Un nuovo sviluppo della guerra nello Yemen passato relativamente inosservato nei giorni scorsi potrebbe avere dato un impulso importante al raggiungimento di una soluzione diplomatica per quella che da tempo si è trasformata nella più grave crisi umanitaria in corso nel pianeta. Così almeno viene inquadrato da molti osservatori il recentissimo accordo, favorito dal regime saudita, che dovrebbe chiudere le ostilità tra le due principali fazioni yemenite schierate a fianco di Riyadh nella guerra contro i “ribelli” sciiti Houthi.

Da qualche tempo, il governo riconosciuto internazionalmente del presidente in esilio, Abd-Rabbu Mansour Hadi, e i separatisti del Consiglio di Transizione del Sud (STC), pur facendo formalmente parte della stessa coalizione anti-Houthi, sono stati protagonisti di violenti scontri armati. Alla base del conflitto ci sono le aspirazioni indipendentiste dell’STC, appoggiato finanziariamente e militarmente dal governo degli Emirati Arabi Uniti (EAU).

 

La vicenda rappresenta una delle complicazioni della guerra criminale scatenata contro lo Yemen nel marzo del 2015 dall’Arabia Saudita. La monarchia wahhabita e i regnanti degli Emirati, grazie anche ai rapporti strettissimi tra i rispettivi eredi al trono, avevano inizialmente agito di comune accordo nel più povero dei paesi arabi per riportare al potere il deposto presidente-fantoccio Hadi, ma, col prolungarsi delle operazioni, i due regimi hanno iniziato a perseguire obiettivi in parte divergenti.

Gli EAU si sono adoperati per sostenere e alimentare le ambizioni dei separatisti meridionali, con l’intento di assicurarsi il controllo dei porti nel sud dello Yemen, considerati strategicamente cruciali. In parallelo, il regime di Abu Dhabi la scorsa estate aveva deciso il ritiro delle proprie forze di terra impegnate nello Yemen, lasciando ai sauditi la gran parte di un impegno bellico sempre più pesante e senza prospettive.

Ad agosto, poi, la situazione era precipitata, con l’STC che aveva attaccato le forze filo-saudite fedeli a Hadi, ufficialmente perché un partito islamista alleato di queste ultime aveva collaborato con i ribelli Houthi nel lanciare alcuni missili contro le postazioni dei separatisti. L’STC era riuscito a conquistare una base militare nella città portuale di Aden ed altre porzioni di territorio in precedenza nelle mani dei governativi.

Quando era in seguito partita la controffensiva per riprendere Aden, gli Emirati avevano mandato i loro aerei da guerra a bombardare le forze sostenute da Riyadh. I sauditi avevano allora rafforzato i propri contingenti nel sud dello Yemen e le ostilità erano sfociate in una tregua di fatto. Dai primi di settembre erano state avviate trattative tra le due parti, per arrivare infine all’intesa siglata questa settimana.

I contenuti dell’accordo sono stati giudicati da molti fin troppo ambiziosi, anche se è il valore simbolico di esso a contare realmente. Rappresentanti dell’STC dovrebbero far parte ad esempio al 50% di un nuovo governo yemenita da creare entro un mese. Le forze separatiste sono chiamate poi ad abbandonare Aden, a consegnare le proprie armi e a passare sotto il controllo dei ministeri della Difesa e degli Interni. L’STC verrà inoltre incluso nelle trattative con i ribelli Houthi che dovrebbero mettere fine al conflitto nel paese.

Proprio il riferimento a questi negoziati, da tempo interrotti, sembra lasciare intendere come la riconciliazione tra il governo di Hadi e i separatisti meridionali sia il presupposto per l’esplorazione di un vero percorso diplomatico con gli Houthi. La conferma di ciò l’ha data proprio il principale responsabile della sanguinosa campagna militare, il principe ereditario saudita Mohammad bin Salman (MBS), il quale dopo la firma dell’accordo a Riyadh ha parlato di una tappa decisiva “verso una soluzione politica per fermare la guerra nello Yemen”.

Le potenze internazionali complici dei sauditi, a cominciare da Stati Uniti e Gran Bretagna, si sono anch’esse affrettate a sottolineare l’importanza dell’intesa di questa settimana, definita invariabilmente come il punto di partenza per una pace negoziata tra la coalizione saudita e gli Houthi.

A spingere le forze coinvolte nel conflitto verso un processo diplomatico con qualche possibilità di successo è in primo luogo il peggioramento degli scenari di guerra per il regime saudita. Il relativo disimpegno degli Emirati Arabi, così come di altri paesi che facevano parte della coalizione promossa da Riyadh, e la crescente intraprendenza degli Houthi hanno infatti prodotto una situazione sempre meno sostenibile per l’Arabia Saudita e i partner occidentali del regno.

Ancora di più delle ripetute stragi di civili provocate dagli attacchi sauditi nello Yemen, è stato il devastante attacco dello scorso settembre contro due installazioni petrolifere saudite a risultare decisivo. Il blitz, condotto con droni armati, era stato attribuito all’Iran sia dall’Arabia sia dagli Stati Uniti, ma è stato con ogni probabilità opera degli Houthi e ha dimostrato come un gruppo armato locale e “arretrato” abbia la forza per mettere in ginocchio un paese ricchissimo e con alleati potentissimi.

Prima e dopo l’attacco agli impianti petroliferi, gli Houthi hanno operato numerosi altri bombardamenti, assieme a incursioni oltre il confine saudita, tanto da fare ipotizzare a qualcuno addirittura una possibile clamorosa invasione di terra, grazie anche alla collaborazione dell’inquieta e repressa minoranza sciita che vive nel regno wahhabita.

L’Arabia Saudita e, ancor prima, gli Emirati Arabi hanno insomma toccato con mano le conseguenze rovinose di una guerra prolungata nello Yemen, nonché quelle ancora peggiori di un allargamento del conflitto all’Iran, considerato con una certa esagerazione lo sponsor degli Houthi. Riyadh e Abu Dhabi rischiano cioè di ritrovarsi sempre più esposti con poche o nessuna reale difesa alle ritorsioni delle forze che intendevano schiacciare rapidamente attaccando lo Yemen.

Se i tempi e l’efficacia della diplomazia restano ancora in forte dubbio, la conferma che si stia ormai procedendo in questa direzione si è avuta dalle notizie che circolano da parecchie settimane sull’esistenza di un canale non ufficiale di comunicazione tra il regime saudita e gli Houthi yemeniti.

Già a settembre alcuni giornali ne avevano parlato, mentre a metà ottobre il Financial Times aveva scritto di “progressi” nelle trattative. Proprio questa settimana, infine, fonti anonime all’interno del governo saudita hanno confermato per la prima volta come Riyadh stia discutendo dietro le quinte con gli Houthi per raggiungere finalmente una soluzione negoziata alla guerra nello Yemen.

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