Per la prima volta dal 2009, questa settimana un leader politico israeliano diverso da Netanyahu ha ricevuto l’incarico per formare un nuovo governo. Nella serata di mercoledì, il presidente Reuven Rivlin, ha chiesto al numero uno dell’opposizione, l’ex generale Benny Gantz, di fare un tentativo per mettere assieme una maggioranza in parlamento (“Knesset”) ed evitare il terzo voto anticipato in meno di un anno.

Il testimone è passato a Gantz dopo il fallimento annunciato del primo ministro in carica. Se l’uscita di scena di Netanyahu ha un significato simbolico particolare, non è detto che essa sia però definitiva. Il leader della coalizione “Blu e Bianca” si ritroverà davanti infatti gli stessi ostacoli politici e aritmetici incontrati da Netanyahu e l’eventuale estromissione di quest’ultimo dal governo di Israele richiederà scelte complicate e tutt’altro che banali.

 

Il presidente Rivlin e lo stesso Gantz mercoledì hanno sottolineato l’impegno a evitare in tutti i modi possibili una nuova elezione. Entrambi hanno dato così voce alle apprensioni della classe dirigente israeliana, preoccupata per gli effetti negativi dello stallo politico, sia sul fronte interno, con un’economia in fase di rallentamento, sia su quello regionale, con la proposta di Trump relativa alla crisi palestinese in ghiaccio e il costante rafforzamento delle posizioni dell’Iran e dei suoi alleati.

I partiti di centro e della sinistra molto moderata che compongono la coalizione “Blu e Bianca” avevano ricevuto un seggio in più rispetto al Likud di Netanyahu – 34 a 33 – nel voto di settembre, ma il premier aveva ottenuto per primo il mandato esplorativo perché indicato come candidato preferito da un numero leggermente maggiore di membri della Knesset rispetto a Gantz.

Netanyahu, subito dopo la chiusura delle urne, aveva riconfermato l’alleanza con i partiti ultra-ortodossi e quello di estrema destra Yamina, precludendo in buona parte un accordo sia con Gantz sia con l’ex ministro degli Esteri, Avigdor Lieberman. Quest’ultimo, alla guida del partito ultra-nazionalista laico Yisrael Beiteinu (“Israele Casa Nostra”), aveva proposto un governo di unità nazionale con il Likud e la coalizione “Blu e Bianca”, ma senza i partiti religiosi. In linea con le richieste del suo elettorato di riferimento, fatto in larga misura di ebrei emigrati dall’ex Unione Sovietica, Lieberman puntava e continua a puntare in primo luogo all’abolizione dell’esenzione dal servizio militare per gli studiosi dei testi sacri ebraici.

Netanyahu e Gantz avevano peraltro discusso l’ipotesi di un governo allargato nelle scorse settimane. L’ex capo di Stato Maggiore israeliano aveva però ribadito la promessa elettorale di allearsi con il Likud solo a patto di un passo indietro di Netanyahu, necessario per via dei guai legali in cui è seriamente invischiato. Il primo ministro è coinvolto in tre procedimenti per corruzione e, dopo le recenti udienze preliminari, nelle prossime settimane il procuratore generale di Israele, Avichai Mandelblit, dovrà decidere se dare il via libera a un’incriminazione formale.

Le accuse nei suoi confronti, che vanno dal ricevimento di denaro e regali di lusso in cambio di favori a imprenditori amici fino al tentativo di fare approvare una legge a beneficio di una testata giornalistica israeliana che gli avrebbe garantito una copertura mediatica favorevole, erano state alla base anche dello scioglimento anticipato della Knesset a maggio, nonché al centro di tutti i calcoli politici di Netanyahu.

Il primo ministro ha bisogno infatti di conservare il suo incarico per evitare le conseguenze di un eventuale condanna. Netanyahu sperava di conquistare una nuova maggioranza con la sua coalizione di estrema destra in modo da ottenere l’approvazione di una legge sull’immunità a suo favore e, contestualmente, un provvedimento per limitare i poteri della Corte Suprema israeliana, la quale avrebbe potuto bocciare la misura volta a risparmiargli il carcere in caso di condanna. Anche in un eventuale accordo di governo con Gantz, che avrebbe visto i due leader alternarsi nella carica di premier, Netanyahu intendeva guidare per primo l’esecutivo, proprio per conservare i privilegi previsti da questo incarico in previsione di un imminente aggravarsi della sua posizione di fronte alla legge.

Visto l’esito del voto, i piani di Netanyahu sembrano per il momento svaniti, ma, fino a qualche giorno fa restava aperta l’ipotesi di una sua permanenza alla guida del governo, in un incarico cioè che non sarebbe costretto a lasciare nemmeno se dovesse essere incriminato formalmente. La coalizione “Blu e Bianca” resta però ferma sulle proprie posizioni e i suoi leader continuano ad auspicare una qualche rivolta all’interno del Likud che metta da parte Netanyahu e permetta al partito di partecipare a un governo di unità nazionale con un nuovo numero uno.

Se malumori esistono nel Likud, tanto che le ultime elezioni interne per la scelta del leader avevano registrato consensi inaspettati per i rivali di Netanyahu, la posizione di “Bibi” non appare per il momento in pericolo. Il primo ministro continua a essere considerato uno strumento di consenso fondamentale per il Likud e, in vista di un possibile nuovo voto anticipato nei prossimi mesi e con una situazione di estremo equilibrio nei sondaggi, liquidare il più longevo capo del governo della storia di Israele non sembra nei piani dei membri del partito.

La sua posizione potrebbe tuttavia vacillare se a dicembre dovesse essere incriminato e processato per corruzione. La fronda interna potrebbe allora allargarsi e mandare in porto un clamoroso cambio al vertice del Likud, sbloccando nel contempo la situazione politica nel paese con un accordo di governo con Benny Gantz. Per quanto riguarda programmi e contenuti, d’altra parte, tra i partiti che formano la coalizione “Blu e Bianca” e il Likud non ci sono differenze sostanziali, anche se Gantz ha sostenuto mercoledì di voler dar vita a un esecutivo “liberale”.

Gantz avrà comunque 28 giorni di tempo per cercare di mettere assieme un governo, con la possibilità di richiedere al presidente un’estensione di altre due settimane. Il suo interlocutore principale è la Lista Congiunta araba-israeliana, i cui 13 seggi non sarebbero tuttavia ancora sufficienti a raggiungere la maggioranza assoluta. Oltretutto, alcuni deputati arabo-israeliani hanno già fatto sapere di non avere alcuna intenzione di appoggiare un governo Gantz, visto il ruolo avuto dall’ex generale nelle sanguinose operazioni militari degli anni scorsi nella striscia di Gaza.

Il partito di Lieberman, a sua volta, oltre a restare fermo sulla richiesta di un governo di unità nazionale, molto difficilmente potrebbe sostenere un gabinetto nel quale hanno un qualche ruolo i rappresentanti della minoranza araba. L’alternativa più percorribile è secondo alcuni quella del governo di minoranza, a cui darebbero i voti necessari e alternativamente la Lista Comune e Yisrael Beiteinu. Anche questa prospettiva è però molto improbabile al momento e, in ogni caso, un governo del genere risulterebbe inevitabilmente debole e di breve durata.

In qualsiasi caso, la strada per Gantz, così come per Netanyahu nel caso dovesse tornare in gioco, appare estremamente complicata, a testimonianza della gravità della crisi in cui si sta dibattendo la classe politica israeliana. Se anche la soluzione dovesse essere un nuovo voto anticipato, le prospettive non appaiono promettenti, visto che i sondaggi indicano risultati sostanzialmente simili a quelli registrati lo scorso mese di settembre. Alla luce di questa paralisi, non è perciò da escludere un’evoluzione a sorpresa del quadro politico in grado di sbloccare lo stallo, compresa la possibile liquidazione di Netanyahu o, al contrario, un suo ritorno, nemmeno troppo clamoroso, alla guida del governo dello stato ebraico.

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