionale con gli Stati Uniti”. Se ciò è senza dubbio un fattore, la presenza del presidente russo a Riyadh serve però anche a “indicare come Mosca attribuisca un valore per sé alle relazioni bilaterali”. Per la Russia, d’altra parte, “l’Arabia Saudita è diventata una fonte cruciale di investimenti”, ma anche un partner “vitale per la sicurezza e per la regolamentazione del mercato energetico”.

In parallelo, anche se i sauditi continuano a vedere, almeno in parte, la collaborazione con la Russia come un elemento di garanzia e di pressione sugli Stati Uniti nell’ambito della partnership con il loro principale alleato, le prospettive sembrano poter essere sul punto di cambiare anche a Riyadh. Mosca, quanto meno, ritiene che la costruzione di legami bilaterali più ampi e profondi “contribuisca alla fine a creare una relazione più solida” con il regno wahhabita.

Questi processi sono in ogni caso ancora in divenire. L’amministrazione Trump, oltretutto, ha appena deciso l’invio di circa tremila soldati in più in Arabia Saudita e la fornitura di una serie di nuovi armamenti, quasi a cercare di chiudere gli spiragli aperti per la Russia su questo fronte dopo l’attacco contro gli impianti petroliferi di settembre. Da Riyadh, però, continuano ad arrivare segnali di interesse per le armi russe e, almeno anche su un altro fronte, una possibile iniziativa saudita forse in fase di studio potrebbe avvicinare quella svolta strategica del regno auspicata dal Cremlino.

Gli sviluppi nel nord-est della Siria indicano cioè un aumento dell’influenza in questo paese, oltre che dell’Iran, anche della Turchia, vale a dire i due principali rivali regionali del regime saudita. Con la campagna per il rovesciamento di Assad ormai naufragata, ai vertici della monarchia assoluta potrebbe perciò rimanere come ultima opzione un riavvicinamento a Damasco, in modo da non perdere terreno rispetto ai propri rivali e per partecipare ai benefici della ricostruzione. Ancora una volta, davanti all’inflessibilità di Washington, Riyadh potrebbe non avere altra scelta se non chiedere la mediazione di Mosca, consolidando ulteriormente il ruolo di primissimo piano del Cremlino nelle intricate dinamiche della regione mediorientale.

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