Le crescenti pressioni internazionali degli ultimi giorni e la natura esplosiva del provvedimento in fase di preparazione hanno spinto il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, quanto meno a rimandare la prevista annessione unilaterale di una parte del territorio occupato della Cisgiordania. La decisione è stata presa probabilmente anche in seguito al mancato via libera degli Stati Uniti, dovuto alle divisioni interne all’amministrazione Trump su un provvedimento che rischia di trasformarsi in un boomerang sia per Washington che per Tel Aviv.

 

Anche se non del tutto definita, l’annessione del territorio palestinese dove sorgono moltissimi insediamenti illegali israeliani era una delle promesse centrali del programma elettorale di Netanyahu. Dopo il recente accordo di governo con il suo ex rivale, Benny Gantz, e una parte del partito “Blu e Bianco”, era stato stabilito che la prima mossa ufficiale verso l’annessione sarebbe avvenuta a partire dal primo giorno di luglio. Lo stesso Netanyahu aveva ostentato sicurezza nei giorni scorsi, promettendo la puntuale presentazione in parlamento di una proposta che contraddice nuovamente il diritto internazionale.

L’avvicinarsi della scadenza prevista ha tuttavia scatenato una frenetica attività diplomatica per convincere Netanyahu a desistere dal suo intento. Le preoccupazioni della comunità internazionale sono da collegare principalmente alla possibile esplosione di violenza che un’annessione provocherebbe in Medio Oriente. Inoltre, da non sottovalutare è il timore che, dopo un atto così apertamente criminale, la condotta fuori legge di Israele possa sempre più difficilmente essere difesa dai governi occidentali di fronte all’opinione pubblica mondiale.

Sul carattere illegale dell’annessione della Cisgiordania o di una parte di essa le critiche dell’Europa e di altri governi e organizzazioni internazionali sono apparse invece deboli o comunque poco convincenti. D’altra parte, Israele agisce fuori dal diritto internazionale da decenni e le reazioni occidentali sono state spesso accese dal punto di vista retorico ma decisamente sterili dal lato pratico.

Martedì, ad ogni modo, Netanyahu ha rilasciato una dichiarazione pubblica sull’argomento per dire che la discussione con gli Stati Uniti attorno al piano di annessione continuerà “nei prossimi giorni”. La stampa israeliana e internazionale ha preso l’affermazione come un’ammissione del mancato accordo tra i due alleati e la conferma di un rinvio del provvedimento. Mercoledì, il ministro degli Esteri, Gabi Ashkenazi, ha a sua volta ammesso che un annuncio sull’annessione “non è imminente”.

Il coordinamento con Washington è naturalmente decisivo a questo proposito. Netanyahu ha riconosciuto infatti l’impossibilità di procedere secondo i piani originari dopo avere incontrato l’inviato speciale della Casa Bianca, Avi Berkowitz, e l’ambasciatore USA in Israele, David Friedman. I rappresentanti dell’amministrazione Trump devono avere spiegato a Netanyahu che a Washington non esiste ancora una posizione comune attorno all’annessione, soprattutto se implementata nei termini stabiliti dal premier.

Netanyahu e i falchi del suo partito intendono sfruttare l’ampia disponibilità verso Israele dell’attuale amministrazione repubblicana per procedere con un’annessione che, secondo indiscrezioni, potrebbe coprire fino al 30% della Cisgiordania e includere la fertile e strategica Valle del Giordano. Il progetto di annessione è incluso nel “piano di pace” per la Palestina, svelato lo scorso gennaio dalla Casa Bianca e noto con la definizione involontariamente auto-ironica di “accordo del secolo”, ma le condizioni in cui dovrebbe essere applicato appaiono diverse da quelle attuali.

Il problema è che il piano-Trump prevede un simile riconoscimento per Israele solo nel quadro di un accordo per la creazione di uno stato palestinese, per quanto mutilato e difficilmente in grado di auto-sostenersi. Se, perciò, Netanyahu dovesse agire in modo unilaterale, la tanto sospirata proposta di pace della Casa Bianca, già respinta seccamente dai leader palestinesi, finirebbe per naufragare del tutto a pochi mesi dalle presidenziali americane.

A Washington ci sono tuttavia fazioni filo-israeliane, rappresentate tra l’altro dal già citato ambasciatore Friedman, che spingono comunque per un’annessione immediata di una parte dei territori occupati e controllati illegalmente dal 1967. Dal loro punto di vista, il piano di pace sul tavolo non ha già alcuna possibilità nemmeno di essere discusso e, di conseguenza, sarebbe opportuno che Israele non perdesse tempo per non rischiare di ritrovarsi di fronte a cambiate condizioni politiche a Washington nei prossimi mesi.

Un’altra grana derivante dall’eventuale annessione è rappresentata dalle conseguenze che essa avrebbe sui rapporti tra Israele e le monarchie assolute del Golfo Persico alleate degli Stati Uniti. Queste relazioni sono decollate negli ultimi tempi, in parallelo con l’inasprirsi del conflitto tra il fronte mediorientale filo-americano e l’Iran. La distensione tra Tel Aviv e i regimi sunniti è un elemento chiave della strategia USA nella regione.

Paesi come Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti devono però muoversi con cautela sul fronte dei rapporti con lo stato ebraico, visto che la causa palestinese, ormai sacrificata sull’altare degli interessi strategici delle rispettive case regnanti, resta una questione caldissima per tutti i popoli arabi. Per questa ragione, i regimi del Golfo hanno quasi tutti avvertito Netanyahu delle conseguenze negative di un’annessione unilaterale.

Qualche settimana fa, addirittura, l’ambasciatore degli Emirati negli USA aveva scritto eccezionalmente un articolo sul giornale Yedioth Ahronoth per avvertire Netanyahu che l’annessione della Cisgiordania avrebbe messo a rischio i progressi fatti nelle relazioni tra Israele e i paesi arabi. Il pezzo era stato il primo in assoluto di un diplomatico di un paese del Golfo Persico ad apparire su una testata israeliana.

Un qualche peso l’hanno avuto anche le prese di posizione di importanti leader e organizzazioni internazionali. Oltre alle ovvie condanne della Lega Araba e dell’Organizzazione della Cooperazione Islamica, vari organi delle Nazioni Unite, così come il segretario generale, Antonio Guterres, e l’alto commissario per i diritti umani, Michelle Bachelet, hanno invitato Netanyahu a desistere dal suo intento. Mercoledì il ministro degli Esteri francese, Jean-Yves Le Drian, ha invece minacciato provvedimenti contro Israele, spiegando che l’annessione di territori palestinesi “non potrebbe essere lasciata senza risposta”.

Tra martedì e mercoledì, inoltre, interventi del premier britannico, Boris Johnson, e del numero uno della diplomazia europea, Josep Borell, sono stati ospitati da due giornali israeliani, rispettivamente Yedioth Ahronoth e Jerusalem Post. Entrambi hanno assicurato la completa disponibilità a garantire le “esigenze di sicurezza” dello stato ebraico, per poi invitare Netanyahu a fare marcia indietro, soprattutto perché l’annessione darebbe un colpo definitivo al già moribondo processo di pace e alla sempre più impraticabile soluzione dei “due stati”. Dietro a queste formule ormai vuote continua d’altronde a ripararsi una comunità internazionale che punta quasi esclusivamente a evitare l’esplosione delle frustrazioni del popolo palestinese.

Le perplessità internazionali hanno trovato riscontro anche all’interno del governo di Tel Aviv. Il partner di Netanyahu, l’ex capo di Stato Maggiore e ora ministro della Difesa Benny Gantz, è anch’egli favorevole all’annessione parziale della Cisgiordania, ma preferirebbe procedere di comune accordo con gli Stati Uniti e, possibilmente, senza incorrere nella condanna del resto della comunità internazionale. Questa settimana, Gantz ha fatto una sorta di appello al primo ministro almeno per rimandare la presentazione in parlamento del provvedimento di annessione, ricordando che la priorità attuale per Israele è rappresentata piuttosto dall’emergenza Coronavirus.

In molti nella destra israeliana hanno però la sensazione che un rinvio possa essere fatale ai progetti ultra-reazionari di annessione dei territori occupati illegalmente. In un’intervista al quotidiano Haaretz, alcuni leader delle organizzazioni dei coloni israeliani hanno ad esempio mandato quello che sembra un ultimatum a Netanyahu. Il loro timore è che, una volta passato il mese di luglio senza passi concreti verso l’annessione, le possibilità di vedere realizzarsi questo progetto diventeranno virtualmente inesistenti.

Netanyahu dovrà dunque gestire in fretta una situazione delicatissima, provocata peraltro dalle sue stesse azioni. Qualunque sia la decisione che prenderà il premier ci saranno ripercussioni non indifferenti. Al coro di critiche descritto in precedenza, vanno ricordati anche gli avvertimenti lanciati al governo contro l’annessione sia dagli stessi ambienti militari e dell’intelligence di Israele, allarmati per le condizioni di sicurezza che verrebbero a crearsi nei territori palestinesi, sia dai vicini Egitto e Giordania.

Se a Netanyahu l’occasione appare senza precedenti e difficilmente ripetibile, un’azione di questa gravità rischia di fatto di scardinare quel che resta degli equilibri regionali su cui si basa la “sicurezza” di Israele e, se possibile, di screditare ancora di più e in modo forse irreparabile la reputazione di un paese che già agisce regolarmente in violazione del diritto internazionale.

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