Una disastrosa operazione militare della Turchia contro il PKK in territorio iracheno ha innescato in questi giorni una bufera politica sul fronte interno e riacceso le tensioni tra Ankara e Washington, proprio mentre i due alleati NATO stavano esplorando una possibile riconciliazione dopo l’ingresso di Joe Biden alla Casa Bianca. A fare esplodere l’ira di Erdogan è stata la presunta esecuzione di 13 tra soldati, membri della polizia militare e, forse, agenti segreti turchi da tempo nelle mani dei militanti curdi. I contorni dell’episodio restano per molti versi ancora oscuri, ma il presidente turco e il suo partito hanno già sfruttato l’accaduto a fini politici e per fare pressioni sugli Stati Uniti in vista di un prossimo riassetto degli equilibri strategici in Medio Oriente.

 

Settimana scorsa, le forze armate turche avevano iniziato una nuova invasione nel nord dell’Iraq per colpire il PKK e con l’obiettivo di liberare i 13 prigionieri. Questi ultimi erano stati rapiti cinque o sei anni fa dopo il tracollo dei colloqui di pace tra il Partito dei Lavoratori del Kurdistan e il governo di Ankara. Alle forze di terra erano stati affiancati decine di aerei da guerra e droni incaricati di condurre massicci bombardamenti contro le postazioni curde. Nel quarto giorno delle operazioni, secondo quanto riferito dai vertici militari, i corpi degli ostaggi sono stati scoperti dopo che un’unità turca aveva preso possesso di un’area controllata dai curdi nella regione montagnosa di Gara.

La versione ufficiale offerta dalla Turchia è che i 13 corpi portavano i segni di una vera e propria esecuzione, presumibilmente portata a termine all’inizio delle operazioni dirette contro il PKK. Le autopsie condotte sui soldati uccisi avrebbero confermato queste dichiarazioni, mentre per i militanti curdi i decessi sono stati causati proprio dai bombardamenti turchi. Per il PKK, tra i morti ci sarebbero stati anche agenti dell’intelligence turca (MIT).

Vista l’incertezza attorno al decesso dei 13 prigionieri turchi, anche la reazione degli Stati Uniti era stata inizialmente cauta. La prima dichiarazione ufficiale del dipartimento di Stato recitava: “Se i resoconti sulla morte dei civili turchi per mano del PKK, un’organizzazione terrorista, saranno confermati, gli USA intendono condannare questo gesto nella maniera più ferma possibile”. I dubbi velati espressi da Washington sono stati subito denunciati da Erdogan, che ha definito una “farsa” la dichiarazione del dipartimento di Stato, per poi chiedere retoricamente conferma all’alleato NATO se preferisca stare dalla parte della Turchia o dei “terroristi” del PKK, tradizionalmente collegato dallo stesso governo turco alle Unità di Protezione Popolare curde (YPG), appoggiate dagli USA nell’ambito del conflitto in Siria.

Il ministero degli Esteri turco ha poi convocato l’ambasciatore americano ad Ankara, David Satterfield, per manifestare il disappunto del governo turco. Con la situazione sul punto di crollare e vista la necessità di evitare un’escalation dello scontro, il segretario di Stato USA, Anthony Blinken, ha fatto alla fine marcia indietro. In una telefonata avvenuta lunedì con la sua controparte, Mevlut Cavusoglu, Blinken ha presentato le condoglianze del suo governo per la morte degli “ostaggi”, questa volta attribuita senza dubbio ai “terroristi del PKK”.

Sempre Blinken ha in seguito ricordato in un tweet l’importanza del “rapporto di lunga data tra Stati Uniti e Turchia” ed espresso l’auspicio di una rinnovata collaborazione sulle questioni “della Siria e dell’anti-terrorismo”, nonché per allentare le tensioni nel Mediterraneo Orientale. La più rtecente controversia tra Ankara e Washington, anche se apparentemente in via di risoluzione, rischia di mettere a repentaglio la trattativa in corso per risolvere alcuni dei nodi più complicati che hanno segnato le relazioni bilaterali negli ultimi anni.

Dopo l’uscita di scena di Trump, le due parti sono tornate a sollevare la questione del sistema missilistico difensivo S-400 russo acquistato e installato dalla Turchia. Questo equipaggiamento è da tempo nel mirino di Washington, perché ritenuto incompatibile con i sistemi militari NATO. L’amministrazione Trump aveva per questa ragione espulso Ankara dal programma degli aerei da guerra F-35 e più recentemente imposto sanzioni contro alcuni funzionari responsabili delle forniture di armamenti destinati ai militari turchi.

Qualche giorno prima degli eventi del Kurdistan iracheno, il governo di Ankara aveva sondato il terreno con l’amministrazione Biden per trovare una soluzione al muro contro muro sull’S-400. A Washington era giunta cioè una proposta di compromesso, secondo la quale la Turchia avrebbe attivato il sistema missilistico solo in caso di necessità, così da evitare, come temono gli USA, il possibile trasferimento a Mosca di informazioni militari sensibili della NATO. Gli Stati Uniti sono apparsi cauti nel valutare la proposta, ma era evidente che qualcosa si stava muovendo nei rapporti tra i due paesi.

Sul tavolo restano poi altre controversie di non facile scioglimento, soprattutto se Erdogan intenderà proseguire nell’implementazione di una politica estera aggressiva e, soprattutto, che continui a guardare anche verso Russia, Cina e Iran. Oltre all’S-400, i fattori che ostacolano il riavvicinamento sono soprattutto il ruolo avuto da Washington nel tentato golpe contro Erdogan del 2016, quanto meno in appoggio ai gulenisti ritenuti responsabili della fallita operazione, e ancora di più la guerra in Siria.

Erdogan continua a rimproverare agli USA di appoggiare quelli che ritiene terroristi curdi in territorio siriano, ma da parte di Biden non sembrano esserci cambiamenti sostanziali in vista rispetto alla condotta del suo predecessore. Nei giorni scorsi, infatti, i media siriani hanno raccontato dell’ingresso di un nuovo convoglio armato e con “equipaggiamenti logistici” nelle aree nord-orientali del paese occupate illegalmente dalle forze americane. Stati Uniti e Turchia concordano tuttavia in pieno sulla prosecuzione della campagna per il rovesciamento del legittimo governo di Damasco.

La morte dei 13 militari turchi ha avuto in ogni caso riflessi forse ancora più gravi sul fronte interno. Al di là delle responsabilità effettive, Erdogan e i suoi alleati hanno subito sfruttato l’accaduto per alimentare le spinte nazionaliste e per attaccare duramente le forze di opposizione, in particolare quelle curde. Ci sono pochi dubbi sul fatto che l’atteggiamento sempre più autoritario del presidente turco sia almeno in parte da collegare alla crescente opposizione politica e sociale, dovuta sia agli affanni dell’economia sia alla gestione dell’emergenza COVID-19. Non è d’altra parte un caso che gli ultimi avvenimenti arrivino poco dopo l’esplosione di proteste di massa nelle università turche, scaturite dalla nomina di un fedelissimo di Erdogan a rettore di un prestigioso ateneo di Istanbul.

Tutti coloro che hanno anche solo messo in dubbio la ricostruzione ufficiale dell’esecuzione per mano del PKK sono stati così accusati di essere complici dei terroristi curdi. Non solo, il Partito Democratico Popolare curdo (HDP), che ha una regolare rappresentanza nel parlamento di Ankara, ha denunciato un’ondata di arresti di propri esponenti e amministratori locali in decine di città in tutta la Turchia. La nuova gigantesca caccia alle streghe promossa da Erdogan e dal suo Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (AKP) ha già portato in carcere più di 700 persone.

L’intensità della risposta del presidente rivela anche una certa ansia per i possibili contraccolpi dell’operazione militare in Iraq. Sono numerose infatti le accuse contro Erdogan per avere gestito in maniera sconsiderata la vicenda dei prigionieri nelle mani del PKK. Membri dell’HDP e del principale partito di opposizione, il Partito Popolare Repubblicano kemalista (CHP), così come svariate organizzazioni a difesa dei diritti umani, hanno ricordato come il governo fosse stato più volte invitato ad aprire una trattativa con il PKK per ottenere la liberazione degli ostaggi.

Erdogan aveva sempre respinto questa ipotesi, giustificando la linea dura con il rifiuto a negoziare con i terroristi, nonostante in questo senso avessero spinto anche alcuni famigliari dei prigionieri. La fermezza di Erdogan nei confronti del terrorismo è comunque solo di facciata e risponde a ragioni di opportunità politica. Il suo governo ha appoggiato e continua ad appoggiare formazioni jihadiste nella Siria nord-occidentale e, ad esempio, nel 2014 non si era fatto troppi scrupoli nel negoziare con lo Stato Islamico (ISIS) la liberazione di 49 ostaggi turchi.

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